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Memoria

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Attualità di Michel Maffesoli, tra sociologia e filosofia / Tribù, reti, passioni

Nonostante i grandi sconvolgimenti tecnologici, organizzativi ed estetici che hanno interessato le società contemporanee, il pensiero di Maffesoli pare ancora in grado di rendere conto del presente, proprio perché egli non ha voluto enfatizzare la determinante tecnologica del mutamento. La variabile indipendente che egli utilizza per spiegare il mutamento sociale è la società stessa. In tal modo, a rischio di cadere in una sostanziale tautologia, egli è stato in grado di formulare una visione onnicomprensiva che, seppure ragionando in termini di grandi categorie, giunge a spiegare i fenomeni nella sfera del “micro”. La riedizione de Il vuoto delle apparenze di Michel Maffesoli, nella collana iMedia di Edizioni Estemporanee (curata da Tito Vagni) con postfazione di Nuccio Bovalino, è una buona occasione per tornare a riflettere sulla particolarità dell’approccio di questo filosofo-sociologo, la cui produzione ha saputo resistere all’usura del tempo, per corrispondere in modo quasi adattivo al cambiamento sociale e culturale che oggi viviamo.   Con il Tempo delle tribù (1988), Michel Maffesoli esprimeva un punto di vista alternativo sulla postmodernità, rispetto a quello di...

Il futuro dell'Europa / Il patrimonio culturale

Il 2018 sarà l’Anno europeo del patrimonio culturale. “Cartaditalia”, la rivista edita dall’Istituto Italiano di Cultura di Bruxelles e da Treccani, ha dedicato a questo argomento un numero speciale in due volumi quadrilingui con testi e saggi di grandi studiosi europei. Pubblichiamo per gentile concessione dei responsabili e dell’autore, che ringraziamo, l’Introduzione di Pier Luigi Sacco.   Il tema del patrimonio culturale è, tradizionalmente, uno dei punti fermi dell’identità europea. L’Europa è stata il luogo di incubazione delle prime istituzioni culturali moderne, delle teorie e delle tecniche della conservazione e della salvaguardia, delle stesse politiche culturali. Ed è la storia stessa del nostro continente a dare al patrimonio un ruolo centrale non soltanto nella trasmissione della cultura da una generazione all’altra, ma anche nella creazione di nuova cultura. La consapevolezza del rapporto tra cultura e identità europea è anche fortemente radicata nei cittadini di tutti gli Stati membri dell’Unione: nell’indagine sui valori culturali europei condotta da Eurobarometro nel 2007, l’89% per cento del campione dichiarava che la cultura e lo scambio culturale...

Radio Ghetto

Italian Version   1540: Spaniard Hernán Cortés returns home, bringing some specimens of xitomatl (large tomatl), a common vegetable in Aztec culture.   Aztec men at a banquet. Florentine Codex, late 16th century.   The plant was initially used in Spain and Naples, at the time a Spanish possession, for ornamental purposes in vegetable and flower gardens. In 1544, Italian humanist and physician Pietro Andrea Mattioli (1501-1578) classified the species of Solanum lycopersicum as poisonous, while admitting that in some regions its fruits are eaten after being fried in oil. In the sixteenth and seventeenth centuries, alchemists attributed mysterious aphrodisiac powers to these fruits, so much so that the names given to them in several European languages refer to love: love apple in English; pomme d’amour in French; libesapfel in German; pomo d’oro in Italian. Who knows what the names are in Chad, the Ivory Coast, Nigeria, Burkina Faso, Benin, Mali, and Senegal? Tamatim? Tomate? Tomati? Kamaate? Tamaate?   Cirio Tomatoes. Always imitated. Never Equalled.   2012: In March, tomato seeding started in the countryside surrounding Foggia, Italy. In May, together...

Casa Pound / La fascistizzazione dal basso

Sono tre frammenti di una società che non è più nemmeno liquida, ma, appunto, frammentata in spezzoni non comunicanti. Insomma, più Antonioni che Bauman, con l’incomunicabilità prevalentemente provocata non dall’assenza di una memoria condivisa, ma dall’assenza tout court di memoria in una fascia consistente e in crescita della popolazione, mentre una parte più esigua coltiva una memoria di fatto fossilizzata, perché non riesce a utilizzarla per comprendere le mutazioni sociali. In mezzo, chi conserva il ricordo di un passato, spesso intriso di speranze e di impegni collettivi, che alimenta il disincanto per il presente. (Giovan Battista Zorzoli)   Che vi sia fermento nell’area della destra radicale italiana non è più dubitabile. Gli ultimi episodi, segnati anche dalla reviviscenza del Veneto fronte skinheads, organizzazione di origine vicentina, operante prevalentemente nel nord-est italiano dalla seconda metà degli anni Ottanta, ne sono una chiara testimonianza. La presenza di CasaPound oramai un po’ in tutta la penisola, con un numero crescente di sedi territoriali, e la sua disposizione a partecipare alle elezioni, con alcuni riscontri di consenso, ne è un’ulteriore...

Scrittore pubblicitario / Copywriter Majakovskj

E per favore, niente pettegolezzi, il defunto non li sopportava, lasciò scritto Majakovskji prima di spararsi al cuore. È il passaggio più celebre del suo biglietto d'addio.    Ne lasciò tuttavia anche un secondo e meno noto, di biglietto, indirizzato ai compagni della RAPP – l'associazione degli scrittori proletari – nel quale saldava il conto nientemeno che con un suo slogan. Dite a Ermilov che è stato uno sbaglio togliere quello slogan: avremmo dovuto bisticciare fino in fondo. Si trattava di una sua headline – oggi sarebbe tale – affissa tra i manifesti di una sua piece e poi ritirata su pressione proprio della RAPP. Attaccava il critico Ermilov, definendolo burocrate.       Sì, Majakovskji fu – anche e massicciamente – uno scrittore pubblicitario. Si tratta di creazioni tanto trascurate dalla critica, assenti per esempio dalle Opere pubblicate in otto volumi da Editori Riuniti (1980), quanto cruciali nella sua biografia artistica. Soprattutto perché nella sua opera nulla appare secondario. Roman Jakobson stesso, il quale dopo il suicidio dedicò al poeta un notissimo saggio, affermò "Tutto ciò che è stato scritto da Majakovskij è unitario,...

Mario Soldati / Vino al vino

  Ho incontrato Mario Soldati nella sua villa di Tellaro durante un mio soggiorno nell’albergo che confinava con la sua villa, mentre stavo girando Nella città perduta di Sarzana, una fiction televisiva, o come si diceva allora, uno sceneggiato a puntate. Era l’estate del 1980 e andai a trovarlo piuttosto spesso quel mese. L’anno precedente avevo scritto con Luigi Veronelli Il viaggio sentimentale nell’Italia dei vini, che ovviamente aveva tenuto in gran conto il Viaggio lungo la Valle del Po alla ricerca dei cibi genuini, che Soldati aveva realizzato per la RAI nel 1956, primo esempio di giornalismo televisivo gastronomico e antropologico. Ero curioso di capire alcune sue scelte e sapere di più sul suo approccio al vino. Lo ammiravo come giornalista e come scrittore, lo consideravo importante, ma di una generazione ormai trascorsa. Soldati e Veronelli si conoscevano, erano amici tanto che Veronelli lo volle come presidente di giuria del Premio Nonino, ma pur condividendo la passione del vino, soprattutto del vino contadino, avevano due visioni opposte. Convinti entrambi che “il vino in sé non può e non potrà mai essere un prodotto industriale” (Soldati) e che “il miglior...

Un dibattito in corso / I dolori della classe disagiata

Nel libro Il posto Annie Ernaux ricostruisce la propria infanzia nel Nord della Francia e il tentativo di ascesa piccolo borghese del padre operaio che con un mutuo apre un bar-drogheria. Ernaux scrive che i suoi genitori “avevano bisogno di vivere”, cioè di uscire dalle barriere di una condizione ondeggiante “tra la felicità e l’alienazione”. E aggiunge: “Grazie alla nuova attività non rientravano più nel novero dei più umiliati”. Poi chiarisce: “Si sono fatti strada passo passo, vicini alla miseria, poco al di sopra di essa”, preoccupati di ritrovarsi al punto di partenza, avendo paura “di una ricaduta operaia”. Il padre “metà commerciante, metà operaio, apparteneva a entrambi i fronti allo stesso tempo, destinato alla solitudine e alla diffidenza. Non era sindacalizzato”. Racconto di esistenze comuni, di speranze, di timide scalate sociali, di lussi della domenica.    Fuori dalla sensibilità visionaria della letteratura, l’analisi storica, nell’immensa varietà di eventi e passioni che non accetta di essere semplificata, ci ricorda come il timore del declassamento sia stato spesso motore di un allargamento del consenso verso le destre, con la piccola borghesia che ha...

Un ricordo e una storia / L'omissis di Alessandro Leogrande

Ci sono la vita e la morte, e non c’è nient’altro. Questa è l’unica verità, ma è una verità inutile, è impossibile aggrapparsi a lei perché non è vera: ci sono l’amore e l’odio, l’amicizia e i fallimenti, la contentezza e la disperazione, scrivere e cadere, sfiorarsi e perdersi o il contrario di tutto questo. Siamo niente più che una parola in un aforisma di Gesualdo Bufalino: “Biografia: nacque, omissis, morì”; ecco, per raccontare l’omissis di Alessandro Leogrande non basteranno mille scrittori e cento vite. Dal giorno dopo la sua morte parenti, colleghi, amici hanno cominciato a parlare di lui, di quel modo preciso, gentile, forte e integro che aveva di stare al mondo. Alessandro Leogrande era un intellettuale, lui l’avrebbe messo tra virgolette, come Sciascia, per schermirsi, ma noi possiamo fare a meno dell’ironia: il suo nome discende da Gaetano Salvemini, Alexander Langer, Carlo Levi. Loro riempivano le giornate di Alessandro, che intanto si dava da fare per buttare giù le frontiere e i naufragi, il caporalato e l’ignoranza, la malafede e le ingiustizie.   Alessandro Leogrande aveva quarant’anni, li aveva compiuti a maggio al Salone del libro di Torino dove era...

La fine del mondo / Ultimo Appennino: strade che si perdono nel nulla

C’è una pagina calabrese che Ernesto De Martino consegna alla prosa intensa di La fine del mondo, il suo saggio sulla perdita della presenza e la fenomenologia delle “apocalissi culturali” che inasprivano la vicenda umana delle plebi rurali del vecchio Sud contadino fino agli anni del secondo dopoguerra: «Ricordo un tramonto, percorrendo in auto qualche solitaria strada della Calabria. Non eravamo sicuri del nostro itinerario e fu per noi di grande sollievo incontrare un vecchio pastore. Fermammo l’auto e gli chiedemmo le notizie che desideravamo, e poiché le sue indicazioni erano tutt’altro che chiare gli offrimmo di salire in auto per accompagnarci sino al bivio giusto, a pochi chilometri di distanza: poi lo avremmo riportato al punto in cui lo avevamo incontrato. Salì in auto con qualche diffidenza, come se temesse una insidia, e la sua diffidenza si andò via via tramutando in angoscia, perché ora, dal finestrino cui sempre guardava, aveva perduto la vista del campanile di Marcellinara, punto di riferimento del suo estremamente circoscritto spazio domestico. Per quel campanile scomparso, il povero vecchio si sentiva completamente spaesato: e solo a fatica potemmo condurlo sino...

Lea Melandri. «Alfabeto d'origine» / Per scrivere bisogna andare «fuori tema»

Alfabeto d’origine. È il titolo che la teorica femminista Lea Melandri ha voluto per un piccolo e prezioso libro (Neri Pozza, 2017) in cui ha raccolto le sue riflessioni sul tema della «scrittura d’esperienza», uno dei punti nodali di una ricerca condotta con tenacia su testi propri e altrui. E uno dei vertici del pensiero politico che ha costruito nel tempo, agendo insieme ad altre donne, leggendo, insegnando (dai corsi delle 150 ore negli anni settanta e ottanta, alla scuola di Affori, alla Libera Università delle Donne di Milano), creando riviste (A Zig Zag, Lapis) e luoghi d’incontro dove scambiare pensieri, esperienze, ricordi, desideri e ripensare collettivamente le idee ricevute che bloccano il pensiero e dunque ogni ipotesi di espressione autentica.              Coesa come una monografia e tuttavia variegatissima, l’antologia di Melandri copre un arco temporale che va dal 1983 al 2017 e si articola in una serie diversificata di interventi liberi o d’occasione. I primi svariano da alcuni appunti estrapolati da un diario poetico tenuto con la fedeltà ossessiva di un cercatore d’oro a esegesi testuali che...

Solo un altro romanzo famigliare americano? / Paul Auster, 4 3 2 1

Quando all’età di settant’anni uno scrittore newyorchese (affermato e di talento) pubblica un romanzo atteso (da sette anni almeno) che supera le novecento pagine (ottocentosessanta in lingua originale), è inevitabile che ci si figuri l’avvento di un mastodontico testamento letterario. Eccola, la summa di una carriera quasi cinquantennale, costellata di successi, esperimenti e cambi di direzione anche coraggiosi. (S)fortunatamente, non va sempre così. Di fronte a qualche novità letteraria di alcuni ‘mostri sacri’ della letteratura contemporanea, il lettore si ritrova come Gatsby, barca controcorrente, incessantemente risospinto nel passato; nel passato dell’autore, è chiaro, verso le prime luci di opere meno ambiziose, meno roboanti, forse; ma nel cui ricordo e nelle cui pagine è ancora dolce il naufragare.    Così, durante la lettura di 4 3 2 1 (Einaudi, 2017), non può non venire in mente per ossimoro lo sfrontato sperimentalismo del Paul Auster della Trilogia di New York, l’antipatia felice di quella scrittura anticomunicativa che resisteva ai gusti canonici del pubblico, alle convenzioni del genere spy, alle tentazioni e alle trappole del linguaggio quotidiano, alle...

Parole quasi uscite dall'uso / “Stucchevole” e “melenso”

Tra le parole che oggi non ricorrono tanto quanto dovrebbero o che non ricorrono abbastanza dove forse dovrebbero, ci sono gli aggettivi “stucchevole” e “melenso”. Il secondo specificamente in quel suo valore, venuto alla luce, a quanto pare, ora è poco più di un secolo, che lo avvicina, senza renderlo identico, a “lezioso”, “sdolcinato”, “caramelloso”, “svenevole”. Così inteso, chi scrive lo ha sentito fin da bambino sulle labbra del proprio genitore. Senza avere dottrina, tanto meno dottrina letteraria, egli aveva forse respirato in gioventù un’etica diffusamente pirandelliana. In essa, c’è da ritenere, la rilevazione critica e a tratti irridente, la stigmatizzazione di ciò che era melenso erano praticate più di quanto non lo siano adesso.   Ecco appunto: oggi non lo sono. Invece, non ci sarebbero qualificazioni migliori, per la presente temperie culturale in lingua italiana, di quelle che possono fornire quei due aggettivi. Si rischia la carie ad addentare la cultura in lingua italiana, oggi, nei luoghi della sua produzione e del suo smercio. Per venire incontro a un gusto generale che, si opina (e si opina evidentemente bene), inclina al dolciastro, la produzione...

Disincanto / Il lieto fine di Michael Haneke

Quando mesi fa è iniziata a circolare la notizia che il nuovo film di Michael Haneke sarebbe stato una storia ambientata tra i migranti di Calais e che si sarebbe chiamato Happy End non si poteva non pensare a un’astuta forma di presa in giro. Temi sociali e finali accomodanti sono forse due tra le cose più lontane che si possa immaginare appartengano all’universo filmico di Haneke. E infatti anche questo Happy End – sorta di sintesi filosofica del pensiero del registra austriaco – non fa eccezione. Il film inizia con delle stranissime immagini di pessima qualità riprese da uno smartphone da parte di quella che scopriremo essere una delle protagoniste del film, l’adolescente Eve: vediamo la madre che si lava i denti e che va in bagno e la figlia che la riprende commentando la stanca routine del genitore con cinismo e distacco; poi vediamo un criceto in gabbia a cui Eve somministra dei medicinali che lo fanno rimanere stecchito; e infine la madre – sempre filtrata attraverso uno smartphone – “finalmente zittita” a causa di un avvelenamento, sdraiata su un divano con la figlia che commenta: “ora chiamo un’ambulanza”. È uno sguardo quello del mondo dello smartphone di Eve che non...

Gli animali nella storia del cinema / Bestiale

Il titolo della mostra torinese sugli animali nella storia del cinema colpisce per la sua disarmante immediatezza: ‘bestiale’ non è un aggettivo come gli altri, non indica una qualità del nome a cui si accompagna, ha una sua sonora e potente autonomia, è un’esclamazione che dice stupore, meraviglia, sorpresa ma può anche venire impiegato per indicare un livello estremo di degradazione dell’umano. L’animale, per consolidata tradizione filosofica e dottrina religiosa, almeno fino ad anni recenti, è stato considerato come un essere senziente sprovvisto di logos, quindi inferiore. E proprio perciò lo si è anche considerato come un essere enigmatico, talora pericoloso con cui non è possibile intrattenere una relazione attraverso il linguaggio. Per lo meno non nel modo in cui comunicano gli umani. Ma questo limite si è sempre rivelato un formidabile volano di emozioni e di meraviglie: l’animale, proprio in virtù di tale carenza, comunica in forme diverse: usando il corpo, emettendo suoni che dobbiamo interpretare, esprimendo la sua relazione con noi attraverso lo sguardo.     Questa strana polarità della nostra relazione con il mondo animale, fatta di vicinanza e distanza,...

Sfruttamento / Radio Ghetto

English Version   1540. Lo spagnolo Hernán Cortés rientra in patria portando con sé alcuni esemplari di xitomatl (grande tomatl), pianta integrante della cultura azteca.    Uomini aztechi a un banchetto. Codice fiorentino, tardo XVI secolo.   La pianta viene inizialmente impiegata in Spagna e a Napoli, possedimento spagnolo, per scopi ornamentali in orti e giardini. Pietro Andrea Mattioli (1501-1578), umanista e medico italiano, classifica nel 1544 la specie di Solanum lycopersicum come velenosa, pur ammettendo che in talune regioni i suoi frutti vengano mangiati dopo essere stati fritti nell’olio. Gli alchimisti nel Cinquecento e Seicento gli attribuiscono misteriosi poteri afrodisiaci. È all’amore che fa riferimento la declinazione di nomi che gli vengono attribuiti in diverse lingue europee: love apple in inglese, pomme d’amour in francese, libesapfel in tedesco e pomo d’oro in italiano. Chissà come si dice pomodoro in Chad, Costa d’Avorio, Nigeria, Burkina Faso, Benin, Mali e Senegal? Tamatim? Tomate? Tomati? Kamaate? Tamaate?   Cirio Tomatoes. Always imitated. Never Equalled. 2012 A marzo nelle campagne foggiane ha inizio la semina dei pomodori...

Il nuovo volume della collana Riga / Primo Levi e Israele

Conoscere il rapporto tra Primo Levi e lo Stato di Israele a prescindere dall’esperienza tragica e pregnante di Auschwitz è impossibile. Quella che Levi stesso ha definito come l’esperienza della sua vita ha modificato certamente l’opinione dello scrittore, senza tuttavia modificarne la sua natura di uomo mite, pacato e riflessivo. È interessante allora analizzare l’evoluzione di tale rapporto alla luce del suo essere un ebreo della Diaspora, sopravvissuto ai campi di concentramento e in virtù degli eventi storici che hanno segnato gli anni Sessanta, Settanta e Ottanta del Novecento.   A partire da tre racconti in particolare del Sistema Periodico: Argon, Zinco e Oro Levi mette in evidenza i primi momenti in cui la componente ebraica ha fatto capolino nella sua vita, designandolo come qualcosa di più rispetto a un italiano, borghese, di professione chimico.  Determinante sarà poi il periodo vissuto nel campo di concentramento di Auschwitz senza il quale non sarebbe emersa in maniera determinante la coscienza divisa che Levi avrebbe finalmente attribuito non solo a se stesso, ma anche alla moderna identità ebraica nella Diaspora come tale. Durante la sua permanenza...

Olivier Favier / Esilio e ospitalità

Nel 1974 avevo vent'anni. Ho fatto il servizio militare di leva, allora era obbligatorio, e ricordo, durante quei giorni di silenzio e assenza – avevo un incarico che mi permetteva di restare quasi tutto il tempo inerme, escluse le marcette mattutine – la lettura di una quantità di romanzi e racconti.  Mi identificai con Cristo si è fermato a Eboli, di Carlo Levi, che parlava di esilio e ospitalità. L'esilio fascista e l'ospitalità dei contadini lucani. Ero di stanza a Foggia, non lontano da quelle zone, anzi ci andammo a fare un campo. Ospitalità, perché Carlo Levi fu ospitato, come noi soldati, durante il campo, da quei contadini poveri, gentili, che non erano cambiati dagli anni Trenta fino agli anni Settanta e forse il progresso li sta ancora lasciando in pace. Ma che significa ospitalità? Agire sui minuti particolari, non guardare chi arriva, offrirgli quel che hai, dividerlo, chiunque sia. Il libro che ho letto adesso invece si intitola Chroniques d'exile et d'hospitalité - vies de migrants, ici et ailleurs, di Olivier Favier, edizioni Le passager clandestin.  Favier rievoca i tempi della gioventù, quando, in condizioni migliori, anch'io vivevo un anno e mezzo di...

Oggi a Fahrenheit lo ricordano Marino Sinibaldi e Nicola Lagioia / Alessandro Leogrande, scrittore che amava gli ultimi

Aveva solo quarant’anni, Alessandro Leogrande. È scomparso all’improvviso a Roma. Un comunicato parla di aneurisma. Era un intellettuale finissimo, di quelli che guardano la realtà, specie quella sociale, e sono capaci di raccontarci come funziona, cosa nasconde e cosa rivela. Trovavo in lui una somiglianza fisica con Piero Gobetti, e una statura intellettuale che mi richiamava il grande intellettuale torinese: interessi vasti, prima di tutto politici, sociali, sociologici, una capacità unica di analizzare, scrivere, rintracciare tendenze sotto i fatti. Come Gobetti era innamorato del teatro, che recensiva, occasionalmente, sempre attento a cogliere i risvolti politici e sociali degli spettacoli. Di recente questa passione lo aveva portato a scrivere testi per la scena, in un attivismo che era dialogo, dal vivo, con i fenomeni, con le persone, con i movimenti.   Era nato a Taranto quaranta anni fa. Si era formato nell’ambiente cattolico, come scrive in un pacato e commovente ricordo il padre; era stato scout da giovanissimo, poi impegnato nella Caritas della città dei due mari, poi in Albania. Scrive ancora Stefano Leogrande: “come giornalista e scrittore si è impegnato in...

Il mondo è abitabile perché non è tutto abitato / Conza ci insegna il vuoto

Intorno al mio paese ci sono paesi che il tempo si sta mangiando e c’è Conza. Non so bene che gli sta succedendo a questo paese dove c’è solo un ristorante e un paio di case dove vivono i migranti. Stamattina sono venuto a Conza, ma non ho fatto quello che faccio sempre, non ho scavalcato il cancello, non sono andato verso la cima del paese dove c’è il campo sportivo. Mi sono fermato sotto, dove hanno speso dei soldi per mettere lampioni e panchine. E ho fatto una cosa molto poco paesologica: sono stato qui sempre al telefono, come se un medico visitasse un paziente mentre fa una telefonata. Ma si può essere scorretti col proprio mestiere, almeno ogni tanto. E nonostante le due lunghe telefonate, io Conza l’ho vista bene pure oggi. E ho avuto pure la fortuna di fare una bella foto. Quando si entra nelle vecchie case abbandonate si può sempre fare qualche bella foto. Oggi un lembo di tenda, con gli stessi colori degli alberi dietro la finestra. E poi la luce del sole al punto giusto. Se una giornata fosse una fotografia, questo è il punctum della giornata.    A un certo punto mi sono messo su una delle panchine nuove e ho deciso di starmene lì piuttosto che andare a...

Conversazione con Adelita Husni-Bey / Per un’arte radicale

Fred Moten e Stefano Harney nel libro The undercommons (2013) sostengono che nelle democrazie occidentali neoliberiste lo “studio”, inteso come istruzione impartita da un’istituzione, è un atto individualistico e performativo che mira a mantenere invariate le classi sociali esistenti. Se invece riuscissimo a trasformarlo in atto di cooperazione tra persone diverse, permetterebbe la costituzione di ciò che ci accomuna e che si costruisce dal basso: gli “undercommons”, ovvero di quei comportamenti antagonisti al behaviour imposto dalla società neoliberista, capaci di sottrarci dal condizionamento di quest’ultima, inducendoci a immaginare realtà alternative basate sul prendersi cura l’uno dell’altro. A dimostrarlo è il lavoro della giovane artista Adelita Husni-Bey che non a caso ha scelto un passo tratto da The undercommons, quale epigrafe del suo portfolio.   Adelita nasce a Milano nel 1985, ma dai sette ai tredici anni si trasferisce con la famiglia in Libia, essendo quello il paese di origine di suo padre. Nonostante quindi il trasferimento non sia dettato da alcuna esigenza economica, sociale o lavorativa, ma sia in un certo senso naturale, quell’esperienza genera in lei...

Le nostre vite / Gli alter ego

Nell’abisso dei pensieri privati di ciascuno di noi si è immaginato un alter ego, un solo “altro me stesso”, e invece nella nostra mente abita una folla di alter ego, numerosi come gli dei dell’Olimpo, i semidei delle leggende pagane, e oggi dei romanzi saga, dei serial TV, dei fotoromanzi, dei fumetti...   Occorre dunque fare un po’ d’ordine. Fate che ci abbiamo dentro un intero sceneggiato televisivo, quello della nostra vita, arrivato, per dire, alla ventiduesima serie, che non è ancora finito. Infatti, l’ultima è in onda, non siamo morti. E ognuna delle serie consta di dieci o più puntate, divise in aneddoti, e questi, a loro volta, in ciak cinematografici. Magari ci potessimo ricordare tutto di fila, ma la nostra memoria non funziona così. Noi non siamo né il regista né lo sceneggiatore, dei quali anzi si nutrono crescenti sospetti che non esistano affatto. E, questo è il bello, ognuno di noi ha il suo proprio serial e la nostra vita di relazione consiste soprattutto nel confrontarli con quelli degli altri, dare il peso dovuto a questo o quell’aneddoto, trovarne le ragioni profonde: di qui scaturiscono amori, legami, amicizie, solidarietà, inimicizie, livori,...

Volume numero 38 / Primo Levi

Settanta anni fa usciva a Torino presso un piccolo editore, De Silva, il primo libro di un giovane chimico. S’intitolava, come tutti oramai sanno, Se questo è un uomo. Era l’opera di uno sconosciuto aspirante scrittore, che raccontava agli italiani la vicenda dei campi di sterminio nazisti dove erano morti milioni di persone: ebrei, antifascisti, zingari, omosessuali, militari; uomini, donne e bambini, sterminati dalla macchina tedesca con metodo industriale. In questi sette decenni trascorsi da allora questo libro si è trasformato in un classico della nostra letteratura, uno dei libri più letti, commentati e amati dai lettori, tradotto in innumerevoli lingue. E dire che Primo Levi aveva esordito con fatica, respinto da alcuni importanti editori, come racconterà molto dopo, tra cui Einaudi, la casa editrice che l’annovera oggi tra i suoi autori maggiori. Com’è potuto accadere che questo volume, riprodotto su una carta povera del Dopoguerra – era il 1947 – sia divenuto un testo fondamentale? Lo racconta qui «Riga» ripubblicando le più importanti recensioni uscite da quell’anno al 1988, poco dopo la scomparsa di Primo Levi e la pubblicazione di un altro libro fondamentale, I...

Fuoricampo / Caravaggio contemporaneo

Mai come oggi tanto attuale, Caravaggio. Ben più che attuale, se con questo termine si intende semplicemente “corrente”: contemporaneo. Per contare gli eventi dedicati, solo nel corso degli ultimi anni, al pittore di origine lombarda, non basterebbe un articolo intero. Di sicuro, non bastano tutte le dita delle mani che si trovano nei suoi dipinti, del resto quasi sempre impegnate a stringere un corpo, a sperimentare i limiti del senso del tatto, oppure a indicare qualcosa di indeterminato, qualcosa di ambiguo, presente, da qualche parte, nel visibile o nell’invisibile.    Caravaggio, La madonna del rosario, dettaglio. Limitandoci a due esempi recenti, si pensa prima di tutto alla mostra Dentro Caravaggio, inaugurata il 29 settembre a Palazzo Reale di Milano, dove dipinti come Salomé con la testa del Battista (1607 o 1610) e San Francesco in estasi (1597) sono esposti fianco a fianco con le loro radiografie, che invitano lo spettatore a scoprire la stratigrafia creativa dell’opera d’arte. In secondo luogo, si può ricordare la serie di dodici puntate, trasmessa su Rai 5, La vera natura di Caravaggio (2017), ideata e condotta da Tomaso Montanari: una puntuale...

Massimo Bucciantini / Un Galileo diviso nella Milano del boom

Nella pedagogia progressista degli anni Settanta era quasi inevitabile che genitori e insegnanti ci spedissero ad assistere a uno spettacolo del Piccolo Teatro. Si cominciava alle elementari con l’Arlecchino servitore di due padroni a cui seguiva, più grandicelli, La tempesta o I giganti della montagna piuttosto che un Brecht a scelta. Per noi il Piccolo era, con una crescente insofferenza, “il” teatro della città, anche se l’attesa per la nuova sede – i lavori durarono quasi vent’anni – fu il simbolo di un periodo di declino della città. Nel frattempo avevano fatto in tempo a morire Paolo Grassi (1919-1981) e Giorgio Strehler (1921-1997), i dioscuri che avevano fondato il teatro nel 1947, mettendo in scena L’albergo dei poveri di Massimo Gor’kij nel fervore della Milano che rinasceva dalle macerie. Erano entrambi giovanissimi, ma non privi di esperienza. Strehler aveva cominciato negli anni di guerra e nell’esilio svizzero a scrivere di teatro e a proporre gli spettacoli dei nuovi autori della drammaturgia internazionale.   Antonio Greppi, il sindaco socialista della Liberazione di Milano, aveva invece incaricato Grassi, critico teatrale de «L’Avanti», di celebrare il 14...