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Memoria

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Mafia in Emilia / Saluti da Brescello

Sulla scena le statue in bronzo di Peppone e Don Camillo. Per intenderci, quelle che si fronteggiano a grandezza naturale in Piazza Matteotti a Brescello, provincia di Reggio Emilia. Sono lì dal 2001, opera dello scultore Andrea Zangani: Don Camillo sorridente, la chiesa di Santa Maria Nascente alle spalle, tonaca sacerdotale e cappello da parroco in testa, la mano destra alzata in segno di saluto, nella sinistra un libro, probabilmente il suo breviario, Peppone dal lato opposto della piazza, il municipio alle spalle, fazzoletto al collo, la mano destra, che tiene il cappello, alzata in segno di saluto. In Piazza si fronteggiano e si salutano, qui invece sono voltate entrambe verso gli spettatori, e pare che stiano salutando proprio loro. O è un’illusione?   Una luce lunare. Notturno con nuvole.   Entrambi su un piedistallo. Il sorriso di Don Camillo comincia piano a sciogliersi, a tramutarsi in un ghigno sofferente, poi ritorna sorridente, come per forza di volontà, ma si vede che non ce la fa, allora guarda verso Peppone che invece il sorriso ce l’ha stampato in faccia, anzi no, meglio, diciamo scolpito, proprio come deve essere il sorriso di una statua. Don Camillo...

I libri che hanno cambiato la storia / Possiamo fare a meno delle monografie?

In questo periodo, si è scritto molto a proposito dell’anniversario della rivoluzione russa avvenuta nel 1917. Ma questo importante evento sociopolitico non avrebbe probabilmente avuto luogo se Karl Marx non avesse pubblicato esattamente cinquant’anni prima un saggio teorico fondamentale come il primo volume del Capitale. I saggi monografici rilevanti, infatti, possono modificare e addirittura sconvolgere il processo evolutivo delle società. Basti pensare, ad esempio, alla potente forza di cambiamento culturale e sociale manifestata da un saggio estremamente importante come L’interpretazione dei sogni di Sigmund Freud. Oppure a ciò che hanno causato altri innovativi saggi pubblicati tra gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta del Novecento: Miti d’oggi di Roland Barthes, Apocalittici e integrati di Umberto Eco, Gli strumenti del comunicare di Marshall McLuhan.    Un saggio monografico può dunque dare vita a una potente forza di cambiamento della società. L’evoluzione del pensiero scientifico ma anche della cultura sociale non ha potuto prescindere nella storia della modernità da questo strumento di elaborazione teorica. Eppure oggi stiamo progressivamente rinunciando a...

Il mondo salvato dai ragazzini / Stranger Things nei favolosi anni Ottanta

Stranger Things, la serie prodotta e diretta dai gemelli Duffer e da Shawn Levy, è come una torta ricoperta di canditi: i giovani scrittori-registi hanno scelto gli anni Ottanta della loro primissima adolescenza per farcire la loro complex tv di canditi omaggi e rimembranze cinematografiche. Nella consueta cittadina della provincia americana «dove non accade mai nulla», tra casette in legno, boschi e basket nella palestra della middle school scopriamo che annidato nella centrale elettrica c’è un agghiacciante segreto; i soliti scienziati pazzi e criminali, per mandato occultato del solito Esercito, rapiscono e trasformano in cavie bambine (non bambini: si sa, le bambine sono ormai più intelligenti dei maschi dagli anni Ottanta) con poteri speciali.     La protagonista è 011, Eleven, rapata come Natalie Portman in V per Vendetta dei fratelli Wachowski e detenuta in questo manicomio pre-Basaglia, interpretata da una nuova Shirley Temple, la tremenda, prodigiosa ministar Millie Bobby Brown. El (come la soprannominano i quattro ragazzini-moschettieri che la incontrano dopo la sua fuga) è telecinetica: sposta le cose, con garbo o con violenza, e sperimenta la capacità di...

Terremoto / Appennino in movimento, oltre le macerie

Il terremoto è un frullatore. Ha rotto case, scuole, strade, ospedali, montagne. E ha rotto anche il tempo. C’è un prima, ma non c’è ancora un dopo. Il prima è nei ricordi, il dopo è troppo difficile da immaginare quasi che le nuvole di polvere alzate dal sisma non si siano ancora posate e non lascino intravedere oltre. Il presente, l’oggi, è confuso. Il terremoto ha frullato l’Appennino e le teste dei suoi abitanti, creando rassegnazione, disperazione e rabbia. Però sta anche producendo energie tra chi scopre di appartenere a un luogo, a un territorio più di quanto avesse mai sospettato, tra chi – nonostante tutto – vuol restare attaccato a questa catena di montagne, di sicuro l’unica catena che può dare libertà e felicità.  Qui, dunque, tutto è stato rimescolato. Non tornerà mai come prima, ma non è detto che sia un male assoluto.   Perché? Com’era prima? Quando nell’agosto del 2016 la terra ha iniziato a tremare tra Lazio, Marche e Umbria, nelle regioni appenniniche tirava già una brutta aria. Abbandono e spopolamento delle terre alte sono roba vecchia: la gente sta andando...

Una storia europea occultata e dimenticata / Mariupol e l’oblio della storia

Sie kam aus Mariupol, Veniva da Mariupol, l’ultimo libro di Natascha Wodin, che ha ottenuto quest’anno il premio della Leipziger Buchmesse, tocca uno dei capitoli più oscuri e meno indagati della storia della Germania nazista, quello della deportazione dei lavoratori coatti dall’Est Europa, della loro discriminazione nel dopoguerra e del loro successivo mancato risarcimento, chiamando in causa quindi la più ampia questione della responsabilità storica della Germania, oggi quanto mai politicamente attuale. Wodin è una scrittrice ucraina di lingua tedesca, di una generazione di scrittori transnazionali che precede quella che recentemente ha dato vita a una letteratura europea che travalica le ‘comunità immaginate’ delle nazioni. In Germania, a partire dalla svolta del millennio, questi scrittori hanno occupato sempre più stabilmente il panorama editoriale, cambiandone gli equilibri e imponendosi sul mercato e nelle competizioni letterarie più importanti in modo forse unico in Europa, anche tenendo conto che la letteratura tedesca non ha una produzione di stampo postcoloniale come quella inglese o francese.   Forse proprio perché, come diceva Thomas Mann, la Germania è sempre...

Post-mortem dell’autore / Umberto Eco tra Nani e Giganti

La morte dell’autore: espressione coniata cinquant’anni fa da Roland Barthes, assai discussa da studiosi di letteratura, critici, semiologi, filosofi, ma ormai usurata, stanca, fortemente indebolita dal tempo e dall’età. Per Barthes, si sa, “non appena comincia a scrivere, l’autore entra nella propria morte”. L’atto di scrittura, abolendo ogni idea di soggetto individuale, di genio creatore e, con ciò, di proprietà dell’opera, afferma piuttosto la persona linguistica, la soggettività come effetto di senso del testo. Se io è sempre e soltanto chi dice “io”, autore è chi, alla fine, l’opera decide di eleggere come tale, con tutte le finzioni e le credenze del caso. Da Mallarmé a Proust, da Blanchot a Benveniste, è tutto un recitare inni funebri, peraltro euforici, verso ogni residuo di romanticismo, ogni ingenua volontà d’espressione di sé. Ma l’autore ha comunque trovato un suo strenuo rifugio, dove la tragedia, comme il faut, si fa farsa: è quello dei media, mai stanchi di vendere eroi per un giorno, figli illegittimi di geni-brand un tanto al chilo. La televisione, il cinema, la letteratura, i giornali, il web sono strabordanti di autori d’ogni ordine e grado, geni ipercompresi...

Che cosa è reale? / I mondi di Philip K. Dick

Il mondo del cinema ha presentato alcune novità che non sono passate inosservate. A ottobre è arrivato sugli schermi italiani Blade Runner 2049 e proseguirà la programmazione della serie The Man in the High Castle, in italiano La svastica sul sole, visto il successo della prima. Non basta: la coppia Amazon–Channel 4 avvierà la realizzazione di una serie dal titolo Electric Dreams, il cui primo titolo sarà The Hood Maker, in italiano Il fabbricante di cappucci. Queste realizzazioni hanno un denominatore comune, l’ispiratore. Si tratta di Philip K. Dick che, pur essendo morto nel 1982, ha continuato e continua ad essere presente al cinema e alla tv con le sue opere complete o con semplici frammenti. Tra le più famose: il già citato Blade Runner del 1982, tratto dal racconto Ma gli androidi sognano le pecore elettriche? (su cui di recente è uscito il volume a cura di Vanni Codeluppi, la cui introduzione è pubblicata su questo sito), Atto di forza del 1990 e poi del 2012, tratto dal racconto Ricordiamo per voi, Urla dallo spazio del 1995, tratto dal racconto Modello Due, Truman Show del 1998, tratto dal romanzo Tempo fuori luogo, Minority Report del 2002, tratto dal racconto Rapporto...

15 novembre 1917. Perché leggere ancora Durkheim? / Non finiremo di ammalarci d’infinito

Émile Durkheim, il padre nobile e fondatore della sociologia come scienza e disciplina accademica, meglio noto come l’autore de Il suicidio, moriva cento anni fa, nel novembre 1917, quando, da alcuni mesi, era sbarcata la prima divisione americana in Francia e, da una settimana, i bolscevichi avevano assaltato il Palazzo d’Inverno. Una guerra maledetta, la Grande Guerra, perché gli aveva strappato l’affetto più caro, nel dicembre 1915: il figlio André, promettente studente di filosofia alla Normale di Parigi. E, a causa del dolore, Durkheim, in preda ormai alla depressione, non gli sopravvivrà oltre un paio di anni. Sono molte le grandi correnti culturali nel Novecento nelle quali è facile rinvenire un debito o un’ispirazione nei confronti del suo imponente lascito teorico e concettuale, al di là del solco positivista in cui esso è maturato: la sociologia funzionalista di Merton e Parsons, la linguistica di Saussure, la psicoanalisi di Lacan, l’antropologia culturale di Mauss e di Lévi-Strauss. Perché leggere ancora Durkheim, allora? Per almeno due ragioni.    In primo luogo, ci fa capire la natura fondamentalmente sociale di tante angosce, ansie, apatie o stati di...

Speciale Appennini / Cospaia

Nata sull'appennin rozza la vedi / Senz'arti e studi pel natio squallore, / Ma di frugale libertà gli eredi, / Han candida la fede, e bello in cuore   28 giugno 1826, il giorno della fine. In un sonetto dedicato a Papa Leone XII queste righe, scritte con deferenza e sincerità certificano la fine di una incredibile storia che ha attraversato quattro secoli rimanendo confinata nei tre chilometri scarsi di lunghezza di quella che fu conosciuta come Repubblica di Cospaia.   Una minuscola chiesa sulla cresta di una collina resa più dolce dal panorama attorno e dal sorriso di chi ci vive e ti accoglie cancellando il ringhio di qualche cane che mostra i denti oltre il cancello. Dalle punte degli appennini irregolari e scure alle valli e pianure a coltivazione. Così è oggi e così era anche allora. E chi ha forza di immaginarla, sei secoli fa, dominata dalla natura e da leggi degli uomini in continuo mutamento, non può evitare un brivido di paura e un profondo rispetto per quelle vite, nate e radicate lassù come querce. Basta uno sguardo, anche svogliato per trovare immediatamente gli appennini, e serve poca immaginazione per sentirli duri, ancor più inaccessibili di quanto non...

Da domani in libreria / I racconti di Paolo Zanotti

Come nei romanzi di Paolo Zanotti, anche nei racconti di L’originale di Giorgia (Pendragon, 2017) si trova una situazione ricorrente: c’è una banda di ragazzini in cui circola la stessa energia fantastica e sentimentale, che ha come fonte o calamita un personaggio femminile vagheggiato, trasfigurato, stilnovisticamente imprendibile. I protagonisti zanottiani serbano il sapore intatto di una speranza “che non è per loro”, e che oggettivano in sorelline immaginarie o bambine bonsai. Queste compagne con le guance pescose e le ginocchia sbucciate profumano di prato, di latte, di manga e di un tempo che non è mai attuale. L’inesistenza, gli avatar illusori, l’ibernazione e il sogno le allontanano in un’utopia retrospettiva. Ma ecco che allora, specularmente, anche la banda maschile si congela: resta fissata a quell’icona, all’aura della realtà preadolescente che la emana. Crescere, studiare, accumulare esperienze culturali o erotiche, scegliersi una fidanzata o un mestiere sono cose che si fanno e riferiscono in due righe, con un’alzata di spalle. L’evoluzione dallo stato infantile, potenziale, è infatti appena un malinconico travestimento: «Mi laureai e trovai un lavoro di copertura...

Una modernità senza paletti / Davide Mosconi: moda, arte, pubblicità

Le foto “d’epoca” di Davide Mosconi, alcuni autoritratti in particolare, ci restituiscono l’immagine di un personaggio all’americana: il dandy che lavora freneticamente per alimentare un mondo leggero, persino superficiale, fatto di lunghe sessioni fotografiche tra una diva e una frequentatrice della Factory, tra una chiacchierata sulla moda e un’ubriacatura al bar. Quel mondo fatto di fama e ore piccole che doveva aver assaggiato, in seconda fila, lavorando come assistente nello studio di Richard Avedon, e che avrebbe riportato nel nuovo contesto della Milano da bere. Eppure, come le mostre della Galleria Milano avevano già dimostrato negli anni scorsi, dietro questa figura all’ultimo grido si nascondeva un artista concettuale profondo e sofisticato, che guardava da fuori, e criticamente, a quel mondo, del quale cercava di sfruttare le precarie possibilità di sostentamento economico, nonché il potenziale riutilizzo entro le dinamiche dell’arte.   Quello che risulta evidente, infatti, anche solo sfogliando rapidamente il nuovo libro di Elio Grazioli, o visitando la mostra presso la Galleria Milano, è come Mosconi lavori in questi due ambiti senza creare gerarchie tra di essi...

«Non sono una macchina» / Borg, McEnroe e la dialettica del controllo

Negli anni Settanta Björn Borg era il Re del Mondo. In quei pomeriggi infiniti in bianco e nero, sul palinsesto Rai, le sue vittorie a ripetizione a Wimbledon (all’epoca l’unico grande torneo di tennis che venisse trasmesso) – un inginocchiamento sull’erba dopo l’altro, immutabile e imperturbabile come una statua in movimento – si mescolavano, per me, alla serie televisiva Attenti a quei due (The Persuaders!), con Roger Moore e Tony Curtis. Indimenticabile in particolare la sigla, con la musica di John Barry che scandiva le biografie parallele dei due protagonisti, il Lord britannico (tutto Oxford, Ascot e bon ton) e il Parvenu americano (tutto Bronx, palazzine e petrodollari), destinate a ricongiungersi in età adulta. Il Borg ’79 era invece Principio Unico, Primo Motore Immobile, l’Ente Parmenideo. Ma era come se il suo inconscio già covasse, come nel Simposio platonico, la penìa della sua Metà Divisa, del Doppio Opposto destinato a metafisicamente completarlo.     Borg McEnroe, del regista danese Janus Metz Pedersen, comincia nel più ovvio dei modi, proprio come la sigla di Attenti a quei due: col montaggio alternato delle biografie a specchio dei due gemelli-...

La forza di un'intesa / Uomini che corrono coi lupi

Chiedersi perché i neandertaliani si sono estinti e i primi uomini moderni no, potrebbe non sembrare un tema d'attualità. Invece, non è soltanto intrigante, come tutti i misteri, ma ci svela qualcosa di importante che riguarda il nostro presente e ancor più il nostro futuro. Ce lo spiega l'antropologa americana Pat Shipman, ex-docente alla Penn State University, stimata tra i maggiori esperti mondiali di fossili, nel suo saggio Invasori. Come gli umani e i loro cani hanno portato i Neanderthal all'estinzione (Carrocci editore). Un motivo importante per cui i neandertaliani e il loro destino meritano un'attenzione particolare è che, grazie a loro, abbiamo scoperto di non essere gli unici appartenenti al genere homo mai comparsi sulla Terra. Né, ovviamente, i primi. Al contrario, siamo gli ultimi. Un fatto inquietante, dalle molte implicazioni.   Gli uomini di Neanderthal, che hanno vissuto per centinaia di migliaia di anni in un territorio che spazia dalla Spagna alla Russia e al Kazakhstan, dal Galles al Medio Oriente, sino a trentamila anni fa (millennio più millennio meno), avevano un genoma quasi identico al nostro. Le popolazioni moderne, esclusi gli africani (che se...

Chi fa da sé, fa per tre. Cioè per tre like. / Neanche Nessuno si salva da solo

La Catalogna si stacca. Il Veneto ci prova ad allontanarsi: rivendica lo statuto speciale. E perché non il Lazio allora? Perché la Calabria no? O anche perché non Roma? Città a statuto speciale. Perché il proprio paese di 40.000 abitanti no? In fondo la capitale succhia tutto… Vogliamo 20 regioni a statuto speciale. Vogliamo l’Italia nazione a statuto speciale in Europa. Bramiamo l’Italia dei Comuni, l’Italia spezzatino del 1250 col capitalismo istallato di default. Come riporta Bauman nel suo ultimo saggio Retrotopia (Laterza), in un articolo del 2016 sul “Boston Review” Ronald Aronson scrive:   Ci fu un momento in cui i lavoratori capirono che facendosi valere collettivamente potevano migliorare le proprie condizioni; ora, invece, gli stessi lavoratori si rendono conto che la scelta migliore che possano fare è proteggersi da soli. Per chi pensa solo a sé stesso, le esperienze di classe e la solidarietà sono impossibili e irrilevanti. Come dice [Steve] Fraser, quando l’unico possibile ambito di miglioramento è l’io, quando agire collettivamente non offre alcun vantaggio, la coscienza collettiva appare «stolta, ingenua, svampita o, al contrario, immorale e sediziosa». E non...

Quattro giorni dopo questa intervista verrà trovata morta / Faccio solo quello che voglio fare

Settembre 1970   Nel maggio del 1970 Janis Joplin e il suo nuovo gruppo, la Full Tilt Boogie Band, hanno cominciato una tournée che la critica ha accolto con molto favore; in settembre si trovano a Los Angeles in studio. Ma a dispetto del successo e del suo entusiasmo per la band, la Joplin sta vivendo un momento di grave confusione esistenziale; lo ignorano perfino molte persone a lei vicine, ma ha ripreso con l’eroina. L’album che sta registrando, Pearl, rimarrà per nove settimane in testa alle classifiche, ma la Joplin non potrà godersi il successo: quattro giorni dopo questa intervista verrà trovata morta per overdose in una stanza di motel.   [La Joplin è al telefono da Los Angeles]   SMITH: Ho sentito che stai facendo un disco nuovo. JOPLIN: Sì, ci sono su più o meno da un mese, ormai. Sta venendo proprio bene. Mi piace il mio produttore, è proprio il tipo che ci vuole per me. SMITH: Chi è che produce? JOPLIN: Paul Rothchild. SMITH: Non avevate mai lavorato insieme, prima? JOPLIN: No, mai. Però lo conosco da un sacco di tempo, e stiamo andando alla grande. Ci sa fare molto, in studio, ci aiuta tantissimo. SMITH: A che punto siete con l’album? JOPLIN: Dipende...

L’autonomia della fotografia / Tempo e memoria nelle immagini di Roberto Toja

  Cos’è lo scorrere del tempo? Nella Berlino riunificata, a ormai quasi trent’anni dalla caduta del muro, ciò che attrae il visitatore non è la parte occidentale il cui aspetto commerciale la rende omologata alle altre metropoli europee. Ad affascinare è quella parte orientale che per lungo tempo è rimasta immersa in un’atmosfera immobile dalla quale emerge una storia che ha toccato molti e che porta ancora i segni della Guerra fredda e della dominazione sovietica.   Questa parte della città è oggi inequivocabilmente il segno distintivo di Berlino. Rappresenta la rivincita di un luogo a lungo confinato dietro un muro culturale e politico oltre che fisico. Chi oggi visita Berlino rimane affascinato proprio dalla zona est, a dimostrazione di quanto la memoria sia un elemento persistente, tanto da far scattare il desiderio di voler essere testimoni di ciò che è accaduto. Questo aspetto introduce le motivazioni che hanno spinto Roberto Toja a recarsi a Berlino e che traspaiono molto chiaramente dalle fotografie raccolte nel libro Warum die zeit? (MFD Edizioni, 2017). Non la semplice volontà di documentare con un reportage l’attualità della vita, certamente più complessa...

Ma perché proprio Pasolini? / Pier Paolo Pasolini come caso di ascesa sociale

Anch’io come innumerevoli altri appartengo alla setta. Sono uno dei tanti adepti. Pratico il culto pasoliniano. Mia moglie dice che P.P.P. è ormai come uno di famiglia, tanto lo cito, a proposito o (sempre secondo mia moglie) a sproposito. Le stesse cose, più o meno, diceva mia madre a suo tempo. Sono infatti un fedele di lunga durata. E di rigorosa osservanza. La notte tra il primo e il due novembre, per me e tutti gli altri aderenti al folto gruppo di devoti, non è solo la notte tra i Santi e i Morti, ma è, soprattutto, il punto di passaggio tra la mortalità e la santità di P.P.P., celebrato ogni anno e per nulla sbiadito dal trascorrere del tempo, da quel fatidico 1975. Anzi vivificato sempre più nel ricordo, quasi (o senza quasi). Ma perché proprio Pasolini? Per quale motivo, questo poeta, romanziere, saggista, regista, uomo di teatro, polemista e personaggio pubblico controverso, criticato, osteggiato, odiato e persino perseguitato in vita, è stato pressoché divinizzato dopo morto?   Me lo sono naturalmente chiesto anch’io. Ce lo chiediamo in parecchi. Sulle prime, la risposta ho creduto di trovarla nella teoria sacrificale di Walter Burkert, quella esposta in Homo...

Foto Industria / Etica ed estetica al lavoro

Quest’anno la rassegna “Foto Industria”, organizzata a promossa dalla Fondazione Mast, giunge alla terza edizione. A Bologna si possono vedere quattordici mostre nei palazzi storici più belli della città e il tema è il lavoro. Quali sono le aspettative che il nostro sguardo esige da altri sguardi? Stiamo osservando ciò che vediamo o ciò che vorremmo vedere? La risposta sta nelle parole che Alexander Rodchenko rivolge a se stesso verso la fine degli anni Venti: “Mi interessa a tal punto il futuro, che voglio vederlo subito, con qualche anno di anticipo”. Le aspettative non sono cambiate: ogni spettatore nelle immagini fotografiche vorrebbe vedere il futuro, o almeno intuirne la forma. Questa mostra sembra offrirne la possibilità. Ma andiamo con ordine.   Rodchenko fotografa il mondo della fabbrica con lo sguardo di chi ha una smisurata fede nella produzione e nella possibilità di una trasformazione “costruttiva” della vita. Il lavoro può generare un cambiamento, allo stesso modo delle potenzialità racchiuse nel modo di produrre le immagini: ampliamento del campo visivo, distorsione dell’obiettivo, vedute dal basso, dall’alto, in diagonale. Qui l’etica e l’estetica, evocate...

Anarchismi / Lavori sulla Verità (il Monte)

Splende il sole sulle montagne e sui corsi d’acqua del Ticino: le boutiques presentano le firme più accreditate, ricchi pensionati con le loro badanti blasonate passeggiano, camminatori in abito da montagna vanno e vengono, con zaino e bastoni da cammino. Sopra ad Ascona si trova uno dei centri nevralgici del Novecento: il Monte Verità, fondato nel 1899 dal milionario Henri Oedenkoven con un gruppo di persone che come lui sentiva acutamente il peso del disagio della civiltà. Scopo della comunità era abolire le regole del vivere borghese: vegetarianesimo, nudismo le soluzioni proposte per risolvere uno stato di artificiosità ormai intollerabile. Oggi la bandiera svizzera sventola sull’albergo Bauhaus costruito da Carl Weidermeyer, un gioiello razionalista che la pubblicità degli anni ’20 associava al Budda, proponendo un luogo moderno di meditazione e rigenerazione.   Il ristorante va a pieno regime, potendo offrire una terrazza mozzafiato sul lago Maggiore, e si susseguono incontri di yoga e conferenze sulla spiritualità orientale. Dopo molti anni di chiusura (otto circa) questa estate ha riaperto il museo di Casa Anatta, creato genialmente negli anni ’70 da Harald Szeemann...

Sicurezza sociale per il fare comune nel mondo / Uberizzazione dell'economia

Né rimpianti né ortodossie potranno aiutarci ad affrontare seriamente le esigenze dell’universo del lavoro contemporaneo. Tali posture, per quanto comprensibili, rischiano di spingere verso battaglie inefficaci e drammaticamente segmentate, incapaci di coagulare largo consenso attorno a sé. Non ricompongono il quadro e, a ben vedere, si fermano alla descrizione, un po’ querula, della fase perdente del lavoro salariato e subordinato. Osservare questo vuole dire osservare solo lo sfondo, tra l’altro in progressiva e incontrovertibile contrazione, e soprattutto vuole dire bloccare sotto un grumo di nostalgia la differente soggettività politica dei nuovi lavoratori e delle nuove lavoratrici, a partire dal fatto che non si riconosce la manifesta mutazione della nozione stessa di lavoro, uscita ormai completamente da cardini e binari noti, sessualmente connotati, per allargarsi, tra tensioni e contraddizioni, ad altri possibili campi semantici ed epistemici che descrivono le diverse forme dell’agire umano nel mondo (fare, attività, creazione, prestazione, relazione, iniziativa…). Si parte, insomma, da un abuso del linguaggio – la maggioranza delle donne questa storia la conosce assai...

Una conversazione / Guido Guidi. Prendere contatto con le cose

Guido Guidi (Cesena 1941) è tra i più importanti autori contemporanei. Come Luigi Ghirri ha tracciato linee di ricerca del tutto inedite partendo dall’insegnamento di Paul Strand, ma anche dalla letteratura, dall’arte di Piero della Francesca portandolo ad una metodologia di lavoro che si basa sulla reiterazione dello sguardo. Lo abbiamo incontrato in occasione della mostra Paul Strand e Cesare Zavattini. Un paese. La storia e l’eredità per Fotografia Europea 2017 a Reggio Emilia.   Agosto – settembre 2017   Laura Gasparini: Di recente Gianni Celati ha affermato che alla base delle ricerche Viaggio in Italia del 1984 e di Esplorazioni sulla via Emilia del 1986 c'era il concetto di “qualsiasità” di Zavattini. Tu, insieme a Luigi Ghirri, Olivo Barbieri e altri fotografi della tua generazione avete declinato questo aspetto del pensiero zavattiniano in modo del tutto originale. Potresti parlarmene dal tuo punto di vista? Guido Guidi: 6 agosto 2017, ieri a cena, Vittore Fossati suggeriva, ironicamente, di sostituire il lessema “qualsiasità” col più attuale “qualunquemente”. Da parte mia propongo la sostituzione col pasoliniano “cose da nulla”. Dionigi l’Areopagita...

Narrativa contempoanea e mito / Gli dei della Grecia sono tra noi

Gli dei della Grecia sono ancora tra noi. Leggende, miti e tragedie ispirate alle epopee omeriche sono intrecciate alle nostre vite quotidiane, ritrovate nei nomi di prodotti e di alberghi, nelle facili interpretazioni da psicologia spicciola e tra le sfere celesti. Il pantheon greco ha forgiato la nostra mentalità. L’Iliade e l’Odissea sono alle origini della nostra letteratura, reinterpretate e riscritte a cominciare da Eschilo per arrivare a James Joyce. E anche se gli inquilini del Monte Olimpo hanno vissuto altalenanti fortune attraverso i secoli, messi in castigo soprattutto dall’Illuminismo, in questa stagione letteraria fanno di nuovo capolino, impastando di nuovo i loro archetipi e le loro trame nel nostro presente.   Sarà solo una singolare coincidenza, ma in questi mesi sono stati pubblicati tre romanzi che tornano a rileggere i miti della tragedia greca: La donna dai capelli rossi di Orhan Pamuk, ossessionato dalle tematiche del parricidio dell’Edipo Re; House of Names dell’irlandese Colm Toíbín, che riscrive nel linguaggio contemporaneo la trilogia dell’Orestea; e Home Fire di Kamila Shamsie, che propone una rilettura dell’Antigone ambientata tra la Londra dei...

“Signori Deputati, non azzardatevi a toccare il 7 novembre!!!” / 7 novembre. Rosso

Den’ sed’mogo nojabrja / krasnyj den’ kalendarja. / Pogljadi v svoe okno, / vse na ulice krasno!   Prima di tradurre e commentare la poesiola che fa da incipit a questa pagine è necessaria una breve precisazione per chi non abbia familiarità con la lingua russa. L’aggettivo krasnyj, che oggi significa rosso, aveva come accezione primigenia il concetto di bello. I versi del poeta Samuil Maršak, presenti su ogni libro di lettura per le scuole elementari e noti a ogni bambino o ex bambino sovietico, giocano su questo doppio valore semantico. La giornata del 7 novembre, è una data “rossa” del calendario. Guarda dalla tua finestra, fuori tutto è “rosso”.   Giornata di un rosso politico comunista, certo, ma anche bella e festosa, come la lingua russa permette di intuire a chi la conosca. Perfetto per celebrare una delle feste più importanti, sentite e gradite per i cittadini sovietici, almeno fino a un certo punto della loro storia.    Il 7 novembre è un giorno rosso del calendario. In assenza di posta elettronica e internet, con le comunicazioni telefoniche non scontatamente garantite, il ricorso a biglietti e cartoline era grande (come nell’arcaica Italia del...

7 novembre 1867 - 7 novembre 2017 / Marie Curie. Radio e Polonio

Una volta un'amica mi raccontò di un collega (maschio) che entrato in una stanza dove si trovavano sei colleghe (femmine) domandò: "Ah siete sole?". "No", rispose una di loro, "te sei solo, noi siamo sei". L'aneddoto mi è sempre sembrato esilarante. E tragico: per lui intendo, poveretto. Come un ventriloquo che si ascolti uscire di bocca cose turche, quanto si sarà sentito stupido da uno a cento? Eppure facevano tutti e sette parte di una categoria composta non certo di stupidi ma anzi di cervelloni: erano infatti degli studiosi di fisica. Gente che avrà magari la testa tra le nuvole, ma dovrebbe saper contare. Invece il protagonista di questa scena, spinto da forze collettive a lui superiori, aveva cancellato perfino il ricordo del pallottoliere di fronte alle sei donne sole che lo guardavano allibite. A sua parziale giustificazione bisogna riconoscere che in effetti non era solo, quando si è affacciato nella stanza dove si trovava il gruppetto solitario di colleghe. Dietro di lui premeva una folla di antenati a dir poco illustri: Francesco Petrarca, per esempio, il fondatore della soggettività lirica della cultura occidentale. In un famoso sonetto del suo Canzoniere...