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Memoria

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Il Sessantotto di chi non c'era / Intervista a mia madre sul Sessantotto

Mentre mia sorella, mia moglie, mio cognato e i bambini mangiavano i bignè, a mia madre ho detto: “Sediamoci sul divano”. Glielo avevo preannunciato al telefono: “Ti farò due domande sul Sessantotto, mi racconterai quello che ricordi, niente di impegnativo”. Ma la sola idea l’aveva messa in apprensione. “È passato tanto tempo”, aveva sussurrato.  Mia madre non era nel movimento, non partecipò alla battaglia di Valle Giulia. Nel 1968 aveva diciotto anni, viveva in un paese a venti chilometri da Roma, aveva lasciato la scuola a quindici e non pensava alla Primavera di Praga né alla rivoluzione culturale cinese. Era l’ultima di sette fratelli, tre maschi e quattro femmine, figli di un fornaciaio e di una materassaia immigrati dall’Abruzzo.    A quel tempo lavorava in un laboratorio farmaceutico come confettatrice. “Iniziamo da questo”, le ho detto, sistemandomi il portatile sulle gambe. “Sai cos’è una confettatrice?”, mi ha chiesto. “È l’operaia che dà il colore alle pastiglie. Le bagnavo tutto il giorno con acqua e zucchero e alla fine aggiungevo il colore”. Sapevo che mia madre, prima che nascessi, aveva lavorato nell’industria farmaceutica, ma non sapevo che fosse...

Io la riconosco / Maledetta passeggiata

Venezia Mestre – Verona, ore 15,30, andata.   Non ha fatto in tempo a sedersi di fronte a me che l'ho subito riconosciuta, lei non mi ha vista e neppure sfiorato con lo sguardo ma credo abbia riservato lo stesso trattamento a tutti i passeggeri del vagone. Il taglio dei capelli è diverso, ora sono più corti, forse il colore è meno luminoso ma una faccia così è difficile da dimenticare, – e proprio bella! – la stessa cosa che avevo pensato circa quindici anni fa quando la vidi entrare nella stanza dell'ospedale dove ero ricoverata da qualche giorno. Ricordo che la prima notte per lei non andò molto bene, aveva addosso una rabbia che non le dava pace, credo che avesse chiamato (imprecando) almeno una decina di volte l'infermiera, come vicina di letto era piuttosto impegnativa ma “per fortuna” io ero ancora intontita dall'anestesia e gli antidolorifici avevano fatto il resto regalandomi i sogni di una bimba che avesse incautamente assaggiato del peyote.    La mattina mi sono svegliata di soprassalto, catapultata nella realtà adulta da una sonora bestemmia urlata a “tutto il fottuto reparto” oltre che a quella “troia” di infermiera di notte che non l'aveva assistita....

Scrivere è una faticaccia schifosa / Le lettere di Samuel Beckett

È un libro bellissimo, questo primo volume delle lettere di Beckett che viene pubblicato ora dalla casa editrice Adelphi; un libro che permette di approfondire ulteriormente la conoscenza di quel decennio particolarmente problematico che sono stati gli anni Trenta nella vita del grande scrittore irlandese, sul quale già le biografie della Bair e di Knowlson si erano soffermate con dovizia di dettagli proprio perché così determinante per gli sviluppi futuri della personalità e dell’opera letteraria dell’autore. Ed è pure doveroso complimentarsi con i traduttori, Bocchiola e Pignataro, i quali, sebbene già noti per la loro bravura, qui hanno fatto un lavoro davvero impressionante per la precisione con cui sono riusciti a rendere la varietà dei registri utilizzati nei testi e i numerosi e in certi casi continui cambiamenti di toni umorali che caratterizzano gran parte delle lettere le quali presentano difficoltà non meno impegnative da risolvere di quelle che si possono riscontrare negli scritti letterari beckettiani della stessa epoca. Il periodo in questione è dunque quello che va dal primo soggiorno lavorativo a Parigi del giovane Beckett in qualità di lettore presso l’École...

Aggettivo e sostantivo / Intellettuale

L’aggettivo intellettuale circola nella lingua del sì da non poco. Se ne serviva già Dante, che, com’è noto, fece sortire dal loro stato di latenza moltissime parole indispensabili allo sviluppo di un’espressione italiana culturalmente rilevante. Con intellettuale, all’epoca si qualificava ciò che «appartiene all’intelletto», che è «proprio dell’intelletto», contrapponendolo alle qualificazioni di quanto è relativo a caratteri morali e sentimentali. Lo ricorda l’Enciclopedia dantesca, che procura le attestazioni opportune traendole dal Convivio. Ancora alla fine del terzo decennio dell’Ottocento, intellettuale si trova registrato (e solo come aggettivo) con tale valore nel cosiddetto Vocabolario del Tramater, che d’altra parte, in aggiunta, chiosa: «dicesi anche per opposto a Materiale». A proposito di questa contrapposizione, c’è un’interessante curiosità culturale e letteraria.    Scritto sul principio della seconda metà del Novecento, Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa è ambientato per la massima parte, come si sa, nella Sicilia del secolo precedente. Esso contiene una sola ricorrenza di intellettuale, come aggettivo che descrive un personaggio. Compare in...

Palazzo delle Esposizioni, Roma / Cesare Tacchi. Una Retrospettiva

“Ecco perciò Tacchi dare alle immagini lo spessore fisico di cose, facendole uscire dal loro apartheid mitico; esse mettono allora piede in uno spazio che non è più soltanto il loro ma in qualche modo partecipa del nostro e iniziano con noi la conversazione che porta a un limite di enorme evidenza il loro carattere di ri-creature collaboranti alla fisicità del mondo”. Questo scrive Mario Diacono presentando Cesare Tacchi (1940-2014) in un articolo. È il 1965, l’artista ha esordito da pochi anni in quella che verrà definita ‘giovane scuola romana’ ed è già evidente la sua profonda appartenenza a quella stagione, ormai mitica, degli anni Sessanta, di cui è uno dei principali interpreti. Lo ‘scandalo’ – come tale fu vissuto in Italia – della vittoria di Robert Rauschenberg alla XXXII Biennale di Venezia (1964) è già avvenuto e l’arte italiana, quella romana in primis, non ha ancora digerito lo shock, non tanto per le opere – Rauschenberg è già personalmente ben noto agli artisti e ai critici romani – quanto per un potere del sistema dell’arte che decreta il successo americano e segna definitivamente il passaggio di capitale dell’arte da Parigi a New York. Da ora in avanti l’etichetta...

Emile Durkheim / Il ruolo dei grandi uomini nella storia

A cento anni dalla morte di Emile Durkheim, pubblichiamo un inedito in Italia del grande sociologo francese. La breve prolusione di congedo che, agli inizi della sua carriera di insegnamento, nella veste di professore di filosofia, egli tenne nel 1883 ai ragazzi dell’ultimo anno di liceo, nel comune di Sens. Durkheim parla del ruolo dei grandi uomini nella storia e del significato che deve assumere la celebrazione e la valorizzazione delle eccellenze nel contesto di una società egualitaria e democratica. Tutto il discorso culmina nell’indicare ai futuri cittadini la cifra dell’ethos repubblicano in un “individualismo” morale e responsabile, che sappia conciliare la difesa a oltranza dell’autonomia personale con il riconoscimento e l’emulazione del valore altrui. Un discorso vigoroso, pur senza cedere mai alla retorica, e ancora attuale.  Francesco Bellusci   Giovani studenti,   per quanto possa costare al nostro amor proprio, bisogna riconoscere che Dio ha fatto due specie di uomini ben distinti: i grandi e i piccoli. Non si è mai discusso molto per determinare quale sia quaggiù il ruolo dei piccoli e degli umili. Ebbene! Lo sappiamo anche troppo: in genere la...

Oggi a Bookpride A tutela di tutti i viventi / Tre domande sull'antifascismo oggi

Non voglio affermare che per essere antifascisti occorra una sola, inequivocabile legge, ma al di là dell’impegno personale, ogni cittadino italiano, e ovviamente ancor di più ogni cittadino italiano antifascista o potenzialmente antifascista, dovrebbe trovare nella legge italiana un alleato, o perlomeno un interlocutore chiaro; invece la legge italiana, a cominciare dalla Legge Scelba del 1952, per proseguire con la Legge Mancino del 1993, fino a inoltrarsi nei tentativi più recenti di Emanuele Fiano del Partito Democratico, sembra destinata a confondere, abbozzare; leggi nate per essere interpretate in modo contraddittorio, un modo così adatto al nostro vivere contemporaneo. Ciclicamente ascoltiamo la notizia di manifestazioni fasciste, slogan cantati da migliaia di persone impegnate nel saluto romano. A volte un volenteroso pm ravvisa gli estremi per una mite condanna e una sanzione pecuniaria. La richiesta di una condanna a 3 mesi e di una sanzione pari a 206 euro, a seguito di una manifestazione fascista, quando accade, è già molto. Ovviamente nessun fascista andrebbe mai in carcere per 3 mesi, ma la condanna avrebbe valore di segnale, di monito. E invece dalla pochezza della...

Una conversazione con Romeo Castellucci / Il naufragio dello spettatore

Das Floß der Medusa di Hans Werner Henze, in scena alla Dutch National Opera & Ballet di Amsterdam nella cornice del Opera Forward Festival 2018 con la tua regia, Romeo Castellucci, nasce come “oratorio volgare e militare”. Cosa significa comporre un dispositivo scenico per quest’opera?   Das Floß der Medusa consiste nella lettura cantata del diario di bordo di una zattera in avaria in mare aperto. L’oratorio si fonda su una potente intuizione teatrale: la scena dell’esecuzione musicale e vocale è concepita in due parti, una destinata ai vivi e l’altra ai morti, interpretati da una poderosa massa corale. Caronte, la voce recitante e narrante, è la figura mediana tra i due mondi, separati da una precisa scelta strumentale. I vivi sono associati ai fiati, mentre i morti agli archi, in un sistema di spazializzazione delle voci che è già una dichiarazione drammaturgica. Si potrebbe dire che musica e parole siano concepite come una specie di assemblaggio, una sorta di zattera realizzata con pezzi eterogenei tratti dalla Divina Commedia di Dante Alighieri, dai Pensieri di Blaise Pascal, da informazioni estrapolate dalle cronache dei sopravvissuti e trasfigurate poeticamente in...

“Quest’anno, la vita ha un colore nuovo” / Cornelius Castoriadis e il Maggio 68

Il ‘Maggio 68’, la catena esplosiva di avvenimenti che assurgeranno a evento-simbolo di tutto il Sessantotto europeo, “scoppia” prima di maggio. Esattamente, il 22 marzo di cinquant’anni fa, con l’occupazione e la costituzione di un comitato d’azione e di agitazione permanente all’Università di Nanterre, ad opera principalmente degli studenti di sociologia. Al nucleo originario, libertario e anarchico, guidato da Daniel Cohn-Bendit, che diventerà leader e “star” di tutto il movimento fino a maggio, si assoceranno presto gruppuscoli di orientamento situazionista, trotzkista, maoista. Lo sgombero forzato di Nanterre è la scintilla che fa incendiare e innescare la rivolta nelle altre università, a cominciare dalla Sorbona, con scontri, sassaiole, barricate, manifestazioni, sfilata sui Campi Elisi, per tutta la prima metà di maggio, mentre nella seconda metà del mese la protesta contagerà le fabbriche e gli strati operai meno integrati, costringendo anche i sindacati e i partiti ufficiali di sinistra a passare dalla diffidenza al sostegno aperto al movimento studentesco e allo sforzo di canalizzare sui binari rivendicativi gli scioperi.   A distanza di dodici anni da quegli...

I molteplici corpi del compagno Presidente / Putin il Terribile

Penseremo al futuro della nostra grande patria, al futuro dei nostri figli e agendo così senza dubbio siamo condannati al successo (V. Putin, Commento alla vittoria, 18 marzo 2018).   Quella che segue non è un’analisi politica del recente risultato elettorale russo. Non ho le competenze e non dispongo degli strumenti per procedere in quella direzione. Molte sono le interpretazioni e i commenti disponibili sulla stampa e in rete per chi fosse interessato a documentarsi. Privilegio invece il tentativo di comprendere il successo del neo-rieletto Presidente, eventuali brogli e corruzioni comprese, attraverso un’indagine dell’immagine che ha creato di sé e che lo ha progressivamente portato a crescere nel gradimento della maggioranza della popolazione russa fino al plebiscito dei giorni scorsi. Cominciamo dal fondo, dal passato remoto della Russia, rivisitato nel 1944 da Sergej Ejzenštejn su mandato di Stalin. In un’Unione Sovietica invasa dai nazisti, e governata da un leader solo apparentemente forte e sicuro, era necessario ripercorrere le tappe fondamentali dei gloriosi trascorsi del Paese per ribadirne la grandezza, riaffermarne la credibilità e, soprattutto, attestare ancora...

Dimenticare McLuhan / McLuhan: nell’occhio del ciclone

È probabile che noi – convinti cultori della figura di McLuhan in quanto vero grande padre fondatore della mediologia – costretti a combattere la frigidità o più spesso ancora l’ostilità mostrata nei suoi confronti dagli studiosi di comunicazione di etichetta accademica, abbiamo abusato sin troppo dei suoi splendidi slogan. Alla fine di queste note, mi sarà difficile non ricorrere ancora a qualcuna delle sue “illuminazioni”. Ma – celebrandolo ora in un quadro talmente frequentato e esteso di occasioni pubbliche che parrebbe finalmente dimostrare un universale consenso nei suoi confronti – penso sia venuto il momento di intrattenerci con lui in modo radicalmente diverso. Controtendenza. Anzi, lo confesso, da tempo mi frulla nella testa l’idea che – a volere essere responsabili del nostro presente e quindi sentire l’urgenza di leggere i destini che si celano nei linguaggi digitali – bisognerebbe cominciare a “dimenticare McLuhan”.   Credo che sia il modo migliore per sfruttarne l’insegnamento e onorarlo. C’è una notevole differenza tra quello che si intende quando diciamo “il sapere” e quello che si intende quando diciamo “cercare di sapere”: nel primo caso prevale l’idea di...

L’ebraismo è una concezione del tempo / La leggenda di Bruno Zevi

La vita di Bruno Zevi potrebbe essere narrata come quei racconti della tradizione chassidica in cui – con la velocità di un sogno o di una novella russa – si susseguono viaggi verso terre lontane, insegnamenti ricevuti o impartiti in una scuola e testimonianze di saggezza sapienziale.   L’incipit – come scrive lui stesso in Zevi su Zevi, 1993 – è «tutto sbagliato: data, cognome e nome»). La data, il 22 gennaio 1918: «Nascendo il 22 gennaio di quell’anno, […] in una fase intermedia, grigia, in cui si placa il trauma della disfatta, ma l’eventualità di un rilancio appare ancora remota […], ti precludi la disperazione e l’abbandono gioioso, sei costretto in un arco psicologico tra stupito e critico». Il cognome, Zevi: «Roland Barthes ha scritto esaustivamente sulla lettera Z, la “déviance”, dura, spezzettata, interrotta, rovesciata, innaturale, l’opposto della S fluida e continua. […] Zevi è un’intenzionalità verso Levi, perennemente frustrata? Neppure, c’è di peggio. In ebraico non esiste Zevi, bensì Zvi, ancora più breve e stridente». Infine il nome, Bruno: «[…] bisognava cercare un nome che lo integrasse, distendendolo, temporalizzandolo, rendendolo meno nevrotico. Che so?...

Godere senza limiti / Le cinque passioni del '68

Nel 1968 compii vent’anni. Ero da un anno studente alla Sorbona di Parigi, e quindi potetti partecipare al maggio 68 – da ossimorico militante individualista, non ero organico ad alcuna organizzazione politica. Ho ripercorso la mia esperienza all’epoca in un libro appena uscito, Godere senza limiti (Mimesis). Allora mi consideravo un comunista trotzkista, quindi in opposizione ai partiti comunisti pro-Unione Sovietica, il partito comunista italiano di Berlinguer e il partito comunista francese di Marchais. In quegli anni ho viaggiato molto tra Italia, Francia e Inghilterra, per cui ho potuto confrontare de visu i diversi “68”.  Che cosa è stato allora, il 68 francese? Lo chiamo francese, ma è evidente che quello italiano aveva molte affinità con esso. Rispondo che esso può essere capito in riferimento a cinque passioni: liberalismo libertario, dionisismo, spettacolarismo, fraternismo, dadaismo. Le illustrerò brevemente.   Liberalismo libertario     All’epoca la cultura dominante tra gli intellettuali sia in Italia che in Francia era comunista marxista. Era la cultura che avevamo ereditato dai nostri nonni, padri o amati professori. Eppure proprio nel maggio 68...

Nel quarantennale del sequestro / Le tre foto di Moro

L’editore Guanda ripubblica il volume Da quella prigione. Moro, Warhol e le Brigate Rosse, di Marco Belpoliti, che analizza le fotografie scattate ad Aldo Moro dai brigatisti. Uscito otto anni fa, rilegge quelle immagini con cui ancora oggi ricordiamo l’avvenimento del sequestro del Presidente della Democrazia Cristiana, il più importante politico dell’epoca. Nella nuova edizione sono comprese nuove pagine. In occasione di questa uscita, nel quarantennale del sequestro di Moro, Marco Belpoliti discute con il fotografo Ferdinando Scianna di quegli scatti.    Scianna: Tu scrivi che nessuno degli autori, scrittori compresi, all’epoca del sequestro, e anche dopo, si sono occupati delle foto di Moro, non c’è stata un’analisi delle immagini. Tutti si sono occupati dei testi, delle lettere, delle oltre novanta missive scritte da Moro. In quel momento, come del resto tu ricordi, l’attenzione era concentrata su cosa stava dicendo Moro. Ma in certo senso mi pare di vedere in modo evidente che quella discussione su “è lui o non è lui”, ovvero se Moro era ancora Moro o invece era manipolato dai brigatisti, parte dalle fotografie. È a causa delle due foto che nasce il problema. Tra...

L’uguaglianza dei diritti trascende qualsiasi diversità / L'antirazzismo scientifico e la Costituzione

È del 2016 l’appello al presidente della Repubblica Italiana per l’abolizione del termine razza nell’articolo 3 della Costituzione Italiana (Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzioni di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali…”). L’appello è stato di recente appoggiato dalla senatrice a vita Liliana Segre (sopravvissuta ad Auschwitz); e in piena campagna elettorale si sono detti favorevoli anche Silvio Berlusconi e Matteo Renzi. Nel 2013, l’allora presidente della Repubblica Francese Nicolas Sarkozy, aveva annunciato con enfasi trionfale lo stesso provvedimento in Francia, sostenendo che l’eliminazione della parola “razza” dalla Costituzione francese era un passo fondamentale nella lotta al razzismo (il che non ha impedito a una deputata del suo partito, Nadine Morano, di dichiarare nel 2015 che la Francia è un paese “giudaico-cristiano di razza bianca”).    Sul termine razza grava il ricordo delle leggi razziali e dei crimini nazisti, e questo potrebbe di per sé essere un motivo per eliminarlo dalla Costituzione (basta che non si creda di eliminare così...

Che Guevara tú y Todos / Il senso di una vita: il Che in mostra a Milano

A cinquant’anni dall’assassinio di Ernesto “Che” Guevara in Bolivia (9 ottobre 1967), la mostra Che Guevara tú y Todos (Milano, Fabbrica del Vapore, fino al 1° aprile 2018, catalogo Skira) propone, con l’ausilio di un ricco apparato visuale, un nuovo sguardo prospettico su colui che, dopo la morte, è stato irrigidito nell’immagine devozionale del “guerrigliero eroico”. Sul Che – che nel 1960 Jean Paul Sartre aveva definito “l’essere umano più completo del suo tempo” – si è subito addensata la coltre della leggenda. Si è letto il suo Diario in Bolivia come testimonianza di un sacrificio tanto vano quanto necessario. Al Guevara in carne e ossa si sono sovrapposti l’impressionante somiglianza con Gesù – gli occhi aperti e il corpo morto adagiato nel lavatoio dell’ospedale del villaggio di Vallegrande, lo sguardo che perdona i suoi carnefici – e l’accostamento con il Cristo morto di Andrea Mantegna. Dopo la fortuna planetaria del poster del rivoluzionario dal volto corrucciato, il basco e lo sguardo rivolto al futuro, oggettistica, abbigliamento, orologi Swatch hanno reso il Che un marchio globalizzato. La sua effigie ha oltrepassato le ideologie, facendone un volto sganciato dalla...

Letto in un’altra lingua / Adolfo García Ortega. Inventore di compleanni

Fabula: «Tutti i romanzi affabulano, cioè tutti i romanzi inventano. Significa forse che stanno mentendo? Assolutamente no. Nessun romanzo è menzogna né mendace. Non saranno sinceri, ma dicono la verità». (Abecedario)   Quando, nel 2006, ho aperto l’originale spagnolo dell’Inventore di compleanni di Adolfo García Ortega, ho trovato in esergo la Schwarze Milch der Frühe, il negro latte dell’alba, di Paul Celan. E un proposito: dare una vita al Senza Nome, il bambino di forse tre anni morto agli inizi di marzo del 1945 dopo essere scampato ad Auschwitz e di cui Primo Levi parla in una pagina della Tregua. I suoi compagni di baracca lo chiamavano Hurbinek per il borbottio inintelligibile che emetteva. Nessuno gli aveva insegnato il linguaggio: era un simbolo del silenzio, uno dei più atroci che la Storia avesse creato. Prolungare i suoi giorni significava addentrarsi nell’orrore. Significava attraversare il secolo. Non ricostruire la Storia, ma piuttosto offrire ai lettori la crudele possibilità di viverla nei panni delle vittime. In una bella recensione su «Letra», Antonio Muñoz Molina osservava che più ci allontaniamo dall’epoca di quei fatti, meno ci bastano le informazioni...

L'attenzione / Una disattenzione volontaria: il romanzo della fine di Moravia

Archiviata e passata sotto silenzio una ricorrenza certo minore quale quella dei centodieci anni dalla nascita, sulla figura di Alberto Moravia non si sa più bene come esprimersi: fare di quel convitato di pietra al tavolo della letteratura italiana, di quell’assente ingombrante e incombente un comune scocciatore è stato un passo che molti hanno compiuto senz’alcuna remora, anzi con la soddisfazione e l’agio degli spregiatori di monumenti che siano a libro paga dell’amministrazione. Negli ultimi due decenni, perciò, a fronte di rarissime e felici eccezioni come quella più recente di Matteo Marchesini, innumerevoli anti-moraviani o a-moraviani sono sembrati passarsi la palla e procedere verso la più scontata delle mete, specialmente in quel mondo di mezzo sub- o para-accademico della critica online, nel quale ogni stanco soprassalto iconoclastico continua a riscuotere facili applausi.   Per la precisione, non si sa su che cosa, ancor più che come, esprimersi, perché non è tornando a ragionare sul Moravia più classico che si possa pensare di instillare il dubbio o determinare un ripensamento: per chi abbia l’ardire di contrapporsi alle idee ricevute e dominanti, i materiali non...

I ‘pulcini’ di Casiraghy / Alda Merini a Stoccolma con il pulcinoelefante

L’ultima volta che ci siamo visti mi ha offerto un Ginger, una bibita a base di zenzero in voga negli anni Sessanta. “Guarda, guarda come büscia [frizza]” mi dice in dialetto brianzolo e io guardo meravigliato nel bicchiere la festa delle bollicine. L’arte di Alberto Casiraghi è trarre gioia e meraviglia dalla banalità del quotidiano per valorizzare le cose semplici, come quella volta in cui, durante una delle sue innumerevoli telefonate ad Alberto, la poetessa Alda Merini in un momento di sconforto minacciò di buttarsi dalla finestra e farla finita una volta per tutte. Vista l’ora, Alberto le disse, rasserenandola: “ma no, hai appena pranzato!”.   Alda Merini, La Poesia. Osnago, Marzo 2004. Edizione di 33 copie. A partire dalle ore 07:30 di ogni giorno della settimana Alda Merini telefonava diverse volte nell’arco della giornata ad Alberto, talvolta dettando poesie per Pulcinoelefante: una serie sterminata di libretti da lui stampati a caratteri mobili nella sua fantastica casa popolata da ragni, maschere africane, viole e violini, pupazzi di Disney, stampi per i dolci, specchi, fotografie, sparititi musicali, fregi, merletti, libri in gran quantità e lucertole (solo d’...

Parla proprio di noi / Perché insegnare letteratura (e non solo agli studenti di Lettere)

Insegno Letteratura italiana contemporanea da parecchi lustri, ma per una serie di circostanze che ora non è il caso di ripercorrere non mi è mai capitato di trovarmi in un corso di laurea in Lettere. Gli studenti con i quali ho a che fare non hanno interessi prevalentemente letterari; in molti casi, non hanno affatto interessi letterari. La letteratura occupa una posizione marginale nel loro orizzonte mentale. Analogamente, un’ipoteca di marginalità pesa sull’immagine che noi stessi docenti (italianisti e contemporaneisti) tendiamo ad avere degli insegnamenti letterari inseriti in corsi di laurea il cui focus formativo punta altrove.     Ovviamente esiste sempre la possibilità di declinare gli insegnamenti letterari in una chiave prossima agli interessi degli studenti. Ad esempio, insegnando (come a me è avvenuto per anni) in un corso di laurea di Scienze dell’Educazione, ci si può soffermare sull’immagine di certi ambiti sociali o di certe condizioni esistenziali; si possono scegliere testi che parlano non solo di minorazione fisica o psichica, di emarginazione, di carcere, ma anche di dinamiche familiari, di rapporti fra le generazioni, di Bildungsroman. Il punto...

Figure dell'araldica / Michel Pastoureau. I colori del blasone

Tutti noi possiamo avere uno stemma, ce lo assicura Michel Pastoureau nel libro Figure dell'araldica. Dai campi di battaglia del XII secolo ai simboli della società contemporanea, edito da Gallimard nel 1996, ora tradotto da Guido Calza per Ponte alla Grazie. Lo stemma – spiega l'autore – non è mai stato prerogativa esclusiva dell'aristocrazia: si sono contati circa un milione di stemmi medievali, di cui almeno un terzo non appartenenti alla nobiltà, e più di dieci milioni per il periodo compreso tra il Cinquecento e la Rivoluzione francese, diffusi soprattutto nell'Europa centrale. Oltre ai nobili e alla Chiesa che, pur diffidente in un primo momento verso un sistema elaborato al suo esterno, finì per ricoprire di stemmi i luoghi di culto, li adottarono anche le donne, i borghesi, gli artigiani, le città, le corporazioni delle arti e dei mestieri, in certe regioni a volte anche i contadini. L'impossibilità di un preciso censimento permise agli stemmi di adattarsi anche ai nuovi regimi, fino a raggiungere nel Novecento le comunità rurali del comunismo sovietico.   Il libro si apre con la definizione delle origini degli stemmi che Pastoureau colloca in un periodo preciso...

Il cuoio e il gesso / Lucio Mastronardi: Calzolaio e Maestro di Vigevano

«Fare soldi, per fare soldi, per fare soldi: se esistono altre prospettive, chiedo scusa, non le ho viste. Di abitanti, cinquantasettemila, di operai venticinquemila, di milionari a battaglioni affiancati, di librerie neanche una. Non volevo crederci. Poi mi hanno spiegato che ce n’era una in via del Popolo [...]. Chiusa per fallimento, da più di un anno. Diciamo che il leggere non si concilia con il correre e qui, sotto la nebbia che esala dal Ticino, è un correre continuo e affannoso». È questa la Vigevano descritta da Giorgio Bocca nel gennaio del 1962, quando su “Il Giorno” pubblica il reportage Mille fabbriche nessuna libreria. Non è la penna di Lucio Mastronardi, ma poco ci manca. Ci manca così poco che quella libreria fallita apparteneva al padre di quello scrittore che trovò nella città della Lomellina la sua più felice fonte di ispirazione: «Io – confessava a Italo Calvino – mi sono accorto di avere un vantaggio enorme [...]: una città tutta mia, da illustrare e, nei miei limiti, da interpretare». E pensare che l’altro principale referente einaudiano, Elio Vittorini, avrebbe potuto slegare da subito autore e città natale, quando – approntando Il calzolaio di Vigevano per...

Tempo di libri – incipit / Fine del gioco, Julio Cortázar

Oggi è l'ultimo giorno di Tempo di Libri, ma il nostro speciale doppiozero | Tempo di Libri resta: continuiamo oggi con gli incipit dei romanzi più amati.   «Con Leticia e Holanda andavamo a giocare sui binari del Central Argentino nelle giornate calde, aspettando che mamma e zia Ruth cominciassero la loro siesta per scapparcene via dalla porta bianca.»   Questo è l’incipit di “Fine del gioco”, un racconto di Julio Cortázar contenuto nella raccolta omonima pubblicata la prima volta nel 1956 da una casa editrice messicana e che qui citiamo dal volume italiano dei racconti completi a cura di Ernesto Franco.     In questo racconto Julio Cortázar narra la storia di tre sorelle cui piace uscire di casa all’insaputa della mamma e della zia per andare a giocare a quella che si potrebbe definire una variante da viaggio del gioco delle belle statuine: «Aprivamo lentamente la porta bianca, e nel richiuderla era come un vento, una libertà che ci prendeva per mano, per tutto il corpo, e ci lanciava in avanti. Allora correvamo dandoci la spinta per arrampicarci con un balzo sulla breve scarpata della ferrovia, e appollaiate sul mondo contemplavamo silenziose il nostro...

Ritratto di un quartiere / Palermo Brancaccio (parte quarta)

Continuarono i miei giri nel quartiere anche nel mese di luglio, avevo smesso di compilare il diario e persi il conto dei giorni. Avevo caricato nella macchina fotografica il quarto rullino da trentasei pose (seguì, dopo uno stop di un paio di settimane, un quinto e ultimo rullino).   Ph A. Costa. Quella mattina prima di andare a Brancaccio avevo letto il Giornale di Sicilia. La cronaca parlava del ritrovamento di un giovane pestato a sangue e ridotto in fin di vita, abbandonato sotto il ponte di via Giafar. Ph A. Costa. Ero stato su quel ponte diverse volte nei giorni precedenti. Vinto il dispiacere iniziale, andai a cercare i segni del pronto soccorso per fotografarli.   Ph A. Costa. Rientrato a casa, non ebbi nei giorni a seguire lo spirito di continuare il reportage; lo ritrovai alcune settimane dopo. Ero così tornato nel quartiere, ma dal lato marino.   Ph A. Costa. Il calendario segnava il 17 agosto. Avevo percorso la spiaggia di Romagnolo fino al vecchio pontile; un folto gruppo di ragazzi vi si era accampato sotto, per starsene all’ombra.