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Elisabetta Benassi. All I Remember

“Collezionare fotografie è collezionare il mondo”, scrive Susan Sontag nelle pagine iniziali di On Photography. Collezionare fotografie equivale al tentativo utopico e un po’ folle di recuperare il passato mantenendolo artificialmente in vita, di salvarne tracce e residui attraverso un processo compulsivo di accumulo, conservazione e catalogazione. Lo strumento fotografico si rivela un alleato essenziale in quest’attività di salvataggio della memoria, poiché ha il potere di fissare e tramutare gli istanti storici, restituendoli sotto forma di oggetti fisici, leggeri, trasportabili, collezionabili. La fotografia rende quindi possibile la costruzione di un archivio potenzialmente infinito di eventi storici, pubblici e privati, illustri e insignificanti, e soprattutto alimenta l’illusione di possederli interamente, fisicamente e concettualmente. Il collezionista infatti non cerca solo di preservare la storia, ma di rintracciarne il senso seguendo il filo discontinuo dei frammenti raccolti.     È forse proprio questo aspetto conoscitivo, talvolta viscerale e parossistico, ad avere fatto sì che il...

Neoconcretismi e carnevale. L’11° Biennale di Lione

L’effetto è bizzarro. Sembra di attraversare una biennale del Mercosul mentre si è nella piovosa Lione e si osserva la Saône scorrere verde-bruna appena fuori dalle ampie vetrate. Un’insolita percentuale di artisti proviene dall’America latina, in particolare da Argentina, Brasile, Cile e Colombia, e la circostanza produce un forte spostamento: non solo topografico ma proprio progettuale, interno alle opere, e politico-culturale. La curatrice dell’undicesima edizione della Biennale, Victoria Noorthoorn, risiede a Buenos Aires, ha lavorato come curatrice al Malba-Fundación Costantini in Buenos Aires e ha sviluppato molteplici progetti curatoriali nei paesi dell’America del sud: ma questa semplice contingenza non costituisce da sola spiegazione. La geografia degli artisti in mostra risponde a un disegno: o quantomeno lo pone in atto [i].   La mostra, dispiegata su quattro sedi (Sucrière, Musée d’Art Contemporain, Fondation Bullukian, Usine T.A.S.E.), ha le ambizioni di una vasta e pedagogica mise-en-scène. La propensione al teatro, se non la specifica attorialità degli artisti...

Museo Laboratorio della Mente

L’aria è leggera, appena profumata di resina, nel parco dell’ex ospedale psichiatrico di Santa Maria della Pietà, a Monte Mario. I manicomi, del resto, sorgevano sempre lontani dal rumore e dai troppi sguardi della città, in luoghi appartati e spesso ameni, garanzia certa di salubre segregazione e di facile omertà. Così, aspettare seduti su una panchina ombreggiata l’apertura del Padiglione sei, che dal 2008 accoglie il Museo Laboratorio della Mente, non è un tempo perduto e neppure un educato esercizio di pazienza in risposta alla cortesia persino imbarazzante degli operatori dell’UOS-Centro Studi e Ricerche Asl Roma E che, tra mille e più difficoltà, ostinatamente aprono il museo a quanti, e sono tanti, ne fanno richiesta (“Sì è mai visto il direttore di un museo che fa le visite guidate alle scolaresche?” mi aveva domandato il giorno prima al telefono il professore Pompeo Martelli, psichiatra di ferma militanza, furibondo per i fatali tagli al budget del “suo” museo). L’attesa all’esterno dell’edificio chiuso, sulla cui facciata rimessa a...

Benjamin in punta di penna

“Was Ist Aura?”. Sono queste le uniche parole che riesco a decifrare. Si leggono in apertura di un documento non datato e manoscritto di Walter Benjamin. Tra i supporti più disparati utilizzati da Benjamin per prendere appunti mi colpisce quello che tenta di definire l’aura, uno dei concetti benjaminiani più indeterminati: una carta intestata “Acqua di S. Pellegrino. La migliore da tavola”. Il logo – una sorta di sponsor dell’Italian Style sul pensiero di Benjamin – non è cambiato: una stella rossa a cinque punte, con l’immagine della bottiglia disposta al centro oppure, come recitavano le pubblicità dei primi del secolo scorso, “la marca stella rossa” da esigere, l’acqua “battericamente pura” rispetto alle altre, che possono contenere “i germi del tifo, della dissenteria e di altre gravi infezioni”. “Was Ist Aura” è riportato giusto sotto l’insegna “S. Pellegrino”, quasi che Benjamin fosse indotto a interrogarsi sulla decadenza e la frantumazione dell’aura a partire non dall’opera d’arte e dalla...

Diane Arbus. Il banale leggendario

Autunno 2011. Parigi. Tuileries. Jeu de Paume. Pomeriggio, tramontana, cielo alto, alberi stecchiti. Il nome nell’arco d’ingresso: Diane Arbus. Une allégorie de l’expérience humaine, dice il giornale. Ecco: allegoria, esperienza, umana. Entro.   Grigio sessanta per cento. O cinquanta, o qualcosa del genere. Grigio-album comunque. Uniforme, opaco. Un fondo neutro su cui si ritagliano gli scatti, stampe quadrate, venti o trenta centimetri, non di più, passepartout e cornici bianche. I gesti, le occhiate, il flusso dei commenti bisbigliati intorno a me. Un pubblico di donne giovani, un caso, penso, ma un sintomo, anche. Forse per consuetudine (nelle stesse sale, due altre fotografe, Lisette Model, l’anno scorso, e poi Claude Cahun), ma sospetto una complicità, una specie di solidarietà istintiva, insieme spontanea e no. E comunque. Guardano un film già visto: gli eccentrici, i freaks, i personaggi bizzarri e atroci della New York anni sessanta, la città oscura, disperata, mediocre, perversa, eccezionalmente banale, bellissima. È, innegabilmente, il fascino del brand Arbus, di un’opera,...

Blu agli Uffizi

Sempre più di frequente, purtroppo, ci troviamo a fare i conti con iniziative e decisioni di direttori, di politici o di amministratori che, in nome di un delirante pragmatismo che fa alla pari con la sfrontatezza, camuffata da capacità di innovazione e di modernità, e al solo fine di dimostrare la propria distanza dall’inettitudine dei politici-amministratori del passato, intervengono anche nei musei. Nella pagina dedicata alla Cultura del Corriere della Sera di domenica 18 dicembre 2011 è apparsa la notizia, corredata di una piccola, ma significativa fotografia, della nuova colorazione delle pareti di otto sale del museo di Firenze destinate all’esposizione delle opere dei “Maestri stranieri”, aperte al pubblico da martedì 20 dicembre. L’iniziativa è stata presentata come la prima tappa del “Progetto dei Grandi Uffizi” (sic). Le opere esposte sono di artisti fiamminghi, olandesi, spagnoli e francesi rimaste finora nelle zone in sicurezza del museo non accessibili al pubblico.   Il Direttore della Galleria, Antonio Natali, ha spiegato di avere scelto il colore blu “perché...

Donald Weber, Interrogations. Una non-fiction, una mostra e un libro

In una scena del Maestro e Margherita Bulgakov ripropone l’incontro fra Pilato e Gesù raccontato dai Vangeli, quello in cui l’uomo che rappresenta il potere di Roma nella terra di Galilea si confronta con una forma di verità altra da quella rappresentata da lui, una forma di verità che lo scrittore russo fa insinuare anche nella sua figura sotto forma di un insopportabile mal di testa. Nel suo personale interrogatorio, Pilato accusa Gesù di essere un bugiardo, di essere colpevole di ciò per cui è stato accusato e allude contro le sue ragioni al discorso della follia, in una visione simile a quella che ha spinto Lombroso alla fine dell’800 ad accomunare nel suo Atlante pazzi e criminali. D’un tratto anche Gesù sembra diventare uno di quei personaggi del popolo russo a cui ci hanno abituato Gogol’ e Dostoevskij. E mentre Gesù accusa Matteo di non trascrivere fedelmente le sue parole, anche Pilato pare iniziare a prendere le forme di un uomo della burocrazia russa. Tutta l’accusa nei confronti di Gesù si sarebbe basata su un fraintendimento: avrebbe istigato il popolo a...

Una conversazione con Antoni Muntadas

Al Centro Reina Sofía di Madrid ha aperto da pochi giorni Entre/Between una retrospettiva del lavoro di Antoni Muntadas che attraverso nove “costellazioni tematiche” offre una lettura complessiva del suo percorso. Maturato nel clima radicale degli anni settanta, il lavoro di Muntadas, nato a Barcelona nel 1942, residente a New York dal 1971 e da molti anni docente al MIT, si configura da subito come un’indagine intorno ai meccanismi discorsivi che danno forma all’esperienza sociale contemporanea. Con forme e media molto diversificati – dai dispositivi tipici dell’arte concettuale (inchieste, libri, archivi, interviste, ecc.) a installazioni, video, progetti nello spazio pubblico e più di recente al web –, l’opera di Muntadas affronta direttamente il potere e le istituzioni che lo rappresentano, prendendo di mira la logica egemonica, la rete di occultamenti, di falsificazioni grazie alle quali esse mantengono la loro credibilità. Come altri artisti a lui affini, ad esempio Daniel Buren e Hans Haacke, l’artista spagnolo sviluppa al tempo stesso una visione critica dell’arte e del suo “sistema,...

Invernomuto

Vernasca è un paese in provincia di Piacenza. Probabilmente non è mai comparso così tante volte, come in quest’ultimo periodo, sui quotidiani emiliani e sul web. Da quando, cioè, il duo Invernomuto, che da lì proviene, non ha cominciato a parlarne, con tenacia e un certo grado di visceralità, nel proprio lavoro. Ecco un minuscolo punto sulla mappa geografica del nord Italia. Partiamo da qui, da Vernasca e dal genius loci, espressione latina riapparsa in epoca contemporanea, declinata in vario modo nelle agende progressiste, come nell’agenda culturale della Lega Nord, nel linguaggio del marketing territoriale, come nelle campagne pubblicitarie focalizzate sul territorio.     Genius loci è espressione che, nel caso di Simone - titolo della mostra personale, a cura di Xing, degli Invernomuto al PAC di Ferrara - conserva quel quid poetico ed ancestrale a cui si accorpa, al tempo stesso, un tratto di fragilità e vulnerabilità. Di “luogo” parliamo e naturalmente anche di “genio”. La grotta di cera bianca (Wax, Relax) che rappresenta la visione di apertura della...

Il genio di Julian Schnabel

Julian Schnabel è davvero misterioso. Ad alcuni dà fastidio che non si capisca chiaramente quello che fa, soprattutto perché ha avuto un successo planetario, che continua da trent’anni. Tra i primi dell’ondata “New Image” o postmoderna, è riuscito a imporre grazie al suo grande talento un eclettismo sprezzato da molti. I suoi detrattori lo scherniscono perché ritengono che si dia arie da genio in tempi troppo sospetti per una cosa del genere, ma, qualsiasi cosa significhi genio, di sicuro lui ci prova. Così butta tutto quello che vuole sulle tele, oggetti di ogni tipo, oppure si limita a dipingere in maniera abbastanza tradizionale degli enormi volti; fa delle sculture con materiali trovati che non hanno niente di originale, ma si impone per la forza del convincimento. Riesce, insomma, a far pensare che sta facendo qualcosa di importante, anche se non si riesce a definirlo, e quanto a lui dice: “Quando dipingo nessuno deve sapere quello che sto pensando”.     Ha fatto dei film diventati famosi, non ci si può meravigliare che fotografi anche, come abbiamo visto alla recente...

Benjamin Cloud

Fotografie, quaderni, taccuini, lettere agli amici, biglietti sparsi: ecco l’ordinata nebulosa che compone il laboratorio intellettuale di Walter Benjamin. In corso a Parigi presso il Musée d’art et d’histoire du Judaïsme, la mostra Walter Benjamin Archives (fino al febbraio 2012, fondo degli Archives Walter Benjamin dell’Akademie der Künste di Berlino) è una vera e propria messa in scena del dettaglio. Biglietto dopo biglietto, appunto dopo appunto, il visitatore assiste più che all’evolversi, al pulsare del pensiero benjamiano. Un respiro che è prima di tutto vitale, un pensiero che non contempla scarti o rifiuti. Le sale ricordano una nuvola gonfia, oggi si direbbe cloud, e in un certo senso anche l’organizzazione è simile. La catalogazione serve per la conservazione, ma non per accedervi; l’accesso è dato dal pensiero di Benjamin la cui osservazione del dettaglio è la chiave principale.   Non è l’analisi o il ragionamento razionale a prevalere, mentre si tenta si scrutare l’esile e affilata calligrafia di Benjamin, ma una curiosità oziosa e...

Tannhaüser, pittore modernista

Esco dall’Opéra Bastille di Parigi dopo aver visto e sentito il Tannhäuser di Richard Wagner con la regia di Robert Carsen, una ripresa della rappresentazione del 2007, interrotta allora da una serie di scioperi del personale tecnico. Per alcuni giorni i motivi wagneriani interferiscono con i miei pensieri finché, abbassatasi la marea emotiva, resta a galla una domanda assai meno seducente, una domanda sul destino del modernismo. Provo a riformularla così: se dovessi individuare un emblema del modernismo nel campo delle arti visive, non esiterei un attimo a indicare il quadro da cavalletto. Se dovessi però specificare l’arco storico in cui s’inscrive questo emblema, non avrei altro che risposte balbettanti quando non contraddittorie.     La crisi della pittura da cavalletto   Da una parte, il quadro da cavalletto entra in crisi sin dalla costituzione stessa del modernismo, come testimonia il titolo di un testo conciso e cruciale del critico americano Clement Greenberg, La crisi della pittura da cavalletto (1948). Dall’altra parte, non solo la pittura da cavalletto sopravvive al postmodernismo ma,...

Bologna, Museo della Memoria di Ustica

Non è la città dei portici e della letteratura, e neppure quella dello spritz e dello shopping la Bologna che si percorre, un po’ smarriti e persino inquieti, per arrivare, dopo molte fermate di autobus e qualche richiesta di informazione, agli ex depositi tramviari di via di Saliceto, alla Zucca. Qui, poco lontano da via Stalingrado, dalle larghe strade operaie un tempo ai limiti della campagna, dal 2007 riposa, per sempre senza pace, il relitto del DC9 Itavia abbattuto nei cieli di Ustica nel giugno del 1980. Ci sono ancora i binari a segnare, metallica e moderna nervatura, il percorso che conduce, attraverso l’aperto di un giardino pubblico senza troppe pretese, ai capannoni imponenti che accolgono le scarne spoglie dell’aereo e dei suoi ottantuno passeggeri, lamiere e pettini, maniglie e bambole strappate con chirurgica pazienza dal fondo del Mediterraneo e destinate alla discarica dopo aver raccontato in infinite sedi giudiziarie la loro storia di morte improvvisa.     L’Associazione dei familiari della vittime ha voluto però che quella storia – quelle tante, singole storie – continuassero ad...

Barcellona: la Trieste di Magris

  Domenica pomeriggio, caldo afoso. Vado a bere un caffè al CCCB, museo di arte contemporanea di Barcellona. Mi aspetta un amico, Claudio Magris. È lì seduto ai tavolini del Caffè San Marco. Claudio, triestino doc, prende per mano i visitatori e li porta a fare una passeggiata per la sua città, Trieste. È un lungo giro quello della mostra, che abbraccia buona parte della vita novecentesca di una Trieste mitteleuropea, al confine tra Italia e Jugoslavia, crocevia di artisti, scienziati e pensatori dell’Europa che si andava formando prima e dopo le guerre mondiali. E che ancora oggi si propone come città di integrazione, di melting pot culturale.     All’ingresso soffia un vento forte e gli schermi mandano video di folate micidiali: sono cappelli che volano via, storie di destini che si incrociano sui corrimani. È naturalmente la bora, amore e odio dei triestini. Superata la prima, terribile prova, si passa per il Carso, montagna di rilassanti passeggiate domenicali tra le rocce di calcare, ma anche luogo di trincee della prima guerra mondiale. Trieste è, infatti, terra di...

#01: Rosalind Nashashibi

La ricerca di Rosalind Nashashibi (Croydon, UK, 1973) si concentra sugli attimi d’intensità che affiorano nella vita quotidiana e nei contesti urbani. L’artista si allontana dalla rappresentazione per privilegiare l’esperienza come spazio della coscienza. Spesso due elementi sono giustapposti per rendere visibili differenti livelli della realtà che coesistono allo stesso momento, oppure una scena costruita, una ‘finzione’, è posta in una situazione ‘reale’. L’artista lavora principalmente con il mezzo cinematografico, dove il melanconico scorrere del tempo si espande e l’osservatore è messo in una posizione di verifica del presente.   Carlo's Vision è un adattamento di un episodio di "Petrolio", ultimo romanzo incompiuto di Pier Paolo Pasolini in cui il protagonista Carlo ha una visione su Via di Tor Pignattara a Roma. Carlo vede se stesso trainato al contrario lungo la via su un carretto metallico, esattamente come un carrello da regista, e vede la strada come in una lunga carrellata all'indietro. Egli è seguito sempre alla stessa velocità lenta, da...

Venezia 68. Visita guidata al cantiere Lido.

In questa seconda puntata del reportage dal festival di Venezia ci dedichiamo a Orizzonti e a qualche irrinunciabile titolo presentato fuori concorso.   ORIZZONTI   Da qualche anno a questa parte, la sezione di avanscoperta Orizzonti si è aperta sempre più a nuovi territori, sfondando i confini istituzionali col mondo dell’arte contemporanea, dove il cinema di ricerca trova linfa e soprattutto una disponibilità creativa e finanziaria che anche la produzione cinematografica più illuminata raramente può garantire. A questa ibrida sezione, quest’anno era degnamente accompagnata dalla retrospettiva Orizzonti 1960-1978, uno scavo che ha portato in superficie alcune gemme dell’underground italiano, come a mostrare le radici che innervano lo sguardo contemporaneo. L’intento è nobilissimo, il risultato un po’ rapsodico, visto che si sono privilegiati capitoli minori e primi abbozzi (alcuni preziosi, come l’esordio del grande marginale Nico D’Alessandria o il più noto Hermitage di Carmelo Bene, in cui c’è già tutto il suo furioso progetto di rinchiudersi nel...

Parigi - L’intrepido fantino al Grand Palais

  Parigi è tante cose. Per molti, per i visitatori e per i turisti, è principalmente un giocattolo. A Parigi si gioca sulla Tour Eiffel, si gioca davanti alle vetrine dei gioiellieri di place Vendome e ai tavolini dei bistrot di Montmartre. Un po’ perché la retorica degli uffici del turismo francese ha trovato più facile raccontare la città in questo modo, un po’ perché niente è meglio del kitsch di cui Parigi è ben dotata per stimolare la fantasia infantile che si annida in ognuno di noi. Ma principalmente perché Parigi è una città demodé che difficilmente abbandona le proprie abitudini: piuttosto le accantona in attesa di farci qualcosa, come vecchi giocattoli non più buoni, ma di cui i nipoti sapranno certamente cosa fare.   La mostra Des jouets et des hommes, aperta in questi giorni al Grand Palais, è forse una delle più originali e riuscite esposizioni degli ultimi anni e allo stesso tempo è una mostra tipicamente parigina per tipologia - monumentale: oltre mille gli oggetti esposti - e per filosofia con il Grand Palais trasformato in...

Venezia 68. Visita guidata al cantiere Lido

A pochi passi dal red carpet assediato dalle telecamere e dal solito, noioso gossip festivaliero (ma ormai sembra che ai quotidiani italiani non interessi altro, visto che alcuni si dispensano addirittura dall’inviare in laguna un critico degno di questo nome), giace il misconosciuto protagonista di questo festival: è il cratere che sta al posto dell’abortito nuovo Palazzo del Cinema, ricoperto da un funereo ‘white carpet’, un sudario che nasconde e isola (speriamo!) i resti di amianto scoperti durante gli scavi. Ingombrante ostacolo agli affannosi percorsi degli spettatori, è rimasto invisibile ai più (solo gli occupanti del Teatro Marinoni, raggiunti da quelli del Teatro Valle di Roma per alzare la voce sulle magagne dell’industria culturale, si sono impegnati a strapparne i veli e mostrare la piaga), ma sintomaticamente presente e tangibile come l’immobilismo e la decadenza delle istituzioni culturali italiane. Eppure, nonostante la crisi, i blocchi, le polemiche, nonostante gli intoppi logistici, i prevedibili compromessi e il gigantismo di una selezione che sfida ogni sintesi, al suo ottavo e ultimo anno di mandato,...

11 settembre

Chi ha progettato l’attentato dell’11 settembre 2001 sapeva che si sarebbe trattato di un avvenimento eminentemente visivo. Migliaia di telecamere, videocamere, cellulari, macchine fotografiche, e altri mezzi di registrazione, sarebbero stati attratti e ipnotizzati dal profilo dei due grattacieli in fiamme, così da registrare l’incendio, e poi in successione il crollo delle Twin Towers. Anche la sequenza dell’impatto del secondo aereo contro il monolite di acciaio e vetro era stata con ogni probabilità immaginata come un ulteriore shock visivo, un raddoppiamento dell’avvenimento, una sua ulteriore elevazione all’ennesima potenza ottica. E così è stato.   L’occhio di vetro delle telecamere ha prodotto un inarrestabile replay, accresciuto, come ha visto Clément Chéroux, storico della fotografia, dal fatto che le principali stazioni televisive americane, e poi quelle del resto del mondo, trasmisero per ore e ore inloop le immagini dell’impatto e del crollo. Inoltre, le istantanee dell’avvenimento, che tra qualche giorno saranno esposte a Milano a Palazzo Reale, nella mostra...

Nel corso del tempo, Piazza Garibaldi

“Scrivici qualcosa di accattivante per l’uscita del film”, questo in sintesi il messaggio di Marco Belpoliti dal Dodecaneso. Era agosto, anch’io ero in vacanza, impegnato a cucinare per gli amici, come spesso mi succede d’estate. Mai capito quelli che in vacanza si annoiano e faticano a riempire la giornata. Io cucino e il tempo non basta mai. E intanto riposo. Così, m’era venuto in mente di raccontare l’avventura di Piazza Garibaldi attraverso le variegate, spesso eccellenti, occasioni d’incontro con la cucina italiana, che hanno accompagnato i nostri viaggi attraverso la penisola sulle orme dei Mille. Ma poi ho pensato che forse i lettori di Doppiozero non sarebbero stati così interessati a leggere di gastronomia il giorno dell’uscita del film alla Mostra di Venezia. Un’altra volta, magari.   Bisognerebbe tornare a ragionare sull’anniversario dell’unità nazionale, di cui più nessuno parla o scrive dopo la sbornia dei mesi primaverili. E ti credo, con quello che sta succedendo e tutte quelle nubi cariche di pioggia all’orizzonte. Ma è anche vero che nel...

Il sabato del villaggio / Somiglianze e apparenze

Due sembrano essere le modalità dello sguardo che si contrappongono da anni sulla scena pubblica italiana, quella dell’apparire e quella della somiglianza. Per un certo periodo si sono anche sovrapposte, apparire alla stessa maniera è in parte anche considerarsi simili e quindi affini, una sorta di apparenza al quadrato. Tuttavia l’imporsi della crisi con la concretezza dei suoi problemi (mancanza di lavoro, difficoltà di accesso allo studio e alla cultura, perdita di diritti) favorisce lo scambio e la collaborazione tra persone affini per modo di vivere e di pensare, tra persone quindi che si somigliano al di là delle categorie politiche ormai quasi totalmente invase dal virus decadente dell’apparenza. Doppiozero questa settimana quasi propone in un certo senso una guida alla ricerca della somiglianza, dell’affinità a dispetto del vuoto apparire. Ferdinando Scianna commenta una sua fotografia rammentando una somiglianza con l’individuo da lui fotografato con quello ritratto in un quadro da Antonello da Messina: una somiglianza che sta forse più nell’uomo che nel quadro stesso e che nasce da una...

Biennale 2011 / Ospedale Italia

Il meccanismo di selezione dei curatori e, di conseguenza, degli artisti, nei padiglioni nazionali della Biennale di Venezia non è dappertutto uguale. Come dei piccoli consolati artistici autonomi, ogni singolo padiglione può decidere cosa presentare (e come) all’interno delle proprie mura. Delle mura ‘storiche’, o meglio, permanenti, per quei padiglioni che, a partire dai primi anni del Novecento si sono impiantati nei Giardini; altre provvisorie come le tante sedi sparse a Venezia per mancanza di spazi all’interno della piccola città nella città che è la Biennale di Venezia. Proprio perché rappresentanze ufficiali di una nazione è il Ministero della Cultura di ogni singolo Paese che prende le decisione a riguardo. I criteri di scelta, però, possono davvero essere molto diversi tra loro. In genere il Ministero delega, per competenza, la scelta di artista e/o curatore a un museo; altre volte dispone di commissioni di esperti. Il comune denominatore resta la ricerca delle personalità artistiche migliori per esprimere la parte più rappresentativa della creatività e della capacità artistica che uno stato può esprimere.   Proprio per tali caratteristiche molti artisti,...

Vita, avventure e morte di Francesca Woodman

Un giorno qualsiasi del 1977 una ragazza entra nella libreria romana Maldoror e porge al proprietario, Giuseppe Casetti, una scatola grigia esclamando “Sono una fotografa”. La giovanissima donna, nemmeno ventenne, si chiama Francesca Woodman. Nata in America nel 1958, figlia di artisti – padre pittore, madre ceramista – interessata alla fotografia sin da quando aveva tredici anni, si trova a Roma per seguire i corsi della Rhode Island School of Design. Non è il suo primo viaggio in Italia, dato che da piccola ha vissuto un anno a Firenze e soggiornato varie estati nella vicina Antella; ma quello che era nato come periodo di studio si tramuterà in un’esperienza artistica ben più importante, sia per lei che per coloro con cui strinse amicizia nella capitale.   Francesca Woodman è una delle figure più emblematiche dell’arte degli ultimi trent’anni, benché il suo percorso creativo si sia interrotto sul nascere. Dopo l’Italia infatti, e il diploma al RISD, la giovane fotografa si trasferisce a New York: nel gennaio del 1981, a 22 anni, meno di quattro anni dopo l’incontro con Casetti...

Il sabato del villaggio / Addio confort

Con le scuole ormai chiuse, gli esami di maturità in dirittura d’arrivo, l’estate, tra alte e basse temperature, sembra essersi ormai avviata e si avvertono i primi timidi tentativi di fuga dalla città. Ritrovare la natura, lo spazio selvaggio, ma senza perdere i confort: una natura a misura d’uomo sembra essere il bisogno da soddisfare. Addio alla natura quindi, ma soprattutto un addio alla sua idea culturale e falsificante, questo l’auspicio contenuto già nel titolo dell’ultimo libro di Gianfranco Marrone recensito questa settimana da Marco Belpoliti e Franco Farinelli e su La Repubblica da Maurizio Ferraris in un ampio articolo. Uomo e natura, due conviventi che mal si sopportano, ma anche una corsa ciclistica, la Milano-Sanremo, tra le più affascinanti ed estreme del mondo. Un percorso vario ed imprevisto, un paesaggio naturale, sorprendentemente nel cuore di uno dei territori più urbanizzati d’Europa: ce lo racconta Igor Pelgreffi. Di tutt’altra natura la sparizione che si materializza sotto gli occhi di Giuseppe Montesano, ossia quella della spazzatura napoletana in parte spostata dalle...