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Milano Anni 70: l’immagine al potere

Negli anni Settanta l’immagine era dappertutto: negli studi degli artisti, nelle gallerie, lungo le strade, nei palazzi e nelle vie, dentro le sedi dei partiti o dei sindacati, sui muri, nei giornali, dentro gli obiettivi dei fotografi. Forse si può cominciare proprio da qui per parlare di “Addio anni 70”, la mostra curata da Francesco Bonami e Paola Nicolin, dedicata alla realtà artistica milanese del decennio, dalle foto di Carla Cerati, che coglie la vita mondana ma anche i manicomi, di Gianni Berengo Gardin che descrive case di ringhiera, cortili e piazze, di Cesare Colombo che segue i cortei e fissa gli attivisti del Movimento Studentesco, di Maria Mulas che distorce con un obiettivo apposito i corpi e i volti della intellighenzia milanese al Pac durante l’inaugurazione di una mostra, di Lelli e Masotti (uno dei lavori più poetici dell’intera esposizione) che fissano la performance di John Cage al Lirico, di Ugo Mulas che memorizza la strabocchevole piazza del Duomo ricolma di uomini e donne per il funerale dei morti di Piazza Fontana, di Gabriele Basilico che ritrae la folla alla Festa del Proletariato giovanile nel 1976...

L’incompleto come attitudine

Alla Galleria Francesca Minini di Milano un singolare progetto riunisce una collettiva di giovani artisti provenienti da diverse nazioni le cui opere interrogano in modo provocatorio un’attitudine sfuggente e controversa che investe pensiero, sguardo, gesto e forma: il non-completo.   Quattordici dadi disposti in modo casuale sul pavimento che attendono nuovamente di essere lanciati fino a riottenere come somma totale il numero 42 (Nina Beier & Marie Lund, 42, 2008), una macchina fotografica usa e getta con all’interno un rullino parzialmente utilizzato (Jouzas Laivys, A sigle-use camera containing a film wich is not yet fully exposed, 2003), un puzzle di 1.800 pezzi non ultimato e racchiuso in un quadrato di plexiglass appeso alla parete (Ryan Gander, Let’s make this happen, 2012), una serie di Polaroid che ritraggono in una determinata data, ora e luogo piccoli abeti (Meriç Algün Ringborg, Untitled (tree top project), 2009), una frase che indica le coordinate di un ipotetico appuntamento (Jonathan Monk, Meeting#99: Buckingham Palace London England May 19th 2039 Noon), scene estrapolate da diversi film del passato rimontate in un unico...

Being Luigi Ontani

Il 27 maggio si chiude alla Kunsthalle di Berna la mostra “BernErmEtica”, terza incarnazione ­ dopo il Castello di Rivoli e Le Consortium di Digione del progetto “CoacerVolubilEllittico” curato da Andrea Bellini. Per le edizioni JRP Ringier di Zurigo è appena uscito il catalogo curato da Marianna Vecellio, dal quale riproduciamo il testo di Andrea Cortellessa.     Quella della dischiusura, cui invita Andrea Bellini col suo progetto delle Scatole viventi, mi pare l’immagine più calzante per tentare di definire quella strana cosa che pratico ormai da quindici anni senza mai averci riflettuto, temo, a sufficienza. Parlo della critica. E non è un caso che questo stimolo venga da una “situazione” per me, per così dire, extraterritoriale: dall’ambito delle arti visive, cioè, e non da quello in cui mi sono formato – che è la letteratura. Come se muovendoci in un territorio che non ci è famigliare non potessimo evitare di interrogarci su quanto in esso vi sia in comune con casa nostra – oltre che, com’è ovvio, su quanto ne differisca (secondo la...

I contemporanei: Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi

Se qualcuno vuole sapere cosa è il cosiddetto “contemporaneo” non ha che da visitare la mostra di Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi aperta all’Hangar Bicocca di Milano: Non non non (fino al 10 giugno). Sono tre installazioni site-specific.   La prima s’intitola La marcia dell’uomo: 32 fotogrammi della durata di due secondi in cui si vede, virato in giallo, un nègre che cammina, tratto da Etienne-Jules Marey, che ha fissato un gruppo di uomini del Senegal: è il 1895, nascita del cinema. Nel secondo si scorgono dei “selvaggi” cui gli etnografi impongono pizzi, cappelli a cilindro e l’uso della forchetta. Il terzo, virato in rosso, risale agli anni sessanta del XX secolo: ragazze africane a seno nudo posano per un uomo occidentale che le paga per la loro prestazione. La musica di Keith Ulrich sospende il tutto in una sorta di vuoto pneumatico.     La seconda installazione è all’interno di un immenso spazio; alle pareti tre grandi teloni su cui vengono proiettati, con cadenza lenta, ma inesorabile, sequenze preordinate di film. Frammenti elettrici; un film sui Rom...

Gina Pane, mode d’emploi

Da una decina d’anni la figura e l’opera di Gina Pane (1939-90) sono al centro di un significativo lavoro critico ed espositivo, grazie anche agli sforzi dell’instancabile Anne Marchand, compagna di vita dell’artista. Nel 2003 escono i suoi scritti, Lettre à un(e) inconnu(e), per le edizioni dell’ENSBA; nel 2005 il Centre Pompidou organizza la personale Terre-Artiste-Ciel; nel 2008 è la volta di Situation idéale al Musée des Beaux-arts di Nantes. Mancava un segnale dall’Italia. Eccolo: la straordinaria retrospettiva al MART di Rovereto, È per amore vostro: l’altro (fino all’8 luglio), credo la più completa mai allestita, con oltre 160 opere, accompagnata da un catalogo-monografia di Sophie Duplaix. Tante le suggestioni suscitate dalla visione e dalla lettura, da cui ricavo qualche lemma, per quanto possibile in ordine cronologico.   SCULTURA. Per chi, in prima battuta, associa il lavoro di Gina Pane al corpo sanguinante, la prima sala è uno choc: sculture di elezione minimalista, disegni geometrici proiettati nello spazio. Eppure non è la geometria ad imporsi ma i...

25 aprile | Cosa significa resistere, cosa significa ricordare

È il 1968 quando esce La Beltà di Andrea Zanzotto. I muri del mondo, in quei mesi, sono pieni di scritte che rappresentano, e insieme performativamente sono, la rivoluzione in atto. Durerà poco, quel momento di sospensione e trascendentale rilancio della storia; ma ciò non toglie che sia stato (lo dimostra il fatto che fa ancora incazzare tanta gente). E in effetti le scritte sui muri – attraverso le quali, aveva profetizzato Lautréamont, un giorno saremmo stati tutti poeti – non cessarono allora di esistere. Sono rimaste un luogo simbolico e performativo di grande importanza, nella formazione e nella vita politica delle generazioni più giovani; nonché, a ben vedere, un efficace tramite di memoria intergenerazionale. Cioè di storia.   In quel libro atroce e sublime di Zanzotto – il più importante, se non il più bello, della nostra poesia contemporanea – si rincorrono non a caso diciotto grandi poesie-tableaux che recano il titolo complessivo di “Profezie o memorie o giornali murali”; poche pagine prima, invece, si legge un grande componimento dal titolo “...

Reversibilità

C’è una mostra a Milano in questo momento, allo spazio Peep-hole, intitolata Reversibility - A theatre of de-creation, ideata e curata da Pierre Bal-Blanc. Già il titolo è suggestivo, perché della reversibilità dà la versione non della freccia che rovescia l’entropia ma della continua interconnessione tra creazione e de-creazione, che non è distruzione appunto, suo opposto, ma smontaggio, decostruzione, come ormai si usa dire.   La mostra è composta da diverse opere di vari artisti ambientate tra loro, con speciale attenzione allo spazio, alla sua storia (prima di essere Peep-hole era già stata una galleria d’arte, poi un appartamento e di nuovo una galleria – e ora di nuovo qualcos’altro perché Peep-hole è costretta a trasferirsi dopo questa mostra). Tra tutte le opere ve ne sono due fotografiche, che hanno attratto subito la mia attenzione.   La prima, nella prima stanza, è dell’artista Sanja Ivekovic, che ha accostato-mescolato immagini sue personali, della sua vita privata, in atteggiamenti affettuosi con il suo compagno, e immagini di...

Intervista a Jean-Marc Bustamante

Il 5 febbraio ha inaugurato a Villa Medici a Roma la mostra Jean-Marc Bustamante - Villa Medici, una mostra che fa riflettere sulla fotografia attraverso un percorso artistico che si pone in un costante confronto critico con differenti media. Jean-Marc Bustamante ha anche inaugurato la serie di incontri che il MACRO dedica alla fotografia e che, dopo Paolo Ventura e Geoff Dyer, vedranno il 29 maggio Guido Guidi in conversazione con Francesco Zanot. La mostra a Villa Medici resterà aperta fino al 6 maggio.   C.C.: Signor Bustamante, tutto il suo percorso artistico è caratterizzato da una forte relazione con lo spazio. Dalle sue prime fotografie (che ha iniziato a esporre in contesti che davano conferma di quanto la fotografia appartenga all’universo delle arti plastiche), allo sviluppo della serie (in cui le immagini erano concepite come sculture), alle sculture, i lavori in plexiglas e gli ambienti che realizza, i termini “oggetto” e “spazio” sono i due poli entro cui è possibile iniziare a pensare al suo lavoro. Nella mostra a Villa Medici non solo le sue opere sono messe in dialogo con alcuni dipinti di Pieter...

Parigi. Lo spazio del populismo

Che l’esercizio del potere non sia (soltanto) un atto coercitivo, pura e semplice imposizione di una volontà esterna calata dall’alto, ma sia qualcosa di ben più “intimo”, direttamente agganciato alle corde interne della nostra condizione psichica, è un dato di fatto. Che il Sovrano-Leviatano di Hobbes non sia composto altro che dalla molteplicità mostruosa dei corpi dei suoi cittadini, lo sappiamo benissimo. E non soltanto perché abbiamo imparato con Foucault a riconoscere le manifestazioni del potere ben al di là del semplice rapporto repressivo e duale tra Re e Cittadino, o perché filosofi recenti come Maurizio Lazzarato o Yves Citton hanno mostrato come la politica può, di fatto, riassumersi in un’incessante attività di canalizzazione da parte delle istituzioni di quella che è la dimensione affettiva e cognitiva dell’insieme dei cittadini.     Che il potere abbia un qualche legame più o meno remoto con i desideri, le paure, il senso di umiliazione o di benessere del singolo è perfettamente leggibile nella strutturazione stessa delle...

Il museo come serial televisivo

Agli inizi del 2007 il Comune di Reggio Emilia ha scelto Italo Rota, in quanto architetto di fama internazionale. Non si è a conoscenza di alcun testo scritto sottoposto all’architetto in funzione di progetto culturale sul museo; neppure, come si è fatto in altri casi nel nostro paese, si è formata una commissione o un comitato scientifico che affianchi il progettista; non risulta neppure un coinvolgimento diretto dei conservatori che avevano il compito di seguire le collezioni archeologiche e quelle scientifiche. Tutto è stato più semplice e diretto: “A lui è stata chiesta una proposta che, a partire dalla progettazione degli allestimenti del Museo, contribuisse a rafforzarne l’identità e le capacità di comunicazione”.   A più di cinque anni dall’approvazione del “concept generale” (questo il termine usato nelle delibere relative), non c’è ancora stata una presentazione organica e completa di questo progetto di “riallestimento” o “riqualificazione” dei musei civici. E questo è certamente uno degli aspetti più...

Broodthaers al MAMbo

MUSEUM: enfants non admis. Toute la journée, jusqu’à la fin des temps. Une forme, une surface, un volume, serviles. Un angle ouvert. Des arêtes dures, un directeur, une servante et un caissier.     Marcel ha un cognome difficilissimo, per pronunciarlo penso a pane & lacrime: Brot, pane in tedesco e tears, e pronuncio le vocali invertite, un po’ all’italiana. L’unica opera di M.B. che avevo visto prima di prendere a frequentare il Belgio è quella strana ambientazione con l’ombrellone impunemente aperto esposto a Palazzo Grassi, The XIX Century Room, il décor fatto di fucili e sedie da giardino a righe blu. Quella del MAMbo è la prima grande retrospettiva in Italia. La prima sala dà la misura, Broodthaers è un gigante. Il lavoro di dodici anni è un unico grande lavoro: un museo. 30 palme, 6 foto di incisioni antiche di animali, 16 sedie da giardino formano un’anticamera che è stranamente fuori luogo e familiare. Entrando ho avuto un lunghissimo déjà-vu, una scena che si è ripetuta per anni sempre uguale: su una di quelle sedie,...

Elisabetta Benassi. All I Remember

“Collezionare fotografie è collezionare il mondo”, scrive Susan Sontag nelle pagine iniziali di On Photography. Collezionare fotografie equivale al tentativo utopico e un po’ folle di recuperare il passato mantenendolo artificialmente in vita, di salvarne tracce e residui attraverso un processo compulsivo di accumulo, conservazione e catalogazione. Lo strumento fotografico si rivela un alleato essenziale in quest’attività di salvataggio della memoria, poiché ha il potere di fissare e tramutare gli istanti storici, restituendoli sotto forma di oggetti fisici, leggeri, trasportabili, collezionabili. La fotografia rende quindi possibile la costruzione di un archivio potenzialmente infinito di eventi storici, pubblici e privati, illustri e insignificanti, e soprattutto alimenta l’illusione di possederli interamente, fisicamente e concettualmente. Il collezionista infatti non cerca solo di preservare la storia, ma di rintracciarne il senso seguendo il filo discontinuo dei frammenti raccolti.     È forse proprio questo aspetto conoscitivo, talvolta viscerale e parossistico, ad avere fatto sì che il...

Neoconcretismi e carnevale. L’11° Biennale di Lione

L’effetto è bizzarro. Sembra di attraversare una biennale del Mercosul mentre si è nella piovosa Lione e si osserva la Saône scorrere verde-bruna appena fuori dalle ampie vetrate. Un’insolita percentuale di artisti proviene dall’America latina, in particolare da Argentina, Brasile, Cile e Colombia, e la circostanza produce un forte spostamento: non solo topografico ma proprio progettuale, interno alle opere, e politico-culturale. La curatrice dell’undicesima edizione della Biennale, Victoria Noorthoorn, risiede a Buenos Aires, ha lavorato come curatrice al Malba-Fundación Costantini in Buenos Aires e ha sviluppato molteplici progetti curatoriali nei paesi dell’America del sud: ma questa semplice contingenza non costituisce da sola spiegazione. La geografia degli artisti in mostra risponde a un disegno: o quantomeno lo pone in atto [i].   La mostra, dispiegata su quattro sedi (Sucrière, Musée d’Art Contemporain, Fondation Bullukian, Usine T.A.S.E.), ha le ambizioni di una vasta e pedagogica mise-en-scène. La propensione al teatro, se non la specifica attorialità degli artisti...

Museo Laboratorio della Mente

L’aria è leggera, appena profumata di resina, nel parco dell’ex ospedale psichiatrico di Santa Maria della Pietà, a Monte Mario. I manicomi, del resto, sorgevano sempre lontani dal rumore e dai troppi sguardi della città, in luoghi appartati e spesso ameni, garanzia certa di salubre segregazione e di facile omertà. Così, aspettare seduti su una panchina ombreggiata l’apertura del Padiglione sei, che dal 2008 accoglie il Museo Laboratorio della Mente, non è un tempo perduto e neppure un educato esercizio di pazienza in risposta alla cortesia persino imbarazzante degli operatori dell’UOS-Centro Studi e Ricerche Asl Roma E che, tra mille e più difficoltà, ostinatamente aprono il museo a quanti, e sono tanti, ne fanno richiesta (“Sì è mai visto il direttore di un museo che fa le visite guidate alle scolaresche?” mi aveva domandato il giorno prima al telefono il professore Pompeo Martelli, psichiatra di ferma militanza, furibondo per i fatali tagli al budget del “suo” museo). L’attesa all’esterno dell’edificio chiuso, sulla cui facciata rimessa a...

Benjamin in punta di penna

“Was Ist Aura?”. Sono queste le uniche parole che riesco a decifrare. Si leggono in apertura di un documento non datato e manoscritto di Walter Benjamin. Tra i supporti più disparati utilizzati da Benjamin per prendere appunti mi colpisce quello che tenta di definire l’aura, uno dei concetti benjaminiani più indeterminati: una carta intestata “Acqua di S. Pellegrino. La migliore da tavola”. Il logo – una sorta di sponsor dell’Italian Style sul pensiero di Benjamin – non è cambiato: una stella rossa a cinque punte, con l’immagine della bottiglia disposta al centro oppure, come recitavano le pubblicità dei primi del secolo scorso, “la marca stella rossa” da esigere, l’acqua “battericamente pura” rispetto alle altre, che possono contenere “i germi del tifo, della dissenteria e di altre gravi infezioni”. “Was Ist Aura” è riportato giusto sotto l’insegna “S. Pellegrino”, quasi che Benjamin fosse indotto a interrogarsi sulla decadenza e la frantumazione dell’aura a partire non dall’opera d’arte e dalla...

Diane Arbus. Il banale leggendario

Autunno 2011. Parigi. Tuileries. Jeu de Paume. Pomeriggio, tramontana, cielo alto, alberi stecchiti. Il nome nell’arco d’ingresso: Diane Arbus. Une allégorie de l’expérience humaine, dice il giornale. Ecco: allegoria, esperienza, umana. Entro.   Grigio sessanta per cento. O cinquanta, o qualcosa del genere. Grigio-album comunque. Uniforme, opaco. Un fondo neutro su cui si ritagliano gli scatti, stampe quadrate, venti o trenta centimetri, non di più, passepartout e cornici bianche. I gesti, le occhiate, il flusso dei commenti bisbigliati intorno a me. Un pubblico di donne giovani, un caso, penso, ma un sintomo, anche. Forse per consuetudine (nelle stesse sale, due altre fotografe, Lisette Model, l’anno scorso, e poi Claude Cahun), ma sospetto una complicità, una specie di solidarietà istintiva, insieme spontanea e no. E comunque. Guardano un film già visto: gli eccentrici, i freaks, i personaggi bizzarri e atroci della New York anni sessanta, la città oscura, disperata, mediocre, perversa, eccezionalmente banale, bellissima. È, innegabilmente, il fascino del brand Arbus, di un’opera,...

Blu agli Uffizi

Sempre più di frequente, purtroppo, ci troviamo a fare i conti con iniziative e decisioni di direttori, di politici o di amministratori che, in nome di un delirante pragmatismo che fa alla pari con la sfrontatezza, camuffata da capacità di innovazione e di modernità, e al solo fine di dimostrare la propria distanza dall’inettitudine dei politici-amministratori del passato, intervengono anche nei musei. Nella pagina dedicata alla Cultura del Corriere della Sera di domenica 18 dicembre 2011 è apparsa la notizia, corredata di una piccola, ma significativa fotografia, della nuova colorazione delle pareti di otto sale del museo di Firenze destinate all’esposizione delle opere dei “Maestri stranieri”, aperte al pubblico da martedì 20 dicembre. L’iniziativa è stata presentata come la prima tappa del “Progetto dei Grandi Uffizi” (sic). Le opere esposte sono di artisti fiamminghi, olandesi, spagnoli e francesi rimaste finora nelle zone in sicurezza del museo non accessibili al pubblico.   Il Direttore della Galleria, Antonio Natali, ha spiegato di avere scelto il colore blu “perché...

Donald Weber, Interrogations. Una non-fiction, una mostra e un libro

In una scena del Maestro e Margherita Bulgakov ripropone l’incontro fra Pilato e Gesù raccontato dai Vangeli, quello in cui l’uomo che rappresenta il potere di Roma nella terra di Galilea si confronta con una forma di verità altra da quella rappresentata da lui, una forma di verità che lo scrittore russo fa insinuare anche nella sua figura sotto forma di un insopportabile mal di testa. Nel suo personale interrogatorio, Pilato accusa Gesù di essere un bugiardo, di essere colpevole di ciò per cui è stato accusato e allude contro le sue ragioni al discorso della follia, in una visione simile a quella che ha spinto Lombroso alla fine dell’800 ad accomunare nel suo Atlante pazzi e criminali. D’un tratto anche Gesù sembra diventare uno di quei personaggi del popolo russo a cui ci hanno abituato Gogol’ e Dostoevskij. E mentre Gesù accusa Matteo di non trascrivere fedelmente le sue parole, anche Pilato pare iniziare a prendere le forme di un uomo della burocrazia russa. Tutta l’accusa nei confronti di Gesù si sarebbe basata su un fraintendimento: avrebbe istigato il popolo a...

Una conversazione con Antoni Muntadas

Al Centro Reina Sofía di Madrid ha aperto da pochi giorni Entre/Between una retrospettiva del lavoro di Antoni Muntadas che attraverso nove “costellazioni tematiche” offre una lettura complessiva del suo percorso. Maturato nel clima radicale degli anni settanta, il lavoro di Muntadas, nato a Barcelona nel 1942, residente a New York dal 1971 e da molti anni docente al MIT, si configura da subito come un’indagine intorno ai meccanismi discorsivi che danno forma all’esperienza sociale contemporanea. Con forme e media molto diversificati – dai dispositivi tipici dell’arte concettuale (inchieste, libri, archivi, interviste, ecc.) a installazioni, video, progetti nello spazio pubblico e più di recente al web –, l’opera di Muntadas affronta direttamente il potere e le istituzioni che lo rappresentano, prendendo di mira la logica egemonica, la rete di occultamenti, di falsificazioni grazie alle quali esse mantengono la loro credibilità. Come altri artisti a lui affini, ad esempio Daniel Buren e Hans Haacke, l’artista spagnolo sviluppa al tempo stesso una visione critica dell’arte e del suo “sistema,...

Invernomuto

Vernasca è un paese in provincia di Piacenza. Probabilmente non è mai comparso così tante volte, come in quest’ultimo periodo, sui quotidiani emiliani e sul web. Da quando, cioè, il duo Invernomuto, che da lì proviene, non ha cominciato a parlarne, con tenacia e un certo grado di visceralità, nel proprio lavoro. Ecco un minuscolo punto sulla mappa geografica del nord Italia. Partiamo da qui, da Vernasca e dal genius loci, espressione latina riapparsa in epoca contemporanea, declinata in vario modo nelle agende progressiste, come nell’agenda culturale della Lega Nord, nel linguaggio del marketing territoriale, come nelle campagne pubblicitarie focalizzate sul territorio.     Genius loci è espressione che, nel caso di Simone - titolo della mostra personale, a cura di Xing, degli Invernomuto al PAC di Ferrara - conserva quel quid poetico ed ancestrale a cui si accorpa, al tempo stesso, un tratto di fragilità e vulnerabilità. Di “luogo” parliamo e naturalmente anche di “genio”. La grotta di cera bianca (Wax, Relax) che rappresenta la visione di apertura della mostra...

Il genio di Julian Schnabel

Julian Schnabel è davvero misterioso. Ad alcuni dà fastidio che non si capisca chiaramente quello che fa, soprattutto perché ha avuto un successo planetario, che continua da trent’anni. Tra i primi dell’ondata “New Image” o postmoderna, è riuscito a imporre grazie al suo grande talento un eclettismo sprezzato da molti. I suoi detrattori lo scherniscono perché ritengono che si dia arie da genio in tempi troppo sospetti per una cosa del genere, ma, qualsiasi cosa significhi genio, di sicuro lui ci prova. Così butta tutto quello che vuole sulle tele, oggetti di ogni tipo, oppure si limita a dipingere in maniera abbastanza tradizionale degli enormi volti; fa delle sculture con materiali trovati che non hanno niente di originale, ma si impone per la forza del convincimento. Riesce, insomma, a far pensare che sta facendo qualcosa di importante, anche se non si riesce a definirlo, e quanto a lui dice: “Quando dipingo nessuno deve sapere quello che sto pensando”.     Ha fatto dei film diventati famosi, non ci si può meravigliare che fotografi anche, come abbiamo visto alla recente...

Benjamin Cloud

Fotografie, quaderni, taccuini, lettere agli amici, biglietti sparsi: ecco l’ordinata nebulosa che compone il laboratorio intellettuale di Walter Benjamin. In corso a Parigi presso il Musée d’art et d’histoire du Judaïsme, la mostra Walter Benjamin Archives (fino al febbraio 2012, fondo degli Archives Walter Benjamin dell’Akademie der Künste di Berlino) è una vera e propria messa in scena del dettaglio. Biglietto dopo biglietto, appunto dopo appunto, il visitatore assiste più che all’evolversi, al pulsare del pensiero benjamiano. Un respiro che è prima di tutto vitale, un pensiero che non contempla scarti o rifiuti. Le sale ricordano una nuvola gonfia, oggi si direbbe cloud, e in un certo senso anche l’organizzazione è simile. La catalogazione serve per la conservazione, ma non per accedervi; l’accesso è dato dal pensiero di Benjamin la cui osservazione del dettaglio è la chiave principale.   Non è l’analisi o il ragionamento razionale a prevalere, mentre si tenta si scrutare l’esile e affilata calligrafia di Benjamin, ma una curiosità oziosa e...

Tannhaüser, pittore modernista

Esco dall’Opéra Bastille di Parigi dopo aver visto e sentito il Tannhäuser di Richard Wagner con la regia di Robert Carsen, una ripresa della rappresentazione del 2007, interrotta allora da una serie di scioperi del personale tecnico. Per alcuni giorni i motivi wagneriani interferiscono con i miei pensieri finché, abbassatasi la marea emotiva, resta a galla una domanda assai meno seducente, una domanda sul destino del modernismo. Provo a riformularla così: se dovessi individuare un emblema del modernismo nel campo delle arti visive, non esiterei un attimo a indicare il quadro da cavalletto. Se dovessi però specificare l’arco storico in cui s’inscrive questo emblema, non avrei altro che risposte balbettanti quando non contraddittorie.     La crisi della pittura da cavalletto   Da una parte, il quadro da cavalletto entra in crisi sin dalla costituzione stessa del modernismo, come testimonia il titolo di un testo conciso e cruciale del critico americano Clement Greenberg, La crisi della pittura da cavalletto (1948). Dall’altra parte, non solo la pittura da cavalletto sopravvive al postmodernismo ma,...

Bologna, Museo della Memoria di Ustica

Non è la città dei portici e della letteratura, e neppure quella dello spritz e dello shopping la Bologna che si percorre, un po’ smarriti e persino inquieti, per arrivare, dopo molte fermate di autobus e qualche richiesta di informazione, agli ex depositi tramviari di via di Saliceto, alla Zucca. Qui, poco lontano da via Stalingrado, dalle larghe strade operaie un tempo ai limiti della campagna, dal 2007 riposa, per sempre senza pace, il relitto del DC9 Itavia abbattuto nei cieli di Ustica nel giugno del 1980. Ci sono ancora i binari a segnare, metallica e moderna nervatura, il percorso che conduce, attraverso l’aperto di un giardino pubblico senza troppe pretese, ai capannoni imponenti che accolgono le scarne spoglie dell’aereo e dei suoi ottantuno passeggeri, lamiere e pettini, maniglie e bambole strappate con chirurgica pazienza dal fondo del Mediterraneo e destinate alla discarica dopo aver raccontato in infinite sedi giudiziarie la loro storia di morte improvvisa.     L’Associazione dei familiari della vittime ha voluto però che quella storia – quelle tante, singole storie – continuassero ad...