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Russian Art 1917-1932 / La Rivoluzione d’Ottobre a Londra

You say you want a revolution Well, you know We all want to change the world. You tell me that it’s evolution Well, you know We all want to change the world. The Beatles, Revolution, 1968     Ebbene, è già tra i tormentoni dell’anno. La Rivoluzione Socialista d’Ottobre scoppiò in Russia cento anni fa e il mondo, nel bene e nel male, ne celebra l’anniversario. Questa volta tocca a Londra. La Royal Academy of Arts ospita una grande mostra dal sintetico quanto significativo titolo: Revolution. Il sottotitolo specifica: Russian Art 1917-1932. Periodo che copre i momenti dell’intrattenibile entusiasmo, delle atroci difficoltà della guerra civile, del tentativo di salvare la disastrata economia sovietica con il ricorso alla privatizzazione del commercio (la famigerata NEP, nuova politica economica), della sua messa fuori legge con il passaggio al primo piano quinquennale (1928) e conseguente ascesa irrefrenabile di Stalin. Si ferma alle soglie dello stalinismo trionfante, del realismo socialista imperante, delle purghe più efferate. Ma c’è posto per quindici intensissimi anni di dibattiti, utopie, illusioni, delusioni, sperimentazioni, censure e tanto altro ancora. Le...

Centre d’art contemporain di Ginevra (22 febbraio - 30 aprile) / Roberto Cuoghi, il pozzo di Babele

È un segno del destino che la parabola ricca e strana di Roberto Cuoghi inizi sotto il segno dell’equivoco. Fra il 1996 e il ’98, quando frequenta l’Accademia di Brera, Cuoghi si sottopone a una serie di prove iniziatiche alle quali resta ancor oggi legata la sua fama. Nell’arco di sette anni, a partire dal ’98, trasforma artificialmente il proprio aspetto, appesantendosi e invecchiandosi sino a far coincidere la propria immagine con quella di suo padre. L’anno prima, per undici mesi, aveva smesso di tagliarsi le unghie delle mani. Ma ogni volta che ne ha occasione Cuoghi nega a questi gesti lo statuto di “opere”: né performance né “sculture viventi”. Non si tratta (solo) di un vezzo d’artista, in fuga da un mitobiografema a rischio di stereotipo. Credo davvero non siano opere bensì, semmai, loro preliminari: esercizi spirituali che (come nella tradizione fondata da Ignazio di Loyola o in quella antica dell’esicasmo) si fondano su un allenamento del corpo, una sua predisposizione «antropotecnica» (come Peter Sloterdijk ha rideclinato, in Devi cambiare la tua vita, Cortina 2009, questa tradizione di lungo periodo).    Roberto Cuoghi al museo del Louvre.    La...

La realtà fatta idea / Robert Mapplethorpe

Look at the pictures! Guardate le immagini! urla ai suoi colleghi il senatore Jesse Helms a Washingthon D.C. all'inizio del documentario Mapplethorpe. Look at the pictures, edito da Feltrinelli. Tra le mani tiene una stampa che sventola rapidamente davanti alle telecamere perché se ne colga un fugace scorcio e nulla più: si tratta del celebre The Man in Polyester Suit (1980), dove un poderoso membro nero fuoriesce dall'abito impeccabile di un uomo senza testa. Dovrebbe essere un'immagine oscena, ma in realtà è una composizione molto raffinata. L'estrema eleganza estetica della fotografia, con il lungo pene nero perfettamente integrato nella costruzione della figura vestita, potrebbe riassumere in un solo sguardo l'apparente dualismo che è facile ritrovare nell'opera di Robert Mapplethorpe.   Il fotografo era consapevole di presentare nel suo lavoro elementi a prima vista eterogenei e opposti, quali la grande finezza visiva unita a soggetti intesi come “bassi” nella misura in cui accedevano alle pulsioni sessuali più viscerali. Nel film di Fenton Bailey e Randy Barbato viene mostrato l'invito per la sua prima mostra Polaroids (1973), costituito da una delicata busta di...

22 Febbraio 1987 - 22 February 2017 / Andy Warhol dappertutto

Andy Warhol sempre più interroga il presente, a cui ha lanciato segnali visionari, annunci di eventi destinati spesso ad avverarsi molti anni dopo la sua morte, avvenuta il 22 febbraio 1987. A trent'anni dalla sua scomparsa, non si contano ormai, in tutto il mondo le mostre, le monografie, le rivelazioni sull’artista che nel secondo Novecento è riuscito, meglio di chiunque altro, a entrare rapidamente nel Canone, riuscendo anche a sedurre il pubblico popolare, a farsi odiare dai benpensanti per il radicalismo del suo agire, eppure infine a farsi accettare con il suo mondo mai visto prima. Da poco è in libreria il gran volume Factory Andy Warhol, color d’argento, come la Factory tutta coperta di carta stagnola dalla dedizione certosina di Billy Name, per alcuni periodi servente, maggiordomo, tuttofare dello spazio e del suo proprietario, la prima edizione italiana delle foto di Stephen Shore (testi di Lynne Tillmann, Milano, Phaidon Press, 2016).   Il libro è la celebrazione di un apprendistato tumultuoso, quello per cui l’autore abbandonò il proprio itinerario scolastico per “fare il liceo e l’università” a fianco dell’artista, in due intensissimi anni, dal 1965,...

Fare emergere la texture delle cose del mondo / Hercules Segers, misteriosi paesaggi

Forse il più grande artista quasi sconosciuto, incisore e pittore. Morto tra il 1633 e il 1640, attivo in Olanda all’inizio del 1600, poco prima di Rembrandt. Hercules Segers, di lui sappiamo ben poco, non abbiamo nemmeno un volto, o un’ipotesi di volto. Eppure fu uno degli artisti più innovativi del Secolo d’oro olandese. Paesaggi melanconici come casse di risonanza che non somigliano a niente dei suoi contemporanei, ottenuti con una sperimentazione nell’arte incisoria così rivoluzionaria da rimanere un rompicapo per molti artisti e secoli a venire.    Hercules Segers, Paesaggio con cascata, ca.1615-1630, Amsterdam, Rijksmuseum.   Si è chiusa in gennaio al Rijksmuseum di Amsterdam Hercules Segers, la prima grande retrospettiva a lui dedicata, organizzata in collaborazione con il Metropolitan Museum di New York, dove prosegue a partire dal 13 febbraio (The mysterious landscapes of Hercules Segers, fino al 21 maggio 2017).  Questi due eventi presentano i risultati di un programma di ricerca scientifica e storica condotto per quasi tre anni dai ricercatori del Rijksmuseum.    Hercules Segers, Sentiero nel bosco, olio su tela su tavola, ca. 1618-1620...

Da oggi a Palazzo Reale / Keith Haring a Milano

La pagina dei Diari reca la data del 13 giugno 1984. C’è un disegno. Uno dei suoi omini le cui mani entrano nel corpo passandolo da parte a parte, disegnando così una specie di esse rovesciata. La mano di destra attraversa la testa e sbuca oltre; quella di sinistra attraversa la pancia. L’omino non ha occhi, bocca, orecchie e neppure naso. A fianco: 84. Sotto, un cuore, da un lato, e un intestino o stomaco, dall’altro. Keith Haring, la cui mania di tenere un diario personale discende dal suo mentore, Andy Warhol, spiega che questo disegno l’ha fatto per la prima volta a Milano nel 1984. Vuole sintetizzare la “riconciliazione tra testa e stomaco”. Spiega che il puro intelletto senza sentimenti è inutile, e potenzialmente pericoloso – e fa l’esempio del computer suo grande nemico –, mentre “l’espressionismo (stomaco) senza intelletto è insensato e in genere noioso”.    Strano disegno perché, per quanto ai piedi del personaggio ci sia il cuore, le due mani attraversano la testa e lo stomaco, non propriamente il cuore, che culturalmente dovrebbe essere la sede dei sentimenti, almeno da qualche secolo in qua. Che il cuore per Haring stia nello stomaco? In quella pagina di...

Intervista a Mario Cresci / Fotografia del no

Attendo Mario Cresci in una stanza della GAMeC di Bergamo, dove sta allestendo la sua mostra antologica. Giungo nella sala espositiva più piccola e intima del museo. Qui sono collocate, agli angoli, due grandi fotografie: Campo riflesso e trasparente (1979). Al centro della sala divengo un punto d’osservazione tra due opere collegate concettualmente. Guardo la reale lunghezza di un metro da muratore che prolunga la sua misura nella superficie di uno specchio. Alle altre due pareti sono appesi ulteriori campi riflessi, scatti che documentano un lavoro site-specific fondato sui diversi spostamenti e gradi della percezione. E qui penso che Cresci, nel suo articolato percorso di ricerca, ha compiuto spostamenti continui al di là dei consueti recinti disciplinari, con una metodologia basata sull’intreccio tra vari linguaggi. Pur privilegiando il medium della fotografia ha innescato anche sperimentazioni extra-fotografiche, migrazioni di ipotesi e di verifiche. Con il coraggio di chi dà molta importanza all’onestà intellettuale e al desiderio di scoprire nuove vie e intuizioni, ha spesso messo in discussione i suoi risultati formali, andando incontro anche alla prossimità del...

Intervista a Uliano Lucas e Tatiana Agliani / La realtà e lo sguardo

Ho incontrato Uliano Lucas a casa sua, a Saronno, insieme alla figlia Tatiana. È un uomo tenace:  questo si impara parlando con lui. È memoria vivente. Lucas ricorda tutto: luoghi, volti, persone, ogni aspetto di quello che ha vissuto e fotografato.  E tutto acquista grande dignità. Si capisce cosa significa credere nel proprio mestiere, anzi, essere il proprio mestiere: occhio e memoria, senza cedimenti. E cosa significa entrare negli eventi, smascherare gli inganni, considerare un evento in tutta la sua complessità. “Non esistono eroi o eroine”, mi racconta. “Devi imparare a demitizzare ogni figura e collocarla in un contesto oggettivo". Le sue immagini lo fanno. Ma non è tutto. Si impara anche un’altra cosa: ad essere generosi, a non risparmiarsi mai. Sono stata a casa loro per otto ore consecutive. Abbiamo parlato, discusso, ci siamo confrontati. Ho registrato una parte della nostra conversazione dedicata al libro sulla storia del  fotogiornalismo in Italia, scritto insieme alla figlia Tatiana Agliani, tutto il resto dei nostri discorsi si è sedimentato dentro di me. Ha cambiato il mio sguardo, il mio modo di considerare un’immagine.  Provo un profondo...

Jessica Backhaus: six degrees of freedom

A un primo sguardo non si riesce a dire nulla. Si resta in silenzio, si osservano le immagini esposte. Ci sono degli oggetti. Cosa vogliono suggerire? Da dove provengono? A chi appartengono? Sono vicini e lontani, mobili e immobili, familiari e perturbanti, immersi in un vuoto, per certi aspetti interrogante. Ogni spettatore riconosce le loro forme ma si perde nel mistero della loro presenza semplice ed ermetica: un foglio piegato sul tavolo, una lampadina, un filo. Nient’altro. Tracce.    Forse, come scriveva Marcel Proust, “l’immobilità delle cose intorno a noi è imposta loro dalla nostra certezza che sono esse e non altre, dall’immobilità del nostro pensiero nei loro confronti”. Così è l’atto di osservare le fotografie di Jessica Backhaus esposte da Micamera a Milano: costringe a una sorta di immobilità dello sguardo, simile all’azione che si compie quando si sta immobili di fronte a uno specchio, nel tentativo di comprendere il mistero del nostro volto, il punto di contatto tra soggettività e realtà.   Per questo l’immagine-oggetto di Jessica Backhaus vuole del tempo tutto per sé, perché in cambio offre nella sua completa immobilità, e in quella dello...

Villes balnéaires du XVIIIe siècle à nos jours / Tutti al mare

Uno dice “vado al mare”, e immagina spazi aperti e aria pura, ben distanti dal caos cittadino e dallo smog delle fabbriche, dal cemento e dall’asfalto, dai rumori e dai miasmi metropolitani, dallo stress di una quotidianità pervicacemente imbruttita dal continuo correre. Ci si immagina una vita alla Celentano, se pure ricca di sabbia e di iodio, sotto il segno tanto agognato quanto misterioso di una natura madre e matrona. Le scuse non mancano: si va al mare innanzitutto per ragioni salutari, poi per sgranchire il corpo e mettere la mente a riposo, per staccare dal tran tran, rituffarsi nelle silenziosità nutritive del liquido più amniotico che ci resti. Il tipo da spiaggia mostra le chiappe chiare, si sa, ma anche un’atavica voglia di benefica wilderness. Tanto fittizia quanto irresistibile.      L’invenzione del mare come attrazione turistica viene da qui, come azione parallela all’espandersi della (si fa per dire) civiltà industriale, ricerca di una purezza quasi atavica, desiderio di ritrovare se stessi, la propria supposta autenticità: nessuna artificiosità, nessuna sovrastruttura, niente cupidigia, niente secondi fini, niente di niente.    Ma è...

Curating Contemporaneity

Italian Version   Taylor Renee, a US-based writer and curator, traveled to Dakar, Senegal to attend the Curatorial Intensive for Independent Curators International (ICI). Here, she interrogates the role of the curator in the contemporary.   The workshop was held during the last week of the 2016 Dak’Art Biennale. I was one of twelve curators, writers and cultural producers who were chosen to participate in the seven-day intensive workshop. I had long admired the work of ICI alumni, and thought that the experience would be nothing short of fruitful and enlightening. However, I had reservations. For a long time, I have known curatorial work to be something that is only carried out by a specific group of people who are equipped and pedigreed with a rigorous art historical background. Yet, there’s been a trend reversal in the curatorial realm, where lines — that have historically outlined who is qualified to curate — have blurred. Now, artists are curators; curators become artists. In the contemporary, the term “curate” has also adopted various meanings. One can “curate” playlists, and closets. I too am guilty of “curating” coffee tables with my favorite ‘zines and books. I...

Curare il contemporaneo

English Version   In occasione del Curatorial Intensive for Independent Curators International (ICI) di Dakar, la scrittrice e curatrice americana Taylor Renee si interroga sul ruolo del curatore nella realtà contemporanea.   Durante l’ultima settimana della Biennale Dak’Art 2016, si è tenuto un workshop intensivo di sette giorni al quale sono stata invitata a partecipare insieme ad altri undici curatori, scrittori e produttori culturali. Avendo sempre apprezzato il lavoro dell’Independent Curators International (ICI), ho pensato che sarebbe stata un’esperienza del tutto illuminante e ricca di stimoli. Avevo, tuttavia, delle riserve. Ho sempre conosciuto il lavoro curatoriale come qualcosa che appartiene unicamente a individui con una rigorosa formazione in storia dell’arte. Eppure, vi è stata un’inversione di tendenza in questo ambito, che ha reso più sfumati i criteri adottati storicamente per determinare chi sia realmente qualificato a svolgere tale lavoro. Oggi è l’artista a rivestire il ruolo di curatore e il curatore quello di artista. Nella realtà contemporanea, il termine “curare” ha inoltre assunto una varietà di significati diversi. Si può “curare” una...

Conversazione inedita / Alberto Boatto, la morte interrotta

Nel 2013, per la precisione il 30 marzo, incontrai Alberto Boatto nella sua casa nel quartiere Fleming, a Roma. La consuetudine con lui e sua moglie, Gemma Vincenzini, non era recente. Ma l’anno prima ero rimasto molto colpito da una sua conferenza, al Palazzo delle Esposizioni, sul suo viaggio a New York nel 1964. Ammiravo da tempo la sua scrittura, algida e immaginifica; mi colpiva però questa sua inedita apertura a raccontare di sé. Intuivo che, dietro alla maschera imperturbabile del suo stile e del suo contegno, c’erano dei moventi – diciamo esistenziali – che, quanto più rimossi (o meglio repressi), tanto più potevano parlare, una volta esplicitati, e non a me solo. Registrammo così, sotto l’emblematica insegna di una Sedia elettrica originale di Andy Warhol, una lunga conversazione che, ci ripromettemmo, avremmo in seguito rivisto insieme per pubblicarla su doppiozero, magari integrandola di una parte più da vicino dedicata a quel viaggio in America, prelevandola dalla sua conferenza al Palazzo delle Esposizioni. A quel tempo, inoltre, Stefano Chiodi stava progettando la riedizione di uno o più suoi libri. Poi non ci fu più, in effetti, occasione di lavorarci: e Ghenos...

Tre mostre / Genius Loci

Il Genius Loci, lo spirito del luogo, è un filo rosso che nell’arte novecentesca permette di raccontare panorami complessi, articolati, spesso sorprendenti. A Venezia, nel gelo di questo gennaio alla Brueghel, due mostre, a diverso titolo importanti, danno conto di due episodi delle arti nella città, nel corso del secolo breve. Al Museo Fortuny, che mantiene intatto il fascino di cornice d’eccezione per i mondi tra simbolismo e cosmopoli tra ‘800 e ‘900, secondo la felice intuizione di Daniela Ferretti, che negli ultimi anni ha creato importanti eventi intorno ai pittori ispirati da Richard Wagner, sulla Marchesa Casati, su Romaine Brooks e Henriette Fortuny, arriva una notevole esposizione dedicata a La Bottega Cadorin (accompagnato da un ricco catalogo, a cura della stessa Ferretti, pubblicato da Antiga Edizioni). Per questa occasione la padrona di casa cede la curatela a Jean Clair, estimatore di antica data di Guido Cadorin, a cui aveva dedicato uno scritto appassionato già nel 1988, rivisitando la paradossale vicenda dell’Hotel Ambasciatori a Roma, dove nelle sale da pranzo l’artista aveva ritratto in un magnifico affresco la high society di quel tempo, proseguendo l’...

Gianfranco Baruchello / Una pecora per entrare nel gregge

Una delle domande che viene spontaneo porsi nell’osservare la carriera di un artista come Gianfranco Baruchello è: «Chi abbiamo veramente di fronte a noi?» La sua opera ci pone davanti un’immagine caleidoscopica in cui è difficile distinguere la figura dell’artista da quella dell’imprenditore. Il manager dal regista. Chi è Gianfranco Baruchello? Toscano di nascita e con formazione giuridico-economica, inizia la sua carriera come dirigente aziendale. Ruolo esercitato almeno fino alla metà degli anni Cinquanta quando, trentenne, lascia progressivamente spazio alla sua inclinazione creativa. Ha inizio così la sua seconda vita, prima di una serie di svolte decisive che segneranno anche le tappe della sua carriera artistica. La biografia di Baruchello è infatti un camaleontico e invidiabile susseguirsi di momenti cesura tra professioni e linguaggi creativi, di pari passo con i cambiamenti sociali, culturali, politici e privati.    L’interesse di Baruchello per le diverse tecnologie è immediato. Il suo primo film è del 1960, si intitola Molla e precede Il grado zero del paesaggio (1963) e Verifica incerta (1964-1965), realizzato in collaborazione con Alberto Grifi. Di questi...

La guerra senza la storia / Ungaretti. La parola che scaturisce dal nulla

Cento anni fa, giusto in questi giorni, venivano recapitate a sceltissimi destinatari le poche decine di copie della prima raccolta poetica di Giuseppe Ungaretti, stampata a Udine nel dicembre 1916. Almeno per quanto riguarda gli anniversari letterari, l’anno appena trascorso è stato generoso: il quinto centenario sia della pubblicazione del Furioso, sia del libro di Tommaso Moro che di lì a poco si sarebbe chiamato Utopia; il quarto centenario della scomparsa di autori del calibro di Cervantes e Shakespeare; il primo della pubblicazione di A Portrait of the Artist as a Young Man di James Joyce e, come s’è detto, dell’ungarettiano Porto sepolto.    Nel firmamento della poesia italiana novecentesca la stella di Ungaretti brilla meno fulgida di qualche decennio fa, ma la novità di quel libro fu davvero dirompente. Il porto sepolto appartiene alla esigua schiera delle opere che segnano uno spartiacque, distinguendo un prima da un poi. Provate a leggere – che so – la prima strofa dell’Amica di Nonna Speranza, e poi un componimento a caso, ad apertura di pagina, di quel primo Ungaretti. Due universi separati. La poesia di Gozzano sorge all’interno di un mondo...

La morte del pittore / Tra le nature vive di Wolfango

La notte tra il 15 e il 16 gennaio, nella sua casa bolognese di via Santo Stefano, è morto il pittore Wolfango Peretti Poggi. Aveva novant’anni, e la prima mostra l’aveva allestita a sessanta. Non volendo staccare le tele e arrotolarle, per portare i suoi enormi quadri nella chiesa sconsacrata di Santa Lucia fu costretto a tagliare i muri di casa. Lo storico dell’arte Eugenio Riccòmini, che propiziò l’evento, da quando ha scoperto quelle opere non ha mai smesso di considerarlo «il più abile pittore d’Europa». Omaggi altrettanto impegnativi gli hanno tributato Federico Zeri, Vittorio Sgarbi, Guido Armellini, e prima ancora Momi Arcangeli, che purtroppo non fece in tempo a scriverne. Negli ultimi anni, poi, i lettori del Foglio vedono apparire ogni tanto qualche minuscola riproduzione di un Wolfango nel box della “Piccola posta”, la rubrica di Adriano Sofri, che stava per girare una trasmissione televisiva su di lui quando scoppiò il caso Marino-Calabresi. Eppure il nome di questo pittore è quasi sconosciuto, persino tra gli intenditori d’arte; e la sua fama resta “municipale”, per usare l’aggettivo che l’Espresso affibbiò a Roberto Roversi appena decise di ritirarsi dal mercato...

Gli esiti dell’ossessione umana nel progresso / Josh Kline. Unemployment

“Provò di nuovo vergogna: a che cosa sarebbe servito presentarsi? Lavoro non ce n’era”. La vergogna è quella di Étienne Lantier che gira per le miniere di Montsou, nel Nord della Francia, alla ricerca di un lavoro. La prima grande rivoluzione industriale, proseguita in una seconda, aveva sparso smisurate illusioni. Che la vasta depressione ridimensionava e riduceva ora alla fame chi aveva investito tutta la propria esistenza in quei luoghi infernali. Chi aveva abbandonato le campagne per migliorare la personale vita. Uomini addirittura non più abituati alla luce del sole o della luna, che nel vederla ne restano ammaliati, sorpresi della scoperta. E gradualmente le società si trasformarono da strutture agricolo-manifatturiera-artigianali in un esercito di operai in tuta blu.    Con l’avvento della terza rivoluzione industriale e telematica connaturata alla globalizzazione, una nuova conversione dell’ordine produttivo e del tessuto socio-economico ha soppiantato la precedente. Un mutamento che ancora ripone tutta la sua fiducia nello sviluppo tecnologico sempre più spinto, che progressivamente sostituisce in modo irreversibile l’apporto umano nella catena produttiva....

Conversazione con Massimiliano Gioni / Diventare curatore: Cultura, Pubblico, Network

43 anni, italiano di nascita e newyorkese di adozione, attualmente è direttore artistico della Fondazione Nicola Trussardi di Milano e Artistic Director del New Museum di New York. Sua è la curatela della Biennale d’arte contemporanea itinerante Manifesta (2004) così come delle Biennali di Berlino (2006), di Gwangju (2010) e di Venezia (2013). Brillante, eclettico, perfezionista, concepisce e realizza progetti espositivi pressoché ineccepibili. Si tratta dell’enfant prodige, ormai diventato adulto, Massimiliano Gioni. Se volessimo rintracciare gli elementi-guida del suo operare da curatore, potremmo forse individuarli in Cultura, Pubblico, Network.    Cultura perché Gioni è uno storico dell’arte coltissimo che intesse le sue mostre di molteplici riferimenti ad artisti, scrittori, filosofi, musicisti, registi, architetti. Si pensi al Palazzo Enciclopedico, progetto curatoriale per la 55a Biennale di Venezia del 2013 ispirato al museo immaginario che l’artista Marino Auriti ideò nel 1955 per ospitare tutto il sapere dell’umanità. E si pensi anche alla mostra La Grande Madre, inaugurata nel 2015 a Palazzo Reale di Milano, che faceva riferimento a testi quali Nato di donna...

'The Great Divide'

  Italian version   "How did the fracture between the North and South of the continent become so anchored in our collective consciousness," asks writer, producer and documentary filmmaker Jihan El-Tahri in her Critical Positioning Piece for the latest March issue of ART AFRICA, 'Looking further North.'   Background design sample from Mishkaah Amien's, Shift, 2015. Paper, 21 x 29.7cm. Courtesy of the artist.   I remember sitting in awe listening to Thabo Mbeki’s speech ‘I am an African’ as he introduced the new South African constitution in 1996. It was a powerful speech, fit for a historic moment that the entire continent had awaited for decades. His words marked me profoundly. Mbeki captured the diversity of the continent and somehow his words legitimised my own persistent claim to my ‘African-ness.’ I had often wondered why introducing myself as an African from Egypt sometimes left my darker fellow Africans looking at me as though I was an impostor. How did the fracture between the North and South of the continent become so anchored in our collective consciousness? ‘Divide and rule’ has been a simple but effective pillar of our collective colonial...

P. M. A. Cywiński, Non c’è una fine. / Trasmettere la memoria di Auschwitz

A oltre quindici anni dalla legge istitutiva del Giorno della memoria la nostra conoscenza di cosa diciamo quando diciamo Auschwitz si fa sempre più ampia, anche per il grande numero di ricerche, pubblicazioni e riflessioni sul tema; allo stesso tempo più aumenta la conoscenza della galassia che ruota attorno ad esso – per profondità, vastità, dettagli – più si staglia nitida dallo sfondo la domanda che, in qualche modo, il libro di Piotr Cywiński pone con pacata urgenza. Che significato ha questa memoria, quando ci attraversa, e soprattutto, come la usiamo? Non c’è una fine è stato scritto del direttore del Memoriale e Museo di Auschwitz-Birkenau (in carica dal 2006), edito nel 2012 in polacco e inglese con il titolo Epitafium / Epitaph, ora in italiano per i tipi di Bollati Boringhieri, con cura, postfazione e traduzione di Carlo Greppi (dall'inglese e riscontri dal polacco). Ed è la meditazione, sempre aperta e a tratti dolente, di un quarantenne, che da dieci anni dirige il museo più difficile del mondo.   Delle tanti antifrasi che Auschwitz porta in sé, con il rovesciamento dei significati della vita e dell'umanità nei suoi opposti, c'è anche questo: un museo che non...

Che il cavallo viva in noi! / Passioni equine

Obtorto collo   Cosa ne sarebbe dell’opera di Maurizio Cattelan senza la tassidermia? Difficile immaginarlo: l’artista si è servito di animali «naturalizzati» lungo tutto l’arco della sua carriera, dallo scoiattolo che, in un improvviso blues, si toglie la vita in cucina (Bidibibodibiboo, 1996) ai duecento piccioni che infestarono il padiglione italiano della Biennale di Venezia (Turisti, 1997). In questo pantheon animale, un posto d’onore spetta al cavallo, da quando fu appeso al soffitto, sopra la testa dei visitatori, stretto in un’imbracatura di cuoio (Trotsky, 1997). Una volta liberatosi, se così possiamo ricostruire quanto seguì, il cavallo si mise a correre all’impazzata all’interno delle sale d’esposizione in cerca di una via di fuga, finché spiccò un salto per oltrepassare un ostacolo bianco. Peccato che si trattava di una parete, contro la quale sbatte il muso, restando sospeso a mezz’aria (Untitled, 2007). Il risultato è un cavallo acefalo che pende dal muro come un trofeo di caccia, la testa sostituita dalla coda e dal crinale.    Ormai disteso sul pavimento, con un cartello conficcato nell’addome con la scritta INRI (Untitled – I.N.R.I., 2009), tornò a...

Immagini di camminatori / Dimmi come cammini e ti dirò chi sei

Dimmi come cammini e ti dirò chi sei. Come ci ricorda Rebecca Solnit nella sua Storia del camminare (Bruno Mondadori), l’atto di camminare, per quanto meno necessario di respirare, mangiare e dormire – senza dei quali non potremmo neppure sopravvivere – costituisce tuttavia la vera esposizione di sé nel mondo.   Se n’era accorto Honoré de Balzac quando scriveva la sua Commedia umana, e nel 1832 diede alle stampe un piccolo gioiello: Teoria dell’andatura. Forse è da qui che bisogna partire per cercare di capire qualcosa dell’atto di camminare di personaggi come Mao e Stalin, Churchill e J. F. Kennedy, Madre Teresa e Gandhi.   Nel Museo Salvatore Ferragamo di Firenze, accanto a opere d’arte (mostra curata da Stefania Ricci e Sergio Risaliti, fino al 12 aprile 2015) e alle scarpe storiche dello stilista, sono visibili delle brevi clip che ritraggono la camminata di questi personaggi. Se l’andatura è la fisionomia del corpo, Mussolini vi appare impettito: testa alta, passo sicuro, circondato dai suoi gerarchi in divisa con stivali d’ordinanza, nel filmato dell’Istituto Luce veste di bianco e ha la paglietta in testa.   Avanza altero, spingendo la gamba in avanti. Non è...

Museo Fortuny, il più blasonato dei Musei Civici / Il rumore del genio, Mariano Fortuny

C’è un gran brusio quando Mariano Fortuny vede quella luce tagliare il pavimento, ma forse non lo percepisce assorto com’è in quel che gli salta agli occhi. È il 1899, lui ha 28 anni, e già l’incanto per Parigi e per Venezia lo ha preso. La pittura che ha praticato per anni sul solco paterno e appreso a bottega e dai familiari non riempie la sua insaziabile voglia di nuovo, e la vita di società che gli si prospetta non è per lui un tempo speso bene. Piuttosto è la Ville Lumière a incatenare il suo pensiero con l’elettricità e Venezia a legarlo per sempre con i suoi riflessi di luce.    Palazzo Fortuny ph. Anna Toscano   La luce entra dal tetto del suo studio all’ultimo piano di palazzo Pesaro degli Orfei e colpisce il pavimento, un momento epifanico, la rivelazione nel pensiero della ricerca. Il pensiero fa rumore? Poco più in là il palazzo di famiglia sul Canal Grande con madre e sorella e il chiacchiericcio salottiero della società intellettuale europea; molto più in là lo studio parigino e il rumore del realizzare brevetti con gli operai. E sotto, al primo e secondo piano di palazzo Pesaro degli Orfei, segni di un fasto passato ora occupato da piccole stanze...