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C'era una volta / Peter Mitterhofer e la macchina da scrivere

C’era una volta la Cacania. Come dice Musil lì era tutto "kaiserlich-königlich", imperial-regio. Lo testimoniano ancora le K.K. impresse sui tombini nelle strade di Merano. E nella Cacania – che si spingeva appunto anche nel Sud Tirolo, detto oggi Alto Adige – c’era un brav’uomo di nome Peter Mitterhofer. Proprio negli anni in cui governava Cecco Beppe e la “sua” Sissi, divideva gli animi tra entusiasti e denigratori. Si racconta Peter fosse molto amato dai bambini, che probabilmente vedevano in lui qualcosa di simile a Emmett "Doc" Brown (Christopher Lloyd), lo “scienziato pazzo” che in Ritorno al futuro di Robert Zemeckis (1985) affascina il giovane Marty McFly (Michael J. Fox) o, per chi se lo ricorda, a Maurizio Nichetti in Ratataplan (1979). Viveva a Parcines, oggi poco più di 3.500 anime in provincia di Bolzano, 7 chilometri e mezzo da Merano, 626 metri sul livello del mare, circondato da vette che, seppur non vertiginose, vien voglia di salirle solo a vederle. I suoi concittadini non lo prendevano troppo in considerazione. Sì, era un bravo falegname, come suo padre, ed aveva imparato anche a fare il carpentiere. Ma un po’ troppo bizzarro, faceva cose che era difficile...

Triennale di Milano, 5 ottobre 2016 all’8 gennaio 2017. / L’altro sguardo

“L’altro sguardo. Fotografe italiane 1965-2015” non è solo il titolo di una mostra organizzata alla Triennale di Milano, è la dimensione prospettica di una collezione e dello sguardo che l’ha costruita, o meglio di colei che l’ha voluta e ideata: Donata Pizzi. Nasce da un bisogno, una spinta interiore costituita da scelte e incontri, che è divenuta l’elemento costitutivo della collezione e della volontà di renderla pubblica, come patrimonio per la collettività. Vi sono esposte più di centocinquanta immagini scattate da molte fotografe dagli anni Sessanta ad oggi.   Se è vero che molte delle conquiste più importanti degli ultimi quarant’anni sono state promosse e ottenute dalle donne: la lotta per il diritto di abortire, che oggi si rinnova in Polonia, per il diritto di divorziare e decidere del proprio corpo, la macchina fotografica è stata per tutte un’alleata inseparabile. Fotografare non solo significa testimoniare, ma è anche un gesto che costringe a “esserci fisicamente”, a stare in un luogo, a capirlo, a fondersi con esso o a metterlo in discussione. La macchina diviene l’estensione del proprio corpo, del proprio sguardo, della propria sensorialità, ed anche uno...

Riapre il Museo Pecci / La fine del mondo dall’astronave del Pecci

Prima della fine del mondo ci saranno ovviamente “Gli ultimi giorni dell’umanità”. È questo il titolo del dissacrante dramma – 779 pagine nell’edizione Adelphi in 2 volumi – che Karl Kraus scrisse fra il 1915 e il 1922, avvertendo nella premessa il lettore che la sua messa in scena «è concepita per un teatro di Marte», richiedendo «secondo misure terrestri, circa dieci serate». Con l’impresa si cimentò Luca Ronconi nel 1990 e nell’estate scorsa, all’ossario di Castel Dante a Rovereto, la compagnia Archivio Zeta di Gianluca Guidotti ed Enrica Sangiovanni. Prospettive astronomiche, dunque, per un libro chiave di quella “letteratura apocalittica” che, a cavallo fra ‘8 e ‘900, fiorì in tutto l’Occidente, raggiungendo straordinarie vette proprio nell’Impero austroungarico. Dalla cui dissoluzione, già alla vigilia della Prima guerra mondiale e poi agli albori del nazismo, lo scrittore ceco-austriaco prese le mosse per sferzare – noi compresi, andrebbe aggiunto – «i contemporanei, i quali hanno permesso che le cose qui descritte accadessero» e perciò sarebbero tenuti a posporre «il diritto di ridere al dovere di piangere».     Sono proprio le “prospettive astronomiche” che...

Note per una mostra / Pierluigi Ghianda. Del tempo interstiziale

Quella di esporre i semilavorati di bottega, i pezzi ancora grezzi ma già disposti alla forma – già avviati a diventare, da materia viva, cose da viversi riconoscibili e compiute – è una qualità inattesa della mostra che Lorenzo Damiani ha allestito per rendere omaggio al lavoro di Pierluigi Ghianda. Per una volta, in virtù di un felice gesto a sorpresa, siamo sollecitati a prestare un’attenzione non ovvia al tempo che si scava tra ideazione e prodotto finito; per l’artificio di questa giostra circolare di carrelli da officina, nella Sala grande del Belvedere della Villa di Monza, siamo indotti a abitare l’intervallo pieno tra i due momenti – creazione ed esecuzione, pensare e fare – sempre fittiziamente presupposti come in sé assoluti. Invece è in questo frammezzo che propriamente si giocano la ricerca e la definizione dell’oggetto-forma nascente: dentro il tempo fecondo in cui le componenti del progetto hanno ancora l’agio del movimento, appunto, del “gioco”. È il tempo – e non ce n’è un altro, non c’è che questo tempo medio, pienamente interstiziale – in cui trova luogo e si dispiega la pratica del progettare, come processo che frequenta insieme, con circolare e ripetuto gesto...

Intervista a Reto Pulfer

“La chitarra vibra. La lingua e il tessuto cadono in un certo modo. Un pezzo di tessuto è re-installato molto diversamente la volta successiva – prima è stato una maglietta”. Così descrive la sua pratica artistica lo svizzero Reto Pulfer (nato nel 1981), che ha da poco ricevuto il premio nazionale elvetico per l'arte contemporanea. Combinando installazione, scultura, pittura, performance, musica e architettura Pulfer pratica un'arte totale, autonoma e con una sua matrice specifica. Il suo lavoro è stato più volte ospitato in Italia: prima attraverso l'Istituto di Cultura Svizzera, che l'ha portato in vari luoghi a Roma e a Milano, poi a Reggio Emilia e più recentemente a Zagarolo, durante la manifestazione Granpalazzo. È sua abitudine condensare nella performance i vari elementi della sua arte, riunendo insieme liberamente elementi e materiali che hanno pochi gradi di separazione con il mondo naturale. A Zagarolo ad esempio, oltre a una piccola installazione, Pulfer ha realizzato una nuova performance-cerimonia con il cacao crudo.    La pratica artistica di Reto presenta numerosi elementi che richiamano alla mente il mondo della magia ma non mi era chiaro se queste...

Provvisto di occhi, vai

Recentemente ho visitato la mostra Emilio Vedova. Disegni alla Fondazione Vedova di Venezia. Su una lunga parete, un inesauribile tappeto di segni, forme, colore: 347 disegni l'uno accanto all'altro senza soluzione di continuità, realizzati in epoche diverse, su diverso supporto, in diverso formato, con diverse tecniche. L'impatto è fortissimo. Germano Celant, curatore di questo ipnotico allestimento, non ha seguito un criterio cronologico o tematico o dimensionale, o qualsiasi altro criterio immediatamente riconoscibile. Lo spettatore è messo di fronte a una superficie dinamica, traboccante, complicata, difficile da leggere e da dominare da cui lo sguardo è rapito, ma fatica a trovare modalità di lettura. All'ingresso della mostra è disponibile un pieghevole che riporta la mappa dei disegni, ognuno numerato, di cui una legenda riporta titolo, data, dimensione, tecnica. Dato che l'occhio per sue logiche interne rimane colpito da alcuni disegni facendoli emergere dal magma, è inevitabile andare a cercare sulla mappa il pezzo desiderato. In quel momento si capisce che leggere la mappa è ancora più difficile che leggere la superficie cangiante dei disegni, perché trovare all'interno...

Atelier dell'Errore | The Guardian Animal + other invisible beings / Errore

Cosa sono questi dipinti? Opere d’arte. Non c’è dubbio; ed è anche sicuro che non valga la pena di perdere tempo discutendo a quale definizione di arte ci riferiamo. Le definizioni devono andare incontro alla bellezza e alla forza delle immagini, per consentirci di capirle meglio. Non saranno certo le immagini – straordinarie come queste – a muoversi per venire incontro alle definizioni. Queste figure hanno bellezza e potenza, proprio come i capolavori di molti pittori riconosciuti come tali, recensiti, esposti, quotati. Dunque il loro statuto e la loro vita potrebbero divenire in tutto simili a quelle degli artisti “normali”, che già conosciamo? No. E per un motivo che non sta scritto da nessuna parte, eppure è inscritto nei dipinti stessi. Allora, quello che distingue questi pittori da quelli professionisti potrebbe essere l’alterazione formale delle immagini, che si ripetono in ogni autore e a noi fanno intuire la “disabilità”, la sofferenza insomma, che caratterizza ognuno di loro? Neppure. Anche molti artisti che consideriamo classici dipingevano corpi che non corrispondono alla realtà, bensì a una deformazione che ognuno le imprimeva: ripassiamoci mentalmente Michelangelo,...

Premio MAXXI / La giovane arte italiana in concorso

A quindici anni dalla sua prima volta, si è inaugurata ieri l’ottava edizione del premio per la giovane arte italiana, dal 2014 Premio MAXXI. In ogni edizione si assiste a un confronto tra artisti invitati a produrre un’opera per l’occasione, che diventa termometro e finestra privilegiata sulla scena artistica italiana più giovane. Quattro gli artisti selezionati per il 2016: Zapruder film makers group, con l’opera Zeus Machine, Adelita Husni-Bey con La Luna in folle, Ludovica Carbotta con Monowe (the city museum) e Riccardo Arena con Orient 1 – Everlasting Sea. Dal primo all’ultimo, in ordine di esposizione, hanno ragionato sullo spazio circostante integrandovi al suo interno la propria opera, ognuno con la propria cifra linguistica e proseguendo percorsi di ricerca già avviati. La mostra di quest’anno si arricchisce inoltre di una novità: una reading room dedicata al materiale d’archivio raccolto tra la Fondazione MAXXI, l’Archivio del Mibact e Careof che ci consente di voltarci a osservare la storia del premio dal 2001, anno della sua prima edizione a oggi, attraverso le biografie, i portfoli, le opere di tutti gli artisti che vi hanno partecipato, fino al momento della loro...

Under a different sun

English Version   L’intervista che segue dà inizio a una collaborazione editoriale tra Why Africa? e il collettivo curatoriale EX NUNC, che proseguirà su doppiozero durante i prossimi mesi.   Per Why Africa? EX NUNC presenterà una serie d’interviste con artiste africane e delle Diaspore, partecipanti al progetto curatoriale Under a Different Sun. Il programma espositivo e performativo, che avrà luogo a Venezia a Dicembre 2016, si concentrerà su storie perdute e memorie negate, riviste attraverso prospettive femminili e diasporiche. Under a Different Sun è un progetto ideato e curato dalle co-direttrici di EX NUNC, Chiara Cartuccia e Celeste Ricci, nel più ampio contesto della terza edizione di Venice International Performance Art Week | Fragile Body-Material Body, curata da Verena Stenke e Andrea Pagnes.   La prima intervista della serie vede protagonista l’artista gabonese, residente a Berlino, Nathalie Mba Bikoro. La ricerca di Bikoro si concentra sui temi del ricordo, del racconto e della commemorazione, dando forma a una pratica artistica che mira alla de-colonizzazione delle narrative storiche dominanti, dei comportamenti comuni e delle credenze banali....

Terni Festival / Lucia Calamaro: i morti e quelli che restano

La vita ferma, l’ultimo lavoro di Lucia Calamaro, ripercorre due ossessioni della scrittrice e regista romana: la presenza continua dei morti vicino ai vivi, dentro i vivi, in uno spazio che si dilata nel tempo invaso dai ricordi continuamente minacciati dagli abissi bui dell’oblio, e il ritorno della madre, del rimosso, della vita, dell’origine, del magico, del tumore che è escrescenza della vita, eccesso di vita verso la morte, come potrebbe suonare un pastiche di titoli di opere di quella che è oggi la nostra maggiore, più straziata e straniata, ironica, dolorosa e cantante drammaturga italiana. Il suo teatro è diluvio di parole caratteristiche, di caratteri, anzi umori che non si tengono a bada, che scivolano in modo deliberato nel pathos perché guardano in faccia, senza reverenze, la vita come problema, come male di vivere, come strazio delle assenze; che ricattano perché non possono fare a meno di farlo, per chiedere affetto in un mondo senza pietà e senza sentimenti, al massimo in preda ai brividi effimeri delle emozioni.    La vita ferma, ph di Alessandro Carpentieri.   Ricorda, per opposizioni, l’epigrammatica poesia dell’inquietudine di Spiro Scimone:...

Venezia, Casa dei Tre Oci. 26 Agosto 2016 - 8 Gennaio 2017 / Scianna. Il ghetto di Venezia

Come poteva fotografare il Ghetto di Venezia l’autore di quel libro fondativo che è stato negli anni Sessanta Feste religiose in Sicilia? Ricorrendo alla forma teatrale. Questo libro di Ferdinando Scianna è costruito così. Va dal giorno alla notte, in un susseguirsi di scene e di spazi; anche là dove lo scatto comprende figure singole, c’è sempre il gran teatro del mondo. In questo caso va in scena il mondo ebraico sul palcoscenico del campiello veneziano, in quel luogo che è stato prigione, rifugio, casa e vita per la comunità ebraica lungo cinque secoli. Non si è preoccupato troppo della Storia Scianna, o almeno non l’ha eretta a strumento di comprensione, anche se c’è sempre – qui nella forma della stele, della memoria di pietra e metallo, una simmetrica all’altra.   Ha preferito guardare quello che accade su quell’assito di pietra che sono i campielli e le case, le facciate degli edifici come quinte ad aprire e a chiudere, a punteggiare la scenografia, sempre per ricordare allo spettatore che questo è lo spazio dove si è mosso anche il fotografo, stando un passo indietro, per non interferire con la commedia che vi si recita da tempo immemorabile: gli attori cambiano, ma...

Come parlare di terremoto senza mostrare distruzione? / Sulle tracce della faglia

Come giustificare queste fotografie? Come parlare di terremoto senza mostrare rovine di paesi e distruzione? Come leggere questi luoghi di montagna – a loro modo unici, magici e incantevoli – responsabili dell'ultimo terremoto che ha colpito Arquata, Amatrice e le decine e decine di borghi di un confine geografico ristretto che raccoglie, in pochi chilometri in linea d'aria, ben quattro regioni del centro Italia (Marche, Umbria, Lazio e Abruzzo)?   Cima del redentore, Pizzo del diavolo, lago di Pilato dalla vetta del Monte Vettore, ph Salvatore Piermarini. ph Salvatore Piermarini. Forca canapine 1978, ph Salvatore Piermarini.    Monte Vettore, Cresta del Redentore, Pizzo del Diavolo, Lago di Pilato, Pian Grande, Pian Piccolo, Pian Perduto, Inghiottitoio, Fosso del Mergani, Forca di Presta, Sasso Tagliato, Forca Canapine, Monte Sibilla, Grotta della Sibilla, Grotta delle Fate, Macchia Cavaliere… La toponomastica di questi luoghi segnala queste montagne come Sibilline, enigmatiche, evocatrici, misteriose, ambigue e fascinose, mitologiche, ancestrali, oracolari, profetiche e predittorie, appunto, di catastrofi e meraviglie.   Inghiottitoio, fosso del Mergani...

Milano, Palazzo Reale / A Emilio Isgrò affinché mi cancelli

Isgrò Palazzo Reale Caveau delle Gallerie d'Italia Casa del Manzoni Milano, fino al 25 settembre 2016   Così dedicato, l'amico Buzzati inviava a Emilio il suo Poema a fumetti. Milano, città amatissima da entrambi, omaggia Emilio Isgrò (1937) con una grande mostra antologica di opere storiche e inedite, che si snoda in tre sedi, a ripercorrere la sua lunga carriera di artista polivalente, precursore del concettuale, pittore, scultore, scrittore, poeta, drammaturgo e regista; un artista in senso classico, poliedrico, versatile, colto, sperimentatore infaticabile, impegnato. Un autocurriculum introduce il Sedicesimo d'accompagnamento e guida alle sale. Curata da Marco Bazzini, la mostra a Palazzo Reale presenta un corpus di oltre 200 opere, organizzate tematicamente intorno ai principali nodi dell'elaborazione teorica e artistica del maestro siciliano.   A Isgrò, la cui principale attività era, però, quella di editor e giornalista, fu riconosciuto il merito di aver lavorato, fin dagli anni '60, su un linguaggio artistico del tutto originale, che potesse riconciliare la parola scritta e l'immagine figurativa pittorica da un sostanziale conflitto che ha attraversato tutto il...

This is about you / Ketty La Rocca. Nuovi Studi

Io non farò mai vedere l’operaia con il fazzoletto legato in testa, perché io non l’ho mai vista o se la vado a vedere la vado a vedere come una scoperta, mi ci vogliono vent’anni prima di arrivare a maturare la situazione. Bisogna essere sinceri sennò non si fa dell’arte.   Così dice, nel 1974 l’artista Ketty La Rocca all’amica Verita Monselles nel corso di una conversazione. Vicine entrambe all’arte femminista, le due artiste lavorano a Firenze; Monselles, da poco giunta in Italia dall’Argentina, realizza tableaux fotografici attraverso cui riflette sulla condizione della donna e le convenzioni sociali che la riguardano; La Rocca, pure interessata ai medesimi temi, usa la fotografia anzitutto per indagare la relazione tra linguaggio visivo e verbale. Il suo è un lavoro complesso e sfaccettato che punta a superare gli stereotipi linguistici e pone al centro del fare arte la questione, beninteso problematica, della “sincerità”: l’artista deve parlare di ciò che conosce, non fingere, non farsi condizionare dalle categorie, siano esse sociali, politiche o linguistiche.  Consapevole del pericolo di autoisolamento che il suo atteggiamento porta con sé, La Rocca ribadisce...

Casa d'artista / Il mistero di Lord Leighton

È curioso come le abitazioni a volte riflettano in modi misteriosi la personalità di chi le ha abitate: la casa del pittore Frederic Leighton (1830-1896) a pochi passi da Holland Park è estetizzante e misteriosa come il suo padrone, un uomo che in vita è stato abbastanza importante da essere stato proclamato baronetto a Windsor e successivamente seppellito a Saint Paul con l'approvazione della Regina Vittoria e che ha lasciato così poco di personale dietro di sé – niente lettere, niente diari, poche testimonianze delle persone che lo conoscevano – che della sua vita privata si sa pochissimo. Sappiamo che non si è mai sposato e che ha avuto una lunga relazione con la modella Dorothy Dee, ma di questa relazione non rimane traccia: il figlio che forse i due hanno avuto insieme non è mai stato riconosciuto dal pittore. Altri dicono che Leighton fosse omosessuale, e che nell'ampio studio al primo piano della casa, dove ora si trovano i suoi quadri e un pianoforte, si tenessero riunioni di soli uomini. Ma i muri sono silenziosi, e niente, a centoventi anni di distanza dalla sua morte, prova o smentisce queste voci.   Curiosamente i curatori del museo che ora...

Orizzonti festival / Il teatro a Chiusi non è una follia

Prima di Orizzonti Festival 2016 erano quattro amici al Barretto Hakuna Matata. Adesso sono il ‘gruppo di ascolto’ del direttore artistico. Vorrebbero un luogo unico a Chiusi in cui riunire tutti gli eventi del Festivàl (lo chiamano così, alla Pippo Baudo, con l’accento sulla a). Andrea Cigni ribatte parola su parola, come se fosse in una riunione operativa, non a prendere il caffè nei giardini del Duomo, e spiega con allegra, gentile fermezza, che un festival deve aprirsi e integrarsi, stare dentro e uscire dalle mura, le sue e della città. Altrimenti non ha possibilità di sopravvivere né, probabilmente, ragioni di esistere. “Al di là del suo essere e avere ci sta simpatico” mi dicono a ‘seduta’ conclusa. E poi riprendono a discutere: ognuno ha la sua idea. Lo sentono loro, Orizzonti è diventato cosa e casa propria. Non possono più farne a meno, come le strade, il panorama, il cibo, come se ne andasse della vita stessa del borgo. Possono solo aiutare a consolidarlo, migliorarlo, ampliarlo, per far entrare ancora più luce dalle finestre e pubblico dalle porte.   Andrea Cigni, ph Eleni Albarosa.   Al suo terzo anno di direzione artistica, il 40enne toscano di...

La mostra di Domon Ken a Roma / Lo sguardo e il tempo

La mostra di Domon Ken a Roma – Lo sguardo e il tempo   È in corso fino al 18 settembre a Roma, presso il Museo dell’Ara Pacis, una mostra di opere del fotografo giapponese Domon Ken (1909 - 1990).   Autoritratto, 1958.    Per interpretare una fotografia, ci sarebbero innumerevoli modi di lettura, ma una cosa è certa: un’immagine fotografica è sempre il contenitore di un istante storico, nel senso che non possiamo mai negare che la cosa è stata là, come scriveva Roland Barthes ne La camera chiara. Quindi, possiamo considerare l’immagine fotografica in qualche modo come un campo storico disteso tra due sguardi, lo spazio che si apre con lo sguardo della macchina fotografica e che si chiude con lo sguardo dello spettatore. C’è chi analizza il primo cercando di capire cosa il fotografo avesse cercato di fissare con la luce (Wenders dice che il fotografo è colui che disegna con la luce), o meglio, quali fattori consapevoli e inconsapevoli, quindi a volte aldilà dell’intenzione dell’autore, di quel particolare tempo storico abbiano determinato quell’immagine. E c’è chi s’interessa al secondo per capire quali emozioni e riflessioni una fotografia possa provocare in...

Sapere, fare e saper fareVerso la modernità / Sapere, fare e saper fare: Guido Marangoni

Tra gli antesignani del nostro design nazionale va annoverato anche il critico d'arte e giornalista Guido Marangoni (1872-1941), conservatore del Castello Sforzesco, socio onorario delle Accademie di Brera e di Venezia, sovrintendente dei musei Civici di Milano, deputato socialista alla Camera in tre legislature, dal 1909 al 1921, che nel 1928 fondò e diresse le riviste “Pagine d’Arte” e “La Casa bella”, la cui testata nel 1933 muterà in “Casabella”, per volontà di Giuseppe Pagano Pogatschnig, suo nuovo direttore. Il Marangoni, infatti, dopo aver dato vita, nel 1919, a Milano, nella sede dell’Umanitaria, alla I Esposizione Regionale Lombarda di Arte Decorativa (allora il design si chiamava ancora così, dal termine francese décorer, traducibile con: concernente l'arredo), nel 1923 promuoverà l’istituzione delle Biennali di Arte Decorativa che hanno dato impulso a questa disciplina permettendole di svilupparsi e di arricchirsi nel confronto internazionale. Delle prime tre edizioni, tenutesi nella Villa Reale di Monza, appena ceduta dai Savoia al demanio statale, sarà anche il perspicace direttore artistico.   Giovanni Guerrini, Manifesti della Prima e della Seconda Biennale...

Fino all’11 settembre 2016 a Milano / William Klein: il mondo a modo suo

Cosa accade nelle fotografie di Willam Klein?  Accade tutto si potrebbe dire. Accade il tempo.  Quale ci si chiede? Che tempo è? Cosa percepisce lo sguardo dello spettatore di fronte a queste immagini? “Un attimo di tempo che si afferra e tutto vince”, come il poeta Posidippo vede la statua del dio Kairós : “un ragazzo nel fiore della giovinezza proteso come in uno slancio, pronto a balzare”?  È realmente quello che i greci definivano il tempo giusto, adatto, opportuno, conveniente, buono? L’opportunità. L’attimo che balena? “Qualcosa che si dà da vedere e che ci fa vedere”? Il Kairós? Non è nemmeno l’occasione, che il tempo e la fortuna concedono solo a chi sa coglierla.    C’è qualcosa che rimanda a un'epifania: il tempo nelle immagini di Klein è l’indice di un eccesso, ricorda un tempo biblico, l’istante evocato da  S. Paolo nella Lettera ai Galati (Lettera ai Galati 4, 4-5), quando l’apostolo annuncia la “pienezza del tempo”, il momento prima che Cristo venga mandato a riscattare il destino degli uomini, ovvero il tempo stabilito da Dio per portare l’umanità alla sua piena maturità. Un tempo quasi indescrivibile, che nelle immagini di Klein...

Palazzo Reale, Milano / Studio Azzurro. Immagini sensibili

Paolo Rosa se ne è andato da quasi tre anni, e sembra ieri. Ogni volta unica, la fine del mondo, diceva il filosofo. È stato uno dei fondatori, con Fabio Cirifino e Leonardo Sangiorgi, del collettivo di ricerca Studio Azzurro, nel 1982. Questo sì che sembra lontanissimo, una vita fa. Non sono ancora 35 anni, ma se pur non sia più, secondo natura, il medio del cammino, resta un primo, fondamentale, momento di bilancio e ripensamento; ma anche, al contempo, di straordinario vigore e acquisizione di consapevolezza, del un ruolo artistico e sociale che è andato poco a poco definendosi. Pionieri lo sono stati fin da subito, studiatissimi, anche.    I saggi sulla loro lunga attività e i volumi (tra cui il catalogo della mostra) si fatica a contarli, ma nulla può sostituire l'esperienza interattiva che le loro opere, per realizzarsi pienamente, esigono. L'occasione è  adesso: a Palazzo Reale di Milano si celebrano allora questi due momenti, attraverso una Retroprospettiva di Immagini Sensibili. Duplice è anche la modalità di avvicinarsi al loro lavoro. In un primo tempo, i loro ambienti invitano a immergersi completamente in essi. Lì siamo chiamati ad ...

A poetic voice of the female cultural practitioners / In/Visible Voices of Women

  Italian Version   Meritocracy within the art world, however idealised, has not yet materialised. The marginalisation of voices such as of women artists is a global reality, and the African context is no exception. The forces excluding women’s voices are complex and varied. Stemming from language-bias to socio-economic inequalities, from cultural stigmas, misogyny, gender-prejudice, centre/periphery dialectics and more. Additionally, at a moment in time where the African continent’s economies are earmarked for poverty eradication and global economic development, the forced invisibility and bias against voices that notwithstanding, are expected to provide their minds, and bodies for the societal good is problematic. Where are women’s voices, and their expression within public life? In 2016, Another Africa launches the ongoing series ‘In/Visible Voices of Women’, conceived by Clelia Coussonnet and Missla Libsekal. It looks to women practitioners, to explore through their poetic voices what is particular to this epoch. Rather than imposing a rubric and aiming to disrupt labels, the series begins with the notion of being ‘in/visible’, and paves the way for these...

La voce poetica delle donne che operano nel mondo della cultura / Le voci in/visibili delle donne

  English Version   Per quanto idealizzata, la meritocrazia nel mondo dell’arte non si è ancora materializzata. L’emarginazione di alcune voci, come quelle delle donne artiste, è una realtà globale e il contesto africano non fa eccezione. I fattori che determinano l’esclusione delle voci delle donne sono molteplici e complessi. Dalle distorsioni insite nel linguaggio alle diseguaglianze economiche, dagli stigmi culturali alla misoginia, dal pregiudizio di genere alle dialettiche centro/periferia e molto altro ancora.   Inoltre, in un momento in cui le economie africane si adoperano per l’eliminazione della povertà e si avviano verso uno sviluppo economico globale, l’invisibilità forzata e il pregiudizio verso le voci che prestano la loro mente e il loro corpo al bene comune sono un elemento problematico. Dove sono le voci delle donne e la loro espressione all’interno della vita pubblica?   Nel 2016 Another Africa ha lanciato la serie “In/Visible Voices of Women”, ideata da Clelia Coussonnet e Missla Libsekal, con l’obiettivo di volgere lo sguardo alle donne che operano nel mondo della cultura ed esplorare – attraverso le loro suggestive voci – ciò che...

Nell'anniversario della morte del pittore / Van Gogh. La verità dei fatti

Lo sappiamo tutti. Van Gogh si è tagliato l’orecchio nel dicembre 1888. Un anno e mezzo dopo si è tolto la vita con un colpo di pistola. È l’artista che più di ogni altro ha incarnato nel Novecento il mito dell’artista maudit. Il cliché visivo più famoso, che ha fatto il giro del mondo, è l’interpretazione di Kirk Douglas in Lust for Life, Brama di vivere, il film di Vincente Minelli (1956) basato sulla biografia romanzata di Irvine Stone del 1934. E proprio dall’archivio di Stone spunta oggi un documento sepolto da quasi un secolo che ha spinto il Museo Van Gogh a fare il punto della situazione su due momenti della biografia di Vincent che appartengono alla leggenda.   Emile Schuffenecker, copia di Autoritratto con l’orecchio bendato di Vincent van Gogh, 1892-1900   Sull’orlo della follia. Van Gogh e la sua malattia è la nuova mostra aperta ad Amsterdam (fino al 25 settembre, a cura di Nienke Bakker, Louis van Tilborgh e Laura Prins) che prova a districarsi nel fitto labirinto di un argomento spinoso. Non dà soluzioni o risposte; per questo ci sarà, a metà settembre, un convegno internazionale di medici, psichiatri e storici dell’arte. L’intento di questa mostra è...

Research For Knowledge / Intervista a Francesco Jodice

Francesco Jodice, in occasione della sua retrospettiva Panorama presso il Centro CAMERA di Torino, ci racconta non tanto la mostra e i progetti esposti nelle sale, ma tutto ciò che sta dietro la creazione artistica, ovvero l’intuizione, la metodologia, la ricerca, l’archiviazione. Sono normalmente aspetti considerati secondari, ma sono in realtà fondamentali per un lavoro intellettuale che non voglia prescindere da un tentativo di comprensione del mondo. Da qui emerge il senso del titolo della mostra: il panorama, come dice Francesco Jodice, fa riferimento alla potenzialità onnicomprensiva del vedere, dell’osservazione, e non tanto al soggetto dell’immagine. Non è ciò che osserviamo ma tutte le potenzialità cognitive, il possibile raggiungimento di un certo grado di consapevolezza con una visione totale e corale, che si completa come un mosaico.   Francesco Jodice crediti Ritratto Sara Gentile, High res.   La mostra Panorama presso il Centro CAMERA di Torino è solo in parte costituita da opere finite. Lungo il corridoio invece si pone l’accento sulla parte progettuale. Perché questa scelta?   A me e al curatore Francesco Zanot è sembrata una dichiarazione d’...