Categorie

Elenco articoli con tag:

Mostre

(516 risultati)

Visita guidata ai dettagli / Cliccare su Bosch

Lascio Parigi dalla Gare du Nord, il treno macina chilometri e ore, leggo e dormo, mi rifocillo alla stazione di Amsterdam prima della coincidenza. Arrivato a destinazione trovo l’appartamento di Airbnb, quattro chiacchiere con la padrona e a letto presto. Sul comodino sono impilate varie pubblicazioni su Bosch, ergo il sonno sarà agitato, interrotto bruscamente dallo spremiagrumi per la colazione.   Sono nel cuore dell’Europa, un cuore appartato, perché a ‘s-Hertogenbosch, a circa un’ora da Amsterdam Rotterdam Eindhoven Anversa, non si capita per caso. Qui è nato Jheronimus van Aken, che dalla cittadina prese anche il nome, e qui torna dopo 500 anni dalla sua scomparsa in occasione della più grande retrospettiva mai organizzata sulla sua opera.   Esito prima di entrare nelle sale, dilatando al massimo il momento che mi separa dalla mostra. Esploro il bookshop e il «Bosch shop», il bagno e il caffè finché mi ritrovo dentro come se scivolassi sul bagnato. Uscirò frastornato ore dopo, con la luce del giorno che mi brucia gli occhi. Tutti questi sforzi per cosa? Per vedere, solo per vedere – e vedere stanca. Tanta energia psico-fisica ed economica per passare una giornata...

Easy virtue in mostra a Amsterdam / Prostituzione e arte

Nel 2011 Bertrand Bonello presentò a Cannes un film memorabile e poco o niente distribuito da noi: L’Apollonide, in cui si narravano le vicende, a colori foschi e contrastanti, di un bordello parigino, di cui il regista ricostruiva in modo analitico il meccanismo economico e le potenzialità evocative di uno spazio per eccellenza censurato, eppure sempre presente nell’immaginazione collettiva. Easy virtue (il titolo è tratto da una celebre play di Noël Coward del 1924), una mostra notevolissima e molto fortunata, in scena al Museum Van Gogh ad Amsterdam, proveniente dal Musée d’Orsay (dove l’esposizione si intitolava balzacchianamente Splendeurs et misères), dove ha riscosso altrettanto successo, punta i riflettori su un tema inedito: il contributo, tutt’altro che piccolo, che le prostitute hanno fornito all’arte in Francia, specialmente nell’epoca tra ‘800 e ‘900, quando a Parigi le “belles de nuits”, definite con termini sempre più fantasiosi (ma non per questo meno dispregiativi) erano figure in vista, dotate di un loro preciso appeal.   Geesjekwak, Universiteitsbibliotheek leiden.    Le cortigiane più celebrate potevano, come nuovi mecenati, determinare un...

Roma: Accademia reale di Spagna / Auditorium Parco della Musica / Muntadas. Un catalano a Roma

L’incontro tra sfera pubblica e privata all’interno di una cornice sociale letta e interpretata attraverso i media contemporanei è da sempre uno degli argomenti centrali della poetica visiva di Antoni Muntadas. Quello tra i due poli è un confine da lungo tempo frammentato e pieno di smagliature. Le incursioni del pubblico nel privato e l’esibizione del privato nel pubblico sono il perno della versione social dell’esistenza. L’artista spagnolo è stato di recente a Roma come ospite del Media Art Festival per il quale, oltre ad aver tenuto una lecture al MAXXI, ha realizzato una mostra presso l’Accademia reale di Spagna, visitabile fino al 15 maggio, e ha realizzato un intervento nel Sound Corner dell’Auditorium Parco della Musica, a cura di Anna Cestelli Guidi in corso fino al 30 aprile.     Protocolli e derive veneziani è il titolo dell’intervento per la Accademia Reale di Spagna, composto da una serie fotografica e da un video. La prima ritrae elementi caratteristici della città veneziana, dettagli che sono parte del paesaggio comune ma che salgono all’evidenza solo negli occhi di coloro non hanno confidenza con la stratificazione delle epoche e dei relativi residui...

Cronache dal secolo breve / Realismo socialista in stile pin up

Nell’Unione Sovietica degli anni Settanta, ancora totalmente e indiscutibilmente socialista, si sviluppò una corrente artistica che, nei decenni successivi, sarebbe entrata nella storia dell’arte e del costume con l’etichetta di Sots-Art. Sots era l’abbreviazione dell’aggettivo socialista che, nel periodo staliniano, aveva caratterizzato l’arte in abbinamento al sostantivo realizm: il ben noto metodo detto realismo socialista che dal fronte pittorico si sarebbe dovuto estendere fino a coinvolgere ogni forma di produzione culturale. Art era una provocatoria citazione in inglese che rimandava all’oltreoceano, al mondo altro, agli amici-nemici statunitensi. Fu un fenomeno che nacque per pochi e tra pochi. Artisti ancora non illustri che per se stessi e per i propri amici realizzavano opere in contrasto con i dettami del canone ufficiale, prendendo a modello proprio i prototipi real-socialisti, decostruendoli e reinterpretandoli in chiave satirico-ironica. Scopo fondamentale di questi artisti era svelare l’inganno ideologico, dimostrare di averlo compreso e di non accettare di caderci ancora. Riconoscere il vuoto che stava dietro la retorica staliniana, il surplus di dottrina che...

Una mostra alla Fondazione Prada / L’image volée

Ci siamo. Dopo la notevole ricerca compiuta con Recto/Verso, è giunta una nuova occasione di scrivere della discussa, amata, criticata Fondazione Prada e, in particolare, dell'ultima mostra aperta nella splendida sede di Milano – un ex complesso industriale riqualificato e riprogettato dallo studio di architettura OMA, guidato da Rem Koolhaas – L'image volée, curata dal fotografo Thomas Demand, che si affianca alla sua fotografia con installazione 3D site-specific Grotto (2006) con Processo Grottesco (2015) e a quella pensata e allestita dall'artista polacca Goshka Macuga (Turner Prize shortlist, 2008), To the Son of Man Who Ate the Scroll.    Premesso che la sede, da sola, val bene più di una visita, come luogo che mostrando al pubblico la propria sfacciata ricchezza si mostra anche nel suo letterale splendore (è la torre dorata, che ospita in permanente lavori di Louise Bourgeoise e Robert Gober, a svettare tra gli edifici rinnovati).   Sfiora il pensiero che, in continuità con una parte della collezione permanente, questa mostra possa anche accogliere un 'furto' originario d'artista, già stabilmente parte della collezione allestita nell'hangar-deposito, che...

A Reggio Emilia fino al 3 settembre 2016 / Zavattini. Cuore padano

La Bassa è un territorio poco definito. Come la nebbia che spesso d’inverno la pervade, non presenta dei confini chiari. E non ha una organizzazione interna riconoscibile, con una precisa gerarchia di luoghi. È una vasta distesa di terre di pianura interrotte ogni tanto da qualche paese. Forse non è nemmeno identificabile esattamente con un territorio geografico preciso. È genericamente una vasta zona dell’Emilia-Romagna che si trova vicina al Po. Ma proprio per questo forse Cesare Zavattini l’amava. Certo, era intensamente legato a essa perché era la sua terra natale. Ma amava la Bassa probabilmente anche perché essa, con la sua indistinzione, gli consentiva di plasmarla a suo piacimento. Di dare cioè libero sfogo alla sua fantasia trasformandola in un luogo completamente immaginario. Non è un caso probabilmente che la Bassa abbia stimolato, oltre a Zavattini, anche molti altri scrittori a liberare le proprie fantasie. Sono nati così i racconti dei Narratori delle pianure presentati diversi anni fa da Gianni Celati. Oppure le surreali invenzioni di Ermanno Cavazzoni per Il poema dei lunatici. Così piaciute a Federico Fellini che ha voluto ricavarne il suo...

Museo Guatelli, MAST e trattorie emiliane / Mai perdere di vista il ragù!

È da tempo che volevo visitare il Museo Guatelli. Me ne aveva parlato l'amica Marta Sironi, che ha un gusto infallibile per il bello e non vedevo l'ora di andarci. Tra una cosa e l'altra sono passati un po' di mesi e una mattinata piovosa di questo inverno mite non scoraggia il nostro equipaggio a far rotta verso Ozzano di Taro, prima tappa di una giornata intensamente emiliana. Tra la pianura e l'Appennino, appena prima di Fornovo, una vecchia casa di mezzadri, con stalla ed edifici annessi, ospita il Museo Guatelli. Ad accoglierci è Lino che, con amicizia e gentilezza, risponde alle nostre domande e ci fa notare le cose più curiose di questa gigantesca e compressa raccolta della civiltà contadina e, più in generale, del mondo di ieri. Ma non è solo un museo dell'uso e del riuso della vita quotidiana, è di più, e se ne sono accorti, tra gli altri, Federico Zeri, Christian Boltanski, l'onnivoro Sgarbi.       Ettore Guatelli, maestro elementare, frequentatore di Attilio Bertolucci, uomo socievole e solitario al tempo stesso, comincia a raccogliere dagli anni Sessanta tutte le tracce di un mondo che sta scomparendo. Qualcuno ha definito il Novecento il secolo del...

Intorno all'opera del grande fotografo sudafricano / Santu Mofokeng: a silent solitude

English Version   “Il dono è la testimonianza di un atto, un gesto simbolico allo stesso tempo libero e obbligatorio”, scrive Katia Anguelova, curatrice di AtWork Dakar 2012. E ancora: “concepire l’opera d’arte come relazione in un contesto di dare e ricevere permette di interrogarsi sulla possibilità di apprendere questa come dono o rappresentazione di un dono”. Si tratta dell’idea centrale che anima AtWork, il format ideato da lettera27 e Simon Njami, di cui l’elemento chiave è il workshop, all’interno del quale è prevista la realizzazione da parte di ogni studente di un taccuino personalizzato, che ognuno di essi può scegliere di donare a lettera27, entrando a far parte della AtWork Community. Quest’anno il workshop, che si è tenuto in Italia in collaborazione con Fondazione Fotografia Modena, è stato interamente dedicato all’immagine fotografica e fra gli studenti era presente come ospite anche un aspirante fotografo ivoriano Mohamed Keita. La mostra dei taccuini prodotti, co-curata dagli stessi studenti, è stata da poco inaugurata nell’atelier di via Giardini di Fondazione Fotografia Modena. Il tema scelto dal curatore riguardava il concetto di “eterocronia”, ovvero...

Santu Mofokeng: A Silent Solitude

Italian Version   “A gift is the evidence of an act, a symbolic gesture that is at once free and obligatory,” writes Katia Anguelova, curator of AtWork Dakar 2012. “Considered in terms of a give-and-take relationship, the work of art can therefore be regarded as a gift or a representation of a gift.” This is the central idea of AtWork, the educational format created by lettera27 and Simon Njami. Its key element is a workshop during which participants produce a personalized notebook, which they can choose to donate to lettera27, thus becoming part of AtWork Community. The workshop that has recently taken place in Italy, in partnership with Fondazione Fotografia Modena, was entirely dedicated to the photographic image and was attended, among others, by the young Ivorian aspiring photographer Mohamed Keita. The notebooks produced during the workshop were displayed in an exhibition co-curated by the students at the Fondazione Fotografia Modena’s atelier in Via Giardini. Drawing on Foucault’s idea of heterotopy, Simon Njami chose “heterochrony” as the main theme of the workshop, describing it as “a break with real-time that introduces multiple time-spaces from which it is...

Ripubblicato il classico di Sally Price, "I primitivi traditi" / Picasso copia gli africani

A venticinque anni dalla sua prima traduzione italiana, il saggio di Sally Price Primitive Art in civilized Places è una conferma in più di come mutati paradigmi culturali, con i conseguenti mutati scenari della riflessione interdisciplinare, portino un testo, che era manifesto di denuncia e di rottura nel 1989, a essere ora fortemente storicizzato, per un verso acquisito, per un altro oggetto di distanziato ridimensionamento. A iniziare dal titolo, dove quella definizione di arte primitiva, o di arte tribale che ricorre all’interno, è ormai fonte di un imbarazzato disagio, scansata in una sequenza di successivi eufemismi, da arte extra-europea a arte primaria a arte etnica, fino ai recenti casi di omissione tout court del termine, in favore di più caute indicazioni geografiche. Così è accaduto per il Musée du Quai Branly a Parigi, dove l’indirizzo, seguito dall’attributo “où dialoguent les cultures”, sostituisce una definizione scomoda, o accadrà per lo storico Museo di Tervuren a Bruxelles, che, similmente ristrutturato, riaprirà i battenti fra un anno, conservando del passato la sola intestazione, quale Musée Royale pour l’Afrique centrale. Il libro di Price era uscito a...

Ecco il documento discusso / Predappio sì perché?

Non so se sia possibile, a questo punto, ricondurre il dibattito sul museo a Predappio a una dimensione più pacata e seria, anche se, più che ricondurre, si dovrebbe dire incanalare, visto che non mi pare sia mai riuscito ad andare oltre una certa approssimazione polemica e superficiale. Molti tra gli intervenuti pensano che l’idea del museo sia stata estemporanea, frutto di una gita a Predappio del sottosegretario Lotti, magari su mandato del presidente del Consiglio, per mettere un tassello importante nel progetto dell’ipotizzato Partito della Nazione che vorrebbe quindi beneficiare di una sorta di pacificazione del passato a 360 gradi, fascismo compreso. La maggior parte degli intervenuti, inoltre, pensa che l’informazione giornalistica che è stata data sul caso sia più che affidabile e veritiera, e cita quindi articoli di giornale come alcuni storici citano le veline di polizia, convinti che si tratti di una verità insindacabile. L’idea del museo di Predappio è venuta al sindaco, che l’ha più volte raccontata nelle sue interviste, in genere riportate molto seriamente su giornali stranieri, molti anni fa. Già allora ci furono una serie di interventi pro e contro (ricordo...

Un artista racconta Ground zero / Vari abissi

Quando nel 2006 la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino mi disse che il tema del progetto personale per il quale sarei stato invitato a partecipare a una mostra per l’anno successivo, sarebbe stato l’ambiente, e il nome della mostra Ambient Tour, non la presi benissimo. Con l’ambiente inteso come questione verde non c’entravo nulla e l’ecologia mi ha sempre annoiato; se sono stato uno dei primi a raccogliere la carta per la raccolta differenziata, è perché la separazione dei materiali in diverse categorie, il loro impacchettamento e la conseguente pratica per lo smaltimento mi hanno sempre dato un senso di efficienza, organizzazione e un piacere che ha a che fare con un’idea di archivio che ho sempre indagato: si mette a posto sia perché c’è sempre disordine, sia perché si cerca sempre un nuovo ordine delle cose (e l’artista in fondo non fa questo?). Ho sempre pensato alla Natura come una gran brutta cosa e sono sempre stato consapevole che la cultura da cui provengo, l’amato Occidente, abbia certo perpetrato un grande scempio e dei crimini orribili, anche se difficilmente sarebbe stato possibile fare diversamente. Da post-ebraico-cristiano sono comunque soddisfatto di...

20 febbraio - 5 giugno 2016 Ritts a Milano / Herb Ritts. L’equilibrista sul filo del tempo

L’impressione con cui esordisce la visita a questa mostra è che sia sorprendentemente facile capire o, per la verità, percepire la ragione per cui così tanti artisti, nel mondo del cinema, della moda o della musica, abbiano desiderato essere ritratti dall’occhio fotografico di Herb Ritts. I canoni classici sembrano farsi strada nel contemporaneo per coniugarsi con esso, per una copula che dà vita a una visione, anzi, a una veggenza. È facile, allora, innamorarsi di queste fotografie, e innamorarsi dell’idea di esserne il soggetto: esse sono delle spettacolari soste del tempo che, miracolosamente, aprono finestre sul domani, su un futuro dove però non c’è divenire, dove il declino e la catastrofe del corpo sono neutralizzati. Quel futuro è precisamente ciò che fa di Herb Ritts un artista che più di altri ha visto la propria fama superata di gran lunga da quella delle sue fotografie: esse costituiscono stabilmente, da quando sono apparse, l’immaginario del mondo dello spettacolo occidentale degli anni ’80 e ’90, e non possiamo sottovalutare, credendola banale, la riconoscibilità del ritratto di Dizzy Gillespie, o di William S. Burroughs, oppure della coppia di John Travolta o,...

A Venezia la mostra dedicata al grande fotografo / I nudi iperrealisti di Helmut Newton

È una delle più famose fotografie di Helmut Newton. Non a caso l’invito della mostra, che si apre oggi a Venezia (Helmut Newton. Fotografie. White Women Sleepless Nights Big Nudes, Tre Oci), lo presenta come un emblema del suo lavoro. S’intitola: Autoritratto con la moglie June e le modelle. Lo scatto è del 1980. Si vede la modella di schiena, le sue natiche in primo piano, il braccio e la mano appoggiata ai fianchi, mentre l’intero corpo nudo si riflette nello specchio al centro della foto: un’immagine dentro l’immagine, il davanti e il dietro; ma anche il cambio di dimensione: la donna in primo piano è più reale di quella riflessa nello specchio; la seconda donna è più “immagine” della prima. Fotografata di schiena è nuda, mentre di fronte è un nudo. In fondo allo specchio, dietro alla modella, c’è poi lui, il fotografo. Indossa un’impermeabile e sta guardando dentro l’obiettivo della macchina fotografica. Sul lato, sempre dentro lo specchio, s’intravedono due gambe nude che indossano scarpe dai tacchi altissimi; sul lato opposto, fuori dallo specchio, ma sempre dentro il riquadro della fotografia, c’è un’altra donna. È June, la moglie di Newton, è vestita e seduta su una sedia...

Un paese in bilico tra passato e futuro / Fotografia contemporanea in Bénin

English Version. Si è da poco conclusa la prima edizione del Mois de la Photographie a Cotonou, dove negli spazi dell'Institut Français è stato presentato il lavoro di quattro autori beninesi e francesi accomunati dalla tematica del Bénin contemporaneo: Laeïla Adjovi, Léonce Agbodjelou, Jean-Jacques Moles, Catherine Laurent. L'esposizione ha riguardato una scena ancora poco conosciuta, a paragone con quelle più note e consolidate di paesi come la vicina Nigeria, e soltanto ultimamente sulla via di una presa di coscienza delle proprie (notevoli, a giudicare dalle immagini in mostra e da altri progetti) ricchezze e potenzialità. Sul piano generale delle arti e della cultura, a questo processo contribuiscono in maniera importante l'Institut Français, storica rappresentanza della cultura d'Oltralpe all'estero , e la locale Fondation Zinsou, la quale, oltre che nel campo delle arti visive, opera nella promozione della lettura attraverso un sistema di biblioteche anche ambulanti disseminate in tutto il paese. Accostati e incrociati, gli sguardi dei quattro fotografi – in mostra a Cotonou tra gennaio e marzo di quest'anno – restituiscono l’immagine di un paese in bilico tra...

Jheronimus cinquecento anni dopo / Bosch. Visioni di un genio

’s-Hertoghenbosch, 9 agosto 1516. Nella chiesa di St. John si svolge la cerimonia funebre per il pittore Jheronimus Bosch. La funzione ha luogo nella nuova cappella della Confraternita di Nostra Signora (Lieve Vrouwe Broederschap), di cui Bosch è membro. La messa Requiem è disposta dalla confraternita che ne sostiene i costi, come è l’uso. Il librone dei conti, perfettamente conservato, è materiale prezioso: dalle spese sostenute si deduce che questo è il tributo finale a un uomo importante, altamente rispettato. Doveva avere circa 65 anni, la sua data di nascita non è nota (1450-55).   Per festeggiare il cinquecentenario della morte dell’artista, Charles de Mooij, direttore di un piccolo museo del Brabante del nord mette in moto, dieci anni fa, un progetto molto ambizioso: riportare a casa, a ’s Hertoghenbosh, città natale di Jheronimus Bosch, oggi detta anche Den Bosch, tutta l’opera del pittore più immaginifico della storia, per la più grande retrospettiva a lui dedicata. L’opera di Bosch è sparsa in mezzo mondo: 25 musei, giganti quali Louvre, Metropolitan e Prado, in dieci paesi diversi. E Charles de Mooij, dal Noordbrabants Museum, non ha un solo dipinto da offrire in...

La sesta edizione di ON a Bologna / “Dopo, Domani”: un progetto d'arte utopica sul lavoro e l'abitare oggi

Mi è capitato, come forse anche ad alcuni di voi, di partecipare a bandi per incarichi di lavoro all'estero in strutture pubbliche (almeno in parte), e di scoprirmi davvero poco preparata a fornire un quadro sul mio lavoro passato che riuscisse a restituire da una lato quelle che oggi vengono dette le skills (ovvero le competenze acquisite nel corso della carriera professionale), dall'altro a mostrare come tali abilità potessero offrire un reale potenziale di sviluppo per chi avrebbe dovuto scegliermi. Lavoro come curatore d'arte contemporanea e so che non è tra i lavori più comuni, ma credo che buona parte della mia generazione, io ho 37 anni, si trovi a vivere questa situazione. Non si tratta di precariato o almeno non solo, si tratta a mio parere di visione, di proiezione, e perché no, di desiderio. Aspetti che spesso sono fuori dalla nostra portata e dalla nostra preoccupazione, per lo più rivolta alla risoluzione di un presente. Si tratta di capire che e come quel che stai facendo può diventare bagaglio fondante il tuo futuro. Di capire, e dunque prima di tutto di cercare, il punto in cui ci troviamo lungo un percorso che ha un prima e avrà un dopo, e soprattutto...

Una mostra al Macro di Roma / egosuperegoalterego

Qualche mese prima dell'inaugurazione della mostra egosuperegoalterego il Macro, il museo che la ospita fino all'8 maggio 2016, promosse la campagna #macroego, invitando il pubblico a inviare i propri autoscatti per vederli esposti assieme alle altre opere. Le prime cento immagini avrebbero formato la copertina del catalogo della mostra, una raccolta di interventi critici dedicati allo sguardo degli artisti sull'identità propria e altrui. Il dato surreale è che quest'immagine nata per celebrare il tema della visione autoriflessa risulta nei fatti anonima: lo sguardo non riesce a concentrarsi su un volto né a trattenere più di una rapida impressione, rimbalza da una faccia all'altra cogliendo solo i lineamenti umani più riconoscibili – occhi, naso, bocca – senza comprendere molto altro.  Nella mostra un'installazione di Mariana Ferratto, Allo specchio, riproduce l'osservarsi come dialogo privato in cui subentra sempre la visione di qualcun altro. Le donne che sembrano specchiarsi rivelano quella sottile mimica che nasconde la ricerca di una conferma: la garanzia che ciò che vediamo sia aderente a un'immagine inconsciamente interiorizzata che soddisfa i canoni estetici...

Ancora sul dibattito attorno al “museo del fascismo” che si sta provando a realizzare a Predappio / Documentare il fascismo

Ammettendo che il “museo del fascismo” che si sta provando a realizzare a Predappio sia un’istituzione scientificamente credibile (e non si capisce perché le persone che stanno promuovendo l’iniziativa non possano meritare questo minimo grado di fiducia), non vedo ragioni per opporsi a questa proposta. Oltre a questo, è molto positivo che il sindaco di Predappio ponga esplicitamente il problema di un paese periodicamente invaso da idioti che sfilano cantando scemenze. Mi pare del tutto comprensibile che il sindaco non voglia più far finta di niente e provi a restituire dignità al suo paese inserendo la vicenda di Benito Mussolini – che innegabilmente è nato lì e inesorabilmente attira e attirerà nostalgici ma anche semplicemente curiosi – in un contesto scientifico accurato e alieno da strumentalizzazioni. Mi pare meno comprensibile come questa esigenza possa essere immediatamente derubricata come ingenua e quindi sostanzialmente ignorata.Detto questo, forse la discussione potrebbe essere più produttiva se si adottassero alcune accortezze che consentirebbero di escludere da subito qualsiasi intento celebrativo. Converrebbe quindi parlare di un centro di documentazione sul...

Le spiagge, i professori e il mito dei Bronzi di Riace

È raro che la nascita di un mito possa essere documentata da fotografie. Stiamo parlando naturalmente di un “mito d’oggi” – per usare un’idea di Roland Barthes – quello dei Bronzi di Riace. Lo studioso francese scrisse Mythologies alla fine degli anni Cinquanta, per dimostrare che la forma del racconto mitico poteva sopravvivere anche in un’epoca in cui la chiave scientifica aveva sempre la meglio – almeno ufficialmente – sugli altri schemi di lettura del mondo. Nuove forme di narrazione corali e anonime – requisiti essenziali del mito – avvolgevano personalità pubbliche (la Garbo, l’abbé Pierre), appuntamenti sportivi (il Tour de France), oggetti (la nuova Citroën, la “Guida blu”), cibi e bevande, pratiche culturali come l’astrologia. In questo senso, dunque, i Bronzi di Riace sono certamente un “mito d’oggi”: le due statue conservate nel Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria sono inseparabili – piaccia o no – da quel coacervo di discorsi, racconti, immagini, oggetti derivati che li accompagnano sin dal giorno della scoperta.  La storia ormai è molto lontana e bisogna raccontarla da capo. Attorno al Ferragosto del 1972, due sommozzatori vagano al largo di...

Galleria Lia Rumma, Milano / Marzia Migliora, Forza Lavoro

Da anni, ormai, la Galleria Lia Rumma, segue con attenzione il lavoro di Marzia Migliora, artista piemontese la cui ricerca indaga – attraverso una pluralità di linguaggi, dall'installazione alla fotografia, dal video alla performance – i temi fondamentali della natura umana, quali desiderio, intimità, memoria, perdita e ossessione, nel tentativo inesausto di portare alla luce la natura delle relazioni tra l'individuo, gli spazi entro cui si muove, l'attualità e la storia.  Anche in questo caso, la personale dedicata a Forza Lavoro – un progetto interamente pensato intorno a nuove produzioni (2015-2016) – si snoda lungo i tre piani luminosi dell'edificio di via Stilicone a Milano (una vecchia fabbrica riqualificata), prendendo le mosse da un evento traumatico per la città di Torino, l'incendio doloso al Palazzo del Lavoro, progettato da Pier Luigi Nervi in collaborazione con Gio Ponti, come padiglione espositivo in occasione del centenario dell'Unità d'Italia, e pensato funzionalmente per accogliere l'esposizione internazionale del lavoro, celebrativa del progresso e del rapidissimo sviluppo industriale. In disuso dagli anni Settanta, ancora oggi in stato d'...

Echoes of Pasts, Inscribing the Present

Italian Version   In an elegantly frescoed salon at New York University’s Florence estate, Villa La Pietra, stands an artifact of beauty, her light brown tunic adorned with brushes of gold fig leaves, a golden collar, and buttons and boots to match. An expansive smile is etched into her ebony face as her body strikes a semi genuflecting pose. Her outstretched arms beckon visitors with an invitation to be served: “give me your gloves, your scarves, your coats, they seem to say.” A similar sculpture but male, is positioned across the room from her. He is made in the likeness of an 18th century page.  With the stem of a horn or trumpet tucked under his right shoulder, this African-looking boy, resplendent in rich curls, and brown and gold heraldry, is perched on a descending platform in a posture of obeisance to observers.   These figures constitute a broad genre of Western European decorative art – furniture, sculptures, paintings, and tapestries – that portray African bodies in service, as domestic workers, soldiers, porters, and custodians of palatial properties. Known in common parlance as “Blackamoors,”...

Arti decorative e identità africana / Echi del passato, iscrizioni del presente

English Version   In un salone elegantemente affrescato di Villa La Pietra, sede fiorentina della New York University, vi è un pregevole manufatto che ritrae una donna con una tunica marrone chiaro adornata da foglie di fico dorate, un colletto d’oro e bottoni e stivali in tinta. Sul suo viso d’ebano è disegnato un ampio sorriso e il suo corpo è semi-genuflesso. Le braccia aperte accolgono i visitatori, come a suggerire un invito: “Datemi i vostri guanti, le sciarpe, i cappotti”. Dall’altra parte della stanza vi è una statua simile, che ritrae una figura maschile. Le sue sembianze sono quelle di un paggio del XVIII secolo. È un giovane africano dalla splendida chioma ricciuta, adornato da stemmi marroni e dorati, raffigurato con un corno o una tromba sottobraccio, su un piedistallo a gradino, in un gesto di riverenza nei confronti degli osservatori. Queste opere appartengono a un genere di arte decorativa dell’Europa occidentale di cui fanno parte oggetti d’arredamento, sculture, dipinti e arazzi raffiguranti personaggi di origine africana nelle vesti di domestici, soldati, servitori e custodi di...

Licalbe Steiner

C’è qualcosa che passa in ogni singolo oggetto della produzione di Albe e Lica Steiner, qualcosa che lo supera, liberandolo dal suo isolamento: come una sospensione aggrappata alla materia delle cose, nella sostanza delle sue forme, che interroga lo sguardo e che richiama a un’umanità (o cura o ragione profonda) che vi è stata impressa all’origine attraverso un gesto progettuale e che ancora suona come atto di condensazione in cui si dà aderenza tra pensiero e forma, tra lavoro costruttivo e ricerca sperimentale. È quell’amalgama di presenze che si imprimono come pensieri tangibili, ogni volta che la ricerca è un movimento autentico di studio e un’esplorazione per tentativi e per prove dentro la materia a cui il grafico è chiamato a dar forma: il suo tentativo continuo di scrivere per immagini attorno a un vuoto, quel suo compito di dar corpo a un oggetto ancora inesistente e che può nascere solo come gesto di volontà e desiderio.     La densità con cui le vetrine espositive del museo del Novecento di Milano e le pagine fittamente illustrate del catalogo hanno presentato l’opera di Albe e Lica Steiner (Licalbe Steiner, grafici partigiani) non marcava la bravura del...