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Intervista con Jeannette Ehlers / Under a different sun

Per Why Africa? EX NUNC presenterà una serie d’interviste con artiste africane e delle Diaspore, partecipanti al progetto curatoriale UNDER A DIFFERENT SUN. Il programma espositivo e performativo, che avrà luogo a Venezia a Dicembre 2016, si concentrerà su storie perdute e memorie negate, riviste attraverso prospettive femminili e diasporiche. UNDER A DIFFERENT SUN è un progetto ideato e curato dalle co-direttrici di EX NUNC, Chiara Cartuccia e Celeste Ricci, nel più ampio contesto della terza edizione di Venice International Performance Art Week | Fragile Body-Material Body, curata da Verena Stenke e Andrea Pagnes.   ***   English Version   La seconda intervista della serie vede la partecipazione dell’artista multimediale, danese d’origini caraibiche, Jeannette Ehlers. Ehlers sceglie, quali temi centrali nella sua ricerca, narrative storiche precarie e marginalizzate, moderne e antiche: tratta degli schiavi, nuovi e vecchi colonialismi vengono scandagliati dall’artista attraverso un’acuta pratica performativa.   EX NUNC - La tua pratica artistica abbraccia argomenti molto ben definiti, quali la commemorazione, il recupero di narrative storiche dimenticate, e...

Ad avere paura, oggi, è l’orso / Nella pelle dell’orso

Specie d’orsi   «Per piacere, disegnami un orso». Sì, ma quale? Ne esistono otto specie diverse: l’orso bruno, l’orso nero, l’orso bianco o polare, l’orso dal collare, l’orso ornato o con gli occhiali, l’orso malese, l’orso giocoliere, il Grande Panda. Vivono al freddo ma alcuni si sono spinti fino all’emisfero sud dell’equatore, come l’orso malese e l’orso ornato. Mangiano foche ma non mancano specie vegetariane golose di bambù. Goffi e tozzi, sono capaci di arrampicarsi sugli alberi, come l’orso ornato, agile come uno scoiattolo; sospeso a 15 metri d’altezza, resta in aria fino a quattro giorni. Corrono poco (perché mai precipitarsi, si dice l’orso, quando non c’è animale che mi minaccia?), ma sono nuotatori provetti, come l’orso polare che s’immerge a venti metri di profondità. Pesano fino a 600 chili seppure, nati dopo una gestazione di appena due mesi, sono creature di pochi grammi; in dieci anni raggiungono il loro peso adulto, 1000 volte più che alla nascita. Tutte le otto specie ursine condividono però una cosa: la somiglianza con l’uomo, che sia fisica, grazie alla loro posizione eretta e all’abilità delle zampe, o comportamentale: prudenti e coraggiosi, solitari e...

22.10.2016 - 27.11.2016, Bergamo / Specchio concavo

In ambito esoterico si tramanda che lo specchio concavo sia un mezzo per focalizzare l’attenzione sul mondo astrale e per esercitare la capacità di osservazione più sottile. Sibille, profetesse, streghe, vaticinanti e sciamani hanno utilizzato questo medium per migliorare le loro doti di chiaroveggenza. Fissavano nel cavo dello specchio attendendo immagini rivelatrici. Agivano telepaticamente, pensando per immagini. Spostavano nell’aria atomi e molecole per mezzo di illuminazioni e intuizioni. Di notte, riempivano di acqua la ciotola concava per osservare le luci e i flussi delle stelle catturate nella trasparenza del loro “de-siderare”. Alcuni scoprirono misteri della natura molto prima che la scienza giungesse alla verità delle cose. Ricercando tracce e documenti e arretrando nel tempo storico, si può appurare che ci sono stati personaggi in avanguardia, o semplicemente profetici, i quali hanno veduto verità che sono state confermate scientificamente nel XX e nel XXI secolo. A prescindere dagli esperimenti scientifici o dalle proiezioni fantascientifiche, è interessante la suggestione, da cui partire per condurre ulteriori collegamenti di senso, evocando la presenza di spazi e...

Bianco / 'O cammesone janco 'e Pulecenella

«'O ppassato, 'o ppassato... A che te serve 'o ppassato? Je maje l'aggio avuto – chesto vo' dicere 'stu cammesone janco (Il passato, il passato... A che ti serve il passato? Io non l'ho mai avuto - questo significa il mio camiciotto bianco)»: Pulcinella si rivolge con queste parole a Domenico Tiepolo in un dialogo immaginario costruito da Giorgio Agamben in Pulcinella ovvero Divertimento per li regazzi. Lo studioso vi esamina le opere che Domenico Tiepolo ha dedicato a questo personaggio della farsa e della commedia a partire dal 1793, anno in cui il pittore si ritira da Venezia nella villa di Zianigo, ereditata dal padre Giambattista.   Si tratta di uno straordinario ciclo di affreschi – oggi a Ca' Rezzonico – e di un album di disegni che ha per titolo appunto Divertimento per li regazzi carte n. 104, oggetto di una mostra parigina del 1921 e poi venduti separatamente e non più recuperati nella loro interezza. La natura enigmatica e misteriosa di queste raffigurazioni ispira ad Agamben un parallelo tra la meditazione di Domenico, che assiste distante alla fine della Repubblica di Venezia e ripensa malinconico la sua vita, e il suo personale percorso filosofico che vuole...

Il suono come forma per resistere alla supremazia patriarcale e coloniale del maschio bianco / NON: Una questione di (ri)appropriazione

Siamo lieti di inaugurare con questo articolo una nuova partnership editoriale con Art South Africa, una rivista dinamica, innovativa, sovversiva e intelligente, dedicata alla realtà presente e futura del continente africano. Perennemente ottimista, anche nelle riflessioni più critiche, Art South Africa si apre a nuove possibilità, celebra il sogno ed esalta l’innovazione. Ispirandosi alle trasformazioni globali che hanno investito il mondo della comunicazione, i modelli di business, il pensiero creativo e le pratiche artistiche, Art South Africa si propone di mostrare e raccontare i risultati positivi che è possibile ottenere quando si ha il coraggio di rischiare. Dedicata alla cultura, alla creatività e all’arte africana, e in particolar modo alle arti visive, Art South Africa si fonda sulla convinzione che la vita non ha senso, se non è accompagnata dal sogno: è vuota, se priva d’amore, e ogni pensiero è pretenzioso, se non è intimamente sentito. La sfida più grande è riuscire a unire cuore e intelletto. Ed è questo ciò che Art South Africa si propone di fare. Ispirandosi ai medesimi ideali, lettera27 ha deciso di ripubblicare alcuni dei contenuti di Art South Africa all’...

Sound as a form to resist neo-colonial, white, supremacist, patriarchal structure / NON: A Question Of (Re)Appropriation

  With the piece below we are happy to open a new editorial partnership with Art South Africa magazine. Art South Africa is on the move, experimental, provocative, intelligent, Art South Africa today sees itself a vehicle that celebrates Africa’s future-present. Always optimistic – even at the heart of a dark reflection – Art South Africa conjures possibility, champions dreams and tracks innovation; inspired by a world-wide transformation in communications, business models, design thinking, and art practice, Art South Africa is here to show and tell us about the positive outcomes of risk-taking. Focused on African culture, creativity and the arts in general while holding onto its core market - the visual arts - Art South Africa understands that life is meaningless without dreams, tastes hollow without love, and viewpoints pretentious if not profoundly felt. Fusing great heart with great mind proves the greatest challenge; Art South Africa delivers this vision. We at lettera27 share this vision and will be re-publishing Art South Africa’s selected content here in Why Africa?   Italian Version   AA BYT July29 NON 1 Chino Amobi, a still from Illuminazioni, 2012....

C'era una volta / Peter Mitterhofer e la macchina da scrivere

C’era una volta la Cacania. Come dice Musil lì era tutto "kaiserlich-königlich", imperial-regio. Lo testimoniano ancora le K.K. impresse sui tombini nelle strade di Merano. E nella Cacania – che si spingeva appunto anche nel Sud Tirolo, detto oggi Alto Adige – c’era un brav’uomo di nome Peter Mitterhofer. Proprio negli anni in cui governava Cecco Beppe e la “sua” Sissi, divideva gli animi tra entusiasti e denigratori. Si racconta Peter fosse molto amato dai bambini, che probabilmente vedevano in lui qualcosa di simile a Emmett "Doc" Brown (Christopher Lloyd), lo “scienziato pazzo” che in Ritorno al futuro di Robert Zemeckis (1985) affascina il giovane Marty McFly (Michael J. Fox) o, per chi se lo ricorda, a Maurizio Nichetti in Ratataplan (1979). Viveva a Parcines, oggi poco più di 3.500 anime in provincia di Bolzano, 7 chilometri e mezzo da Merano, 626 metri sul livello del mare, circondato da vette che, seppur non vertiginose, vien voglia di salirle solo a vederle. I suoi concittadini non lo prendevano troppo in considerazione. Sì, era un bravo falegname, come suo padre, ed aveva imparato anche a fare il carpentiere. Ma un po’ troppo bizzarro, faceva cose che era difficile...

Triennale di Milano, 5 ottobre 2016 all’8 gennaio 2017. / L’altro sguardo

“L’altro sguardo. Fotografe italiane 1965-2015” non è solo il titolo di una mostra organizzata alla Triennale di Milano, è la dimensione prospettica di una collezione e dello sguardo che l’ha costruita, o meglio di colei che l’ha voluta e ideata: Donata Pizzi. Nasce da un bisogno, una spinta interiore costituita da scelte e incontri, che è divenuta l’elemento costitutivo della collezione e della volontà di renderla pubblica, come patrimonio per la collettività. Vi sono esposte più di centocinquanta immagini scattate da molte fotografe dagli anni Sessanta ad oggi.   Se è vero che molte delle conquiste più importanti degli ultimi quarant’anni sono state promosse e ottenute dalle donne: la lotta per il diritto di abortire, che oggi si rinnova in Polonia, per il diritto di divorziare e decidere del proprio corpo, la macchina fotografica è stata per tutte un’alleata inseparabile. Fotografare non solo significa testimoniare, ma è anche un gesto che costringe a “esserci fisicamente”, a stare in un luogo, a capirlo, a fondersi con esso o a metterlo in discussione. La macchina diviene l’estensione del proprio corpo, del proprio sguardo, della propria sensorialità, ed anche uno...

Riapre il Museo Pecci / La fine del mondo dall’astronave del Pecci

Prima della fine del mondo ci saranno ovviamente “Gli ultimi giorni dell’umanità”. È questo il titolo del dissacrante dramma – 779 pagine nell’edizione Adelphi in 2 volumi – che Karl Kraus scrisse fra il 1915 e il 1922, avvertendo nella premessa il lettore che la sua messa in scena «è concepita per un teatro di Marte», richiedendo «secondo misure terrestri, circa dieci serate». Con l’impresa si cimentò Luca Ronconi nel 1990 e nell’estate scorsa, all’ossario di Castel Dante a Rovereto, la compagnia Archivio Zeta di Gianluca Guidotti ed Enrica Sangiovanni. Prospettive astronomiche, dunque, per un libro chiave di quella “letteratura apocalittica” che, a cavallo fra ‘8 e ‘900, fiorì in tutto l’Occidente, raggiungendo straordinarie vette proprio nell’Impero austroungarico. Dalla cui dissoluzione, già alla vigilia della Prima guerra mondiale e poi agli albori del nazismo, lo scrittore ceco-austriaco prese le mosse per sferzare – noi compresi, andrebbe aggiunto – «i contemporanei, i quali hanno permesso che le cose qui descritte accadessero» e perciò sarebbero tenuti a posporre «il diritto di ridere al dovere di piangere».     Sono proprio le “prospettive astronomiche” che...

Note per una mostra / Pierluigi Ghianda. Del tempo interstiziale

Quella di esporre i semilavorati di bottega, i pezzi ancora grezzi ma già disposti alla forma – già avviati a diventare, da materia viva, cose da viversi riconoscibili e compiute – è una qualità inattesa della mostra che Lorenzo Damiani ha allestito per rendere omaggio al lavoro di Pierluigi Ghianda. Per una volta, in virtù di un felice gesto a sorpresa, siamo sollecitati a prestare un’attenzione non ovvia al tempo che si scava tra ideazione e prodotto finito; per l’artificio di questa giostra circolare di carrelli da officina, nella Sala grande del Belvedere della Villa di Monza, siamo indotti a abitare l’intervallo pieno tra i due momenti – creazione ed esecuzione, pensare e fare – sempre fittiziamente presupposti come in sé assoluti. Invece è in questo frammezzo che propriamente si giocano la ricerca e la definizione dell’oggetto-forma nascente: dentro il tempo fecondo in cui le componenti del progetto hanno ancora l’agio del movimento, appunto, del “gioco”. È il tempo – e non ce n’è un altro, non c’è che questo tempo medio, pienamente interstiziale – in cui trova luogo e si dispiega la pratica del progettare, come processo che frequenta insieme, con circolare e ripetuto gesto...

Intervista a Reto Pulfer

“La chitarra vibra. La lingua e il tessuto cadono in un certo modo. Un pezzo di tessuto è re-installato molto diversamente la volta successiva – prima è stato una maglietta”. Così descrive la sua pratica artistica lo svizzero Reto Pulfer (nato nel 1981), che ha da poco ricevuto il premio nazionale elvetico per l'arte contemporanea. Combinando installazione, scultura, pittura, performance, musica e architettura Pulfer pratica un'arte totale, autonoma e con una sua matrice specifica. Il suo lavoro è stato più volte ospitato in Italia: prima attraverso l'Istituto di Cultura Svizzera, che l'ha portato in vari luoghi a Roma e a Milano, poi a Reggio Emilia e più recentemente a Zagarolo, durante la manifestazione Granpalazzo. È sua abitudine condensare nella performance i vari elementi della sua arte, riunendo insieme liberamente elementi e materiali che hanno pochi gradi di separazione con il mondo naturale. A Zagarolo ad esempio, oltre a una piccola installazione, Pulfer ha realizzato una nuova performance-cerimonia con il cacao crudo.    La pratica artistica di Reto presenta numerosi elementi che richiamano alla mente il mondo della magia ma non mi era chiaro se queste...

Provvisto di occhi, vai

Recentemente ho visitato la mostra Emilio Vedova. Disegni alla Fondazione Vedova di Venezia. Su una lunga parete, un inesauribile tappeto di segni, forme, colore: 347 disegni l'uno accanto all'altro senza soluzione di continuità, realizzati in epoche diverse, su diverso supporto, in diverso formato, con diverse tecniche. L'impatto è fortissimo. Germano Celant, curatore di questo ipnotico allestimento, non ha seguito un criterio cronologico o tematico o dimensionale, o qualsiasi altro criterio immediatamente riconoscibile. Lo spettatore è messo di fronte a una superficie dinamica, traboccante, complicata, difficile da leggere e da dominare da cui lo sguardo è rapito, ma fatica a trovare modalità di lettura. All'ingresso della mostra è disponibile un pieghevole che riporta la mappa dei disegni, ognuno numerato, di cui una legenda riporta titolo, data, dimensione, tecnica. Dato che l'occhio per sue logiche interne rimane colpito da alcuni disegni facendoli emergere dal magma, è inevitabile andare a cercare sulla mappa il pezzo desiderato. In quel momento si capisce che leggere la mappa è ancora più difficile che leggere la superficie cangiante dei disegni, perché trovare all'interno...

Atelier dell'Errore | The Guardian Animal + other invisible beings / Errore

Cosa sono questi dipinti? Opere d’arte. Non c’è dubbio; ed è anche sicuro che non valga la pena di perdere tempo discutendo a quale definizione di arte ci riferiamo. Le definizioni devono andare incontro alla bellezza e alla forza delle immagini, per consentirci di capirle meglio. Non saranno certo le immagini – straordinarie come queste – a muoversi per venire incontro alle definizioni. Queste figure hanno bellezza e potenza, proprio come i capolavori di molti pittori riconosciuti come tali, recensiti, esposti, quotati. Dunque il loro statuto e la loro vita potrebbero divenire in tutto simili a quelle degli artisti “normali”, che già conosciamo? No. E per un motivo che non sta scritto da nessuna parte, eppure è inscritto nei dipinti stessi. Allora, quello che distingue questi pittori da quelli professionisti potrebbe essere l’alterazione formale delle immagini, che si ripetono in ogni autore e a noi fanno intuire la “disabilità”, la sofferenza insomma, che caratterizza ognuno di loro? Neppure. Anche molti artisti che consideriamo classici dipingevano corpi che non corrispondono alla realtà, bensì a una deformazione che ognuno le imprimeva: ripassiamoci mentalmente Michelangelo,...

Premio MAXXI / La giovane arte italiana in concorso

A quindici anni dalla sua prima volta, si è inaugurata ieri l’ottava edizione del premio per la giovane arte italiana, dal 2014 Premio MAXXI. In ogni edizione si assiste a un confronto tra artisti invitati a produrre un’opera per l’occasione, che diventa termometro e finestra privilegiata sulla scena artistica italiana più giovane. Quattro gli artisti selezionati per il 2016: Zapruder film makers group, con l’opera Zeus Machine, Adelita Husni-Bey con La Luna in folle, Ludovica Carbotta con Monowe (the city museum) e Riccardo Arena con Orient 1 – Everlasting Sea. Dal primo all’ultimo, in ordine di esposizione, hanno ragionato sullo spazio circostante integrandovi al suo interno la propria opera, ognuno con la propria cifra linguistica e proseguendo percorsi di ricerca già avviati. La mostra di quest’anno si arricchisce inoltre di una novità: una reading room dedicata al materiale d’archivio raccolto tra la Fondazione MAXXI, l’Archivio del Mibact e Careof che ci consente di voltarci a osservare la storia del premio dal 2001, anno della sua prima edizione a oggi, attraverso le biografie, i portfoli, le opere di tutti gli artisti che vi hanno partecipato, fino al momento della loro...

Under a different sun

English Version   L’intervista che segue dà inizio a una collaborazione editoriale tra Why Africa? e il collettivo curatoriale EX NUNC, che proseguirà su doppiozero durante i prossimi mesi.   Per Why Africa? EX NUNC presenterà una serie d’interviste con artiste africane e delle Diaspore, partecipanti al progetto curatoriale Under a Different Sun. Il programma espositivo e performativo, che avrà luogo a Venezia a Dicembre 2016, si concentrerà su storie perdute e memorie negate, riviste attraverso prospettive femminili e diasporiche. Under a Different Sun è un progetto ideato e curato dalle co-direttrici di EX NUNC, Chiara Cartuccia e Celeste Ricci, nel più ampio contesto della terza edizione di Venice International Performance Art Week | Fragile Body-Material Body, curata da Verena Stenke e Andrea Pagnes.   La prima intervista della serie vede protagonista l’artista gabonese, residente a Berlino, Nathalie Mba Bikoro. La ricerca di Bikoro si concentra sui temi del ricordo, del racconto e della commemorazione, dando forma a una pratica artistica che mira alla de-colonizzazione delle narrative storiche dominanti, dei comportamenti comuni e delle credenze banali. ...

Terni Festival / Lucia Calamaro: i morti e quelli che restano

La vita ferma, l’ultimo lavoro di Lucia Calamaro, ripercorre due ossessioni della scrittrice e regista romana: la presenza continua dei morti vicino ai vivi, dentro i vivi, in uno spazio che si dilata nel tempo invaso dai ricordi continuamente minacciati dagli abissi bui dell’oblio, e il ritorno della madre, del rimosso, della vita, dell’origine, del magico, del tumore che è escrescenza della vita, eccesso di vita verso la morte, come potrebbe suonare un pastiche di titoli di opere di quella che è oggi la nostra maggiore, più straziata e straniata, ironica, dolorosa e cantante drammaturga italiana. Il suo teatro è diluvio di parole caratteristiche, di caratteri, anzi umori che non si tengono a bada, che scivolano in modo deliberato nel pathos perché guardano in faccia, senza reverenze, la vita come problema, come male di vivere, come strazio delle assenze; che ricattano perché non possono fare a meno di farlo, per chiedere affetto in un mondo senza pietà e senza sentimenti, al massimo in preda ai brividi effimeri delle emozioni.    La vita ferma, ph di Alessandro Carpentieri.   Ricorda, per opposizioni, l’epigrammatica poesia dell’inquietudine di Spiro Scimone:...

Venezia, Casa dei Tre Oci. 26 Agosto 2016 - 8 Gennaio 2017 / Scianna. Il ghetto di Venezia

Come poteva fotografare il Ghetto di Venezia l’autore di quel libro fondativo che è stato negli anni Sessanta Feste religiose in Sicilia? Ricorrendo alla forma teatrale. Questo libro di Ferdinando Scianna è costruito così. Va dal giorno alla notte, in un susseguirsi di scene e di spazi; anche là dove lo scatto comprende figure singole, c’è sempre il gran teatro del mondo. In questo caso va in scena il mondo ebraico sul palcoscenico del campiello veneziano, in quel luogo che è stato prigione, rifugio, casa e vita per la comunità ebraica lungo cinque secoli. Non si è preoccupato troppo della Storia Scianna, o almeno non l’ha eretta a strumento di comprensione, anche se c’è sempre – qui nella forma della stele, della memoria di pietra e metallo, una simmetrica all’altra.   Ha preferito guardare quello che accade su quell’assito di pietra che sono i campielli e le case, le facciate degli edifici come quinte ad aprire e a chiudere, a punteggiare la scenografia, sempre per ricordare allo spettatore che questo è lo spazio dove si è mosso anche il fotografo, stando un passo indietro, per non interferire con la commedia che vi si recita da tempo immemorabile: gli attori cambiano, ma...

Come parlare di terremoto senza mostrare distruzione? / Sulle tracce della faglia

Come giustificare queste fotografie? Come parlare di terremoto senza mostrare rovine di paesi e distruzione? Come leggere questi luoghi di montagna – a loro modo unici, magici e incantevoli – responsabili dell'ultimo terremoto che ha colpito Arquata, Amatrice e le decine e decine di borghi di un confine geografico ristretto che raccoglie, in pochi chilometri in linea d'aria, ben quattro regioni del centro Italia (Marche, Umbria, Lazio e Abruzzo)?   Cima del redentore, Pizzo del diavolo, lago di Pilato dalla vetta del Monte Vettore, ph Salvatore Piermarini. ph Salvatore Piermarini. Forca canapine 1978, ph Salvatore Piermarini.    Monte Vettore, Cresta del Redentore, Pizzo del Diavolo, Lago di Pilato, Pian Grande, Pian Piccolo, Pian Perduto, Inghiottitoio, Fosso del Mergani, Forca di Presta, Sasso Tagliato, Forca Canapine, Monte Sibilla, Grotta della Sibilla, Grotta delle Fate, Macchia Cavaliere… La toponomastica di questi luoghi segnala queste montagne come Sibilline, enigmatiche, evocatrici, misteriose, ambigue e fascinose, mitologiche, ancestrali, oracolari, profetiche e predittorie, appunto, di catastrofi e meraviglie.   Inghiottitoio, fosso del Mergani,...

Milano, Palazzo Reale / A Emilio Isgrò affinché mi cancelli

Isgrò Palazzo Reale Caveau delle Gallerie d'Italia Casa del Manzoni Milano, fino al 25 settembre 2016   Così dedicato, l'amico Buzzati inviava a Emilio il suo Poema a fumetti. Milano, città amatissima da entrambi, omaggia Emilio Isgrò (1937) con una grande mostra antologica di opere storiche e inedite, che si snoda in tre sedi, a ripercorrere la sua lunga carriera di artista polivalente, precursore del concettuale, pittore, scultore, scrittore, poeta, drammaturgo e regista; un artista in senso classico, poliedrico, versatile, colto, sperimentatore infaticabile, impegnato. Un autocurriculum introduce il Sedicesimo d'accompagnamento e guida alle sale. Curata da Marco Bazzini, la mostra a Palazzo Reale presenta un corpus di oltre 200 opere, organizzate tematicamente intorno ai principali nodi dell'elaborazione teorica e artistica del maestro siciliano.   A Isgrò, la cui principale attività era, però, quella di editor e giornalista, fu riconosciuto il merito di aver lavorato, fin dagli anni '60, su un linguaggio artistico del tutto originale, che potesse riconciliare la parola scritta e l'immagine figurativa pittorica da un sostanziale conflitto che ha attraversato tutto il...

This is about you / Ketty La Rocca. Nuovi Studi

Io non farò mai vedere l’operaia con il fazzoletto legato in testa, perché io non l’ho mai vista o se la vado a vedere la vado a vedere come una scoperta, mi ci vogliono vent’anni prima di arrivare a maturare la situazione. Bisogna essere sinceri sennò non si fa dell’arte.   Così dice, nel 1974 l’artista Ketty La Rocca all’amica Verita Monselles nel corso di una conversazione. Vicine entrambe all’arte femminista, le due artiste lavorano a Firenze; Monselles, da poco giunta in Italia dall’Argentina, realizza tableaux fotografici attraverso cui riflette sulla condizione della donna e le convenzioni sociali che la riguardano; La Rocca, pure interessata ai medesimi temi, usa la fotografia anzitutto per indagare la relazione tra linguaggio visivo e verbale. Il suo è un lavoro complesso e sfaccettato che punta a superare gli stereotipi linguistici e pone al centro del fare arte la questione, beninteso problematica, della “sincerità”: l’artista deve parlare di ciò che conosce, non fingere, non farsi condizionare dalle categorie, siano esse sociali, politiche o linguistiche.  Consapevole del pericolo di autoisolamento che il suo atteggiamento porta con sé, La Rocca ribadisce all...

Casa d'artista / Il mistero di Lord Leighton

È curioso come le abitazioni a volte riflettano in modi misteriosi la personalità di chi le ha abitate: la casa del pittore Frederic Leighton (1830-1896) a pochi passi da Holland Park è estetizzante e misteriosa come il suo padrone, un uomo che in vita è stato abbastanza importante da essere stato proclamato baronetto a Windsor e successivamente seppellito a Saint Paul con l'approvazione della Regina Vittoria e che ha lasciato così poco di personale dietro di sé – niente lettere, niente diari, poche testimonianze delle persone che lo conoscevano – che della sua vita privata si sa pochissimo. Sappiamo che non si è mai sposato e che ha avuto una lunga relazione con la modella Dorothy Dee, ma di questa relazione non rimane traccia: il figlio che forse i due hanno avuto insieme non è mai stato riconosciuto dal pittore. Altri dicono che Leighton fosse omosessuale, e che nell'ampio studio al primo piano della casa, dove ora si trovano i suoi quadri e un pianoforte, si tenessero riunioni di soli uomini. Ma i muri sono silenziosi, e niente, a centoventi anni di distanza dalla sua morte, prova o smentisce queste voci.   Curiosamente i curatori del museo che ora...

Orizzonti festival / Il teatro a Chiusi non è una follia

Prima di Orizzonti Festival 2016 erano quattro amici al Barretto Hakuna Matata. Adesso sono il ‘gruppo di ascolto’ del direttore artistico. Vorrebbero un luogo unico a Chiusi in cui riunire tutti gli eventi del Festivàl (lo chiamano così, alla Pippo Baudo, con l’accento sulla a). Andrea Cigni ribatte parola su parola, come se fosse in una riunione operativa, non a prendere il caffè nei giardini del Duomo, e spiega con allegra, gentile fermezza, che un festival deve aprirsi e integrarsi, stare dentro e uscire dalle mura, le sue e della città. Altrimenti non ha possibilità di sopravvivere né, probabilmente, ragioni di esistere. “Al di là del suo essere e avere ci sta simpatico” mi dicono a ‘seduta’ conclusa. E poi riprendono a discutere: ognuno ha la sua idea. Lo sentono loro, Orizzonti è diventato cosa e casa propria. Non possono più farne a meno, come le strade, il panorama, il cibo, come se ne andasse della vita stessa del borgo. Possono solo aiutare a consolidarlo, migliorarlo, ampliarlo, per far entrare ancora più luce dalle finestre e pubblico dalle porte.   Andrea Cigni, ph Eleni Albarosa.   Al suo terzo anno di direzione artistica, il 40enne toscano di...

La mostra di Domon Ken a Roma / Lo sguardo e il tempo

La mostra di Domon Ken a Roma – Lo sguardo e il tempo   È in corso fino al 18 settembre a Roma, presso il Museo dell’Ara Pacis, una mostra di opere del fotografo giapponese Domon Ken (1909 - 1990).   Autoritratto, 1958.    Per interpretare una fotografia, ci sarebbero innumerevoli modi di lettura, ma una cosa è certa: un’immagine fotografica è sempre il contenitore di un istante storico, nel senso che non possiamo mai negare che la cosa è stata là, come scriveva Roland Barthes ne La camera chiara. Quindi, possiamo considerare l’immagine fotografica in qualche modo come un campo storico disteso tra due sguardi, lo spazio che si apre con lo sguardo della macchina fotografica e che si chiude con lo sguardo dello spettatore. C’è chi analizza il primo cercando di capire cosa il fotografo avesse cercato di fissare con la luce (Wenders dice che il fotografo è colui che disegna con la luce), o meglio, quali fattori consapevoli e inconsapevoli, quindi a volte aldilà dell’intenzione dell’autore, di quel particolare tempo storico abbiano determinato quell’immagine. E c’è chi s’interessa al secondo per capire quali emozioni e riflessioni una fotografia possa provocare in...

Sapere, fare e saper fareVerso la modernità / Sapere, fare e saper fare: Guido Marangoni

Tra gli antesignani del nostro design nazionale va annoverato anche il critico d'arte e giornalista Guido Marangoni (1872-1941), conservatore del Castello Sforzesco, socio onorario delle Accademie di Brera e di Venezia, sovrintendente dei musei Civici di Milano, deputato socialista alla Camera in tre legislature, dal 1909 al 1921, che nel 1928 fondò e diresse le riviste “Pagine d’Arte” e “La Casa bella”, la cui testata nel 1933 muterà in “Casabella”, per volontà di Giuseppe Pagano Pogatschnig, suo nuovo direttore. Il Marangoni, infatti, dopo aver dato vita, nel 1919, a Milano, nella sede dell’Umanitaria, alla I Esposizione Regionale Lombarda di Arte Decorativa (allora il design si chiamava ancora così, dal termine francese décorer, traducibile con: concernente l'arredo), nel 1923 promuoverà l’istituzione delle Biennali di Arte Decorativa che hanno dato impulso a questa disciplina permettendole di svilupparsi e di arricchirsi nel confronto internazionale. Delle prime tre edizioni, tenutesi nella Villa Reale di Monza, appena ceduta dai Savoia al demanio statale, sarà anche il perspicace direttore artistico.   Giovanni Guerrini, Manifesti della Prima e della Seconda Biennale...