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Cultura e vita / Gramsci e la fatica del sapere disinteressato

Può apparire paradossale, ma la monumentalizzazione è una delle strade più efficaci per depotenziare della loro carica eversiva le teorie di un pensatore. La discussione, il confronto e la critica rendono vive le idee e la loro possibilità di relazionarsi con le pratiche sociali che le hanno prodotte e che le idee stesse – a loro volta – influenzano e modificano. L’imbalsamazione del pensiero condanna invece alla rigidità dogmatica e all’equivoco permanente. Qualcosa del genere deve essere successo – almeno a livello di discorso pubblico – a proposito della riflessione gramsciana in Italia. Di uno dei più grandi pensatori italiani del XX secolo – che ancora oggi è oggetto di rinnovato interesse scientifico tra gli studiosi di tutto il mondo – nel nostro paese si parla con scarsa cognizione, senza mai fare i conti con alcune profonde implicazioni che la sua elaborazione critica comporta per i vari campi dell’agire culturale. Gramsci per la scuola. Conoscere è vivere (L’asino d’oro, 2018) è un libro che ci guida fuori da questa impasse e ci aiuta nel tentativo di ritornare a Gramsci con la prospettiva di chi vuole cimentarsi in uno sforzo interpretativo autentico. Gli autori,...

Poetesse contemporanee / Confinitudine. Il confine nei versi

Il confine in poesia in alcune autrici contemporanee è un concetto dalle diverse accezioni. Il confine come limite interiore o esteriore, imposto da se stesse o dagli altri, dalla società o dalle guerre, è linguistico o culturale, fisico o mentale, una costrizione o uno stimolo, da starne attentamente all’interno o da valicare, in cui si è rinchiuse per scelta o che non si ha la forza di scardinare: qualsiasi sia la sua natura, esso affiora tra le righe, tra i versi, in un continuo bisogno di dire.    In Goliarda Sapienza, nelle sue poesie come nella sua prosa, il confine è sociale e privato, tra sanità mentale e non, è quello che gli altri danno alla parola normalità: un confine che Sapienza vuole tenacemente spostare, non solo valicare. Ciò che le permette di spostare quello sbarramento che sta segando la sua esistenza, e così poter rientrare in una interezza, è la scrittura: mezzo per sopravvivere al lutto, alla depressione, a una terapia analitica disastrosa, tentativi di suicidio, elettroshock. Negli anni Cinquanta, quando è verso i trent’anni, con la depressione il suo mondo si capovolge rendendo impellenti delle scelte: scrive la raccolta poetica Ancestrale, la...

Festival di Castiglioncello / Artisti Inequilibrio

“Conosci tu il paese dove fioriscono i limoni?”, così cantava rosa dalla nostalgia la piccola guitta Mignon di Goethe, conosci il paese del sole, delle colonne che si rispecchiano in cieli azzurri, delle tarantelle e dei tamburelli, aggiungeva l’ozioso principe Leonce del medico Büchner quando il Romanticismo ormai rivolgeva contro sé stesso la propria coscienza infelice, la propria inconsolabile ironia. “O amato mio, con te vorrei andare!”, concludeva le strofe. Quel paese insieme reale (come l’Italia classica) e immaginario come l’aura di una tradizione che risuona e incanta attraverso i tempi, nel teatro si materializza ogni anno in un festival che apparentemente si tiene zavorrato ai fondamentali, il testo, la drammaturgia, il corpo dell’attore, del danzatore. Capace in realtà di creare macchine fantasmatiche che – molto meglio di rassegne dedicate all’esplorazione performativa di conflitti o visioni contemporanee d’artista (leggi per esempio il recente Santarcangelo) – entrano in profondità nelle tensioni che ci avvolgono.  Sono stato tre giorni nella “Costa degli Etruschi”, nella cittadina balneare del Sorpasso di Dino Risi, nella località dove villeggiavano Silvio D’...

Masscult e Midcult / Macdonald, Eco e la cultura di massa

Il libro del critico culturale statunitense Dwight Macdonald Masscult e Midcult è un piccolo classico che non era più disponibile per i lettori italiani, nonostante avesse dato origine, dopo l’uscita nel 1960, a un vasto dibattito in tutto il mondo. In Italia lo hanno analizzato, ad esempio, Umberto Eco e Gillo Dorfles. Bene ha fatto dunque l’editore Piano B a riproporre, con la cura e la traduzione di Mauro Maraschi, tale volume, già tradotto nel nostro Paese nel 1969 e nel 1997. Che cosa sosteneva Macdonald? Che a fianco della tradizionale distinzione tra la cultura alta (o Highcult), quella degli scrittori e dei musicisti importanti, e la cultura di massa (o Masscult), quella che viene sostanzialmente prodotta dai media, la notevole diffusione dei media di massa (cinema, radio, televisione) stava facendo emergere un nuovo tipo di pubblico che richiedeva un tipo di cultura appositamente realizzata: la cultura media o Midcult. Una cultura in grado di minacciare l’esistenza delle altre e basata spesso sullo sfruttamento delle innovazioni realizzate dalle avanguardie culturali per produrre e immettere sul mercato dei prodotti di natura esplicitamente commerciale. Non è infatti...

La musica nel tempo, di Ferdinando Fasce / Eravamo quattro amici

Le librerie strabordano di volumi sulla storia dei Beatles: sembrerebbe dunque inutile mettersi a scriverne uno nuovo sulle avventure dei quattro ragazzi di Liverpool, ma questa volta la prospettiva che ci viene proposta da Ferdinando Fasce è diversa dal consueto. L'autore non è musicista né musicologo, bensì professore di Storia contemporanea all'università di Genova: questo gli permette di tenere una sana equidistanza tra la visione acritica di certi fans strimpellatori appassionati e quella di alcuni demolitori di miti che pur di provare le loro tesi arrivano a sminuire la grandezza indubbia della band di Liverpool. Adottando uno stile di grande scorrevolezza, Fasce inserisce la progressiva ascesa mondiale dei Beatles all'interno del contesto dei cambiamenti rivoluzionari sociali che hanno caratterizzato la storia mondiale dalla fine degli anni 50 sino al 1970.  Un'eccellente ricostruzione dell'Inghilterra post-bellica serve a introdurre le singole biografie dei quattro futuri baronetti, e nelle pagine seguenti la cronologia degli avvenimenti è guidata con mano sicura e senza sbavature.    Curiosamente l'interesse per il fenomeno di ribellione giovanile e per i...

Charles Melman / Cerco un centro di gravità... (ma di permanente è rimasto il godimento)

Il noto verso di Battiato “cerco un centro di gravità permanente”, cui si allude nel titolo, raccontava il vacillare dell'uomo che, negli anni ’80 in cui nasceva l'allegro e idiota edonismo italiano, faticava a ritrovare in sé un punto di tenuta. L’uomo senza gravità è un libro che Charles Melman pubblicò nel 2002, ed ora è appena uscito in Italia, edito da Mimesis nella collana diretta da Marisa Fiumanò, il volume La nuova economia psichica. Il modo di pensare e di godere oggi che, di quell’assenza di dignità ponderale, dettaglia le pieghe e le piaghe sia inconsce che del discorso pubblico. Charles Melman, infatti, appartiene a quella schiera di pensatori – di cui abbiamo sempre più bisogno – che sentono l'urgenza di mettere al servizio della smarrita e gaudente contemporaneità il raffinato armamentario di pensiero della psicoanalisi. D’altronde, lo scritto di Freud Il Disagio nella Civilità, i concetti analitici di Lacan del “discorso capitalista” e “l’inconscio è sociale”, sono qualcosa che autorizza lo psicoanalista a uscire dal suo studio. “Sono sorpreso non tanto di trovare gli psicoanalisti...

Speciale Aqua / Il colore dell'acqua

Mi è capitato di bere dell'acqua da una bottiglia di plastica rossa: mi aspettavo un qualche sapore, forse di piccante, senz'altro qualcosa di tiepido, di caldo. Era davvero solo acqua, fredda, da frigorifero. L'ho travasata per curiosità in un bicchiere di vetro rosso scuro e mi è sembrata più accettabile: la trasparenza e la consistenza del vetro lasciavano all'acqua una sorta di autonomia dal contenitore. Mi è sembrato impossibile attribuire all'acqua da bere il colore del fuoco. L'acqua è forse bianca, verde, blu, non è rossa. Non lo è nemmeno più nel lago di Tovel da quando è scomparsa l'alga sanguinea; lo sarà forse nel mare «colore del vino», ma non pensiamo di berla, quell'acqua. Falcinelli scrive che il rosso della bottiglia dell'acqua minerale indica il frizzante – che forse è imparentato con il piccante – e che l'opposizione di freddo e caldo (rubinetto blu/rubinetto rosso) questa volta non c'entra: la tinta è all'interno del sistema e indica il grado di effervescenza.    Fontana. La storia dei colori, anziché aiutarci, sembra proporci nuovi paradossi, a cominciare dall'acqua nera di Omero: mélan hýdor, così la chiama più volte. I filologi, come gli antichi...

Scalate, dipinte e raccontate / Le Dolomiti di Dino Buzzati

Narrare era la più grande passione di Dino Buzzati, nei romanzi, nei racconti e negli articoli, nelle lettere e nei dipinti. Amava combinare l’espressività della parola con quella del tratto, fin da ragazzo, quando descriveva scalate ed emozioni nelle lettere al suo grande amico Arturo Brambilla. Accompagnava le parole con schizzi di figure umane e di montagne, a volte poche linee a volte disegni pensati ed elaborati. “Si prese l’abitudine di trovarci ogni domenica pomeriggio… si discorreva di scuola… ma soprattutto si tentava insieme l’esplorazione delle cose più belle che la vita sembrava prometterci: l’arte, la letteratura, la montagna, i misteri…”. Arturo aveva grandi possibilità, nello scrivere e nel dipingere, ma il carattere riservato e quieto gli impedì sempre di emergere come avrebbe meritato. Dino invece ebbe sempre un immenso desiderio di traguardi memorabili.  Buzzati è uno dei grandi narratori italiani del Novecento. Scrivere per lui era un mestiere e una passione, ma raccontava storie anche quando dipingeva, racchiudendo nella tela favole grottesche, sogni malinconici, desideri erotici e paure inesplicabili. Il mondo figurativo era parallelo alla scrittura,...

Il Sessantotto. La fascinazione dell'inizio

Milano, inverno e primavera 1968   Acerba intimità con l’impossibile.   Una pioggia di volti lungo il giorno, le strade solidali con il grido. Era cielo, era carne il desiderio.   Prosodia della rivolta, Vietnam, Praga, la lontananza ferita era nei passi, nei pensieri.                                          Stava ognuno dentro il respiro della moltitudine.   Il sogno divorava l’orizzonte.   Qualche tempo fa, ripensando al Sessantotto, mi è accaduto che invece di pensieri ordinati in una riflessione e in un’analisi, mi si accampassero piano piano nella mente e sulla pagina alcuni versi.  Succede che la lingua scelga qualche volta la sua forma un po’ imperiosamente. Quei versi ora possono fare da apertura, e come da esergo, ad alcune considerazioni.   Ho sempre avvertito una sorta di artificiosa dissolvenza e di forzatura storiografica nelle letture che estendono il Sessantotto a un’epoca, a un arco di anni, facendo di  quei pochi mesi una radice, un fondamento, un inizio responsabile di successivi accadimenti. Il grido parigino Ce n’est...

Di angolo in angolo / La lampada Tizio di Richard Sapper

Non sono molti gli uomini, e ancor meno i designer, che avrebbero saputo dire no a Steve Jobs, rifiutando ben 30 milioni di dollari l’anno, per restare fedeli alla propria libertà creativa, ma soprattutto per mantenere gli impegni di lavoro già presi.  Richard Sapper (1932 – 2015), invece, lo ha fatto.  “Jobs voleva assumermi per progettare il design dei computer” ha dichiarato lui stesso in un’intervista rilasciata nel 2013 al magazine londinese Dezeen, che si occupa di architettura e di design:  “ma non avevo voglia di andare in California e non volevo abbandonare le cose sulle quali stavo già lavorando. Inoltre, Apple non era all’epoca una grande società, era solo un piccolo produttore di computer; ero comunque molto interessato, ma avevo tra le altre cose un contratto in esclusiva con IBM”.  Si fa riferimento, ovviamente, a un periodo precedente il 1985, prima dalla cacciata del co-fondatore dall’azienda; quell’offerta è invece stata subito accolta dal designer inglese Jonathan Ive, a tutt'oggi Chief Design Officer di Apple.   Richard Sapper, tedesco di nascita e di convinta formazione bauhausiana, ma milanese per scelta fin dal 1958 e italiano in...

Parigi, 8 luglio 1921 / Edgar Morin. Eppur si crea

Lo scenografo di Federico Fellini e di altri grandi registi, Dante Ferretti, in una recente intervista, dice che Fellini passava a prenderlo tutte le mattine e gli chiedeva: “Dantino, che ti sei sognato?” Ferretti commenta: “Io dovevo inventarmi qualcosa”. E aggiunge, a proposito del suo lavoro: “Non lo so, che arte faccio? Non saprei. Quello che ripeto sempre è che nei miei film faccio sempre molti sbagli. Cioè commetto molti errori apposta, perché se in una ricostruzione è tutto perfetto, sembra un set cinematografico, non è la vita. Mentre ci guardiamo intorno, se andiamo in giro, i luoghi, le case, la nostra vita è disseminata di errori, nulla è perfetto. Ecco perché sbaglio volutamente, perché solo in questo modo quello che creo è credibile” (il Sole 24 ore, 11 marzo 2018, intervista a cura di Serena Uccello). La creatività per prodursi ha bisogno di elementi semplici, di base, “solo di un tratto, di un foglio, di una matita”, e di assenza, di vuoto, di mancanza e, ancora, di imperfezione, di immaginazione, di invenzione, di finzione, in una parola di spazi per generarsi ed emergere: “l’idea che diventa forma attraverso le mani e il corpo”. O il corpo e le mani che danno vita...

Cartoline dal 1968 / La Tartaruga. Storia di una Galleria

C’era una volta a Roma la galleria La Tartaruga, aperta nel 1954 da Plinio De Martiis, avvocato, impresario teatrale e fotografo. La sede era prima al numero 196 di via del Babuino, in una palazzina oggi sede di un albergo, e poi al primo piano di uno stabile ottocentesco, a Piazza del Popolo, appena sopra il caffè Rosati e il ristorante Il Bolognese. Il nome lo aveva suggerito l’artista Mino Maccari come omaggio a uno degli animali più longevi e adattabili, noto per la sua lentezza ma anche simbolo di saggezza e di sicuro approdo. Si era negli anni dell’euforia del dopoguerra; gli artisti, anche quelli più all’avanguardia, come Alberto Burri, facevano ancora quadri e Roma era una città cosmopolita in cui si fondevano il popolare e i prodromi del moderno: un centro di incontro di artisti, scrittori, registi, attori. La Tartaruga, che diventa subito un luogo di riferimento per l’avanguardia, debutta mostrando soprattutto la pittura della scuola romana. Poi, dal 1957, propone una programmazione dedicata agli artisti dell’astrattismo americano e dell’informale europeo. Dagli anni Sessanta è la volta di quei giovani (Mario Schifano, Tano Festa, Franco Angeli, Giosetta Fioroni, Cesare...

Voci dall’Italian Thought / “Effetto Italian Thought”

Con la fondazione di una collana editoriale (Materiali IT) presso un editore che già si era dimostrato in precedenza particolarmente attento agli sviluppi e alle (auto-)riflessioni della e sulla filosofia italiana, vale a dire Quodlibet di Macerata, il movimento che negli ultimi anni si è consolidato sotto l’etichetta doppia Italian Theory/Italian Thought (quest’ultima denominazione accettata per lo più in Italia da chi riconosce in Roberto Esposito il ‘padre fondatore’ del movimento, la prima, invece, più amata all’estero, in virtù del diretto effetto di risonanza e continuità con la French Theory) trova anche un organo di espressione, per così dire, ‘ufficiale’. Di quanto quest’ufficialità sia all’insegna della plurivocità lo testimonia il fatto che i primi tre volumi della collana sono dedicati a temi estremamente diversi (Machiavelli, i rapporti tra decostruzione e biopolitica, e – appunto – l’‘effetto’ Italian Thought), pur non essendo, tra loro, divergenti. Il tentativo di ‘aprire le porte’ dell’Italian Thought a una serie di contributi che ne pongano in questione l’essenza, potremmo dire, senza però metterne in dubbio l’esistenza, appare essere il compito (e il merito)...

Paradisi artificiali / Erbe, piante, funghi

Che cosa è una droga? “Una sostanza che invece di essere vinta dal corpo (o assimilata come semplice alimento) è capace di vincerlo, provocando, seppur in dosi insignificanti se paragonate a quelle di altri alimenti, grandi cambiamenti organici, psichici o di entrambi i tipi”. Così scrive Antonio Escohotado autore di una monumentale Historia general de las drogas (1999). Non la vedevano certamente così gli sciamani dell’antichità, gli estensori di trattati farmacologici, greci romani e arabi, o Ippocrate, Galeno e Avicenna. Per loro era ancora qualcosa d’altro. Cosa? Per capirlo bisogna partire dalle erbe. Quando Colombo e i suoi successori sbarcano nel Nuovo Mondo sono colpiti dal fatto che gli indigeni usino vegetali a loro sconosciuti per ottenere energia, oltre che celebrare i loro misteriosi e sanguinari riti. I loro nomi sono: cohaba, coca, peyote, stramonio, ololiuqui, caapi, tabacco, e altri ancora. A quel tempo in Europa la maggior parte di queste piante sono sconosciute. L’unica che fornisce risorse simili, ed effetti quasi analoghi, è la vite, o meglio il suo frutto, l’uva, debitamente lavorato e trasformato in vino, oppure i cereali fermentati, da cui si ottiene la...

Raduan Nassar / Un bicchiere di rabbia

La storia è delle più semplici. Siamo in Brasile, a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, al tempo della dittatura militare. È sera, e un uomo, un agiato proprietario terriero, torna nella sua fazenda, dove dietro al cancello, ad aspettarlo, c’è una donna, di professione giornalista. L’uomo cena con un pomodoro salato, mentre lei lo aspetta. Poi insieme vanno a letto, dove trascorrono un’ardente notte d’amore.  L’indomani l’uomo nota un particolare nel giardino: delle formiche hanno aperto un varco nella siepe di ligustro. Le formiche sono ecodome, una specie particolarmente infestante molto temuta nelle campagne dell’America Latina. La visione della siepe sradicata sprigiona nell’uomo un’ira irrefrenabile che presto si riversa sulla sua amante, la quale nel frattempo sta semplicemente scambiando due parole con la governante: “[…] il suo sederino appoggiato al parafango dell’auto, mentre il chiarore del giorno le ridava rapidamente la disinvoltura di donnetta emancipata, il vestito di una semplicità ricercata, la borsa appesa alla spalla che le scendeva fino ai fianchi, una sigaretta fra le dita e due chiacchiere scambiate così democraticamente con la gente del popolo”....

Giugno 1940: Mario Rigoni Stern, Curzio Malaparte e Jean-Marie Bulle sul fronte italo-francese / Quella sentinella della memoria in Val Veny

C’è una casermetta in Valle d’Aosta, abbandonata da decenni; la si nota arrivando nei pressi del rifugio Elisabetta, sotto le Pyramides Calcaires, in Val Veny.  In tanti le passano accanto: escursionisti che si incamminano verso il Col de la Seigne e la Francia, alpinisti che pernottano al rifugio, famiglie in tranquilla passeggiata attraverso la piana del lago Combal. Le cime intorno sono imponenti, l’Aiguilles de Trélatête su tutte. I ghiacciai scendono a valle in pose maestose; il più vicino al rifugio è il Glacier de la Lex Blanche. Nubi vaporose si incagliano sulla guglia aguzza dell’Aiguille Noire. La scritta “Casermetta Seigne” è ancora visibile. L’interno è desolato: sporcizia di ogni genere, lattine, escrementi di animali. Eppure, nella costruzione adibita a stalla, gli anelli per i muli e le vasche ancora integre evocano vite e abitudini. Si possono immaginare i ragazzi in divisa che la occuparono durante l’ultima guerra, preoccupati per la loro sorte ma sorridenti per età e illusioni. Fare pochi passi tra quelle mura è pericoloso, ma il sentimento che prevale è una gran malinconia, perché quei soldati erano ragazzi pieni di vita e di speranze, e tanti di loro...

Una Ifigenia moderna / L’umanità dopo la catastrofe: “Il sacrificio del cervo sacro”

Se Il sacrificio del cervo sacro (The Killing of a Sacred Deer, 2017), da pochi giorni in sala, fosse il primo film che si vede di Yorgos Lanthimos forse per qualcuno potrebbe anche essere l’ultimo: molte scene e situazioni sembrano inventate apposta per confondere e provocare, come se la sceneggiatura (scritta, come sempre, assieme a Efthymis Filippou) e la regia perseguissero un progetto di inversa proporzionalità tra la riduzione al minimo delle emozioni mostrate dentro il racconto e, dalla parte opposta dello schermo, la quantità continua di reazioni previste all’esterno. Il perturbante, nel cinema di Lanthimos, non è una situazione portata alla luce drammaturgicamente, o articolata in parole, e nemmeno è un fatto interno, una condizione celata in pectore, quanto piuttosto un elemento completamente estrovertito, messo alla massima distanza dall’analisi e dal linguaggio verbale, per essere trasformato in situazione visuale estrema, come un cuore che pulsa a vista, da un torace aperto da un bisturi, e buttato addosso allo spettatore.    Chi guardasse Il sacrificio del cervo sacro scoprendo il suo regista soltanto adesso, potrà dunque sconcertarsi, divertirsi,...

Porto, orto e arte / Reimmaginare Palermo, ricodificare Manifesta

Molti confidano che Manifesta cambierà Palermo, e io tra questi, ma sono invece certo che già Palermo ha cambiato Manifesta. E la micro-storia delle relazioni tra Palermo e Manifesta può dare indicazioni preziose ad altre città che scelgano la strada di un diverso presente fondato sull’arte, sulla cultura e sulla creatività, sulla partecipazione e sul welfare culturale, sulla rigenerazione urbana e umana. Perché Manifesta 12 a Palermo è un utile laboratorio per sperimentare la improrogabile territorializzazione delle politiche culturali e creative.   L’incontro con Palermo, ormai due anni fa, ha cambiato Manifesta facendole compiere una metamorfosi di cui le persone e la cultura locale sono stati i catalizzatori. La relazione di Manifesta con Palermo – con il Comune e l’Università, con gli studiosi e i giovani talenti, con gli artisti e gli attivisti, con le associazioni e i cittadini – è stata dirompente per una Biennale innovativa come quella inventata da Hedwig Fijen ventiquattro anni fa e che ha fatto del nomadismo e della fluidità la sua cifra politica e sociale, prima che artistica. Approdando nella fluidità plurale, creativa, conflittuale, policroma di Palermo ne è...

Baryshnikov/Brodsky Orlando/Calamaro e il resto / Napoli Teatro Festival

Un’occasione sprecata? (Francesca Saturnino)   Qualche giorno fa mi è capitato un incontro particolare. Tornavo con amici dal “dopo festival” del Napoli Teatro Festival, una serie di concerti serali negli splendidi giardini di Palazzo Reale. Tra via Toledo e Piazza Trieste e Trento, tanti ragazzini dei Quartieri Spagnoli – massimo quindici anni a testa – in due o tre per ogni motorino facevano sempre lo tratto di strada e tornavano indietro. Curiosi, ci siamo messi a chiacchierare con alcune ragazze della giovane paranza: ci hanno spiegato che si trattava della moderna evoluzione dell’antichissima forma di struscio serale con tanto di corteggiamento/scelta del rispettivo partner tramite “guardata” durante quei giri in motore. Ci hanno chiesto da dove venivamo e perché eravamo lì: così è venuto fuori il teatro. Ecco che compare Chicca, la più grandicella che gestisce un centro estetico in zona: alla parola teatro si è letteralmente illuminata. Ci ha raccontato di aver fatto, a un certo punto nella sua giovanissima vita, un laboratorio e che quest’esperienza non se la scorda più. Se potesse, ci ha detto, ne vorrebbe “ancora”.    Laboratorio Food Distribution della...

Country dark / Il sogno cupo di Offutt

“La linea degli alberi era sparita e la cima delle colline si confondeva con l’arazzo scuro della notte. Era nero come la pece, com’è sempre in campagna. Chiuse gli occhi sentendosi al sicuro.” Capita, se siamo particolarmente fortunati, durante la lettura di un libro di commuoverci o di avvertire – ad esempio – un dolore fisico; quasi mai non sapremo collocare quei momenti in un punto preciso del racconto, è più facile che arrivino a coacervo di una serie di pagine, di azioni svolte dai personaggi, dall’alternanza dei capitoli, dal passo e dal ritmo che l’autore imprimerà alla storia. In Country dark di Chris Offut (trad. Roberto Serrai, minimum fax 2018), la commozione, la pietà e il dolore esplodono in un punto preciso del romanzo.    Ci troviamo nel 1964, all’inizio della seconda parte del libro: una coppia di pubblici ufficiali, Hattie e Marvin (oggi li chiameremmo assistenti sociali), si reca a casa della famiglia di Tucker, il protagonista (noi lo abbiamo lasciato un paio di pagine prima e una decina d’anni più indietro quando sta per sposare la sua Rhonda) e vengono accolti da Jo, una delle figlie, che li avverte del fatto che la madre non sta benissimo. Entrano...

Progetto Jazzi / Cammina cammina/Marcher/Marche que je te marche

  Continua l’intervento di doppiozero a sostegno del Progetto Jazzi, un programma di valorizzazione e narrazione del patrimonio culturale e ambientale, materiale e immateriale, del Parco Nazionale del Cilento (SA).   1. Cammina cammina. In questa formula iniziatica – con cui in tutti i dialetti italiani viene sorretto il racconto delle fiabe di magia e si accompagna il protagonista verso l’ignoto – mi sembra di scorgere un nucleo misterioso. Come mai cammina cammina – marche que je te marche? È un formulario di suspence, un trucco narrativo, certo, ma anche qualcosa di più. Cosa c’è davanti al cammina cammina? L’ignoto, il pericolo, la morte, la salvezza. Il completamento dell’iniziazione. Cammina cammina introduce il tempo altro – il tempo magico:  si entra nel mondo accanto, nell’oltre: dove tutto è inesorabilmente possibile. In cammina cammina c’è il futuro degli attori del dramma/fiaba, dramma/vita, dramma sogno. Cammina cammina è il seme da cui fiorisce la creazione racconto – la sua struttura –  struttura che rivela la confermazione dell’eroe. Ecco un luogo linguistico in cui il camminare è creazione.   2. Marco Polo parte da Venezia...

Intanto il gatto di Schrödinger è morto / Pierre Bayard, Il existe d’autres mondes

«Biforcazione: separazione, nella Storia o in una vita individuale, tra più percorsi possibili. A ogni biforcazione nascono universi differenti» (Il existe d’autres mondes, Minuit, 2014, p. 153). Potremmo affermare che la biforcazione intrapresa da Pierre Bayard, quella della finzione teorica, dà vita a un universo alternativo che tenta di infrangere quella linea di demarcazione che da sempre separa la teoria dalla finzione. Questo modello ibrido ricompone la frattura tra due istanze in apparenza dicotomiche, mettendo a punto un mélange inestricabile che nasce nel momento in cui il narratore impone un’enunciazione in prima persona. Bayard, professore di letteratura francese all’Università di Parigi VIII e psicanalista, considera tale approccio fondamentale per rimettere il soggetto al centro delle discipline scientifiche, precisando, durante un intervento al Collège de France (11 maggio 2017), che «non ci sono parti di finzione nel libro teorico. È il narratore che è fittizio. È un personaggio che prende la parola e destabilizza l’enunciazione classica dei testi teorici o a carattere scientifico. E si tratta anche di prendersi un po’ meno sul serio». È un’esperienza intellettuale...

Domani alle 19 al Teatro Franco Parenti (MI) / Intervista a Primo Levi

Domani giovedì 5 luglio al Teatro Franco Parenti (via Pier Lombardo, 14) di Milano, alle ore 19.00, incontro con Marco Belpoliti in occasione della presentazione del volume Primo Levi, Opere complete III. Letture di Gioele Dix.   Fino alla metà degli anni Settanta, Levi è interpellato soprattutto per parlare della sua esperienza di deportato raccontata in Se questo è un uomo e nella Tregua. Poi, accanto agli interventi di testimonianza, intensificati soprattutto negli incontri con gli studenti, entrano in gioco i discorsi sul proprio essere scrittore (anzi, chimico e scrittore), e sono dichiarazioni preziosissime per comprendere a fondo il suo rapporto con la letteratura. Inoltre, questi testi contengono molte notizie biografiche non altrimenti note. Levi parla distesamente anche di questioni scientifiche, di politica, dei suoi rapporti con l'ebraismo. Questo libro di interviste è dunque uno snodo fondamentale per conoscere la figura intellettuale e morale di Primo Levi. Uno strumento che restituisce la voce allo scrittore, conversatore sempre acuto, pacato e gentile, estremamente lucido anche quando parla a braccio, come si vede nei testi sbobinati da registrazioni di...

Bellezza e abisso / Lettera da Vienna

Da uno schermo nella metro, alla fermata Museumquartier, il telegenico e azzimato primo ministro Sebastian Kurz ribatte sul suo tasto: basta migranti, bisogna intervenire, bloccare il flusso! L’onda xenofoba da Vienna va verso est, trovando consonanze in Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria. Insomma negli stati che un tempo erano parte dello sconfinato mosaico dell’Impero Austroungarico, franato clamorosamente dopo la Prima Guerra Mondiale. Quest’anno, in celebrazione della fine del conflitto e per l’anniversario della morte di Egon Schiele, il tema è quello canonico della Finis Austriae, che tanto venne alimentata da persone che venivano da altri luoghi della Cacania in cerca di fortuna alla grande capitale, suscitando spesso reazioni altrettanto poco benevole. Il titolo complessivo di un programma che dura un anno intero è Bellezza e abisso. Schiele è al centro di una strepitosa esposizione del Giubileo al Leopold Museum, in cui è possibile per la prima volta vedere molte opere prima tenute negli archivi. La superficie preferita dall’artista era infatti la carta e, come ci informa la solerte curatrice dell’archivio Verena Gumper, il tempo massimo di esposizione per questi delicati...