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La voce del Corvo / Francesco Leonetti o del pozzo stretto

Com’è possibile dimenticare la voce del corvo in Uccellacci e uccellini di Pasolini, quella parlata dall’inflessione meridionale e insieme bolognese, petulante e vagamente fastidiosa? Francesco Leonetti è la voce del corvo marxista, e lo è stata per tutti gli anni a seguire il film del poeta, tanto che dovendo intitolare nel 2001 la sua autobiografia, aveva scelto il riferimento a Pasolini. Pasolini e Vittorini sono state le figure maschili centrali della vita attiva di Leonetti, nato nel 1924 a Cosenza (scomparso ieri a Milano a novantatré anni), a sua volta indispensabile spalla dei due letterati in alcune imprese editoriali che hanno lasciato un durevole segno nella letteratura italiana del dopoguerra: “Officina”, a Bologna tra il 1955 e il 1959, e “il Menabò”, a Milano, per cui, alla fine degli anni Cinquanta, Leonetti iniziò a preparare un supplemento europeo mai nato, di cui avrebero dovuto essere redattori Blanchot, Mascolo, Bachmann, Enzensberger, Uwe Johnson, e altri scrittori tra Francia, Germania e Italia, intitolato Gulliver (una raccolta dei materiali inediti è uscito in “Riga” edito da Marcos y Marcos nel 2003 a cura di Anna Panicali).     Ma ridurre l’...

Il racconto dei nostri geni / Breve storia di chiunque sia mai vissuto

Sono sempre stato affascinato dagli uomini di Neanderthal e tra letture e fantasie questi antichi abitatori della Terra mi hanno accompagnato negli anni. Ora, in questo libro, ho trovato una tale dovizia di informazioni su quelle enigmatiche creature che non mi stanco di leggerlo e rileggerlo. Nel 1856 furono scoperte nella valle di Neander, in Germania, alcune ossa fossilizzate che furono attribuite a un ominide non Homo sapiens, e questa identificazione segnò l’inizio effettivo della paleantropologia. Molti anni più tardi, nel 1997, si riuscì a estrarre da queste ossa quantità esigue di DNA, un DNA vecchio di decine di migliaia di anni: ebbe così inizio la paleogenetica, lo studio del DNA attraverso i millenni. Da questi studi si è potuto vedere ciò che era accaduto all’umanità durante quelle lunghe ere: il genoma si è rivelato una vera e propria macchina del tempo, che ci narra una storia affascinante, fatta di nascite, morti, malattie, guerre, carestie, migrazioni, epidemie.    Per anni il DNA è stato letto solo come un manuale di istruzioni: il “codice sorgente” della nostra vita. Lo si è studiato, tagliato, sperimentato con le sue sequenze e si continua a farlo...

Sull’Appennino tra parentesi / Castelluccio

Tra i Castelluccio d’Italia, il “mio” è la frazione che sta sopra a Porretta Terme, sulla dorsale che segna il confine tra l’Emilia e la Toscana. Per le carte amministrative è provincia di Bologna, anche se a brevissima distanza ha principio la provincia di Pistoia. Il paese è un pugno di case raccolte tra la chiesa di Santa Maria Assunta, edificata a ridosso di un’asperità rocciosa, detta il Sasso, e il castello Manservisi, sito di antiche origini che venne rimesso in sesto nell’Ottocento medievaleggiante. A cavaliere della montagna, Castelluccio sembra correre su una cresta sottile. Lo circondano ampie discese verdi, che digradano verso il fondovalle. In direzione sud, si staglia la massa imponente del Corno alle Scale, ma la vista è innanzitutto occupata dal monte Piella, che con i suoi 1200 metri sovrasta gli 800 metri di Castelluccio. Negli anni lunghi dell’infanzia per me il piccolo borgo rappresentò un luogo che aveva la stessa consistenza delle “fole” raccontate da nonna Norma.   Come quelle, infatti, faceva parte dell’immaginario di un’epoca, quella della giovinezza della nonna appunto, che lì, nel piccolo agglomerato di case di contadini del Parchié, era nata. Più...

La sfida della sociologia letteraria / La letteratura e il mondo

Di cosa parla la letteratura? La teoria letteraria si è posta ripetutamente questa domanda nel corso dei secoli, da Aristotele in poi. Francesco Orlando, nelle sue lezioni universitarie su letteratura e psicoanalisi, ripeteva spesso e con veemenza che “la letteratura parla del mondo”. Lo diceva principalmente in polemica con l’idea che la letteratura sia completamente autoreferenziale, e parli soltanto di se stessa, così diffusa nell’alveo del post-strutturalismo e del decostruzionismo, che agli occhi di Orlando apparivano come perversioni teoriche. “La letteratura parla del mondo” non era un’affermazione scontata per chi, come Orlando, ha passato la vita a spiegare che l’arte è il frutto delle dinamiche psichiche. Ci si sarebbe potuti aspettare da lui un più circoscritto: la letteratura parla dell’essere umano, dell’individuo, della mente. Un più specifico: parla delle pulsioni. Parla sempre e solo di sesso, perfino. E invece Orlando era ostinatamente fedele all’idea che la letteratura abbia a che fare con la realtà sociale. C’era sicuramente, nella sua ostinazione, la traccia di un’intenzione politica. Un tentativo di tenere insieme Freud e Lukács, se non proprio Freud e Marx....

Verso il futuro: dubbio e imprecisione / Lo scudo di Achille

Lo scudo bronzeo di Achille poco dopo la fine della guerra di Troia era da mettere senz’altro nella vetrina di un museo ma forse da rottamare come strumento di guerra. Eppure, quando era in uso con dietro Achille imbestialito, probabilmente faceva l’effetto di una bomba H e ne parlava tutto il Mediterraneo: arte, metallurgia, tecnologia, scienza, religione al servizio di Ares, Fobos e Deimos. Perfino noi di adesso siamo ancora in grado di tremare di paura, infilando con la fantasia lo scudo narrato da Omero nel braccio sinistro del più cattivo dei bronzi di Riace, quello coi riccioletti che sta a Reggio Calabria. Invece un contadino del Sannio, con la sua razione di fagioli e pancetta nella scarsella, si sarebbe sganasciato dal ridere al solo vederlo di lontano, con tutta la sua Quadrata Legione Romana. Eppure molti, a quei tempi di conquista della Britannia, sognavano il ritorno all’età del bronzo, dopo che l’età del ferro, pagata cara a rate dal consumatore, aveva sortito un risultato tremendo: basta solo pensare al coltello a serramanico di sarda memoria, dimenticando però “sottoprodotti negletti” come vomeri, zappe, badili...   Qualche tempo fa, in un momento di...

Il giocatore / E se vinco?

Ecco cosa dice Maestro Snoopy all’allievo Woodstock: “Nasci. Cresci. Colpo di fulmine. Colpo d’aria. Colpo di freddo. Colpo di sonno. Ma un colpo di culo, mai?” È questo il pensiero, per niente recondito, di tantissimi italiani: l’idea che solo un colpo di fortuna possa veramente portarti fuori dalle peste del vivere. Con la forza di una formidabile sintesi il nostro bracchetto sa toccare, anche se non proprio con grande raffinatezza, il nervo giusto per capire la radice del comportamento di tantissima gente che si rivolge quotidianamente alla fortuna con intenti serissimi pensando di potere davvero mettere le mani su un tesoro definitivo per una piena realizzazione della propria vita. Nello spirito di Aleksej Ivanovic, Il giocatore di Dostoevskij: “Contando anche la vincita precedente, avevo ora millesettecento fiorini, e tutto questo in meno di cinque minuti! Sì, in momenti come quelli ti dimentichi di tutti i tuoi precedenti insuccessi. Quel denaro io l’avevo vinto rischiando più che la vita; avevo osato rischiare, e ora ero stato riammesso nel consorzio umano!” (F. Dostoievskij, Il giocatore, trad, G. Pacini, Garzanti 2016, p. 193).    Tutti abbiamo esperienza di...

Mark L. Winston, Il tempo delle api / Lezioni di vita dall’alveare

Di libri sulle api e sull’apicultura sono pieni gli scaffali delle biblioteche e non potrebbe essere diversamente perché sia l’insetto in sé, sia le sue società hanno sempre attratto l’attenzione dell’uomo. Il rapporto con le api e l’utilizzo dei suoi prodotti risalgono dalla notte dei tempi: già le figure sulle pareti delle grotte preistoriche dimostrano che le pratiche per sfruttare questi insetti non erano poi così diverse da quelle usate oggi dalle varie popolazioni. Cosa quindi può aggiungere di nuovo un altro libro su questo insetto?    10.000 anni fa, nello Zimbawe, era già in uso il sistema della fumigazione dell’arnia. Cueva de la Arana, Bicorp, Spagna. Pittura rupestre di 8000 anni fa. Un uomo raccoglie il miele. Mark Winston è un ricercatore canadese, professore all’Università di Simon Fraser (Canada), che ho avuto il piacere di conoscere. È considerato a livello internazionale uno dei massimi esperti di api e di impollinazione. I suoi studi si sono fondamentalmente concentrati sull’ecologia e sull’influenza di questi insetti in agricoltura. Un legame conoscitivo e anche affettivo sempre più stretto con il suo oggetto di studio l’ha portato a...

Arrivare a baita / Il sergente nella neve di Mario Rigoni Stern

«Nell’inverno del 1944 ero prigioniero dei tedeschi in un paese verso il mar Baltico. Nevicava fitto, nevicava sempre. Io guardavo attraverso le piccole finestre della baracca ricordando la mia felice libertà nel paese lontano. E nel silenzio, tra il nevischio, mi ritrovai a ricordare compagni che la guerra aveva portato via. Improvvisamente mi tornarono veri, come stessi rivivendoli, i fatti che mi erano capitati l’anno prima […]. Presi allora un mozzicone di matita che conservavo nello zaino per quella mania che avevo di scrivere il mio diario, e su pezzi di carta racimolati in fretta incominciai a scrivere». È in questa maniera che il sergente maggiore degli Alpini Mario Rigoni Stern decide di trasformare la stesura del suo diario personale nel racconto di una testimonianza, di ciò che vide in Russia durante la Seconda guerra mondiale, a cominciare dalle sponde bianche di neve di un Don immobilizzato dal ghiaccio. Lì, dove il fiume devia improvvisamente verso est e sembra avvicinarsi fatalmente al Volga per poi ritornare in direzione del mar Nero. È in questa maniera che degli appunti presi su blocchi di fogli numerati divengono l’ossatura di quel libro che sarà pubblicato nel...

“Playtime”, 50 anni dopo / Tativille rivisitata

Può accadere che un film riesca a cambiare il nostro modo di vedere le cose? Qualche volta sì. Secondo Wim Wenders, per esempio, il verde dei prati non è più stato lo stesso dopo John Ford. Allo stesso modo, un corridoio di uffici o un ingorgo automobilistico non sembrano più gli stessi dopo Jacques Tati. Fateci caso. Dopo aver visto Playtime, lo sbuffare di una poltroncina in pelle – di quelle che potete trovare nell'anticamera di una banca o di uno studio medico – non avrà più lo stesso suono.      Di Tati è stato detto (talvolta un po' a sproposito) che ha insegnato agli spettatori a “vedere” meglio, ad “ascoltare” meglio. Per questo ha girato Playtime su pellicola 70 mm; per questo ha registrato rumori e dialoghi su più piste sonore. Per godere davvero questa bal(l)ade di un gruppo di turiste americane e di un buffo everyman in soprabito grigio, bisognerebbe rivederla più volte (secondo Noël Burch, addirittura «da più distanze diverse»), prestando attenzione a ogni dettaglio della scenografia, a ogni rumore, a ogni azione.   Spettatori e critici non erano preparati a tanto (e c'è da domandarsi in quanti lo siano oggi). Così, quando il 16 dicembre 1967...

Simulazione liberata / Stan Laurel & Oliver Hardy: ridere è una cosa seria

Di lentezza si può far ridere e, facendo ridere, si possono generare conoscenze inedite? Decisamente sì, anche se l’affermazione categorica sfida il senso comune, che affida alla cosiddetta serietà la conoscenza, e associa la lentezza con la noia. Gabriele Gimmelli ce ne dà una prova col suo lavoro su uno dei capolavori del cinema, Big Business – Grandi Affari, con Stan Laurel (Stanlio) e Oliver Hardy (Ollio), del 1929.    Ascoltando Umberto Eco il comico e l’umoristico non solo sono cosa buona, ma anche strumento di conoscenza: “… e Venanzio disse che per quello che lui sapeva Aristotele aveva parlato del riso come cosa buona e strumento di verità…” (U. Eco, Il nome della rosa, Prima edizione riveduta e corretta, Bompiani, Milano 2012; p. 135). E uno che se ne intende come C. Simic, scrive: “Del resto, ci sono stati qua e là alcuni che, si sospetta, sono effettivamente morti dal ridere.” (C. Simic, Il mostro ama il suo labirinto, Adelphi, Milano 2012; p. 148).  Chi di noi non ha avuto la sensazione di morire dal ridere vedendo Stanlio e Ollio? La natura di quel divertimento è oggetto di fine attenzione nel lavoro di Gimmelli, con correlati continui alla storia e...

Kathryn Bigelow / Detroit

Nella notte tra sabato 22 e domenica 23 luglio 1967, alle tre passate, la polizia di Detroit fece irruzione nello United Community and Civic League, popolare ritrovo notturno in uno dei quartieri neri della città. L’aveva già fatto altre due volte in precedenza. Stavolta, invece di pochi avventori, trovò 82 persone che festeggiavano il felice ritorno di alcuni soldati dal Vietnam. I pochi cellulari disponibili impiegarono più di due ore a portare via tutti gli avventori, in un clima crescente di tensione creato dalle proteste degli arrestati (ammassati sul marciapiedi), dalle rudezze dei poliziotti bianchi (in particolare nei confronti delle donne nere), e dall’irrequietezza rabbiosa dei sempre più numerosi nottambuli che il clamore delle sirene e delle grida aveva richiamato sul posto. Dopo le cinque, mentre infine la polizia sgombrava la scena accompagnata da insulti e proteste, una bottigliata mandava in frantumi il vetro posteriore di una delle sue macchine. La prima vetrina veniva sfondata poco dopo.   Questa la cronaca essenziale dell’inizio della riot che per cinque giorni avrebbe sconvolto parte della città. Questo è anche l’inizio, quasi documentaristico, di Detroit...

Dove cadono le ombre / Mariella Mehr e le coordinate del tempo

Le Giornate degli autori della 74. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica ha visto in programma il primo lungometraggio di Valentina Pedicini, Dove cadono le ombre. Pedicini è conosciuta dal pubblico che ama la poesia per il suo lavoro documentaristico su Mariella Mehr: dalla vita e dalla scrittura di Mariella Mehr nasce Dove cadono le ombre, un film che giunge dalla necessità di non far parlare direttamente la scrittrice, come nei documentari, ma di dar voce alla sua storia, narrata nelle sue opere, come personale e al contempo universale, che non si riferisca a una sola persona ma nasca da centinaia di biografie, come scrive in apertura di film Pedicini. Perché nella vicenda Mehr c’è la tragedia, accaduta in Svizzera dal 1926 al 1986, di un numero di bambini jenisch che va dagli ottocento ai duemila (e di altrettante madri e famiglie). I bambini venivano strappati alle madri, subito sterilizzate, e rinchiusi in orfanatrofi, ospedali psichiatrici, prigioni, con l’intento di estirpare il fenomeno del nomadismo. La Pro Juventute, associazione filantropica, che ha portato avanti questo progetto, ha usato i piccoli per esperimenti scientifici e violenze al fine di...

La scrittura orale di Marco Aime / Narrare per proverbi e immagini

Se fare poesia non è andare a capo spesso, Marco Aime è un poeta del nostro tempo. Ci ha offerto nel tempo così tante prove di dialogo tra mondi e della complessità di quegli incontri tra differenze culturali ed esistenziali da istituire una vera e propria tenzone col nostro mondo interno. Sia che si tratti di un racconto dal campo del suo liceo di provincia, che della transumanza in un luogo alpino, o di una sfida dell’antropologia che fa i conti col proprio sguardo come nella ri-narrazione dei Dogon del Mali dopo Griaule, oppure degli eccessi di culture, o ancora dei costumi ancestrali e contemporanei nella decorazione del corpo, Aime racconta poeticamente la varietà dei mondi che mette a tema della sua osservazione.   Il fatto è che egli si lascia osservare, più che osservare e poi traduce e descrive a suo modo i suggerimenti che lo raggiungono. E le sue descrizioni sono dense e leggere allo stesso tempo, come se avesse inventato una nuova forma narrativa: la scrittura orale. Sì, perché quando Aime si siede a proporre un suo racconto dal campo, così come quando leggiamo un suo libro, l’atmosfera è quella di un contesto garbato, gradevole, accogliente, in cui viene voglia...

Della crudeltà clinica / Schumann in manicomio

Incipit “Nel 1845, il dottor Richarz elabora una terapia per la cura della psicosi-schizofrenica basata sull’isolamento.” (da Alessandro Zignani, Il richiamo dell’angelo. Cinque pezzi fantastici sulla follia di Robert Schumann, p. 7)   Come raccontare la storia della follia di Schumann? Un importante contributo arriva dalla pubblicazione italiana delle lettere tra la moglie Clara e Robert (1854-1856) e dalla memoria di Clara. Clara Schumann (1819-1896), notissima concertista, che sopravvivrà di cinquant’anni al marito, scrive di quei momenti: Sabato, il 4 arrivò! Oh Dio, la carrozza era di fronte alla nostra porta. Robert si vestì con molta fretta, entrò nella carrozza con Hasenclever (il medico) e i suoi due infermieri, non chiese di me, né dei bambini, e io me ne stavo seduta vicino alla signorina Leser immobile dal dolore e pensavo, ora soccomberò! Il tempo era splendido, almeno il sole l’ha accompagnato! Avevo consegnato al dottor Hasenclever un bouquet di fiori per lui, che poi gli diede in viaggio; l’ha tenuto a lungo in mano, senza pensarci, poi d’improvviso ne ha annusato il profumo e sorridendo ha stretto la mano al dottor Hasenclever! Più tardi ha regalato a...

Va pensiero del Teatro delle Albe / La luce ustoria dei fiammiferi

Va pensiero, ultimo lavoro del Teatro delle Albe, coprodotto da Ravenna Teatro con Emilia Romagna Teatro Fondazione, avrebbe dovuto essere, in origine, un lavoro su Giuseppe Verdi. Invece è diventato un nuovo capitolo della serie di opere epico-didattiche delle Albe, quelle lunghe e popolose, corali, nel senso che richiamano a sé tutta la comunità di attori, tecnici e organizzatori della compagnia. Un’altra opera-manifesto con la drammaturgia di Marco Martinelli, come L’Avaro, Pantani, Vita agli Arresti di Aung San Suu Kyi, che sprofonda nell’attualità per condividere nei grandi teatri cittadini (dallo Storchi di Modena, all’Alighieri di Ravenna, per cominciare), una riflessione esemplare sulle miserie del mondo e sul valore dell’eresia; un’opera molto poco postmoderna nella filosofia e nella forma, che fa vibrare – attraverso simboli che si rivelano ustori anche nella società liquida e post-immunologica – l’archetipo emozionante della fiammella che resiste contro il dilagare del male, dell’uno contro i molti, della schiena che non si piega, neanche quando è spezzata: il Davide biblico, il Cristo, il Principe Costante, Aung San Suu Kyi.    La speranza risorgimentale...

Teatro delle Albe / Le miniature di Ermanna

Un anno fa usciva Miniature Campianesi, primo libro scritto da Ermanna Montanari, di recente vincitrice del premio della Associazione nazionale critici di teatro come migliore attrice dell'anno. Piergiorgio Giacchè racconta l’importanza di questo libro.   Ermanna Montanari e Marco Martinelli li conosco e riconosco dal tempo del teatro di gruppo, come la sola coppia che ha fatto gruppo senza mai divenire “aperta”: anzi, ermannamarco lo scrivono e lo vivono tuttattaccato… E l’amico spettatore non osi dividere quel che il teatro ha unito… Ma in realtà il teatro è venuto dopo una storia d’amore che era ora di ricordare e rivendicare. Ed è questo che hanno fatto, sia Ermanna che Marco, in due diversi libri che mi sono arrivati insieme e che mi sono letto “all’unisono”, alternando l’uno all’altro.. O l’Uno all’Altra?  Il fatto è che i due libri si dividono subito, e non soltanto per il senso ma piuttosto per il sesso che caratterizza i due mestieri del teatro. Perché diciamolo: a dispetto delle loro desinenze, Attore è sostantivo femminile e Regista è aggettivo maschile, chiunque sia a indossarne gli habitus. Così il libro di Marco (Aristofane a Scampia) si spende e si spiega...

Manuale di autodifesa per una conoscenza necessaria (ma non sufficiente) di DFW / "Hai letto Infinite Jest?”

Alcune volte si trema senza controllo di fronte a una domanda. “Hai letto Infinite Jest?” è per me una di queste. Meglio ammetterlo: non ho (ancora) avuto il coraggio di leggerlo per intero. Nemmeno di comprarlo, per la verità. Mi turba la mole del volume (lo so, è una scusa pietosa); mi deprime la lunghezza chilometrica delle note a piè di pagina; mi atterrisce la trama labirintica e vorticosa, nella quale è facile perdersi per non ritrovarcisi più. Penso di intendere il genere di sfida paradossale (e diciamocelo, un po’ sadica) lanciato dall’autore: “prova a leggerlo, vediamo se ce la fai; l’ho scritto apposta perché tu possa ben guardarti dall’aprirlo”. E poi: quanti altri classici non ho (ancora) letto! E quanti altri dovrei riprendere in mano! Il “cimitero delle nostre letture”, come lo definiva Franco Fortini in uno splendido saggio, chiede non senza ragioni la precedenza; e finora, l’ha ottenuta. Almeno su Infinite Jest.      Ogni volta che entro in una libreria, il romanzo mi fa l’occhiolino, mi guarda di sottecchi, mi rimprovera in silenzio. Tenta di abbagliarmi con la sua copertina violacea e ‘nebulosa’, con il suo titolo shakespeariano tratto da quel...

Roma, 22 settembre 2017 - 21 gennaio 2018 / Picasso-Parade: il sipario a Palazzo Barberini

La mattina del 18 Maggio 1917, al Théâtre du Chatelet a Parigi, a beneficio del Fondo per la Guerra, si apre il sipario con il preludio di una musica solenne. A sorpresa, invece di mostrare la scena, si scopre un secondo sipario: un grande telo ritrae i membri di un circo, animali compresi, in un momento di pausa. Una cavalla, con indosso il suo costume alato, si occupa del suo piccolo, una ballerina, alata anche lei, gioca con una scimmia arrampicata su una scala, un cane dorme mentre gli artisti si riposano, parlano, consumano insieme un pasto a base di frutta e caffè, avvolti nelle stoffe gonfie di velluti cremisi e viola sullo sfondo di un paesaggio arcadico italiano. La scena dura pochi minuti, è il primo atto del nuovo spettacolo dei Balletti Russi. Il libretto è di Jean Cocteau, le coreografie di Léonide Massine, le musiche di Erik Satie, i costumi e le scenografie di Pablo Picasso: il titolo è Parade, ovvero “parata”.    Non sarà un grande successo: i costumi, la danza, la musica sono troppo moderni, la trama è ostica – una sequenza di personaggi si esibisce una domenica pomeriggio all’esterno di un teatro, con lo scopo di attirare spettatori – e il finale è...

Esperimenti / Scienziati pazzi

C’è un passo nel secondo libro del De divinatione in cui Cicerone scrive nihil tam absurde dici potest quod non dicatur ab aliquo philosophorum, ossia non esiste niente di così assurdo che non sia stato detto da un filosofo. È una frase che mi è venuta in mente leggendo questo gustoso Scienziati pazzi di Luigi Garlaschelli e Alessandra Carrer, una carrellata mozzafiato che passa in rassegna “un numero sterminato di esperimenti davvero folli, divertenti e incredibili” lunga centottantatré pagine. La figura dello scienziato pazzo, il maniaco perennemente chiuso nel suo laboratorio, tra macchinari misteriosi e sinistri, con la chioma scarmigliata e gli occhi allucinati, non è solo un personaggio da film, ma gode di esistenza reale. Forse oggi nell’immaginario collettivo la sua figura è andata sbiadendo, sostituita da quella del nerd e da quella del geek, quest’ultimo più specializzato nel settore informatico. Ma dietro questa immagine inquietante, cinematografica e reale, se ne profila un’altra, mitologica, quella di Prometeo, il titano che rubò a Zeus il fuoco. E infatti a pagina 30 è rievocata l’opera di Mary Shelley, Frankenstein, o il moderno Prometeo, dove lo scienziato Victor...

L'argentino che volle farsi italiano / Wilcock, iconoclasta solitario

“Sarà esistito davvero?”: è questa la domanda che mi faccio sempre ogni volta che chiudo un suo libro. Sarà esistito veramente Juan Rodolfo Wilcock, o è soltanto un personaggio partorito dalla fantasia di qualcun altro? Prima ancora che uno scrittore (Adelphi, suo editore storico sta pian piano ristampando in edizione economica tutte le sue opere), Wilcock è in effetti un gran personaggio letterario. Anche per questo non mi ha sorpreso più di tanto ritrovarlo fra le pagine del non-fiction novel di Sandra Petrignani Addio a Roma (Neri Pozza, 2012), indispensabile regesto di aneddoti sulla Roma delle Arti e delle Belle Lettere a cavallo del mezzo secolo.   Il “personaggio-Wilcock” possiede innegabilmente un suo pittoresco fascino, a cominciare dalla scelta di vivere nell'estrema periferia capitolina, in un fabbricato anonimo di via Demetriade, fra la Tuscolana e l'Appia Nuova: un appartamento che l'amico Elio Pecora definiva «barocco, pieno di libri, di polvere e peli di cane» e dove Sebastiano Vassalli ricordava d'aver preso anche le pulci («e non fu facile debellarle»). Né passava inosservata la sua aria da dandy straccione, con gli abiti acquistati di seconda mano e un...

Perché Lacan si è sbagliato sul rapporto sessuale (e forse anche sull’amore) / Amore tragico, amore comico

Gli aforismi sono enunciati a forte densità, che “danno da pensare”. Somigliano a quei fiori giapponesi, che Proust evoca all’inizio della Recherche, e che, quando vengono gettati nell’acqua, si espandono. L’acqua degli aforismi è l’interpretazione. Un aforisma di Kierkegaard dice: “Se due persone che si amano non si capiscono, è tragico. Se due persone che non si capiscono si amano, è comico”. Questo enunciato non potrebbe forse generare una teoria, e in ogni caso inaugurare una lunga riflessione? Jacques Lacan ha detto più di una volta che l’amore è un sentimento comico. Quest’affermazione va intesa come un’attribuzione delle storie d’amore alla sfera della commedia, cioè a intrecci che si sviluppano sul filo dell’equivoco, e in cui l’attrazione – anche reciproca – si manifesta in forma capovolta, come reciproca antipatia. Il lieto fine rimane visibile sullo sfondo, e si impone solo nel momento in cui il legame tra i protagonisti rischia di venire definitivamente spezzato. Esemplare è la vicenda narrata in un film di Lubitsch, Scrivimi fermo posta (1940), di cui esiste un remake (meno valido) con Tom Hanks e Meg Ryan (C’è posta per te). In Lubitsch la trama è questa: Alfred e...

Una conversazione con Donald Sassoon / Brexit. Buona fortuna, Europa

Pubblichiamo un estratto da un’intervista di Paolo Gervasi allo storico Donald Sassoon. La versione integrale del dialogo apre il libro di Sassoon Brexit. Buona fortuna, Europa, da pochi giorni in libreria per Luca Sossella Editore. Il libro è tra i primi di una nuova collana dell'editore Sossella, Collassi, diretta da Luca Massidda e Mario Pireddu, dedicata all'analisi delle emergenze contemporanee. Ogni uscita affronterà un "collasso" del presente e sarà disponibile in triplice formato: cartaceo, digitale e audio.    Lo smottamento provocato da Brexit si inserisce in un quadro più ampio di crepe che si sono aperte non solo nella tenuta dello spazio politico europeo, ma nelle forme della democrazia così come sono state modellate in Europa e nel mondo europeizzato. Quanto sono intrecciati e interdipendenti l’involuzione europea e il logoramento dei processi democratici?    Io non sono convinto che la situazione attuale sia riconducibile a una rottura, o a un’usura, dei processi democratici. I partiti di estrema destra, i partiti xenofobi o euroscettici, che stanno avanzando un po’ dappertutto in Europa, non sono contro il processo...

Dall’epifania del divino alla favola mediatica / Verso il post-simbolico

Che cosa accade al simbolico nelle attuali società ipermoderne? Questa dimensione fondante delle civiltà umane tende a sparire o comunque a indebolirsi in un mondo sociale che si presenta come sempre più dominato dalle narrazioni e dalle rappresentazioni mediatiche? Il filosofo Fulvio Carmagnola ha tentato di dare una risposta a questa rilevante questione con il denso volume Il mito profanato. Dall’epifania del divino alla favola mediatica (Meltemi). Entrando in profondità all’interno delle analisi sviluppate dai più importanti studiosi dell’area antropologica, è arrivato in sintesi a sostenere che oggi è in atto un progressivo indebolimento del simbolico, al punto che si può parlare dell’ingresso delle società odierne in una condizione «post-simbolica».   Vale a dire che il simbolico, cioè una particolare dimensione della società che facendo uso del mito, della magia e dell’irrazionale tende a produrre una separazione tra la cultura umana e la natura, sembra perdere la sua sfida rispetto all’enorme potere di fascinazione posseduto oggi dall’immaginario mediatico. Ne consegue che il mito vede progressivamente dissolversi quei legami con la dimensione del sacro che lo...

Il disincanto dello scrittore polacco-napoletano / Gustaw Herling

Non so se facesse la sua passeggiata quotidiana anche prima; prima che gli venisse un infarto e che il medico gli vietasse di andare a Parigi, come faceva regolarmente ogni due mesi. La passeggiata lungo via Caracciolo doveva farla perché il cuore ne traeva giovamento, ma forse era anche un modo per mimare il suo allontanamento da casa e il successivo ritorno in uno spazio e in un tempo diversi, quasi una miniatura, rispetto a quelli cui era abituato nella sua pratica dell’andirivieni. Parlo di Gustaw Herling, di quell’uomo alto e di corporatura massiccia che ogni mattina puntualmente attraversava a piedi alcune strade napoletane. Da via Crispi, oltrepassata piazza Amedeo, veniva giù per via dei Mille fino a piazza dei Martiri; da lì, tagliata in due piazza Vittoria, scendeva fin quasi al mare e tornava indietro percorrendo via Caracciolo in senso contrario allo scorrere delle automobili, fino a raggiungere Mergellina, dove al capolinea c’era un autobus che l’avrebbe riportato a casa. M’immagino che a volte, al centro esatto della vasta baia, si fermasse dimenticando per un attimo il suo rimuginìo continuo. Per poi affrettare il passo, quando gli tornava in mente qualche...