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Tradizione

(568 risultati)

Storia letteratura e luoghi / Viaggio nei luoghi del Gattopardo

Il primo viaggio è mentale. Una circumnavigazione nel pensiero di un principe decaduto come aristocratico ma abilissimo nella costruzione di architetture romanzesche. Giuseppe Tomasi di Lampedusa è al crepuscolo della sua esistenza ma la vitalità della letteratura lo sostiene, nella Palermo della seconda metà degli anni Cinquanta, e ne alimenta le forze fino a quando scrive la parola fine al suo romanzo, Il Gattopardo, pubblicato postumo da Feltrinelli dopo il celebre rifiuto di Elio Vittorini per Einaudi e Mondadori.    Giuseppe Tomasi, premiotomasidilampedusa.it   Un simile viaggio nel pensiero del Principe lo compie Maria Antonietta Ferraloro. Già autrice nel 2014 di Tomasi di Lampedusa e i luoghi del Gattopardo, finalista al premio Brancati, la studiosa siciliana pubblica nel mese di gennaio L’opera-orologio. Saggi sul Gattopardo, sempre per Pacini Editore, mentre si avvicina l’anniversario della morte dello scrittore, avvenuta il 23 luglio 1957.    L'opera-orologio di M.T. Ferraloro.   Nel primo libro, al centro della riflessione era la permanenza di Tomasi di Lampedusa a Ficarra, un paese sui Nebrodi, nell’estate del 1943, tra lo sbarco degli...

L’orso

Io, dell’orso, non so alcunché. Ho letto un libro interessante, quello di Bernd Brunner (Uomini e orsi), ho visto qualche film dove gli è riservata una parte anche cospicua (nitida è almeno la scena madre di The revenant), ma non posso dire di conoscerlo, neanche alla lontana. Il problema è che io, come tutti, di orsi veri ne ho visti pochi, anzi pochissimi. Qualcuno al circo impegnato in neghittosi esercizi a sfondo comico (c’era anche un orso col cappellino in testa, uno di quelli delle feste sceme o degli scemi in festa?), altri osservati mentre si trascinavano stancamente per la loro buca al parco zoo delle Cornelle, vicino a Bergamo. Basta. Non ho altri elementi, anche perché non reggo i documentari naturalistici, che sono sempre eccessivamente didattici, noiosamente inclini a farti rientrare nelle asfittiche dimensioni dell’aula e nel mortifero clima delle interrogazioni (e se le immagini sparissero e comparisse il “docente” e mi chiedesse di riassumere quello che ho appena visto?). Perché mi sia venuto in mente di scrivere dell’orso, non è per nulla agevole da spiegare. Vado per tentativi, anzi, tutto quanto si legge qui di seguito è solo un esercizio di decifrazione di...

Freak Antoni intervista lo scrittore / Celati, Heidegger e i Beatles

Piacenza, 30 aprile 1979   Freak Antoni: A me interessa il rock come vertigine, la vertigine del rock. Quanti tipi di vertigine esistono? E la vertigine dei Beatles? Potresti parlarmi di questo? Mi faresti un piacere, grazie. Gianni Celati: Mah io non so cosa dire … senti, non potrei parlarti invece della filosofia di Heidegger? che lì sono preparato e ti dico delle cose intelligenti. Dài, fammi parlare di Heidegger … FA: È un cantante? GC: Era un grande filosofo! Senti potrei parlarti del rapporto tra la filosofia di Heidegger e le canzoni dei Beatles, ti va? FA: Si conoscevano? GC: Macché, è lì il punto interessante. FA: Spiegami … GC: Ascolta. Una delle cose che diceva Heidegger è che ci sono esperienze autentiche ed esperienze inautentiche. Le esperienze inautentiche sono quelle tutte mischiate con presupposizioni, cose ideologiche mettiamo, insomma che non arrivano a beccare il fatto dell’Essere … FA: Il fatto del cosa? GC: Lasciamo perdere. Le esperienze inautentiche: per esempio un modo di parlare inautentico è quello che lui …  FA: Heidegger? GC: Heidegger, si chiamava … bello però high digger; eh, magari anche lui era un digger, dig it? no, a pensarci bene non...

E, signori miei, che gran lettura! / I Falsari di André Gide (e i loro lettori contemporanei)

«Ahimè! vedo che la realtà non vi interessa». «Sì» disse Edouard, «ma mi imbarazza». «Peccato», disse ancora Bernard.   Del mio appuntamento con I falsari di Andrè Gide oramai pensavo soltanto di averlo mancato del tutto. Si può capire, più di trent’anni dopo. A parlarmene era stata una compagna di studi universitari e il suo racconto dei livelli di lettura (romanzo, diari nel romanzo, diari fuori dal romanzo...) aveva impegnato le ore di una di quelle conversazioni potenzialmente interminabili, in cui sublimare chissà cosa, che poi alla fine sono il vero e unico rimpianto che si possa provare di quell’età sgraziata (o selvaggiamente aggraziata). Avevo acquistato poco dopo l’edizione nei tascabili Bompiani, in due volumetti con un precario cofanetto di cartoncino leggero (mi pare di ricordare). Al primo tentativo di lettura, le parole di Gide non mi riportarono però l’incanto che ne provava la mia compagna, né furono tali da suscitare un incanto propriamente mio. Rimase un nulla di fatto, cioè di letto: un lento oblio in cui i due volumetti affogarono, nell’allargamento progressivo della mia libreria personale, senza che nei decenni mai una volta, ripassandone gli scaffali...

Alimentazione / Cibo pornografico

I significati espressi dall’alimentazione all’interno delle società occidentali sono stati interpretati in passato soprattutto dall’antropologo Claude Lévi-Strauss, il quale ha messo in evidenza come i comportamenti e le abitudini alimentari producano senso e coesione per il vivere sociale e si basino su un’opposizione fondamentale: quella tra il concetto di crudo e quello di cotto. Tale opposizione, a sua volta, rimanda a quella tra natura e cultura. Vale a dire che, secondo quest’interpretazione, il passaggio dal crudo al cotto ha coinciso con un processo di crescita del livello di civiltà. Per Lévi-Strauss, inoltre, l’alimentazione può essere considerata come un linguaggio dotato di una precisa struttura. Un linguaggio costituito da regole d’esclusione (tabù alimentari), da opposizioni significanti (salato/dolce, ecc.), da norme d’associazione simultanea (al livello di un piatto) oppure successiva (al livello di un menu) e da modelli d’uso. Ma le scelte effettuate dagli individui nell’ambito alimentare rendono possibile lo svolgimento anche di quella funzione di differenziazione sociale su cui è fondata ogni società. Quella funzione cioè che mantiene viva la conflittualità...

Che il cavallo viva in noi! / Passioni equine

Obtorto collo   Cosa ne sarebbe dell’opera di Maurizio Cattelan senza la tassidermia? Difficile immaginarlo: l’artista si è servito di animali «naturalizzati» lungo tutto l’arco della sua carriera, dallo scoiattolo che, in un improvviso blues, si toglie la vita in cucina (Bidibibodibiboo, 1996) ai duecento piccioni che infestarono il padiglione italiano della Biennale di Venezia (Turisti, 1997). In questo pantheon animale, un posto d’onore spetta al cavallo, da quando fu appeso al soffitto, sopra la testa dei visitatori, stretto in un’imbracatura di cuoio (Trotsky, 1997). Una volta liberatosi, se così possiamo ricostruire quanto seguì, il cavallo si mise a correre all’impazzata all’interno delle sale d’esposizione in cerca di una via di fuga, finché spiccò un salto per oltrepassare un ostacolo bianco. Peccato che si trattava di una parete, contro la quale sbatte il muso, restando sospeso a mezz’aria (Untitled, 2007). Il risultato è un cavallo acefalo che pende dal muro come un trofeo di caccia, la testa sostituita dalla coda e dal crinale.    Ormai disteso sul pavimento, con un cartello conficcato nell’addome con la scritta INRI (Untitled – I.N.R.I., 2009), tornò a...

Un poeta in lotta con la materia / Con Ariosto, senza Calvino

Chi è Ludovico Ariosto, del cui capolavoro, l’Orlando furioso, si è celebrato quest’anno il cinquecentenario con un’incredibile serie di eventi, convegni, spettacoli e mostre? Per molti Ariosto, o ‘l’Ariosto’, come preferiscono alcuni che così ne hanno imparato il nome sui manuali di scuola, è quasi uno pseudonimo di Italo Calvino. Sì, perché Calvino è il filtro attraverso cui ancora molti, intellettuali o semplici curiosi, leggono il poema ariostesco, che Calvino raccontò a un pubblico medio-colto con una mirabile operazione letteraria ed editoriale in apertura degli anni Settanta. Prendersela con Calvino sembra che sia diventato uno sport letterario, dopo una generazione cresciuta alla sua ombra: ‘se l’ha detto Calvino’, era il mantra di professori e studenti tra gli anni Ottanta e Novanta. A chi ha avuto maestri soffocanti capita di sbarazzarsene con la stessa facilità con cui li aveva un tempo adorati.    Eppure, nel caso di Ariosto, Calvino è responsabile di una tale calvinizzazione che non si può restare indifferenti. Ariosto è per la maggior parte dei lettori, chi ne ha letto un po’ e chi ne ha letto tanto, il poeta della fantasia senza briglie, dell’inesauribile...

Prima venne l'Epifania / La Befana

Il nome della Befana e l'Epifania   È normale che i nomi vengano dopo le cose. Al principio infatti sono le cose, cose naturali che ancora non si chiamano però, e solo in seguito vengono i nomi che ad esse sono, dagli uomini, assegnati: nomi comuni: montagna, pecora, ragazzo, e nomi propri: Monte Bianco, Dolly, Giovanni. Nel libro biblico della Genesi il Dio creatore assegna ad Adamo il compito di dare i nomi alle cose: in qualunque modo le avesse chiamate, «quello doveva essere il loro nome» (Gn 2,20). E così fu sancito, tra il resto, il principio di possesso e sfruttamento della natura da parte dell'uomo. Uscendo dalla mitologia per entrare nella storia, l'uomo, divenuto nella arguta definizione di Max Frisch homo faber, cominciò a fabbricare cose artificiali, o manufatti, e a dar loro nomi: clava, tavola, sedia, cucchiaio. E dopo essersi evoluto nientemeno che in homo sapiens sapiens, il nostro eroe scoprì e inventò sempre nuove realtà e nuove forme, continuando a dar loro nomi, dalla «vitamina» o ammina della vita alla «poubelle», la pattumiera, dal nome del prefetto di Parigi che nel 1883 uniformò i recipienti per la raccolta dei rifiuti legando ad essi per sempre il...

Morto il caput spunta la testa / Che testa!

Pochi lo sanno e nessuno ci pensa: in origine, “testa” era una metafora. Ed è ancora oggi una metafora, ma spenta, come dicono gli specialisti con altra metafora. Cos’è allora una metafora spenta? È come un vulcano spento, l’orifizio di una vena di lava non più incandescente e ormai solidificata.  Fuor di metafora, una metafora spenta è una metafora che non pare più tale a chi se ne serve. Chi la usa, lo fa come fosse parola qualsiasi, dal piano significato denotativo. E “testa” è proprio così: è metafora spenta esemplare. Chi oggi in italiano proferisce “testa” a cosa si riferisce banalmente se non a ciò che, nel caso di un essere umano, gli sta sul collo?   Per dir lo stesso, chi parlava latino diceva “caput”, che nel naufragio del latino non si è completamente perso. Lo continua l’italiano “capo”. “Capo” fa qui e lì concorrenza a “testa”, ma sono come Pepsi e CocaCola: si sa qual è la più popolare. Non è dappertutto così. Varianti di “capo” prevalgono nei dialetti meridionali. Non in Sicilia, però, e lo si nota perché si tratta di un caso curioso. Nel Medioevo, capitava che l’emigrazione si orientasse al Sud invece che al Nord e, laggiù, “testa” pare l’abbiano...

Anniversari. Una conferenza radiofonica sul corpo utopico / Di quale corpo ci parla Foucault?

“Posso andarmene in capo al mondo, nascondermi sotto le coperte la mattina, farmi il più piccolo possibile, posso pure liquefarmi al sole su una spiaggia, lui sarà sempre là dove sono io”. Chi è questo compagno assiduo che anticipa e mette sotto scacco ogni mio tentativo di separarmene? Chi o cos’è questa presenza con cui sono condannato a condividere sempre il mio spazio, le mie destinazioni, i miei soggiorni, persino i miei nascondigli? Chi o cosa non m’impedisce di cambiare posto, di andare altrove, eppure mi rende impossibile prenderne congedo? La risposta che Michel Foucault dà in una delle due conferenze radiofoniche sugli “spazi altri”, trasmesse nel dicembre 1966 (Le corps utopique – Les hétérotopies, Éditions Lignes, trad. it. Utopie. Eterotopie, Cronopio 2004 ) e poi riprese in un intervento presso il Cercle d’études architecturales nel marzo 1967, è semplice, facilmente intuibile, ma è anche l’ingresso nella prima di tante piccole e sorprendenti stanze di un testo tra i più belli, nonché tra i più trascurati, di un autore che pure annovera, come pochi, una bibliografia smisurata su quasi ogni pagina della sua variegatissima produzione. La risposta è: il “mio” corpo....

L'atto analitico: eccentrico rispetto all’operazione filosofica / Alain Badiou. Oltre il dire

Nel corso dell’anno accademico 1994-1995, Alain Badiou dedicò il suo seminario allo studio dell’opera di Jacques Lacan, definito dallo stesso Badiou un ‘compagno essenziale’: di quel seminario, pubblicato in Francia nel 2013, è finalmente uscita la traduzione italiana, (A. Badiou, Lacan. Il seminario. L’antifilosofia) grazie al pregevole progetto editoriale della casa editrice Orthotes e all’accurata e rigorosa traduzione del filosofo Luigi Francesco Clemente.     Come noto, questo seminario si inscrive in una più ampia operazione speculativa che vide il filosofo francese impegnato a misurarsi con le posizioni teoriche di quattro grandi pensatori – Nietzsche, Wittgenstein, San Paolo e, per l’appunto, Lacan – accomunati dalla medesima passione “antifilosofica”. La presenza di Lacan in questo elenco è giustificata da Badiou in virtù dello sforzo dello psicoanalista parigino nel promuovere un ritorno a Freud emancipato dalla deriva ermeneutica che qualificava (e, tuttora, qualifica) gran parte dell’arcipelago psicoanalitico postfreudiano, rivitalizzato, al contrario, dall’introduzione di una nuova categoria concettuale: il reale.   Questa è stata, in effetti, la vera...

Verità del cibo, cucina politica / Il sugo della storia

Il cibo, dovunque, è ormai fuori moda. Il discorso sulla cucina, rifreddo, non s’usa più. E la gastromania, diffondendosi, svanisce. I segnali in questo senso sono parecchi, e tutti di maniera: quando una tendenza, vincendo, s’impone, è già pronta per discendere la scala sociale, spargendosi euforica nei ceti meno abbienti, spopolando nelle province low cost, invadendo gli intimi meandri della cultura più pop, per non dire trash. Così, i tinelli piccolo borghesi si riempiono di ricettari etnici, non c’è massaia che non curi l’impiattamento del polpettone di seitan, i supermercati di quartiere traboccano di biologico, si agitano calici olezzanti di rosso d’annata nei bar della piazza di paese, tremebonde televisioni locali zoomano nottetempo su dettagli di pietanze raffinatissime, cupi dietologi prescrivono alimenti dignitosamente ‘senza’, stracchi turisti si inerpicano per sinuosi itinerari eno-gastronomici messi su da ogni comune sotto i cento abitanti, migliaia di gruppi facebook costituiti da ex compagni d’asilo inneggiano al pane e nutella con olio di palma e chissenefrega.   La ricerca dell’osteria fuori porta, insomma, l’ha infine trovata: e ne sta facendo le spese,...

Humor melanconico ed enigmi / Lorenzo Lotto: ironico sguardo

Incline al tormento dei melanconici, Lotto agisce sulla forma e sui temi da esprimere avvicinandosi e prendendo le distanze continuamente dall’iconografia rinascimentale. Come se il demone della sua creatività sentisse l’urgenza di cogliere nuove soluzioni con un passo retrogrado – anche solo per differenziarsi dalle ricerche dei grandi suoi contemporanei – con continue rivisitazioni delle migliori intuizioni espresse nel Medioevo, per tentare nuovi passi in avanti. Progredire retrocedendo, dunque, per infondere alle immagini la forza di una tradizione icastica, con un approccio pervaso da una intimità pacata, che esplode a volte con lampi di visioni straordinarie, e con larghe concessioni al senso dello humor.   Lorenzo Lotto, Pala di Santo Spirito, 1521, Bergamo, Chiesa Santo Spirito.   L’ironia di Lotto è dissimulazione e insieme anche interrogazione di matrice socratica, che il pittore utilizza nel suo procedere speculativo mentre immagina formalmente le sue opere e dipana la sua poetica concettuale. Vi sono nei suoi quadri dettagli e immagini che significano qualcos’altro rispetto a ciò che sembrano di primo acchito rappresentare, inseriti in un determinato...

A trent’anni dalla morte / Piero Chiara. Crudele commedia della vita di provincia

Luino è un paese incastonato in un angolo d’Italia, cinto a ovest dal lago Maggiore, a nord e a est dalla frontiera con la Svizzera, che dista neanche quindici minuti di macchina, se non si conosce la strada; durante le giornate d’inverno, quando il cielo è terso sopra lo specchio d’acqua, «nei cumuli di carbone irti al sole / sfavilla e s’abbandona / l’estremità del borgo, [mentre] di notte il paese è frugato dai fari, / lo borda un’insonnia di fuochi». È la descrizione dicotomica del paese di Vittorio Sereni, che forse interpreta il ruolo di demiurgo nella storia che stiamo per raccontare. Una contrapposizione fra notte e giorno che anima anche Il piatto piange di Piero Chiara.   Con questi due scrittori ci spostiamo a Milano, nell’inverno 1957-58, durante una cena in cui Sereni ascolta con trasporto Chiara raccontare mirabolanti storie di gioco d’azzardo nella Luino degli anni Trenta. Il poeta di Gli strumenti umani è amico di vecchia data dell’animatore di quella serata e gli è buon gioco avvicinarlo per suggerirgli di raccogliere tutte quelle storie e pubblicarle in un volume, anziché continuare a scrivere elzeviri sui giornali. E così, da quel nucleo frammentato,...

Un romanzo come seconda Bibbia / Bulgakov. Il Maestro e Margherita

Furono i miei genitori a mostrarmi emozionati, nel 1967, una copia della prima edizione italiana de Il Maestro e Margherita, pubblicata da Einaudi con l’introduzione di Vittorio Strada e la traduzione di Vera Dridso. L’edizione einaudiana fu preceduta di poco da quella della De Donato di Bari, approntata in fretta e furia nella primavera del 1967, con molti refusi (tra i quali il più divertente: “…la luna tramontava sul conte Calvo”). L’edizione barese, a cura di Maria Olsufieva e Saverio Vertone, venne in un tempo ritirata per un ricorso della casa editrice torinese e poi, tornò in circolazione, dopo un accordo sui diritti d’autore, vendendo quindicimila copie. Molti critici apprezzarono di più la traduzione della De Donato: tra questi Eugenio Montale che ne scrisse un’entusiastica recensione su “Il Corriere della Sera”.   Vera Levin Dridso era un’ebrea russa scampata miracolosamente, assieme alla sorella Rimma, all’Olocausto (grazie all’aiuto del tenente Federico Strobino). Lavorò come segretaria di redazione dell’Einaudi traducendo molti classici della letteratura russa ed era molto amica di Primo Levi.  Il volume degli Struzzi, aveva nella sovracopertina l’immagine...

Come abitare la natura in un mondo snaturato / Contro gli stereotipi. Leopardi e il pessimismo

Una premessa. La lettura di Leopardi ha per me, come per molti, risonanze che rinviano all’adolescenza, all’incantamento dinanzi ad alcuni versi, alla recitazione pubblica e privata di quei versi, quando usava ancora mandare a memoria molte poesie della nostra lingua e qualcuna delle lingue straniere che si studiavano. Leopardi era anzitutto il poeta lunare, e il poeta delle domande estreme affidate al canto del pastore errante. Era il poeta della ricordanza, del colloquio col “caro immaginare”, con le parvenze sottratte all’oblio, tra queste la Silvia dagli “occhi ridenti e fuggitivi”. Era il poeta del fiore che, sorgendo sulla lava, tra le rovine, con il suo profumo consolava il deserto. Mi accadeva anche di sentire rappresentati in quei versi bellissimi il senso dell’indefinito, una forte tensione immaginativa, lo stato di malinconia che apparteneva alla condizione di attesa e di desiderio privo di risposte proprio dell’adolescente. La frequentazione di Leopardi ha anche, però, un’altra origine, anch’essa scolastica: ho insegnato per nove anni nei licei, appena dopo la laurea, e quando lavoravo su Leopardi m’accorgevo che il testo, così com’era, libero dalle interpretazioni...

Biogea / Michel Serres: incontri, amori

Pubblichiamo un estratto della postfazione di Francesco Bellusci al nuovo libro, tradotto in italiano, di Michel Serres: Biogea. Il racconto della terra, dal 24 novembre in libreria, e un brano tratto dall’ultimo capitolo del libro intitolato: “Incontri, amori”.    Improvvisamente, nel giro di meno di un secolo, dopo millenni, abbiamo eroso quel campo della Necessità che stoici ed epicurei ritenevano invalicabile. Ciò che non era in nostro potere, ora lo è, in tutto o in parte. La nascita e la morte, le minacce alla nostra salute, la vita e il suo codice genetico, la velocità delle comunicazioni e degli spostamenti, la riproducibilità dei beni, il clima. Siamo all’altezza del mondo, siamo dotati di strumenti all’altezza della sua potenza, ma ci salveremo solo se ci riconosceremo nel mondo. Il nostro futuro è in bilico tra armi di distruzione di massa e armi di costruzione di massa. Se non possono più essere quelle di Epicuro, come sosteneva accoratamente Lucrezio, agli inizi del V libro del De rerum natura, le parole di quale nuova saggezza, le parole di quale nuova filosofia, potranno dissuaderci dall’uso delle prime, farci guarire dalle paure e dall’aggressività che...

Regalare storie / Fiaba di Natale

Caro Bubi, cara Schnuppi, da quando ho sentito che la mamma ha preso, di tanto in tanto, l’abitudine di restarsene seduta in mezzo ai vostri due lettini, dopo che vi siete coricati, a leggervi qualche storia, non ho più pace se non vi racconto anch’io qualcosa, e cioè quello che mi è capitato ieri, ultima domenica d’Avvento, alle quattro passate. Ero scesa in città, dalla nostra collina, a comperare candele per l’albero di Natale. Giù non v’era affatto tutto quel trambusto di vetture, cavalli e gente affannata che si nota, alla vigilia delle feste, da voi nella capitale. In cambio però, in queste stradine silenziose e nella tortuosa piazza del mercato, accanto al municipio, la cui fioca illuminazione viene ora solo scarsamente migliorata dalla luminaria dei tanti alberi di Natale che fanno capolino dietro le vetrine, ci si potrebbe immaginare più facilmente un prodigio: di veder sbucare di nascosto, tra i bambini presenti, un servo Ruprecht intento ad annotarsi i loro desideri, che riesca anche a sottrarre qua e là qualcosa dalle vetrine, per ficcarlo nel suo sacco capace e scomparire poi di nuovo, dietro le bancarelle di abeti, senza che nessuno, nemmeno stavolta, se ne accorga...

L'ironia malinconica di Wilde / E baciò sulla bocca il Principe Felice

Il Principe Felice di Oscar Wilde comincia dove di solito le fiabe si sono concluse da un pezzo. Cioè, molto dopo il canonico lieto fine: il principe ha già vissuto la sua splendida vita (nella reggia di Sans Souci, puntualizza nel racconto, accennando al suo passato di spensieratezza ed egoismi) e infine è morto. È allora che la cittadinanza, grata, l'ha trasformato nell'icona del più invidiabile dei destini: un principe gigantesco e tutto d'oro, svettante sulla città, su un'imponente colonna, con due zaffiri al posto degli occhi e un rubino sull'elsa della spada; così più in alto di ogni cosa da risultare irraggiungibile.  Che l'omaggio della cittadinanza sia, in verità, di sopraffina perfidia lo racconta lo stesso Principe alla fatua rondinella, coprotagonista in questa storia che è un incantevole, ma inesorabile passo a due verso la morte: «E ora che sono morto mi hanno messo quassù, così in alto, che posso vedere tutte le brutture e le miserie della mia città. E benché abbia il cuore fatto di piombo, non posso fare a meno di piangere.»     Oscar Wilde, The Happy Prince, illustrazioni di Walter Crane, 1889.   L'ironia malinconica di Wilde, diventa subito...

Letteratura e catastrofe / Note per un’archeologia post-apocalittica

Duecento anni fa, nel dicembre del 1816, si chiudeva l’Anno-senza-estate, uno degli anni peggiori nella storia dell’umanità, tra i più freddi e funesti dell’era postglaciale, anche noto come l’Anno-della-povertà o, negli Stati uniti, “Eighteen hundred and froze to death” (“milleottocento e morire di freddo”). Quell’anno, il sole giocò una vittoriosa partita a nascondino, tanto che alcuni pensarono che non lo avrebbero più rivisto, e le temperature, soprattutto in Canada e nel Nord degli Stati Uniti, si mantennero costantemente su medie decembrine, con nevicate in giugno nel New England e in Québec. Per tutta l’estate, in Europa non smise quasi mai di piovere; i fiumi strariparono e, chi se lo poteva permettere, passava le giornate in casa, al lume di candela.   La fine del mondo sul Lago di Ginevra   In quell’anno, Mary Shelley (allora ancora Mary Wollstonecraft Godwin) si trovava in Svizzera con il suo amante, il poeta Percy Bysshe Shelley, suo futuro marito, e la sorellastra Claire Clairmont. Shelley aveva affittato la Maison Chapuis, uno chalet con porticciolo privato in località Montalègre, sul Lago di Ginevra. Nel vicinato soggiornava anche Lord Byron, in compagnia...

Fuoco nero, fuoco bianco / Derrida e la Qabbalah

Che esista uno stretto rapporto fra alcuni aspetti del pensiero di Jacques Derrida e la tradizione ebraica è un fatto ormai assodato, e su questa problematica esistono vari studi d’assieme. Si tratta di analisi che andrebbero prolungate, ma in quest’occasione ci interessa affrontare un compito più modesto, ossia proporre un minimo esercizio di lettura in rapporto ad alcuni passi del saggio derridiano La dissémination. Ricordiamo che il testo costituisce un’ampia disamina, assai poco tradizionale, di un’opera letteraria a sua volta innovativa, ossia Nombres di Sollers.   In questo romanzo, i numeri non figurano solo nel titolo, ma esercitano anche un ruolo essenziale nella costruzione del libro. Come ha ricordato Guido Neri, «Nombres si presenta come un “dispositivo” nettamente programmato nella sua struttura e nel suo funzionamento. Sono 100 capitoletti, numerati in ordine progressivo dal principio alla fine e inoltre in serie successive di 4 (100 è insieme il quadrato della somma 1 + 2 + 3 + 4 e la somma dei cubi di questi numeri)». Non mancano, nell’opera, figure geometrico-numeriche con funzione esplicativa, così come – sul versante più propriamente linguistico – abbonda...

Romano Màdera. L’opera al rosso / L’eredità junghiana come individuazione

“Questa, dunque è la mia strada; qual è la vostra? Così rispondevo a coloro che mi da me vogliono sapere la strada. Questa strada infatti non esiste!” “Voi non avevate ancora trovato voi stessi: quand'ecco che trovaste me. Così fanno tutti i credenti; perciò ogni credenza è così poco importante. Ora io vi ordino di dimenticare me e di trovare voi stessi, e solo quando voi mi avrete rinnegato tornerò da voi. F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra.   F. Nietzsche.     Vietato imitare. Il titolo del primo capitolo del libro nel quale Romano Màdera traccia la sua personalissima maniera di raccogliere l’eredità terapeutico-culturale dell’opera junghiana ci conduce immediatamente al cuore del problema: l'unico modo per restare fedeli all'insegnamento di un maestro che amava dire che grazie a Dio non era junghiano, è rigettare ogni tentazione di assumerlo a modello da imitare. Per raccoglierne davvero l'eredità occorre, scrive Màdera, "abbandonare la via dell'imitazione a favore di quella dell'individuazione". È lo stesso Jung, del resto, a suggerirci di muoverci in questa direzione quando, in Ricordi, sogni e riflessioni, prende le distanze dal...

Ta-Nehisi Coates. Un conto ancora aperto / L'America (ancora) razzista

Non sappiamo ancora come sarà l’America di Donald Trump, se certe dichiarazioni ostentate in campagna elettorale daranno vita a nuove vecchie pulsioni razziste e xenofobe. Sappiamo però come è stata l’America e soprattutto l’America dei neri fin dalle sue origini e ora a raccontarcelo con una prosa lucida e coinvolgente è Ta-Nehisi Coates, giornalista dell’Atlantic e già autore del bellissimo Tra me e il mondo (Codice Edizioni). In questo suo primo libro Coates raccontava a suo figlio cosa significhi essere neri, incentrando l’attenzione sul corpo, su quel colore che diventa un marchio, indelebile, tragico, che condiziona il tuo modo di pensare, la tua vita intera. Ora, per lo stesso editore, con Un conto ancora aperto ci sbatte davanti agli occhi alcuni secoli di storia degli Stati Uniti alla luce del rapporto tra bianchi e neri (o se si vuole essere politicamente corretti, tra bianchi e afro-americani). Coates è un maestro della scrittura e sa alternare passaggi commoventi a momenti di duro realismo e non esita a dichiarare che la più antica democrazia del mondo si fonda proprio sulla discriminazione e sullo sfruttamento dei neri da parte dei bianchi. In sintesi, sul razzismo....

La storia particolare di una vicenda mondiale / L'impero del cotone

Anche la storiografia ha le sue mode, guidate dalla ricerca di un pubblico di lettori ma anche da scelte delle corporazioni accademiche che pongono al centro del dibattito un tema, con congressi, seminari e finanziamenti. Avviene così che specialmente i giovani ricercatori in cerca di un'occupazione aderiscano alla moda del momento. Da qualche anno ormai è di moda la storia globale, promossa e sostenuta da un potente stimolo politico e finanziario. Non è un fatto negativo in sé se la storiografia parte dal desiderio di criticare l'idea evidentemente superata della centralità esclusiva dell'Europa e degli Stati Uniti nello sviluppo economico, culturale e sociale del mondo. Ma è un proposito più morale che di metodo se l'innovazione consiste solo nell'occuparsi degli “altri” o nell'avere uno sguardo alle connessioni e agli scambi tra paesi e culture differenti. E lascia sovente spazio a una forma diversa di eurocentrismo, come avviene per esempio in quella che si chiama "la grande divergenza" nel progresso economico del mondo occidentale rispetto all'Oriente e al Sud del mondo. Ci sono molte definizioni possibili di storia globale, ma in genere per storia globale si intende non...