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Tradizione

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E i dettagli, le sfumature, la tradizione russa del comico? / La morte di Stalin

Fabien Nury ha dato alle stampe il suo graphic novel La mort de Stalin, illustrato da Thierry Robin, nel 2010, seguito, nel 2012, da un secondo volume Les funerailles. Entrambi con il sottotitolo di Une histoire vraie… soviétique. Da queste storie è stato tratto nel 2017 il film The Death of Stalin (Morto Stalin se ne fa un altro, nella versione italiana) per la regia di Armando Iannucci, oggi in distribuzione anche nelle sale italiane. Prendiamo le mosse dai primi per addentraci in questa rivisitazione di uno dei momenti più tragici e, al contempo, paradossali della storia mondiale: la morte di Stalin, appunto, avvenuta il 5 marzo 1953. Anzi, il 3 marzo 1953, ma, e questo già rientra nello spirito di questa narrazione, per ragioni di stato e necessità burocratiche, comunicata soltanto due giorni più tardi. Modalità che sarebbe continuata nei decenni successivi, in occasione delle scomparse di altri leader, facendo nascere una nuova mitologia per il Lago dei cigni.   Proprio perché il balletto di Čajkovskij, trasmesso in televisione all’improvviso senza commenti, sarebbe stato scelto come segnale convenzionale per comunicare al popolo che qualcosa di tragico era accaduto ma...

Migranti e letteratura / Due romanzi messicani: La fila indiana e Terra bruciata

Il rumore delle portiere che sbattono, poi qualcosa che somiglia a un tuono, infine i passi veloci nei corridoi. Hanno con sé delle spranghe, forse sono mazze da baseball: è un assalto.  A questo punto il lettore, assecondato dalla forza realistica della scena descritta in una delle pagine iniziali del romanzo, sente le risate di scherno degli aggressori elettrizzati e vede persino gli stracci che avvolgono le bottiglie di benzina che useranno poco dopo, quando usciranno dall’edificio. Le vittime, tutti stranieri, cercano un nascondiglio nella penombra, si riparano dalle botte sotto le coperte scozzesi, accovacciate negli angoli delle stanze, vicino alle brande.  Forse, continuando a fare congetture, perché il lettore è agevolato dalla dura vividezza della prosa dell’autore che ha molto mestiere, c’è chi prova a mettersi in un armadietto di quelli in dotazione ma è troppo stretto, ci sta solo un bambino lì dentro, che infatti ci si è appena infilato. Allora di corsa verso i bagni, dove è possibile accucciarsi sui water, come nei film, con le gambe sollevate per non essere traditi dalla fessura tra il pavimento e la porta. Lì i picchiatori non avranno il tempo di...

Letto in un'altra lingua / Lidija Sejfullina. Racconto su Lenin

In seguito all'attentato di cui Lenin fu vittima nell'agosto del 1918 si accrebbe notevolmente la sua popolarità. Nelle prime settimane di governo bolscevico, come racconta la moglie Nadežda Krupskaja, «nessuno conosceva Lenin di faccia […] e nessuno lo riconosceva poiché i suoi ritratti allora non c’erano». Il primo ritratto fotografico ufficiale risale al gennaio del 1918 e raffigura un Lenin leggermente sorridente, sguardo intenso, baffi e pizzetto brizzolati e abbondanti piccole rughe intorno agli occhi. La fotografia divenne una delle più famose del leader e piacque così tanto anche ai vertici del partito che spianò la strada alla carriera del suo autore, Moisej Nappel’baum. Prima di allora erano apparsi sulla stampa alcuni componimenti su Lenin e un breve profilo biografico in cui veniva espressa l’idea che il capo dei bolscevichi rappresentava una moltitudine, il partito, la classe dei lavoratori, e teneva unita la società.   Il primo ritratto fotografico ufficiale di Lenin.  Dopo l’attentato, Lenin cominciò a essere esaltato come un santo, un apostolo, un profeta, un martire che senza scorta aveva partecipato ogni giorno alle assemblee sottoponendosi...

Una mostra da Milano a Londra / Revolution. Dai Beatles a Woodstock

Come documentano diverse fonti più o meno attendibili, circa 70 anni fa, a 80.000 leghe sotto il mare, nella città di Pepperlandia, il sergente Pepper insegnò alla Band dei Cuori Solitari a suonare. Le conseguenze furono sorprendenti: in poco tempo nella città subacquea fu tutto un rifiorire di suoni, colori e felicità. Poi, d’improvviso, come succede spesso nelle favole, entrarono in scena i cattivi, i Blue Meanies detti anche Biechi Blu, capitanati dal terribile e tristissimo Capo Bieco Blu. Non sopportavano né musica né colori e, in un batter d’occhio, i loro mostruosi reparti speciali abolirono la musica, congelarono gli abitanti e trasformarono la città in un luogo sepolcrale, monocromo e silenzioso. Per fortuna dei pepperlandiani, il capitano Fred riuscì a fuggire. A bordo del sottomarino giallo andò in cerca di aiuto, che trovò a Liverpool, dove quattro giovani musicisti decisero di dare una mano. Fecero il viaggio di ritorno a bordo del sottomarino, e una volta arrivati imbracciarono i loro strumenti musicali: novelli suonatori della Band del Sergente Pepper, con la sola forza delle note, dei testi delle canzoni, e dell’arguzia dei loro surreali giochi di parole,...

Compiere l'impossibile / Houdini. Escamotages magici per tempi angusti

Zampano circus. Immagine eloquente: Ehrich Weisz a testa in giù si esibisce in un numero di evasione. È appeso nel vuoto, fuori dal cornicione del settimo piano di un palazzo newyorkese con le caviglie legate in alto e una camicia di forza stretta attorno al busto. Ha il volto paonazzo, il sangue che gli pulsa alle tempie spinto verso il basso dalla forza di gravità. Sta pensando alle conseguenze, un attimo prima di essere colto dal panico. Tutti gli occhi sono su di lui. Fallire è morire. Restare nella camicia di forza significa tornare alla povertà, per lui e per sua moglie Bess. La gente non aspetta altro, vederlo penzoloni mentre si dimena, mentre procrastina quella sequenza di movimenti che questa volta non riesce: spalla su, gambe tese, busto in alto, spalla su, gambe flesse, busto in basso. Non gli riesce. Riprova. Non va. Riprova. Non funziona. Che succede? Riprova di nuovo. L’ha fatto in passato, è così che si è tirato fuori dalla miseria.  Forse sta sbagliando. Tenta ancora, questa volta con una sequenza diversa: gambe tese, busto in dentro, spalla in su. Non gli riesce, non sta riuscendo. Cambia ancora: busto fuori, spalla giù.  Niente. Non funziona. È in...

Vorrei essere FICO / Fabbrica italiana contadina

  Che cosa è FICO? È il parco agroalimentare più grande del mondo secondo la definizione prospettata dalla “madre” Eataly o una sorta di Disneyland dell’alimentazione per consumatori gastro-orientati? Oppure è un’occasione imperdibile per vedere il meglio della “cultura viva” che il cibo italiano rappresenta? O ancora è un’Expo 2015 in sedicesimi e in formato permanente?     Secondo il medico Ludovico Bertaldi, nel Seicento erano chiamati in Liguria e Provenza figoni coloro “...che parte dell’anno vivono di fichi secchi ...e tanto può la consuetudine che sono gagliardi e forti come fossero nutriti di esquisite vivande...” In un antico commentario di agronomia e cose naturali, si trova l’origine di una parola che ancora oggi ha il significato di bello, attraente all’ennesima potenza. Probabilmente chi ha scelto FICO come nome per la Fabbrica Italiana Contadina ignorava la citazione ma non la volontà di associare il significato gergale al nome da dare al parco agroalimentare. Fico come figo dunque, già...      FICO attualmente è un po’ tutte le cose sopra riportate, almeno ad una prima visita, avvenuta in un giorno feriale alla metà del dicembre...

E i platani, hanno ragione / Umberto Fiori: la profondità dell’evidenza

La luce sul muro è il titolo del documentario dedicato a Umberto Fiori. Prima che poeta Fiori è stato negli anni Settanta la voce del gruppo musicale “Stormy Six”, oltre che autore di alcuni dei testi eseguiti dal gruppo. Il film, opera di Giovanni Bonoli e Massimo Cecconi, è stato proiettato di recente a Milano. Racconta attraverso brani d’interviste con l’artista e interventi di suoi amici ed estimatori, la multiforme attività di Fiori.  Negli Ottanta il gruppo si scioglie e Fiori si trova a ricominciare da capo. La poesia sarà il suo approdo. Pur avendo scritto anche alcuni saggi e un romanzo, e pur presentandosi ancora di tanto in tanto sulle scene come cantante, da allora si è mantenuto fedele alla poesia con la pubblicazione di diverse opere che, dopo essere uscite singolarmente per editori come San Marco dei Giustiniani, Marcos y Marcos e Mondadori, sono state raccolte qualche anno fa in un unico volume (Poesie 1986-2014, Oscar Mondadori, 2014) con l’aggiunta di un poemetto inedito che lascia intendere come l’attività poetica sia destinata a continuare. Dunque non è forse ancora giunto il momento di fare un bilancio della sua carriera letteraria. Tuttavia, a questo...

L’epifania nelle immagini / Re Magi: due uomini e una donna

Nell’Adorazione dei magi (1420-1422) di Lorenzo Monaco, ora conservata agli Uffizi, il re più giovane raffigurato in primo piano indossa una veste femminile, probabilmente in velluto con ricami in oro, con una cintola che ricorda la avnet, ovvero la cintura sacerdotale ebraica. La persona è imberbe, con i lineamenti marcatamente femminei. Indossa un copricapo simile a un turbante, che solitamente è solo maschile. Ma qui è avvenuta una sostituzione simbolica. In contraddizione con i racconti canonici e quelli apocrifi, Lorenzo Monaco fa riferimento a una regina che è inginocchiata al cospetto di Gesù Bambino, assieme ai re magi. È un caso raro nell’iconografia legata a questo tema. Come mai c’è una regina nella scena dell'adorazione dei magi?   Lorenzo Monaco, Adorazione dei Magi (1422 c.), particolare della regina maga, Firenze, Galleria degli Uffizi.   Si ricollega atemporalmente all'Antico testamento? È un riferimento alla regina di Saba? Forse qui è avvenuto un salto nel tempo, e la regina di Saba è venuta a rendere onore non a Salomone ma a Gesù, il discendente più importante della sua stirpe? Anche Lorenzo Lotto un secolo dopo raffigura tre re magi che...

Animale da salotto? / Argo e altri cani

In casa dei miei nonni, tutti, e dopo in quella di mio zio sono transitati un’infinita di cani, e sempre in un rapporto forte, quasi simbiotico. In realtà in casa non entravano mai, perché stavano rigorosamente sulla soglia oppure nel cortile, nella legnaia, nel fienile o nella stalla; oppure ancora liberi nell’aia. il posto per i cani nelle ore del riposo non mancava. Diversamente, il cane era sempre al fianco del pastore, sulla strada. Un rapporto duro, sincero, nel rispetto reciproco, privo di ogni dipendenza passiva e dove il cane pastore manteneva una sua personalità, anche riottosa, pur nella fedeltà al padrone e al lavoro. Un rapporto così come deve essere stato per secoli, per millenni. Un’immagine che ho fatto in tempo a intravedere nella vita di mio zio e ascoltato molte volte nei racconti dell’infanzia; un’immagine, che per analogia e differenze, ho poi sovrapposto all’impressione che ho ricevuto da un passo di Omero, quando scrive di Argo, il cane di Ulisse.  Niente di strano… il cane dei pastori o dei cacciatori per millenni è stato in fondo lo stesso cane e quel cane ha vissuto dello stesso rapporto, dello stesso legame.      In casa dunque,...

Matera / C’era una volta nei Sassi

Questa è la storia di come si viveva nei Sassi nei primi anni Quaranta nel Novecento: una storia vera, il cui protagonista era allora un ragazzino che adesso ha quasi 90 anni e una memoria granitica.   Preambolo Come si presentano i Sassi (Barisano e Caveoso) agli inizi degli anni Quaranta del secolo scorso? Apparentemente come adesso: case ricavate nelle grotte o scavate nel tufo, l’una abbarbicata all’altra, collegate da viottoli e scalette, dislocate sulle due pareti dell’altopiano delle Murge che degradano verso il torrente Gravina. Un presepe a cielo aperto. Erano però senza fognature né elettricità né riscaldamento e raccoglievano oltre 15.000 persone che vivevano, se non in miseria, senza grandi mezzi: contadini, braccianti, operai, artigiani, piccoli commercianti le cui famiglie si conoscevano e, ciascuna nel proprio “vicinato” (cioè nel gruppo di case intorno alla propria), avevano rapporti di familiarità reciproca e si aiutavano nella quotidianità di quegli anni. Gli animali abitavano spesso con le persone, in condizioni igieniche a dir poco precarie, oggi inimmaginabili, e per molti arrivare alla fine del mese non era scontato. Quando sopraggiunse la guerra, le...

Galleria Borghese, Roma / Le sculture multi-touch di Bernini e la relatività di Einstein

Swipe, touch, drag, pinch-open su un display per orientarmi nei vicoli del rione Pigna e in breve tempo raggiungo piazza della Minerva. Qui si erge un obelisco egizio sorretto da un elefante scolpito nel 1667 su disegno di Gian Lorenzo Bernini. Un turista si arrampica sul monumento per toccare con una mano le terga dell’animale. Un gesto propiziatorio? Toccare parti anatomiche relative alla sfera sessuale di animali che sono simboli di forza pare sia di buon augurio, ma l’elefante che regge l’obelisco non ha l’organo riproduttivo in evidenza. La parte per il tutto? Che il turista sia un esperto di retorica in vena di applicare dal vero una figura di quest’arte? Chissà cosa ne avrebbe pensato l’autore del monumento che di retorica se ne intendeva assai. Tutti ricorderanno, per averlo visto dal vero o riprodotto nei libri di testo del liceo, il gruppo marmoreo Apollo e Dafne scolpito da Bernini. La figura di Dafne che si slancia in alto mutando in pianta di alloro trattenuta a terra dalle radici, vinta ma orgogliosa, è un’immagine retorica dell’inalberarsi, spiega Anna Coliva in uno dei saggi del catalogo della mostra dedicata a Bernini in corso a Roma presso la Galleria Borghese (...

Custodi / Muschi: non raccogliamoli!

Gli inglesi han fatto di necessità virtù, li conoscono e catalogano, e con l’umido velluto dei muschi creano beautiful garden corners di grande suggestione. I giapponesi, con centoventi specie diverse, han reso l’antico giardino di Saihoij a Kyoto il «tempio dei muschi».     Qui molli tappeti si stendono ai piedi degli aceri e dei bambù, coprono rocce sassi sentieri, e assecondano la quieta meditazione dei monaci. Noi invece ci ricordiamo dei muschi solo a Natale, per il presepe. O li pigliamo imbalsamati. Son di gran moda i muschi stabilizzati per decorare di soffice verde pareti di case e uffici. Lo chiamano green design, perfetto per chi, sempre di corsa, non ha tempo da dedicare alle piante. E poi, a chi affidarle durante le vacanze? La soluzione è chimica: glicerina al posto della linfa. Garantiti per dieci anni almeno, ecco vegetali “veri”, “vivi” – così mente la pubblicità – che non appassiscono, non perdono petali e foglie, non han bisogno d’acqua. E, nel caso del moss che va per la maggiore, non ha quel sentore fradicio di sottobosco: è selezionato, antibatterico, igienico! Altro che «madri dell’autunno» come canta il poeta irlandese Seamus Heaney, che di...

Una mostra alla National Gallery / Monochrome. In bianco e nero

La pittura monocroma mette a fuoco un particolare soggetto senza la distrazione del colore: questa la tesi di Lelia Packer e Jennifer Sliwka nell'introduzione al catalogo della mostra in corso alla National Gallery di Londra, Monochrome. Painting in Black and White (Yale University Press; la mostra è aperta fino al 18 febbraio del 2018 e viene riproposta, con qualche modifica, dal 22 marzo al 15 luglio 2018 al Museum Kunstpalast di Düsseldorf). Invero l'allestimento delle due curatrici ci accompagna in un percorso particolarmente originale nella storia dell'arte e del pensiero, che prende le mosse dall'antichità e perviene alle installazioni del presente, un percorso nel quale la pittura in bianco e nero rivela l'opposizione al sistema cromatico e, insieme, le infinite relazioni che il bianco, il nero e il grigio intrattengono non solo con la luce, con le ombre e con l'oscurità, ma anche con gli altri colori, diventando essi stessi colore. Del resto l'origine stessa della pittura è monocromatica ed è ascritta alla skiagraphia, letteralmente "pittura dell'ombra", la cui definizione oscilla tra il disegno del contorno dell'ombra proiettata da un cavallo al sole (disegno realizzato...

La fortuna della fotografia / Il Sudafrica di Jodi Bieber. Tra luci e ombre

English Version     Jodi Bieber è diventata internazionalmente nota nel 2011, quando il suo ritratto di Bibi Aisha, la giovane donna afghana cui i talebani avevano mozzato orecchie e naso, fu pubblicato in copertina dal Time e vinse il World Press Photo. «Un premio che in realtà non mi ha procurato più soldi o più lavoro, ma mi ha permesso di viaggiare, incontrando tante persone e confrontandomi sul modo e il senso dei miei progetti e della mia militanza».  Nelle immagini di Bieber le linee tradizionali che separano intimismo, cronaca e visual art si stemperano fino a scomparire. Il silenzio delle gemelle Ranto, lo scatto che apre Between Darkness and Light (la personale curata da Filippo Maggia per la Fondazione Carispezia, che ci ha dato l’occasione per intervistarla, www.fondazionecarispezia.it) rende bene l’idea. «Ho incontrato le gemelle a un matrimonio tradizionale a Zeerust. La loro mamma mi disse che non amavano parlare e io per tutto il tempo mi sono chiesta come mai» spiega nella chiosa. Ancora meglio rendono l’idea i ritratti delle donne condannate per avere ucciso i loro mariti, di cui parleremo più avanti: sono evidentemente costruiti e posati, ma al...

The Luck of Photography / The South Africa of Jodi Bieber. Between Darkness and Light

Italian Version     Jodi Bieber became internationally known in 2011, when her portrait of Bibi Aisha, the young Afghan woman whose ears and nose had been cut off by the Taliban, was published on the cover of Time and won the World Press Photo. “An award that actually did not get me more money or work, but which allowed me to travel, meet many people, and forced me to confront the true meaning of my projects and my activism.” In Bieber’s images, the traditional lines that separate intimacy, documentation and visual art fade and disappear. This clearly emerges from The Silence of the Ranto Twins, the photo that opens Between Darkness and Light (a solo exhibition curated by Filippo Maggia for the Carispezia Foundation, which gave me the opportunity to interview her). “I met the twins at a traditional wedding in Zeerust. Their mother told me that they did not like to talk, and I kept asking myself why,” she explains. The portraits of women condemned for killing their husbands are even better examples, as we will discuss later: they are constructed and posed purposefully, but at the same time constitute an extraordinary and precise reportage, a documentation, a cross-...

I died for Beauty / La bellezza è una domanda

Quando Josif Brodskij, in occasione del conferimento del premio Nobel per la poesia e la letteratura, sostenne che uno dei principali problemi del nostro tempo è la volgarità, e che solo la bellezza avrebbe potuto salvarci, non avevamo forse compreso fino in fondo quanto fosse nel giusto. Ma si sa, è dei poeti vivere al di sopra delle proprie possibilità, come diceva sempre Luigi Pagliarani. Brodskij poi aggiunse che l’estetica è la madre dell’etica, perché la contiene, completando una diagnosi e un progetto per cambiare la nostra vita. Non l’abbiamo ascoltato. La volgarità, e non la bruttezza, si propone nel nostro tempo come il contrario della bellezza; così come l’indifferenza, e non l’odio, è il contrario dell’amore. Se il bello è passione e distacco; se è perfino un certo livello di disinteresse che separa il bello da altre forme di passione, anche il brutto è passione e richiede di essere capito e giustificato, come ha sostenuto Umberto Eco in un testo sul brutto, ora contenuto in Sulle spalle dei giganti, La nave di Teseo, Milano 2017. Ci rendiamo subito conto che siamo sulla soglia di noi stessi, al margine generativo del possibile, dove si profilano le condizioni per...

Intervista con Roberto De Simone sul Natale / La morte del presepe

Musicista, compositore, regista, autore teatrale, Roberto De Simone, oggi ottantaquattrenne, è una delle persone più significative della cultura italiana. Nessuno di coloro che lo hanno visto ha dimenticato lo spettacolo La gatta Cenerentola che nel 1977 aveva già raggiunto le 350 repliche, per cui De Simone decise di trasformarlo in una visione registrata. Il VHS uscì nel 1999 da Einaudi in una “scatola” con il libro che l’accompagnava. Così altre migliaia di persone poterono godere di questa favola napoletana scritta da Basile e ripensata da De Simone. Negli ultimi anni l’artista ha pubblicato altri bei libri. L’ultimo è La canzone napoletana nella collezione “I Millenni” di Einaudi. Tra i suoi libri ce n’è uno che mi è sempre parso straordinario: Il presepe popolare napoletano (Einaudi) del 1998. Ogni volta che vado a Napoli – e troppe poche volte negli ultimi tempi – lo tiro fuori dallo scaffale e lo riguardo. A Napoli si comprano le statuine del presepio, sempre nuove e sempre rinnovate. Negli anni Novanta c’erano Berlusconi e Bossi da mettere accanto ai pastori, poi, a seguire, Renzi e anche gli altri personaggi della sua corte. E attrici, attori, personaggi pubblici. Il...

Auguri! / La ripetizione dei Natali

All’epoca di quando si entrava nei cinema senza aspettare che finisse lo spettacolo, si usciva non appena la proiezione era giunta ai fotogrammi del momento in cui si era entrati.  A quell’epoca tutti potevano ben comprendere i corsi e i ricorsi della storia di Giovan Battista Vico, o, peggio ancora, l’eterno ritorno di Federico Nietzsche.  Il più bel Natale della mia vita, e anche l’unico, a dire il vero, cadde nel lugubre 1943 e rallegrò qualche bambino del Collegio dei Salesiani nel paesino di Cavaglià, in Piemonte.   Quando fu Natale, i bambini contadini se ne tornarono con le loro guancione rosse nelle pingui cascine dalle quali provenivano – la guerra rese ricchi i contadini che non uccise – e restammo noi, una ventina in tutto: i bambini bombardati, i bambini deficienti, i bambini orfani, i bambini figli di nessuno e i bambini ebrei clandestini.  E su di noi si riversò l’amore cristiano e natalizio: niente messa alle sei del mattino, tutti con i Preti, al caldo, riso e latte a pranzo e a cena, il terribile Maestro di quinta elementare con la lanterna magica che proiettava le figurine del giornalista pasticcione Pio Percopo su un lenzuolo, abbagliante...

Arte della memoria a Madrid / Doris Salcedo, lacrime di cristallo

Tomba di Keats, Cimitero Acattolico, Roma. Come ognun sa, John Keats e Percy Bysshe Shelley sono sepolti a pochi metri di distanza l’uno dall’altro, in una valletta di dolce verdezza al Cimitero Acattolico di Roma: all’ombra della Piramide Cestia, non lontani da Gramsci, Gadda e Amelia Rosselli. Vicini pure morirono, nel tempo più che nello spazio: men che trentenni entrambi, tra il febbraio del 1821 e il luglio del 1822. Il primo a Roma, di tisi; il secondo al largo di Portovenere, in quello poi ribattezzato Golfo dei Poeti, nel naufragio della goletta Ariel. Le rispettive lapidi (riportate, fra l’altro, nel bellissimo Tumbas di Cees Nooteboom, un paio d’anni fa tradotto da Fulvio Ferrari per Iperborea) paiono dialogare fra loro. Quella di Shelley, memore del naviglio fatale, riporta i versi celebri della Tempesta di Shakespeare – «Nothing of him that doth fade, / But doth suffer a sea change, / Into something rich and strange» –, ma sul suo destino pare impossibilmente riflettere, prima di poterlo conoscere, l’epitaffio dettato per sé dall’altro poeta, Keats: «Here lies One Whose Name was writ in Water». La sua lapide è ritta a perpendicolo sull’erba, mentre orizzontale si...

Linus, La Rinascente, Milano / Gregorietti e la grafica

Salvatore Gregorietti è figlio e nipote d’arte. Suo padre Guido era infatti un prestigioso curatore museale, mentre suo nonno, omonimo, è stato un noto pittore nella Sicilia di Ernesto Basile, che per lui ha progettato un delizioso villino Liberty a Mondello. E Salvatore non ha tradito il proprio DNA familiare, affermandosi, fin da giovanissimo, come uno dei più significativi graphic designer internazionali, apprezzato per la chiarezza visiva e la coerenza strutturale dei suoi progetti.      Ernesto Basile, Villino Gregorietti, 1924.26, Mondello, Palermo. Salvatore Gregorietti. Da Palermo, città in cui è nato nel 1941, si sposta con la famiglia dapprima a Roma per poi approdare, a soli otto anni, a Milano, dove il padre era stato chiamato a dirigere il Museo Poldi Pezzoli. Conseguito il diploma di maturità artistica al liceo di Brera, prosegue gli studi al vorkurs della Kunstgebewerberschule (scuola di Arti e Mestieri) di Zurigo, nell’indirizzo di graphic design perché, a quel tempo, da noi questa specializzazione non era ancora stata introdotta. Sarà infatti soltanto nella seconda metà degli anni settanta che anche in Italia si apriranno scuole post-diploma...

Arte e fulmini e saette!

Probabilmente i fulmini più famosi per chi si occupa di arte contemporanea sono quelli di The Lightning Field (1977) di Walter De Maria, l’immensa opera di land art realizzata sfruttando le particolari caratteristiche meteorologiche di un altopiano nel New Messico, in cui l’artista ha installato centinaia di pali acuminati che attiravano appunto i fulmini. Le fotografie che ne sono derivate sono davvero spettacolari.   Mater. In visita alla mostra di Ahmed Mater alla Galleria Continua di San Gimignano cerco di raccogliere quelli che mi vengono in mente. Un altro è quello sulla copertina dell’ultimo numero de “La Révolution Surréaliste” (n. 12, dicembre 1929), organo ufficiale del movimento. Fu un numero alquanto speciale, sia perché consapevolmente conclusivo di un percorso, sia perché per l’occasione ospitava il Secondo Manifesto del Surrealismo con la svolta sintetizzata nella clamorosa frase: “Chiedo l’occultamento profondo, effettivo del Surrealismo” e la foto dei surrealisti ad occhi chiudi intorno al nudo di donna dipinto da Magritte. La foto del fulmine faceva da illustrazione alla domanda “Che tipo di speranza riponete nell’amore?”, scritta ai suoi lati. Dell’...

Sull’Appennino tra parentesi / Castelluccio

Tra i Castelluccio d’Italia, il “mio” è la frazione che sta sopra a Porretta Terme, sulla dorsale che segna il confine tra l’Emilia e la Toscana. Per le carte amministrative è provincia di Bologna, anche se a brevissima distanza ha principio la provincia di Pistoia. Il paese è un pugno di case raccolte tra la chiesa di Santa Maria Assunta, edificata a ridosso di un’asperità rocciosa, detta il Sasso, e il castello Manservisi, sito di antiche origini che venne rimesso in sesto nell’Ottocento medievaleggiante. A cavaliere della montagna, Castelluccio sembra correre su una cresta sottile. Lo circondano ampie discese verdi, che digradano verso il fondovalle. In direzione sud, si staglia la massa imponente del Corno alle Scale, ma la vista è innanzitutto occupata dal monte Piella, che con i suoi 1200 metri sovrasta gli 800 metri di Castelluccio. Negli anni lunghi dell’infanzia per me il piccolo borgo rappresentò un luogo che aveva la stessa consistenza delle “fole” raccontate da nonna Norma.   Come quelle, infatti, faceva parte dell’immaginario di un’epoca, quella della giovinezza della nonna appunto, che lì, nel piccolo agglomerato di case di contadini del Parchié, era nata. Più...

Arrivare a baita / Il sergente nella neve di Mario Rigoni Stern

«Nell’inverno del 1944 ero prigioniero dei tedeschi in un paese verso il mar Baltico. Nevicava fitto, nevicava sempre. Io guardavo attraverso le piccole finestre della baracca ricordando la mia felice libertà nel paese lontano. E nel silenzio, tra il nevischio, mi ritrovai a ricordare compagni che la guerra aveva portato via. Improvvisamente mi tornarono veri, come stessi rivivendoli, i fatti che mi erano capitati l’anno prima […]. Presi allora un mozzicone di matita che conservavo nello zaino per quella mania che avevo di scrivere il mio diario, e su pezzi di carta racimolati in fretta incominciai a scrivere». È in questa maniera che il sergente maggiore degli Alpini Mario Rigoni Stern decide di trasformare la stesura del suo diario personale nel racconto di una testimonianza, di ciò che vide in Russia durante la Seconda guerra mondiale, a cominciare dalle sponde bianche di neve di un Don immobilizzato dal ghiaccio. Lì, dove il fiume devia improvvisamente verso est e sembra avvicinarsi fatalmente al Volga per poi ritornare in direzione del mar Nero. È in questa maniera che degli appunti presi su blocchi di fogli numerati divengono l’ossatura di quel libro che sarà pubblicato nel...

“Playtime”, 50 anni dopo / Tativille rivisitata

Può accadere che un film riesca a cambiare il nostro modo di vedere le cose? Qualche volta sì. Secondo Wim Wenders, per esempio, il verde dei prati non è più stato lo stesso dopo John Ford. Allo stesso modo, un corridoio di uffici o un ingorgo automobilistico non sembrano più gli stessi dopo Jacques Tati. Fateci caso. Dopo aver visto Playtime, lo sbuffare di una poltroncina in pelle – di quelle che potete trovare nell'anticamera di una banca o di uno studio medico – non avrà più lo stesso suono.      Di Tati è stato detto (talvolta un po' a sproposito) che ha insegnato agli spettatori a “vedere” meglio, ad “ascoltare” meglio. Per questo ha girato Playtime su pellicola 70 mm; per questo ha registrato rumori e dialoghi su più piste sonore. Per godere davvero questa bal(l)ade di un gruppo di turiste americane e di un buffo everyman in soprabito grigio, bisognerebbe rivederla più volte (secondo Noël Burch, addirittura «da più distanze diverse»), prestando attenzione a ogni dettaglio della scenografia, a ogni rumore, a ogni azione.   Spettatori e critici non erano preparati a tanto (e c'è da domandarsi in quanti lo siano oggi). Così, quando il 16 dicembre 1967...