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Tradizione

(584 risultati)

L'attività letteraria come parassitismo / Rileggere oggi il processo Brodskij

«Qui da noi [in Unione Sovietica] tutti lavorano. Come ha potuto oziare per così tanto tempo?» «Lei non considera il mio lavoro come tale. Scrivevo versi, per me è un lavoro.»   La trascrizione del processo a Iosif Brodskij è una piccola miniera di temi su cui riflettere. Oltre alla questione del rapporto tra letteratura e potere, che è sempre stato il punto focale del caso giudiziario che fece scalpore anche in Occidente, un altro aspetto chiave del processo appare attuale: la considerazione dell'attività letteraria da parte della società.    Nel 1964 il ventiquattrenne Iosif Brodskij veniva esiliato da Leningrado per cinque anni con l'accusa di parassitismo e di perniciosa influenza sulla gioventù. Al giovane ebreo, che avrebbe poi scontato solo un anno e mezzo della pena, veniva contestato di aver cambiato tredici mestieri nell'arco di meno di dieci anni e di aver passato lunghi periodi senza lavorare. Della sua inattività, ritenuta addirittura più grave dei versi antisovietici, antipatriottici, decadenti e diseducativi, vennero portate delle prove, accompagnate dalla richiesta di spiegare come egli potesse vivere con i magri guadagni derivanti dall'attività...

Reiner Stach, “Questo è Kafka?” / Il gabinetto delle meraviglie del dottor K.

In fondo, l'avevamo sempre saputo. Il 2 luglio 1913, Kafka annota sul proprio diario «la passione e l'entusiasmo con cui ho recitato una scena di film comico alle mie sorelle nella stanza da bagno». Possibile? Kafka spettatore di film comici? Di più: Kafka – l'austero Kafka, il minaccioso, enigmatico Kafka – che mima una gag da slapstick comedy per la gioia delle sorelle... nel bagno di casa? Riesco quasi a immaginarlo piroettare da una parte all'altra della stanza, mulinando l'aria con le braccia, mentre con le smorfie del volto dà vita a tutti i personaggi; e alla fine, terminata la pantomima, capitombola giù per terra, esausto, fra le risate e gli applausi delle sorelle entusiaste.    «Perché non sono mai capace di far questo davanti agli estranei?», si rammarica qualche riga più sotto. La verità è che ci riusciva fin troppo bene. «Sono noto per le mie grandi risate», scrive Kafka a Felice Bauer, in una lettera dello stesso periodo, «persino durante un incontro solenne con il nostro presidente – sono trascorsi ormai due anni, ma nell'Istituto la leggenda mi sopravviverà». La situazione è da comica finale. Gli ingredienti ci sono tutti: l'Autorità in tutta la sua...

Nel nome dei padri / La consolazione degli Appennini

Tra le tante immagini di dolore e impotenza che sono state il racconto sull'infinito terremoto dell'Appennino, poche sono state le immagini di consolazione che sono riuscite ad andare oltre la commozione e oltre il salvataggio di esseri umani. Poche cioè sono state le immagini che potessero restituire agli spettatori un senso, un qualche ordine al destino di popolazioni travolte dalla coincidenza del terremoto e di nevicate come da decenni non si vivevano. Tra quelle, forse solo l'ostinazione, la forza e il coraggio degli allevatori – che contro una natura e un destino avverso abbiamo visto aggrappati alla terra e ai propri animali. Forse sono state quelle immagini la consolazione e al tempo stesso un'occasione di riflessione. Quegli allevatori hanno infatti resistito con una volontà e una coerenza che sembravano dovute sì alla sopravvivenza, ma anche a un qualche sentimento ecologico, a un senso di appartenenza e del dovere, al rispetto di se stessi e del proprio lavoro, alle tradizioni, alla memoria che tiene insieme la vita di oggi e di ieri.    Quel non arrendersi degli allevatori fin da subito è sembrato qualcosa che "dava senso", che andava ben oltre gli interessi...

“I due orfanelli”, 1947 / Un maestro di disobbedienza

  Nelle prime ore del 15 aprile 1967, moriva improvvisamente il principe Antonio Focas Flavio Angelo Ducas Comneno de Curtis di Bisanzio, in arte Totò. Da quella notte sono passati cinquant'anni, ma la sua figura è più viva che mai nell'immaginario collettivo. Affrontarla significa raccontare una porzione consistente della cultura nazionale, sia “bassa” che “alta”, dal ventennio fascista ai prodromi del '68; ma significa anche, dietro le risate, domandarsi quanto sia ancora in grado di parlare a noi (ma soprattutto di noi), spettatori italiani d'oggi. In occasione di questo anniversario, Doppiozero ha deciso di dedicare a Totò uno speciale in più parti, nel quale le testimonianze d'epoca verranno affiancate alle parole dei nostri collaboratori, ciascuno alle prese con una sequenza, un'immagine o una battuta tratte dagli oltre novanta film interpretati dal grande comico napoletano. Per restituire un ritratto a più voci di un artista rivelatosi, nell'arco di mezzo secolo, davvero inesauribile. Come ogni vero classico.   Penso a Totò tutti i giorni, o quasi. Ci penso quando sono malinconico, ci penso quando sono allegro. Degli attori si dice che restano tra noi in...

La letteratura come volontà di potenza / Da Napoleone a Goebbels

Goebbels a comizio.    «Quando sento la parola cultura metto mano alla pistola». Dei tanti slogan ominosi del Secolo breve è questo, forse, il più rivelatorio. Non è un caso che, proprio commentando questa frase, uno degli intellettuali più brillanti e provocatori del nostro tempo, Boris Groys, abbia spiegato come certe dinamiche del potere culturale mutuino, più o meno simbolicamente, la volontà di potenza (o di sopravvivenza) del potere tout court – quello politico. Ricorda Groys come «Goebbels si sia sforzato soprattutto per ottenere un successo da scrittore. Per lui fucilare la gente era una deviazione per raggiungere un successo letterario». La frase in questione, secondo Groys, «esprime una reazione alla pretesa scandalosa della cultura, supponendo che tale pretesa provenga da una istituzione reale, da una reale istanza di potere. Ed è per questo che tale istanza dev’essere eliminata». E il fatto che oggi tutti ricordiamo questa frase – secondo il critico d’arte e filosofo russo, da tempo trapiantato in Germania – dimostrerebbe paradossalmente che Goebbels, scrittore fallito, ha ottenuto infine il successo cui tanto aspirava.   Un successo davvero...

Sindaca, chirurga e pure ministra / Il genere effettivo e quello percepito

“Sindaca”? Certo! “Chirurga”? E perché no? “Ministra”? Ci mancherebbe. Anche “ingegnera” e tutto ciò che, oggi, “ditta il core” e impongono le sensibilità che, a dirle nuove, fa ormai ridere. Perché di sensibilità si tratta e di fatti di una categoria linguistica che si vorrebbe qui chiamare genere percepito, per provare a distinguerlo dal genere effettivo. Senza pretesa di scienza, naturalmente. Solo perché chi vuole provi a chiarirsi un po’ le idee, nel proprio foro interiore. Molti fenomeni della società si presentano del resto sotto tale duplice aspetto. E il percepito, che è un fatto, con una sua natura peculiare, oscura sovente l’effettivo. Per cogliere il secondo, che è anch’esso un fatto, serve dunque un punto di vista più freddo, più lontano.   Esemplare è il caso di “uomo”. Per indicare in modo generale la “nostra riverita specie” (parole di Manzoni), dire “l’uomo” non tanto non si può, quanto non usa più. Si ricorre così a “l’essere umano”: una perifrasi. Detto a margine, sembra questo il destino ineluttabile dell’eufemismo: la prolissità. La misura è ovviamente opportuna. Per via di una regolarità rigorosa e infrangibile, “essere (umano)” non manca tuttavia di un...

Nanni Balestrini, l’opera al nero – e a colori

Paul Klee, Angelus Novus.   L’angelo della storia vola ad ali dispiegate, sospinto da una bufera. Questa bufera lo spinge inarrestabilmente nel futuro, a cui egli volge le spalle, mentre verso il cielo cresce il cumulo delle macerie davanti a lui: che, da quelle macerie, non può distogliere gli occhi spalancati. L’immagine della Nona Tesi Sul concetto di storia di Benjamin è abusata, certo, ma in pochi casi come questo pare adeguata a rendere l’insieme di vorticoso movimento energetico, e lancinante fissità orrorosa, che restituisce l’opera di Nanni Balestrini. Il quale del resto aveva scelto un emblema aereo, verso la metà degli anni Settanta, quale propria allegorica controfigura poetica: la signorina Richmond, androgino e astratto auto-travestimento, è insieme la Poesia e la Rivoluzione. Screziata bellezza cangiante, anzi (con altro montalismo) «iridescente», come si legge nella Descrizione superficiale della signorina Richmond – prima delle «Ballate» che ne cantano le gesta – il «piccolo gioiello alato» si riveste di tutti i colori: «sta quasi sempre nascosta e vola raramente / data la sua natura timida e solitaria / spicca per la bellezza dei colori delle sue piume /...

Conversazione con Alberto Anile / Totò. Un comico per tutte le stagioni

  Nelle prime ore del 15 aprile 1967, moriva improvvisamente il principe Antonio Focas Flavio Angelo Ducas Comneno de Curtis di Bisanzio, in arte Totò. Da quella notte sono passati cinquant'anni, ma la sua figura è più viva che mai nell'immaginario collettivo. Affrontarla significa  raccontare una porzione consistente della cultura nazionale, sia “bassa” che “alta”, dal ventennio fascista ai prodromi del '68; ma significa anche, dietro le risate, domandarsi quanto sia ancora in grado di parlare a noi (ma soprattutto di noi), spettatori italiani d'oggi. In occasione di questo anniversario, Doppiozero ha deciso di dedicare a Totò uno speciale in più parti, nel quale le testimonianze d'epoca verranno affiancate alle parole dei nostri collaboratori, ciascuno alle prese con una sequenza, un'immagine o una battuta tratte dagli oltre novanta film interpretati dal grande comico napoletano. Per restituire un ritratto a più voci di un artista rivelatosi, nell'arco di mezzo secolo, davvero inesauribile. Come ogni vero classico.       Su Antonio de Curtis è stato detto e pubblicato di tutto. Non si contano gli articoli, le memorie, i saggi dedicati al Principe, alla...

Ogni incontro una liberazione / Gesù e le donne

Si racconta di un padre del deserto che, mentre camminava con i suoi discepoli, vide avvicinarglisi una madre del deserto insieme alle sue discepole, allora gridò a gran voce: Presto figlioli allontaniamoci perché ci sono delle donne! Al che la madre, gli gridò a sua volta: Se tu avessi compiuto anche un solo passo nella via giusta, non ti saresti neppure accorto che siamo donne! Lo sguardo di quel sant'uomo era lo sguardo chiaramente distorto e umiliante di chi proprio non riesce a vedere nella donna un aiuto che gli corrisponde (cfr. Gen 2) e lo fronteggia, occhi negli occhi, da pari a pari.  Lo stesso sguardo persiste ancora oggi, nella nostra società e nella nostra Chiesa, continuando a ferire e mortificare. Infatti, di tutte le iniquità, di tutte le forme di razzismo, quella dell'uomo nei confronti della donna è la più antica e, sembrerebbe, la più tenace. Eppure questo "schema d'ingiustizia planetaria [contro le donne] che non conosce stagioni" né confini, è stato scardinato da Gesù di Nazaret, come afferma Enzo Bianchi priore della Comunità di Bose, teologo e consultore del Pontificio Consiglio per la promozione dell'unità dei cristiani, nel suo saggio Gesù e le donne...

Tre mostre / Genius Loci

Il Genius Loci, lo spirito del luogo, è un filo rosso che nell’arte novecentesca permette di raccontare panorami complessi, articolati, spesso sorprendenti. A Venezia, nel gelo di questo gennaio alla Brueghel, due mostre, a diverso titolo importanti, danno conto di due episodi delle arti nella città, nel corso del secolo breve. Al Museo Fortuny, che mantiene intatto il fascino di cornice d’eccezione per i mondi tra simbolismo e cosmopoli tra ‘800 e ‘900, secondo la felice intuizione di Daniela Ferretti, che negli ultimi anni ha creato importanti eventi intorno ai pittori ispirati da Richard Wagner, sulla Marchesa Casati, su Romaine Brooks e Henriette Fortuny, arriva una notevole esposizione dedicata a La Bottega Cadorin (accompagnato da un ricco catalogo, a cura della stessa Ferretti, pubblicato da Antiga Edizioni). Per questa occasione la padrona di casa cede la curatela a Jean Clair, estimatore di antica data di Guido Cadorin, a cui aveva dedicato uno scritto appassionato già nel 1988, rivisitando la paradossale vicenda dell’Hotel Ambasciatori a Roma, dove nelle sale da pranzo l’artista aveva ritratto in un magnifico affresco la high society di quel tempo, proseguendo l’...

La guerra senza la storia / Ungaretti. La parola che scaturisce dal nulla

Cento anni fa, giusto in questi giorni, venivano recapitate a sceltissimi destinatari le poche decine di copie della prima raccolta poetica di Giuseppe Ungaretti, stampata a Udine nel dicembre 1916. Almeno per quanto riguarda gli anniversari letterari, l’anno appena trascorso è stato generoso: il quinto centenario sia della pubblicazione del Furioso, sia del libro di Tommaso Moro che di lì a poco si sarebbe chiamato Utopia; il quarto centenario della scomparsa di autori del calibro di Cervantes e Shakespeare; il primo della pubblicazione di A Portrait of the Artist as a Young Man di James Joyce e, come s’è detto, dell’ungarettiano Porto sepolto.    Nel firmamento della poesia italiana novecentesca la stella di Ungaretti brilla meno fulgida di qualche decennio fa, ma la novità di quel libro fu davvero dirompente. Il porto sepolto appartiene alla esigua schiera delle opere che segnano uno spartiacque, distinguendo un prima da un poi. Provate a leggere – che so – la prima strofa dell’Amica di Nonna Speranza, e poi un componimento a caso, ad apertura di pagina, di quel primo Ungaretti. Due universi separati. La poesia di Gozzano sorge all’interno di un mondo...

Archeologia. Il passato nel presente / Non esistono culture pure

Che cos’è l’archeologia? Che ruolo ha nell’immaginario dei cittadini europei e, in generale, nell’Europa contemporanea? A queste domande tenta di dare risposta la mostra “Archaeology&ME - Pensare l’archeologia nell’Europa contemporanea” allestita presso il Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo (fino al 23 aprile 2017). L’esposizione è inserita nel Progetto NEARCH “New Scenarios for a community-involved Archeology – Nuovi scenari per un’archeologia partecipativa”, un network di cooperazione a livello europeo, ed è  articolata in due sezioni. La prima, “Archeologia secondo me”, è un concorso per i cittadini europei che esplora i cambiamenti in atto  nel mondo dell’archeologia, coinvolgendo in modo interattivo il pubblico. La seconda, “Il passato nel presente”, esprime il punto di vista degli archeologi.  Alle due sezioni si aggiunge “Archaeology&ME a Palazzo Massimo”, una sezione diffusa costituita dalla collezione permanente del Museo Nazionale Romano, che il curatore della mostra invita a ri-considerare attraverso i temi affrontati.   Collana in oro con chrismòn, fine IV– metà V secolo d.C. Museo Nazionale Romano - Palazzo Massimo.   Nella...

Son qui tra le tue braccia ancor avvinta come l’edera / L’ellera e i suoi corimbi

«Son qui tra le tue braccia ancor avvinta come l’edera» cantava Nilla Pizzi a Sanremo nel 1958. Quell’anno, la beguine dell’amore femminile devoto e succubo venne surclassata dal fenomeno Domenico Modugno con Nel blu dipinto di blu. Da allora la musica pop non fu più la stessa. Fu il segno di una virata del gusto estetico e del costume nazionale.  L’abusata similitudine tra la lianosa sempreverde che si abbarbica al fusto robusto di un albero e la donna schiava d’amore, bisognosa di appoggio, è luogo comune, antico ma logoro, che vuol essere rinnovato. O se non altro rovesciato come ci suggerisce Pablo Neruda in questi versi tratti dal quinto dei 20 poemas de amor y una canción desesperada:     Para que tú me oigas mis palabras se adelgazan a veces como las huellas de las gaviotas en las playas.   Collar, cascabel ebrio para tus manos suaves como las uvas.   Y las miro lejanas mis palabras. Más que mías son tuyas. Van trepando en mi viejo dolor como las yedras.   Ellas trepan así por las paredes húmedas. Eres tú la culpable de este juego sangriento.   ***   Perché tu mi oda le mie parole a volte si assottigliano come le orme dei gabbiani...

“Una nota di mestizia” / Luigi Tenco 50 anni dopo

"Signore e signori, buona sera. Diamo inizio alla seconda serata con una nota di mestizia per il triste evento che ha colpito un valoroso rappresentante del mondo della canzone. Anche questa sera, per presentare le canzoni, è con me Renata Mauro. Allora, Renata, chi è il primo cantante di questa sera?"  28 gennaio 1967, ore 21. Me lo ricordo bene (avevo 17 anni) Mike Bongiorno che introduce la seconda serata del Festival. La notte prima, Luigi Tenco si era ucciso. La sua morte aveva colpito tutti, naturalmente, e ancora oggi il fatto che la manifestazione abbia fatto il suo corso dopo tre parole di circostanza continua a sembrarci un’enormità; ma in quegli anni – diciamolo – quasi nessun italiano si aspettava che la festa si interrompesse. Fermare Sanremo? Sarebbe come spianare il Monte Bianco. Siamo davanti alla tele (primo canale RAI, bianco e nero, cassone RadioMarelli, finto legno e bachelite) e seguiamo la gara.  A distanza di mezzo secolo, quegli eventi hanno assunto – com’era forse inevitabile – un’aura di leggenda: da una parte la canzonetta sdolcinata e retriva, dall’altra la canzone “d’autore”, intransigente e pura, col suo primo martire.    Sfatare...

Intervista a David Sax. La rivincita del digitale / Abbiamo ancora bisogno degli oggetti

Giradischi, vinili, musicassette, cd, mp3, ipod, streaming e poi…giradischi e vinili. Di nuovo. Nel 2016 nel Regno Unito si sono venduti così tanti vinili come non accadeva dal 1991. Le magnifiche sorti e progressive dell’ebook sembrano essersi arenate da tempo e il 72,2% delle vendite di libri nuovi in Italia, secondo l’ultimo rapporto AIE, avviene in librerie fisiche (grandi catene o indipendenti) e non online (solo il 13,9% del mercato totale arriva da qui). Cosa sta succedendo? Ci siamo convertiti in luddisti pronti ad abbandonare il progresso? Ne abbiamo abbastanza dei nostri smartphone? Oppure dopo la sbronza digitale stiamo cercando con fatica di trovare un nuovo equilibrio? David Sax, giornalista canadese, si è posto queste domande nel suo ultimo libro, The revenge of the analog (La Rivincita dell’analogico, non ancora edito in Italia) . Tanto da arrivare a parlare di economia post-digitale.     Signor Sax, cosa vuol dire che stiamo vivendo in un’economia post-digitale?    Il digitale ormai è la norma, non c’è più nulla di nuovo: abbiamo i computer da trent’anni, internet da venti, gli smartphone da dieci. Quello che io chiamo “Rivincita dell...

Un verso, la poesia su doppiozero / Erano i capei d’oro a l’aura sparsi

Ci sono alcuni versi, in tutte le lingue, che sembrano vivere di luce propria. E sembrano compendiare nel loro breve respiro la vita del prisma cui appartengono: frammenti che raccolgono e custodiscono nel loro scrigno, integro, il suonosenso della poesia dalla quale provengono. Con un solo verso un poeta può mostrare il doppio nodo che lo lega al proprio tempo e al tempo che non c’è, all’accadere e all’impossibile. In un verso, in un solo verso, un poeta può rivelare il suo sguardo, in grado di rivolgersi all’enigma che è il proprio cielo interiore e al movimento delle costellazioni, alla lingua del sentire e del patire di cui diceva Leopardi e all’alfabeto degli astri di cui diceva Mallarmé. Un verso, un solo verso, può essere il cristallo in cui si specchiano gli altri versi che compongono un testo. Per questo da un verso, da un solo verso, possiamo muovere all’ascolto dell’intera poesia.   Erano i capei d’oro a l’aura sparsi. Il verso, molto noto, apre il sonetto XC del Canzoniere di Petrarca. Un sigillo e quasi un’impresa della poesia petrarchesca: il verbo sdrucciolo d’avvio – erano – che dispone l’immagine in un tempo imperfetto, allontanando quel che è rappresentato...

Storia letteratura e luoghi / Viaggio nei luoghi del Gattopardo

Il primo viaggio è mentale. Una circumnavigazione nel pensiero di un principe decaduto come aristocratico ma abilissimo nella costruzione di architetture romanzesche. Giuseppe Tomasi di Lampedusa è al crepuscolo della sua esistenza ma la vitalità della letteratura lo sostiene, nella Palermo della seconda metà degli anni Cinquanta, e ne alimenta le forze fino a quando scrive la parola fine al suo romanzo, Il Gattopardo, pubblicato postumo da Feltrinelli dopo il celebre rifiuto di Elio Vittorini per Einaudi e Mondadori.    Giuseppe Tomasi, premiotomasidilampedusa.it   Un simile viaggio nel pensiero del Principe lo compie Maria Antonietta Ferraloro. Già autrice nel 2014 di Tomasi di Lampedusa e i luoghi del Gattopardo, finalista al premio Brancati, la studiosa siciliana pubblica nel mese di gennaio L’opera-orologio. Saggi sul Gattopardo, sempre per Pacini Editore, mentre si avvicina l’anniversario della morte dello scrittore, avvenuta il 23 luglio 1957.    L'opera-orologio di M.T. Ferraloro.   Nel primo libro, al centro della riflessione era la permanenza di Tomasi di Lampedusa a Ficarra, un paese sui Nebrodi, nell’estate del 1943, tra lo sbarco degli...

L’orso

Io, dell’orso, non so alcunché. Ho letto un libro interessante, quello di Bernd Brunner (Uomini e orsi), ho visto qualche film dove gli è riservata una parte anche cospicua (nitida è almeno la scena madre di The revenant), ma non posso dire di conoscerlo, neanche alla lontana. Il problema è che io, come tutti, di orsi veri ne ho visti pochi, anzi pochissimi. Qualcuno al circo impegnato in neghittosi esercizi a sfondo comico (c’era anche un orso col cappellino in testa, uno di quelli delle feste sceme o degli scemi in festa?), altri osservati mentre si trascinavano stancamente per la loro buca al parco zoo delle Cornelle, vicino a Bergamo. Basta. Non ho altri elementi, anche perché non reggo i documentari naturalistici, che sono sempre eccessivamente didattici, noiosamente inclini a farti rientrare nelle asfittiche dimensioni dell’aula e nel mortifero clima delle interrogazioni (e se le immagini sparissero e comparisse il “docente” e mi chiedesse di riassumere quello che ho appena visto?). Perché mi sia venuto in mente di scrivere dell’orso, non è per nulla agevole da spiegare. Vado per tentativi, anzi, tutto quanto si legge qui di seguito è solo un esercizio di decifrazione di...

Freak Antoni intervista lo scrittore / Celati, Heidegger e i Beatles

Piacenza, 30 aprile 1979   Freak Antoni: A me interessa il rock come vertigine, la vertigine del rock. Quanti tipi di vertigine esistono? E la vertigine dei Beatles? Potresti parlarmi di questo? Mi faresti un piacere, grazie. Gianni Celati: Mah io non so cosa dire … senti, non potrei parlarti invece della filosofia di Heidegger? che lì sono preparato e ti dico delle cose intelligenti. Dài, fammi parlare di Heidegger … FA: È un cantante? GC: Era un grande filosofo! Senti potrei parlarti del rapporto tra la filosofia di Heidegger e le canzoni dei Beatles, ti va? FA: Si conoscevano? GC: Macché, è lì il punto interessante. FA: Spiegami … GC: Ascolta. Una delle cose che diceva Heidegger è che ci sono esperienze autentiche ed esperienze inautentiche. Le esperienze inautentiche sono quelle tutte mischiate con presupposizioni, cose ideologiche mettiamo, insomma che non arrivano a beccare il fatto dell’Essere … FA: Il fatto del cosa? GC: Lasciamo perdere. Le esperienze inautentiche: per esempio un modo di parlare inautentico è quello che lui …  FA: Heidegger? GC: Heidegger, si chiamava … bello però high digger; eh, magari anche lui era un digger, dig it? no, a pensarci bene non...

E, signori miei, che gran lettura! / I Falsari di André Gide (e i loro lettori contemporanei)

«Ahimè! vedo che la realtà non vi interessa». «Sì» disse Edouard, «ma mi imbarazza». «Peccato», disse ancora Bernard.   Del mio appuntamento con I falsari di Andrè Gide oramai pensavo soltanto di averlo mancato del tutto. Si può capire, più di trent’anni dopo. A parlarmene era stata una compagna di studi universitari e il suo racconto dei livelli di lettura (romanzo, diari nel romanzo, diari fuori dal romanzo...) aveva impegnato le ore di una di quelle conversazioni potenzialmente interminabili, in cui sublimare chissà cosa, che poi alla fine sono il vero e unico rimpianto che si possa provare di quell’età sgraziata (o selvaggiamente aggraziata). Avevo acquistato poco dopo l’edizione nei tascabili Bompiani, in due volumetti con un precario cofanetto di cartoncino leggero (mi pare di ricordare). Al primo tentativo di lettura, le parole di Gide non mi riportarono però l’incanto che ne provava la mia compagna, né furono tali da suscitare un incanto propriamente mio. Rimase un nulla di fatto, cioè di letto: un lento oblio in cui i due volumetti affogarono, nell’allargamento progressivo della mia libreria personale, senza che nei decenni mai una volta, ripassandone gli scaffali...

Alimentazione / Cibo pornografico

I significati espressi dall’alimentazione all’interno delle società occidentali sono stati interpretati in passato soprattutto dall’antropologo Claude Lévi-Strauss, il quale ha messo in evidenza come i comportamenti e le abitudini alimentari producano senso e coesione per il vivere sociale e si basino su un’opposizione fondamentale: quella tra il concetto di crudo e quello di cotto. Tale opposizione, a sua volta, rimanda a quella tra natura e cultura. Vale a dire che, secondo quest’interpretazione, il passaggio dal crudo al cotto ha coinciso con un processo di crescita del livello di civiltà. Per Lévi-Strauss, inoltre, l’alimentazione può essere considerata come un linguaggio dotato di una precisa struttura. Un linguaggio costituito da regole d’esclusione (tabù alimentari), da opposizioni significanti (salato/dolce, ecc.), da norme d’associazione simultanea (al livello di un piatto) oppure successiva (al livello di un menu) e da modelli d’uso. Ma le scelte effettuate dagli individui nell’ambito alimentare rendono possibile lo svolgimento anche di quella funzione di differenziazione sociale su cui è fondata ogni società. Quella funzione cioè che mantiene viva la conflittualità...

Che il cavallo viva in noi! / Passioni equine

Obtorto collo   Cosa ne sarebbe dell’opera di Maurizio Cattelan senza la tassidermia? Difficile immaginarlo: l’artista si è servito di animali «naturalizzati» lungo tutto l’arco della sua carriera, dallo scoiattolo che, in un improvviso blues, si toglie la vita in cucina (Bidibibodibiboo, 1996) ai duecento piccioni che infestarono il padiglione italiano della Biennale di Venezia (Turisti, 1997). In questo pantheon animale, un posto d’onore spetta al cavallo, da quando fu appeso al soffitto, sopra la testa dei visitatori, stretto in un’imbracatura di cuoio (Trotsky, 1997). Una volta liberatosi, se così possiamo ricostruire quanto seguì, il cavallo si mise a correre all’impazzata all’interno delle sale d’esposizione in cerca di una via di fuga, finché spiccò un salto per oltrepassare un ostacolo bianco. Peccato che si trattava di una parete, contro la quale sbatte il muso, restando sospeso a mezz’aria (Untitled, 2007). Il risultato è un cavallo acefalo che pende dal muro come un trofeo di caccia, la testa sostituita dalla coda e dal crinale.    Ormai disteso sul pavimento, con un cartello conficcato nell’addome con la scritta INRI (Untitled – I.N.R.I., 2009), tornò a...

Un poeta in lotta con la materia / Con Ariosto, senza Calvino

Chi è Ludovico Ariosto, del cui capolavoro, l’Orlando furioso, si è celebrato quest’anno il cinquecentenario con un’incredibile serie di eventi, convegni, spettacoli e mostre? Per molti Ariosto, o ‘l’Ariosto’, come preferiscono alcuni che così ne hanno imparato il nome sui manuali di scuola, è quasi uno pseudonimo di Italo Calvino. Sì, perché Calvino è il filtro attraverso cui ancora molti, intellettuali o semplici curiosi, leggono il poema ariostesco, che Calvino raccontò a un pubblico medio-colto con una mirabile operazione letteraria ed editoriale in apertura degli anni Settanta. Prendersela con Calvino sembra che sia diventato uno sport letterario, dopo una generazione cresciuta alla sua ombra: ‘se l’ha detto Calvino’, era il mantra di professori e studenti tra gli anni Ottanta e Novanta. A chi ha avuto maestri soffocanti capita di sbarazzarsene con la stessa facilità con cui li aveva un tempo adorati.    Eppure, nel caso di Ariosto, Calvino è responsabile di una tale calvinizzazione che non si può restare indifferenti. Ariosto è per la maggior parte dei lettori, chi ne ha letto un po’ e chi ne ha letto tanto, il poeta della fantasia senza briglie, dell’inesauribile...

Prima venne l'Epifania / La Befana

Il nome della Befana e l'Epifania   È normale che i nomi vengano dopo le cose. Al principio infatti sono le cose, cose naturali che ancora non si chiamano però, e solo in seguito vengono i nomi che ad esse sono, dagli uomini, assegnati: nomi comuni: montagna, pecora, ragazzo, e nomi propri: Monte Bianco, Dolly, Giovanni. Nel libro biblico della Genesi il Dio creatore assegna ad Adamo il compito di dare i nomi alle cose: in qualunque modo le avesse chiamate, «quello doveva essere il loro nome» (Gn 2,20). E così fu sancito, tra il resto, il principio di possesso e sfruttamento della natura da parte dell'uomo. Uscendo dalla mitologia per entrare nella storia, l'uomo, divenuto nella arguta definizione di Max Frisch homo faber, cominciò a fabbricare cose artificiali, o manufatti, e a dar loro nomi: clava, tavola, sedia, cucchiaio. E dopo essersi evoluto nientemeno che in homo sapiens sapiens, il nostro eroe scoprì e inventò sempre nuove realtà e nuove forme, continuando a dar loro nomi, dalla «vitamina» o ammina della vita alla «poubelle», la pattumiera, dal nome del prefetto di Parigi che nel 1883 uniformò i recipienti per la raccolta dei rifiuti legando ad essi per sempre il...