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Disincanto / Il lieto fine di Michael Haneke

Quando mesi fa è iniziata a circolare la notizia che il nuovo film di Michael Haneke sarebbe stato una storia ambientata tra i migranti di Calais e che si sarebbe chiamato Happy End non si poteva non pensare a un’astuta forma di presa in giro. Temi sociali e finali accomodanti sono forse due tra le cose più lontane che si possa immaginare appartengano all’universo filmico di Haneke. E infatti anche questo Happy End – sorta di sintesi filosofica del pensiero del registra austriaco – non fa eccezione. Il film inizia con delle stranissime immagini di pessima qualità riprese da uno smartphone da parte di quella che scopriremo essere una delle protagoniste del film, l’adolescente Eve: vediamo la madre che si lava i denti e che va in bagno e la figlia che la riprende commentando la stanca routine del genitore con cinismo e distacco; poi vediamo un criceto in gabbia a cui Eve somministra dei medicinali che lo fanno rimanere stecchito; e infine la madre – sempre filtrata attraverso uno smartphone – “finalmente zittita” a causa di un avvelenamento, sdraiata su un divano con la figlia che commenta: “ora chiamo un’ambulanza”. È uno sguardo quello del mondo dello smartphone di Eve che non...

Figure prossime e aliene / Foreign fighters

L'espressione foreign fighters è da qualche tempo piuttosto chiacchierata, evoca un fenomeno nuovo, si dice, e allarmante. Di per sé, tuttavia, niente di più antico dello straniero che allarma, specie se tiene le armi in pugno, clave, sciabole o kalashnikov. Esso non ha alcun legame, culturale o sentimentale, con noi, e può dunque risultare spietato come una belva anche verso i più inermi, donne o bambini per esempio. La presenza di combattenti stranieri ha dato luogo agli originali modelli del raid e dell'anabasi in terre lontane. Il primo con Giasone, che comandando il ristretto gruppo degli Argonauti sottrae il vello d'oro nella Colchide; il secondo con i guerrieri greci al servizio di Ciro, che cerca di spodestare il fratello maggiore dal trono di Persia. Entrambi i poemi epici – Argonautiche di Apollonio Rodio e Anabasi di Senofonte – sono modelli d'andata in un territorio nemico dalle forze preponderanti e di ritorno in patria; sono per altro verso profondamente differenti, perché il primo consta di un rapido colpo di mano compiuto da pochi, mentre il secondo trova la sua gloria con una lunghissima ritirata in armi.    Detto ciò, i foreign fighters di oggi che ci...

Fantascienza sino-giapponese in Italia / FantAsia

La fantascienza sino-giapponese è un oceano vasto, ricco di mari, insenature, profondità lontane dalla costa. Chi non sa nuotare, chi non conosce le lingue in cui è scritta, vede affiorare sopra il pelo dell'acqua creature mitiche e meravigliose, consapevole che sotto la superficie si cela un intero mondo di testi da esplorare. I rari curatori editoriali e traduttori che offrono versioni italiane sono esploratori generosi, che mettono a disposizione di noi lettori della Penisola i loro vascelli e batiscafi, accompagnandoci alla scoperta di rotte altrimenti inaccessibili. Negli ultimi decenni le traduzioni di fantascienza giapponese e cinese in Italia hanno rappresentato rare e benvenute eccezioni entro uno spazio editoriale dominato dalle traduzioni di autori anglo-americani. In un mercato librario (non solo fantascientifico e non solo italiano) largamente dominato dall'inglese come lingua fonte (si vedano le statistiche dell'Unesco index translatiorum), la scarsità di traduzioni di fantascienza dall'estremo oriente si può ricondurre a una molteplicità di concause specifiche, dagli orizzonti d'attesa che gli editori principali sono ormai abituati a immaginare presso i loro...

Gli animali nella storia del cinema / Bestiale

Il titolo della mostra torinese sugli animali nella storia del cinema colpisce per la sua disarmante immediatezza: ‘bestiale’ non è un aggettivo come gli altri, non indica una qualità del nome a cui si accompagna, ha una sua sonora e potente autonomia, è un’esclamazione che dice stupore, meraviglia, sorpresa ma può anche venire impiegato per indicare un livello estremo di degradazione dell’umano. L’animale, per consolidata tradizione filosofica e dottrina religiosa, almeno fino ad anni recenti, è stato considerato come un essere senziente sprovvisto di logos, quindi inferiore. E proprio perciò lo si è anche considerato come un essere enigmatico, talora pericoloso con cui non è possibile intrattenere una relazione attraverso il linguaggio. Per lo meno non nel modo in cui comunicano gli umani. Ma questo limite si è sempre rivelato un formidabile volano di emozioni e di meraviglie: l’animale, proprio in virtù di tale carenza, comunica in forme diverse: usando il corpo, emettendo suoni che dobbiamo interpretare, esprimendo la sua relazione con noi attraverso lo sguardo.     Questa strana polarità della nostra relazione con il mondo animale, fatta di vicinanza e distanza,...

Sfruttamento / Radio Ghetto

English Version   1540. Lo spagnolo Hernán Cortés rientra in patria portando con sé alcuni esemplari di xitomatl (grande tomatl), pianta integrante della cultura azteca.    Uomini aztechi a un banchetto. Codice fiorentino, tardo XVI secolo.   La pianta viene inizialmente impiegata in Spagna e a Napoli, possedimento spagnolo, per scopi ornamentali in orti e giardini. Pietro Andrea Mattioli (1501-1578), umanista e medico italiano, classifica nel 1544 la specie di Solanum lycopersicum come velenosa, pur ammettendo che in talune regioni i suoi frutti vengano mangiati dopo essere stati fritti nell’olio. Gli alchimisti nel Cinquecento e Seicento gli attribuiscono misteriosi poteri afrodisiaci. È all’amore che fa riferimento la declinazione di nomi che gli vengono attribuiti in diverse lingue europee: love apple in inglese, pomme d’amour in francese, libesapfel in tedesco e pomo d’oro in italiano. Chissà come si dice pomodoro in Chad, Costa d’Avorio, Nigeria, Burkina Faso, Benin, Mali e Senegal? Tamatim? Tomate? Tomati? Kamaate? Tamaate?   Cirio Tomatoes. Always imitated. Never Equalled. 2012 A marzo nelle campagne foggiane ha inizio la semina dei pomodori...

Prevedibili trasgressioni / Iconologie del tatuaggio

Una breve di cronaca ci colpisce. Sembra che in una città italiana di provincia un topo d’appartamenti sia stato beccato dalla polizia grazie a un tatuaggio che ornava la sua gamba destra. Nei mesi estivi svaligiava decine di case a capo coperto ma, dato il caldo, stava in bermuda: e a un certo punto le telecamere di una di queste abitazioni gli hanno inquadrato il polpaccio decorato con un segno, ahilui, indelebile che ha ne permesso il riconoscimento trascinandolo dritto in galera.   Apparentemente banale, come tutti i faits divers, l’accaduto conserva invece tracce residue di antiche credenze e antiche abitudini che pescano nel profondo dell’antropologia umana e sociale. Cozzando un po’ con credenze e abitudini della contemporaneità. Da una parte, ecco confermata l’ideologia stereotipa, di lombrosiana memoria, che associa tatuaggi a malavita. In una società come l’attuale, dove il cosiddetto segno tegumentario è una moda straripante per grandi e piccini di ogni ordine e grado, pura estetica interclassista pressoché priva di significazione, sentire di un ladro tatuato per certi versi commuove. Sa tanto di vintage. Mette le cose a posto: e rassicura. Sembra fra l’altro che...

Il nuovo volume della collana Riga / Primo Levi e Israele

Conoscere il rapporto tra Primo Levi e lo Stato di Israele a prescindere dall’esperienza tragica e pregnante di Auschwitz è impossibile. Quella che Levi stesso ha definito come l’esperienza della sua vita ha modificato certamente l’opinione dello scrittore, senza tuttavia modificarne la sua natura di uomo mite, pacato e riflessivo. È interessante allora analizzare l’evoluzione di tale rapporto alla luce del suo essere un ebreo della Diaspora, sopravvissuto ai campi di concentramento e in virtù degli eventi storici che hanno segnato gli anni Sessanta, Settanta e Ottanta del Novecento.   A partire da tre racconti in particolare del Sistema Periodico: Argon, Zinco e Oro Levi mette in evidenza i primi momenti in cui la componente ebraica ha fatto capolino nella sua vita, designandolo come qualcosa di più rispetto a un italiano, borghese, di professione chimico.  Determinante sarà poi il periodo vissuto nel campo di concentramento di Auschwitz senza il quale non sarebbe emersa in maniera determinante la coscienza divisa che Levi avrebbe finalmente attribuito non solo a se stesso, ma anche alla moderna identità ebraica nella Diaspora come tale. Durante la sua permanenza...

Triennale Milano / Gob Squad e gli altri rivoluzionari

Nella fitta galassia dei teatri milanesi, un polo fa sentire una particolare forza d’attrazione in questa stagione: è il Teatro dell’Arte diretto da Umberto Angelini. Dopo qualche anno di assestamento – dovuto anche alla necessità di integrarsi con il colosso Triennale – oggi il teatro di viale Alemagna (che molti continuano a chiamare Crt) si è imposto come un punto di riferimento per gli spettatori più attenti al nuovo, complice anche la collaborazione con vitali officine creative come Zona K. Il cartellone di quest’anno sembra un vero e proprio corso di aggiornamento sulle tendenze della sperimentazione internazionale: da El Conde de Torrefiel a Agrupación Señor Serrano, da Milo Rau a Amir Reza Koohestani.   Umberto Angelini mostra dunque una evidente predilezione per i linguaggi performativi (che non stupirà chi ricorda il Festival Uovo da lui ideato), ma anche per gli spettacoli radicalmente anti-rappresentativi, che sondano gli scivolosi confini realtà/finzione e il rapporto tra il teatro e gli altri media. Al centro di quasi tutte le ricerche sopra citate si colloca, non a caso, il dialogo tra l’immagine mediata dal video e l’immagine in presenza, in un paradossale...

Manipolazione / Trailer e film: strategie di seduzione cinematografica

Michel Piccoli e Brigitte Bardot snocciolano gli ingredienti uno a uno: ci sono, in ordine di apparizione, la femme, l'homme, l'Italia (con una bella vista di Capri), amanti, pistole, starlette, baci e camere da letto. Il semplice evocare questi stereotipi, mettendoli in fila secondo un ordine preciso, nel caso del trailer del godardiano Le Mépris (1963), sorta di grado zero di ogni trailer degno di questo nome, basterà a rendere l'idea. Le situazioni e i personaggi elencati, infatti, vanno a costituire un filo rosso che funziona, a tutti gli effetti, come una promessa. E proprio ai tanti fili rossi chiamati in causa dai trailer cinematografici che, di volta in volta, su Internet o in televisione, al cinema come alla radio, si contendono la nostra attenzione è dedicato il nuovo Trailer e film. Strategie di seduzione cinematografica nel dialogo tra i due testi di Martina Federico, pubblicato per i tipi di Mimesis.    L'idea alla base del libro è molto semiotica: i trailer vengono dati per scontati, considerati alla stregua di testi promozionali da tenere ben distinti dalla "vera arte" rappresentata dal film e, pertanto, non meritevoli di attenzione critica. Portatore...

Questione “Weinstein” / Chi scrive è un maschio

Chi scrive è un maschio, bianco, occidentale, anzi peggio, europeo, non indigeno, non appartenente a fedi religiose orientali, di mezza età, single, con un’educazione occidentale, anzi classica, – che altro devo dire per anticipare con i distinguo le classificazioni bio-politiche senza le quali non ho diritto a parlare di questa faccenda? – ho varie tessere, arci, feltrinelli, amici della musica, palestra e piscina, sono abbonato ad alcuni quotidiani cartacei e online oltre che alla metro milanese.   Ecco la tiritera delle appartenenze che mi rendono inadeguato a parlare di cose che hanno a che fare con l’affettività e con il sesso. Ancora una volta Simone De Beauvoir, che sostiene che non esistono uomini capaci di parlare di se stessi come appartenenti a un sesso. Ho scritto sulla questione una risposta proprio alla De Beauvoir in forma di libro, Modi Bruschi, antropologia del maschio (Eleuthera) e un altro qualche anno dopo Il punto G dell’uomo, desiderio al maschile (Nottetempo).   Eppure nella contingenza post-weinstein, com’è stata battezzata, ho molto ritegno a parlare. Ho dietro le spalle una vita affettiva e sessuale di quattro decadi e quindi sono a rischio...

Di cosa parliamo quando parliamo di scuola neoliberista / Christian Raimo. Tutti i banchi sono uguali

Criticando i programmi di ‘educazione compensatoria’ apparsi nel secondo dopoguerra con l’obiettivo di sostenere gli studenti ‘culturalmente deprivati’ attraverso interventi di ‘arricchimento culturale’, il sociologo dell’educazione britannico Basil Bernstein titolava un suo articolo apparso sulla rivista New Society in questo modo: Education cannot compensate for society. La sua posizione può essere sintetizzata all’estremo in due punti. Uno. I promotori di questi programmi sorvolano sul fatto che gli studenti considerati ‘deficitari’ frequentano spesso scuole incapaci di garantire loro un ambiente d’apprendimento paragonabile a quello di cui possono godere gli studenti provenienti dai ceti più abbienti. Due. Questi programmi assumono che l’uso della lingua e della cultura dei ceti dominanti sia l’unico criterio valido per valutare gli studenti. Bernstein, e con lui Michael Young – a cui si deve l’invenzione del termine ‘meritocrazia’ con cui titolava un suo saggio satirico-distopico, nel 1958 –, così come Pierre Bourdieu in Francia, sollecitavano dunque a ragionare sulle disuguaglianze di istruzione attraverso una riflessione sui modi attraverso cui le strutture sociali...

La presa del Palazzo / Artisti contemporanei al Quirinale

Mi colpisce che i pezzi che vado scrivendo sugli artisti, su Alias, inizino con la menzione della città visitata: come fossi un inviato speciale in terra straniera. Perché tale sono, per costituzione, a scrivere del “mondo dell’arte”: con la speranza – o l’illusione – di recarvi lo sguardo impregiudicato, da outsider, del Persiano di Montesquieu. Imperdibile, allora, la mostra curata da Anna Mattirolo (Da io a noi. La città senza confini, fino al 17 dicembre) al Quirinale, per la Direzione generale arte e architettura contemporanee e Periferie urbane del MIBACT. Per almeno due ragioni: la prima, che vale per tutti, è che in assoluto è la prima volta, questa, che uno spazio così istituzionale si “apre” a quello che i francesi chiamano extrême contemporain (cioè ad artisti di una generazione non ancora canonizzata, o sull’orlo di esserlo: si va da Alfredo Jaar, del ’56, ai gemelli De Serio, del ’78, più due o tre fuori quota come Jimmie Durham e Alberto Garutti).   Luca Vitone (Genova 1964), «Panorama (Roma)», 2006, tre cannocchiali con diapositiva, pedana in legno Non è un’esperienza banale vedere gli interni del Quirinale (io per esempio non l’avevo mai fatta), e com’è...

Gesù e Giuda / La gloria di Giuseppe Berto e il trauma del tradimento

Nel suo romanzo più conosciuto e fortunato, titolato Il male oscuro, pubblicato nel 1964, Giuseppe Berto, scrittore scomodo e scontroso, pone al centro della scena della sua tormentata autobiografia psicoanalitica, come si legge sin dalle prime righe, la sua “lunga lotta con il padre”. Un padre esigente e padronale, espressione di una Legge sacrificale e inflessibile, schiaccia il figlio sotto il peso di una colpa antica: quella di non aver mai corrisposto alle sue attese, di essere stato una delusione cocente, un figlio deludente. Il corteo di sintomi che invade il corpo del soggetto traduce questa sentenza paterna in sofferenza: infiammazioni delle vertebre, disturbi gastrico-intestinali di ogni genere, nausea, angoscia, depressione, emicranie pervicaci. Questa colpa è destinata a dilatarsi smisuratamente quando il figlio, diventato ormai un uomo adulto, abbandona il padre ammalato di un tumore allo stomaco (“tremenda montagna di morte”) e in preda ad atroci dolori che lo condurranno presto alla morte.   Diversamente dal mito di Enea, qui il figlio non solo non soccorre il padre morente, ma latita, si rende assente, pensa solo a se stesso. Di fronte all’odore acre della...

Letto in un'altra lingua / Andrés Felipe Solano. Cementerios de neón

Quando, nella seconda metà degli anni Quaranta, gli Stati Uniti iniziarono a perimetrare il pianeta segnando il confine tra il bene e il male, tra la democrazia e il comunismo, la Colombia stava già sprofondando in uno dei periodi peggiori della storia del Paese, la cosiddetta Violencia, il decennio lungo che si chiuse, nel 1957, con l’estromissione dal potere del generale Rojas Pinilla da parte della giunta militare che costituì un governo di transizione.  L’intrico di cause che lo generarono, la sua estensione e le modalità di vecchi e nuovi attori coinvolti nel conflitto hanno portato alcuni storici a considerarlo una vera e propria guerra civile: “la Violencia è una definizione vaga, astratta. Frasi ripetute da migliaia di contadini come «la Violencia mi ha ucciso tutta la famiglia», «la Violencia mi ha tolto la terra» [...] non alludevano mai concretamente a nessuno [...]; si riferivano, piuttosto, a una specie di “fatalità storica” simile a un terremoto o a qualsiasi altra calamità naturale. [...] Se la colpa era tutta della Violencia, i veri protagonisti del conflitto svanivano, rimanevano abilmente nascosti, così come i loro interessi e le loro motivazioni” (Ricardo...

Il mondo è abitabile perché non è tutto abitato / Conza ci insegna il vuoto

Intorno al mio paese ci sono paesi che il tempo si sta mangiando e c’è Conza. Non so bene che gli sta succedendo a questo paese dove c’è solo un ristorante e un paio di case dove vivono i migranti. Stamattina sono venuto a Conza, ma non ho fatto quello che faccio sempre, non ho scavalcato il cancello, non sono andato verso la cima del paese dove c’è il campo sportivo. Mi sono fermato sotto, dove hanno speso dei soldi per mettere lampioni e panchine. E ho fatto una cosa molto poco paesologica: sono stato qui sempre al telefono, come se un medico visitasse un paziente mentre fa una telefonata. Ma si può essere scorretti col proprio mestiere, almeno ogni tanto. E nonostante le due lunghe telefonate, io Conza l’ho vista bene pure oggi. E ho avuto pure la fortuna di fare una bella foto. Quando si entra nelle vecchie case abbandonate si può sempre fare qualche bella foto. Oggi un lembo di tenda, con gli stessi colori degli alberi dietro la finestra. E poi la luce del sole al punto giusto. Se una giornata fosse una fotografia, questo è il punctum della giornata.    A un certo punto mi sono messo su una delle panchine nuove e ho deciso di starmene lì piuttosto che andare a...

I progressi della cosmologia ci lasciano senza ormeggi / Mappare l'universo per resistere al nulla

Come nasce una nuova teoria scientifica? In che modo si sviluppa e si diffonde fino a essere accolta dalla comunità scientifica anche quando scardina certezze e visioni consolidate del mondo? Sono questi gli interrogativi a cui vuole rispondere l'astrofisica e cosmologa Priyamvada Natarajan, nel saggio L'esplorazione dell'universo (Bollati Boringhieri). Lo fa, avverte, partendo da due osservazioni: la prima è che la più antica tra le discipline scientifiche, la cosmologia, dà forma alla nostra idea del mondo e del posto che occupiamo nell'Universo; la seconda è che, come ogni attività umana, la scienza «non è priva di soggettività», pertanto è soggetta a errori, pregiudizi, ambizioni personali, amicizie e inimicizie. Richard Feynman, Nobel per la fisica nel 1965, affermava che ogni grande scoperta scientifica «comporta sempre una sorpresa filosofica» e per Priyamvada Natarajan questo è vero soprattutto per la cosmologia e le sue scoperte. In poche migliaia di anni, siamo passati dal credere che il mondo poggi su una tartaruga che a sua volta poggia su un'altra tartaruga, e così via all'infinito, a un progetto di mappatura dell'Universo, cui partecipa Priyamvada Natarajan insieme...

Con il tempo e con la paglia... / Nespolo

«Poi quando viene l’autunno, l’ultimo profumo è quello dolce e amaro dei nespoli giapponesi» ricorda Giulia, la protagonista femminile del romanzo di Riccardo Bacchelli Una passione coniugale (1930). Chi ha un nespolo del Giappone in giardino (Eriobotrya japonica) sa che questa è una memoria stagionale e olfattiva netta, definita. È quel sentore amarognolo di mandorle che guida le api all’ultimo ricco bottino.  Quando per i fruttiferi è tempo di raccolto, il nespolo giapponese fiorisce: rigide, bronzee pannocchie lanose e dense di piccoli fiori chiari si ergono all’apice dei rami, spiccano sulle lunghe lance delle foglie, lucide, coriacee e persistenti, tomentose anch’esse nel verso e nel picciolo breve. I gialli pomi maturano in primavera: poco meno grandi di un uovo, contengono tre o quattro grossi semi bruni ma avvolti da una polpa succosa, dolce e aspretta e rinfrescante, dalle molte proprietà.     Oltre che per la produzione di frutti, venne introdotto dall’estremo oriente alla fine del XVIII secolo per i suoi pregi ornamentali, apprezzabili ancor più nei mesi freddi. Si è poi naturalizzato sul territorio nazionale, specie nelle regioni dal clima mite. Rapido...

Con un'introduzione di Francesco Bellusci / Il filosofo fa il giro del mondo tre volte

Per diventare filosofi non basta l’abilitazione, bisogna compiere tre giri del mondo. Ne è convinto Michel Serres, l’accademico di Francia, che, sulla soglia dei novant’anni, si entusiasma tanto per il giro del mondo compiuto, di recente, in solitaria, da Thomas Coville in 49 giorni, quanto per le prodezze da cybernauti e creativi digitali compiute dalla generazione dello smartphone che, ribattezzata da lui la generazione di “Pollicina”, a suo dire, “tiene il mondo in mano”. I tre giri del mondo che egli raccomanda e prescrive al filosofo, senza i quali egli non potrebbe parlare con saggezza del mondo stesso, sono imprese ai limiti dell’impossibile, sono imprese erculee, soprattutto nell’arco breve della vita, ma vanno comunque tentate fino alla fine. Si tratta del giro del mondo fisico, terrestre; il giro del sapere, in tutta la sua globalità enciclopedica; il giro degli uomini e delle culture che hanno prodotto. Lo stesso Serres si è lanciato nell’avventura. Ha potuto compiere il primo mediante la sua attività di ufficiale di Marina, nella seconda metà degli anni Cinquanta, prima di intraprendere la carriera accademica. Poi si è lanciato nel secondo giro del mondo, terminato...

Alla Tate Modern fino al 28 gennaio 2018 / Ilya and Emilia Kabakov. Not Everyone Will Be Taken Into the Future

A cento anni dalla Rivoluzione Russa, la mostra di Ilya ed Emilia Kabakov invita a riflettere sui concetti di storia, di autorialità, sulle speranze così come sul fallimento e chiede: può l’arte con le sue potenzialità evocare un cambiamento e un miglioramento della società in cui viviamo? Dalla realtà dell’Unione Sovietica, dalle asperità, dalle oppressioni del regime dittatoriale, l’opera dei Kabakov si permea di una dimensione poetica, a tratti malinconica, a tratti fantastica, capace di comunicare significati condivisi e universali. Juliet Bingham, curatore di Arte Internazionale alla Tate Modern, nel catalogo della mostra, riporta le parole di Emilia Kabakov: “Il mondo e il lavoro di Ilya sono costruiti sulla fantasia e sulla storia dell’arte. Io, d’altro canto, molto presto nella mia vita, ho imparato a combinare realtà e fantasia e a vivere entrambe. La nostra vita si basa molto su questa combinazione (…) La nostra vita consiste del nostro lavoro, sogni e discussioni. Siamo fortunati: siamo riusciti a trasformare la realtà in fantasia e a risiedervi in modo permanente”. La mostra alla Tate Modern, visitabile fino al 28 gennaio 2018, si dispiega in dieci sale che...

Conversazione con Adelita Husni-Bey / Per un’arte radicale

Fred Moten e Stefano Harney nel libro The undercommons (2013) sostengono che nelle democrazie occidentali neoliberiste lo “studio”, inteso come istruzione impartita da un’istituzione, è un atto individualistico e performativo che mira a mantenere invariate le classi sociali esistenti. Se invece riuscissimo a trasformarlo in atto di cooperazione tra persone diverse, permetterebbe la costituzione di ciò che ci accomuna e che si costruisce dal basso: gli “undercommons”, ovvero di quei comportamenti antagonisti al behaviour imposto dalla società neoliberista, capaci di sottrarci dal condizionamento di quest’ultima, inducendoci a immaginare realtà alternative basate sul prendersi cura l’uno dell’altro. A dimostrarlo è il lavoro della giovane artista Adelita Husni-Bey che non a caso ha scelto un passo tratto da The undercommons, quale epigrafe del suo portfolio.   Adelita nasce a Milano nel 1985, ma dai sette ai tredici anni si trasferisce con la famiglia in Libia, essendo quello il paese di origine di suo padre. Nonostante quindi il trasferimento non sia dettato da alcuna esigenza economica, sociale o lavorativa, ma sia in un certo senso naturale, quell’esperienza genera in lei...

Le nostre vite / Gli alter ego

Nell’abisso dei pensieri privati di ciascuno di noi si è immaginato un alter ego, un solo “altro me stesso”, e invece nella nostra mente abita una folla di alter ego, numerosi come gli dei dell’Olimpo, i semidei delle leggende pagane, e oggi dei romanzi saga, dei serial TV, dei fotoromanzi, dei fumetti...   Occorre dunque fare un po’ d’ordine. Fate che ci abbiamo dentro un intero sceneggiato televisivo, quello della nostra vita, arrivato, per dire, alla ventiduesima serie, che non è ancora finito. Infatti, l’ultima è in onda, non siamo morti. E ognuna delle serie consta di dieci o più puntate, divise in aneddoti, e questi, a loro volta, in ciak cinematografici. Magari ci potessimo ricordare tutto di fila, ma la nostra memoria non funziona così. Noi non siamo né il regista né lo sceneggiatore, dei quali anzi si nutrono crescenti sospetti che non esistano affatto. E, questo è il bello, ognuno di noi ha il suo proprio serial e la nostra vita di relazione consiste soprattutto nel confrontarli con quelli degli altri, dare il peso dovuto a questo o quell’aneddoto, trovarne le ragioni profonde: di qui scaturiscono amori, legami, amicizie, solidarietà, inimicizie, livori,...

Da oggi in libreria Confabulazioni / Come opporsi a uno stato di smemoratezza

L’11 maggio scorso il quadro Le donne di Algeri, dipinto da Picasso nel 1955 (sessant’anni fa), è stato venduto per centottanta milioni di dollari a un’asta di Christie’s. Per Picasso la decisione di dipingerlo fu, in parte, ispirata dal desiderio di annunciare che sosteneva il popolo algerino nella sua lotta e nella guerra, iniziata l’anno prima, contro il colonialismo francese.      La festa dell’Ascensione, che cade quaranta giorni dopo Pasqua, è passata. Secondo i Vangeli, fu allora che Cristo, come è testimoniato dai suoi discepoli, ascese al cielo, al paradiso. Sulla terra, adesso, dovevano cavarsela da soli. Nel corso delle ultime settimane ho disegnato, perlopiù fiori, spinto da una curiosità che ha poco a che vedere con la botanica o con l’estetica. La domanda che mi assillava era se le forme naturali – un albero, una nuvola, un fiume, un sasso, un fiore – possano essere considerati e percepiti come messaggi. Messaggi – inutile dirlo – non verbalizzabili, né indirizzati specificamente a noi. È possibile ‘leggere’ le apparenze naturali come testi?  Per me non c’è niente di mistico in questo esercizio. Si tratta di un esercizio gestuale, il cui intento...

Massimo Bucciantini / Un Galileo diviso nella Milano del boom

Nella pedagogia progressista degli anni Settanta era quasi inevitabile che genitori e insegnanti ci spedissero ad assistere a uno spettacolo del Piccolo Teatro. Si cominciava alle elementari con l’Arlecchino servitore di due padroni a cui seguiva, più grandicelli, La tempesta o I giganti della montagna piuttosto che un Brecht a scelta. Per noi il Piccolo era, con una crescente insofferenza, “il” teatro della città, anche se l’attesa per la nuova sede – i lavori durarono quasi vent’anni – fu il simbolo di un periodo di declino della città. Nel frattempo avevano fatto in tempo a morire Paolo Grassi (1919-1981) e Giorgio Strehler (1921-1997), i dioscuri che avevano fondato il teatro nel 1947, mettendo in scena L’albergo dei poveri di Massimo Gor’kij nel fervore della Milano che rinasceva dalle macerie. Erano entrambi giovanissimi, ma non privi di esperienza. Strehler aveva cominciato negli anni di guerra e nell’esilio svizzero a scrivere di teatro e a proporre gli spettacoli dei nuovi autori della drammaturgia internazionale.   Antonio Greppi, il sindaco socialista della Liberazione di Milano, aveva invece incaricato Grassi, critico teatrale de «L’Avanti», di celebrare il 14...

Le particelle elementari a Roma / Distopico e sentimentale: Houellebecq in scena

“Questo spettacolo è innanzitutto la storia di un uomo, di un uomo che passò la maggior parte della propria vita in Europa occidentale nella seconda metà del Ventesimo secolo. Perlopiù solo, egli intrattenne tuttavia saltuari rapporti con altri uomini. Visse in un’epoca infelice e travagliata”. A pronunciare queste parole in apertura delle Particelle elementari (Si vous pouviez lecher mon coeur) che Julien Gosselin ha tratto dal romanzo di Michel Houellebecq è Denis Eyrley,  un attore biondiccio lievemente incurvato che indossa un eskimo sopra una camicia jeans, e, in dispregio a tutte le regole, morali e amministrative, fuma tenendo la sigaretta tra il medio e l’anulare, ed è proprio questa gestualità da tabagista, goffa e indisponente, a sigillare con una smorfia il ritratto dello scrittore francese che sul proprio corpo porta sfrontatamente i segni della miseria umana raccontata nei suoi libri.   Ma, anche se è già accaduto – nella Carta e il territorio – che Michel Houellebecq facesse di sé stesso un personaggio, non c’è il tempo di chiedersi il perché di questa ulteriore mise en abime del giovane regista di Lille, dove, come spesso accade a teatro, è la...