Categorie

Elenco articoli con tag:

Commento

(1,115 risultati)

Un verso, la poesia su doppiozero / La carne è triste, ahimè, e ho letto tutti i libri

È un verso di Mallarmé, che nella sua lingua suona: La chair est triste, hélas! Et j’ai lu tous les livres. Apre Brise marine (Brezza marina), poesia scritta dal poeta nel 1865, a ventitré anni. Un verso, dunque, della prima stagione del poeta, una stagione ancora tutta segnata dall’entusiasmo per le Fleurs du mal di Baudelaire (la cui seconda edizione era uscita nel 1861). La poesia è infatti in dialogo con alcuni famosi fiori baudelairiani come Parfum exotique, o L’Invitation au voyage , o La Musique.     Un primo verso che, accanto ad altri primi versi delle poesie più enigmatiche o complesse di Mallarmé, è diventato memorabile (almeno presso i cultori di poesia). Il primo verso e l’ultimo verso sono per un poeta soglia e congedo di un’avventura nella lingua, con la lingua; ispirazione, azzardo, risonanze e rifrangenze possibili di senso si raccolgono nell’incipit o nell’explicit: come il ventaglio del nostro sentire si fa denso e talvolta impetuoso nell’occasione della partenza e dell’addio. Alcune poesie restano appunto memorabili per il primo verso, altre per l’ultimo. Ma è più spesso nel primo verso che si può avvertire l’energia di una lingua la quale,...

25 aprile 2017 / Ancora e sempre Il partigiano Johnny

Quando nel discorso del 26 luglio 1943, quasi atto fondativo della Resistenza, Duccio Galimberti definiva “pena atroce” il conflitto che si sarebbe scatenato, i giovani volontari e i soldati sbandati avranno subito pensato al duro combattimento contro i nazifascisti, fatto di raid. Ovvero di rapide azioni, di danneggiamento o di sottrazione, da parte di pochi uomini che agiscono in netta inferiorità di forze nel campo nemico e che configurano un’andata e un ritorno, aggiungendo che esse sono una figura tipica della guerriglia di resistenza. Nel più importante romanzo resistenziale, oggi ancor più completo e splendido nella versione critica offerta da Gabriele Pedullà con il titolo Il libro di Johnny, la parola ricorre due volte come del resto il fatto; ben più frequente un'altra forma che probabilmente chi ascoltava le parole di Duccio non si sarebbe aspettata, quella dell'Anabasi. L'opera, scritta dall'ateniese Senofonte, racconta nel primo capitolo dei diecimila mercenari, provenienti da varie parti della Grecia, messisi al servizio di Ciro il Giovane che andava preparando una coperta guerra per scalzare dal trono il fratello Artaserse II. Alla morte di Ciro nella battaglia di...

PAC (29 Marzo 2017 - 04 Giugno 2017) / Santiago Sierra. Il denaro e la colpa

In quest’epoca di crisi, di conflitti e di ascesa di nazionalismi, gli artisti o scelgono di disinteressarsi ai fatti del mondo ripiegandosi su loro stessi – e quindi, nei casi più felici, grandi narrazioni sull’io, sull’esistenza, sulla psicoanalisi – oppure, al contrario, operano una critica delle condizioni sociopolitiche del nostro tempo. Spesso il rischio è quello di scadere in una retorica buonista, quando non superficiale, oppure di produrre mostre densissime, complesse, cerebrali, forse più simili ad una tesi di laurea in Scienze Politiche. Pochi sono in grado di mettere a nudo i meccanismi del sistema dall’interno come Santiago Sierra (Madrid, 1966), con durezza e rigore, ma anche in maniera lineare.   Santiago Sierra, Black flag. L’artista infatti individua un problema, una falla nel tessuto sociale, e lo mostra per quello che è. Spesso realizza performance controverse in cui sfrutta direttamente con quelle fasce di popolazione in cui si individua una criticità (come disoccupati, immigrati, prostitute) per dare loro voce. Offre loro un salario minimo per svolgere azioni spesso inutili quando non dolorose, come farsi tatuare una linea sulla schiena, come in...

Il ranking come misura della propria personalità / Reputazione. Non resta che esibirci

L’ultima cosa che impariamo nella vita, ha scritto una volta George Eliot, è l’effetto che facciamo agli altri. Eppure nell’età dei social network questo è diventato una delle cose più importanti. Come ci ricorda la filosofa Gloria Origgi in La reputazione (Università Bocconi Editore, pp. 209, € 18), possediamo due Io, che ci condizionano, sia per quello che siamo sia per come agiamo. Da un lato c’è la nostra “identità” composta di esperienze propriocettive, sensazioni fisiche incarnate nel corpo; dall’altro la nostra “reputazione”, il sistema potentissimo di “retroazioni del sé su se stesso che costituisce la nostra identità sociale e che integra nell’autopercezione il come ci vediamo visti”. Si tratta del nostro secondo Io, che un sociologo americano, Charles Horton Cooley, all’inizio del Novecento ha definito “l’io che si riflette allo specchio”. Da quando esistono quegli specchi sociali che sono il Web e i social network, e la stessa pratica del selfie, la nostra immagine è moltiplicata nello sguardo degli altri.   Di più. “L’io sociale, che controlla la nostra vita fino a condurci ad atti estremi – scrive Origgi – non ci appartiene: è la parte di noi che vive negli...

Elio Grazioli | Paolo Gioli / Duchamp. Fontane e altro

Cosa non ha scatenato Fontana di Duchamp da cent’anni a questa parte neanche Saâdane Afif ce lo saprà mai dire in maniera esauriente. Questo artista, Afif, ha vinto nel 2009 il Premio Duchamp del Centre Pompidou con un progetto intitolato The Fountain Archive, che a gennaio il prestigioso museo parigino ha esposto nel suo stato attuale. Si tratta per l’appunto del più completo archivio sul readymade di Duchamp mai messo insieme, ovvero di come compare riprodotto nelle pubblicazioni che Afif ha rintracciato a livello internazionale.      Del resto i siti su di esso si moltiplicano tuttora, e le immagini che vi si rifanno, anche fuori dal mondo dell’arte, ragazze e ragazzi con scritto R. Mutt sul braccio o non so dove, vestiti a forma di Orinatoio… insomma è diventato uno scandalo di successo planetario – anche in Cina: si ricorderà il famoso quadro di Shi Xinning con un attonito Mao Zedong che lo scruta.   Molti gli artisti che vi si sono rifatti, degli italiani ne abbiamo interpellati almeno tre storici, che ci hanno dato tre versioni così diverse, e direi complementari, necessarie in realtà secondo noi a dare almeno un assaggio delle sfaccettature dell’...

Un altro colpo al narcisismo umano / Prima di essere io. Cosa ci rende propriamente umani?

Che non siamo padroni in casa nostra e che l’effetto della nostra volontà, delle decisioni, della nostra agency sulle direzioni che la vita prende è qualcosa di parziale, tutto ciò è forse una delle più importanti lezioni che la psicoanalisi ha dato alla cultura moderna. Celebre quel passo in cui Freud dice che la psicoanalisi è il terzo grande colpo che il genere umano subisce al cuore del proprio narcisismo e sistema di credenze, dopo la rivoluzione copernicana e l’evoluzionismo di Darwin. È chiaro, tuttavia, che il sapere psicoanalitico sull’inconscio non potrà mai diventare un’acquisizione della cultura, pena l’inceppamento della macchina, del lavoro della civiltà. La civiltà si fonda sul discorso del Padrone, un tipo di logica che ha un solo e unico interesse, secondo Lacan: “che la cosa funzioni”; la psicoanalisi ha invece la sua causa in ciò che non funziona.   Formazioni e istituzioni umane sono dunque dell’ordine del necessario. Far parte del consorzio umano significa rappresentarsi nella e alla civiltà in forma riconoscibile, dirsi, vedersi, percepirsi secondo i canoni e i significanti dell’Altro. In psicoanalisi questa ‘forma riconoscibile’ prende il nome di io. L...

Questa nostra età della giovinezza / Critica della ragione giovanilista

Sembra che la società, almeno nel mondo cosiddetto occidentale, stia ringiovanendo. O, per essere più precisi, sembra che i suoi tratti giovanili stiano andando ben oltre i consueti limiti di età, che questi tratti vengano conservati più a lungo nei suoi componenti adulti – neotenia, in termini biologici ed evoluzionistici – nonostante aumenti di pari passo la vecchiaia della sua cultura. La scienza recente, infatti, che pure con il suo genio irrequieto mantiene in noi le spinte propulsive della giovinezza, ha enormemente accresciuto l’età del pianeta e della specie umana. Oltre a indagare il fenomeno, Robert Pogue Harrison, nel saggio Juvenescence. A Cultural History of Our Age (2014) tradotto di recente in italiano per Donzelli con il titolo L’era della giovinezza. Una storia culturale del nostro tempo (2016), si interroga sulle condizioni e sulla validità di tale imprevisto ringiovanimento. Sebbene il critico si astenga dall’esprimere giudizi precisi al riguardo, la stessa ampia operazione condotta nel libro del tracciare una teoria della neotenia culturale – e non propriamente una sua storia, come l’autore ci tiene a precisare – sembra muoversi contro l’idea di una giovinezza...

A proposito di tre libri recenti di Sabino Cassese / Un nuovo ruolo per gli Stati?

Sabino Cassese è un poliedrico scrittore di scienza politica al di là della sua passione che è la scienza dell'amministrazione. Scrivere di lui è molto complicato per almeno quattro ragioni. La prima è banale: produce in poco tempo molti libri, spesso con il carattere di interventi su punti specifici, che per forza si rimandano uno all'altro. C'è tuttavia, nella sue pubblicazioni più recenti, una spina dorsale, il volume Governare gli italiani. Storia dello Stato (Il Mulino, 2014). La seconda difficoltà è che le sue analisi sono lucide e in genere condivisibili ma – ed è la terza difficoltà – le cause dei fatti che identifica lo sono certamente meno e così – ed è il quarto problema – le soluzioni che suggerisce, sia pur indirettamente, sembrano difficili da realizzare se non si esce da una storia tutta istituzionale e se non ci si avventura in una storia sociale e antropologica dei comportamenti dei cittadini.   I suoi lavori recenti sono costruiti su quattro elementi: la necessità di tener ben distinte politica e amministrazione, la costruzione delle leggi e la loro applicazione concreta col rinvio continuo al modello della modernità nord europea: Francia, Inghilterra e...

Ridateci il nostro futuro / Gabriele Del Grande: fermate le guerre, non le persone

"Sarà domani o sarà tra vent'anni, ma un giorno tutto finirà. Solo allora, poco a poco, a milioni ritorneranno nelle loro case da tutto il mondo. E noi rimarremo qui intrappolati nelle nostre mappe e nei nostri egoismi. Stretti tra i muri che abbiamo costruito per tenerci al sicuro e di cui capiremo il significato profondo soltanto quando dall'altra parte del filo spinato ci saranno i nostri figli. Perché la storia è una ruota che gira e non sempre perdona". Gabriele Del Grande, 14 aprile 2016   "Quando hai visto la guerra, non è facile convivere con quello che sai. Non parlo di segreti o di scoop. Parlo di storie, di emozioni, di dolore. Alla fine devi fare qualcosa, prendere posizione. Forse più per te stesso, per non rimanere schiacciato dal peso di quel dolore. A maggior ragione se la guerra che hai conosciuto esce dai suoi confini e ti arriva in casa". Gabriele Del Grande, 18 settembre 2016   Avete presente la generazione precaria, o perduta, quella che ha visto la morte della propria innocenza al G8 di Genova, la generazione spesso disgustata dalla politica e dalla diplomazia? In questo momento a quella generazione, la nostra, manca una delle voci di cui ha...

“Personal Shopper”, di Olivier Assayas / Tra l'invisibile e l'ipervisibile

La struttura di una qualsiasi Storia si costruisce attraverso la distribuzione evenemenziale degli eventi, tentando di tenere insieme gli elementi di continuità e discontinuità. Anche legando queste due dimensioni, c’è un momento in cui l’evento viene dichiarato chiuso, dove si mette il punto e si va capo. Tuttavia nello scollamento tra il punto e l’a capo si presenta un “resto”, un sentire inquieto che sussiste simultaneamente dentro e fuori l’evento. Questo resto non è un avanzo, come la nostalgia, o, peggio ancora, il rigurgito di una totalità consumata, ma una sostanza feconda che fa resistenza alla dichiarazione e di conseguenza alla propria chiusura insieme a quella dell’evento.   Olivier Assayas è senz’altro uno dei più grandi a mettere in forma questo “resto”, a renderlo sempre – per citare il titolo di un suo film di alcuni anni fa – un Boarding Gate da cui aggredire il proprio tempo. Une Adolescence dans l'après-mai, libro-lettera indirizzata ad Alice Becker-Ho, vedova di Guy Debord, e il film Après Mai (in italiano Qualcosa nell'aria) possono sembrare opere nostalgiche di un sessantotto parigino mancato di un soffio, mentre invece è proprio di quel soffio che...

Esce oggi la nuova edizione di Witold Gombrowicz, Cosmo / L’ordine della follia

«Gombrowicz è uno degli alleati più onesti che si possano avere nella vera rivoluzione contro il amore, la arte, gli immortali princìpi e tutte le fregnacce che sai», così scriveva Roberto Bazlen, il 16 dicembre del 1958, all’amico editor dell’Einaudi Luciano Foà, a proposito dell’ipotesi, da lui caldeggiata entusiasticamente, di pubblicare il primo romanzo dello scrittore polacco. La carica eversiva dei suoi straordinari libri, e in particolare di Cosmo, è talmente forte da autorizzarci a pensare che ancora oggi possano fare scandalo e aiutarci, divertendoci, ad aprire gli occhi sui nodi che aggrovigliano la nostra civiltà.    «Le cose sono le cose, e l’uomo non è che l’uomo» diceva Alain Robbe‑Grillet. Così si potrebbe sintetizzare il senso del romanzo filosoficamente più ambizioso di Witold Gombrowicz. Il critico Kot Jeleński, nel 1965, definì Cosmo: «Uno dei libri contemporanei più sensazionali e profondi. […] È la trasposizione artistica del problema del determinismo, delle fluttuazioni di tutta la scienza contemporanea. Ed è anche una delle prime incursioni in un regno trascurato da Freud: l’inconscio fisico. La parte che è legata al funzionamento dell’intero...

La cerimonia di Oscar de Summa / Edipo nella società senza padri

“Because family is at the heart of sings, i guess…”, poiché la famiglia è al cuore di tutte le cose, io credo, diceva il drammaturgo Martin Crimp in Attentati alla vita di lei. E in effetti, da Eschilo a Lagarce, da Shakespeare a Ravenhill, da Molière a Pirandello e a Lucia Calamaro, sembra alle volte che il teatro non abbia raccontato e messo in scena altro – altro che famiglie, immancabilmente infelici, e sordidi delitti di famiglia destinati a diventare modelli di intere fondazioni sociali. Ma che ne è della famiglia, delle sue inibizioni e dei suoi tabù, nel mondo in cui il padre reale non veste più i panni di quello simbolico e non sbarra più il passo al desiderio, ma ne è a sua volta contagiato? È quel che si chiede Oscar de Summa nel suo La cerimonia presentato sul palcoscenico del Fabbrichino di Prato nelle dimesse spoglie di un dramma di tutti e di nessuno: un tavolo e quattro personaggi in contro-luce seduti attorno a esso che del vecchio universo tragico si portano appresso dei nomi tronchi, secondo l’uso di quel pigro gergo adolescenziale che imperversa un po’ ovunque (con amo e amo’ al posto di amore), mentre, quanto a loro, sono figure perfettamente contemporanee,...

Domani ad Astino inaugura la mostra a lui dedicata / Mario Giacomelli: verrà la morte e avrà i tuoi occhi

Nel bianco del letto d’ospizio, una donna anziana dorme profondamente. Sogna, forse, con un fazzoletto sulla testa, il paradiso o la prossima vita. Le si vede un occhio solo, il naso degli ultimi respiri, e il labbro di una bocca senza più denti. Dorme tra le pieghe di un’altra dimensione. Il suo sudario è reale e metafisico al contempo. L’immagine è insieme drammatica, densa di tenerezza e magnetica: “Sai perché per me è bella? Tu vedi la vecchia, l'ospizio.   Mario Giacomelli, Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, 1966 - 1968, courtesy archivio Mario Giacomelli, Senigallia. Ma se tu la guardi ancora meglio, non c'è più né vecchia né ospizio, è come un mare bianco, come una barca su un'onda. Ma questo è venuto dopo che ho pianto dentro di me una quantità di volte, di fronte ad altre immagini. Non so se questa è più importante, per me sono tutti attimi, come il respiro, quella prima non è più importante di quella dopo, ce ne sono tanti, finché tutto si blocca e tutto finisce. Quante volte abbiamo respirato questa sera? Nessun respiro era più bello dell'altro e tutti insieme sono la vita” (cit. in: Frank Horvat, Entre Vues, Paris 1990).   Mario Giacomelli, Verrà...

Artisti realisti / Alto là! Grigorij Šegal'. Il nuovo byt

Questa volta è una coppia di manifesti a essere protagonista. Entrambi dedicati alla condizione femminile in URSS e impostati sul didascalico accostamento di due realtà opposte, il bene da un lato e il male dall’altro, dunque esaminabili in parallelo. Il primo, realizzato nel 1929 dall’associazione degli artisti realisti, pone in primissimo piano una donna sovietica vista di spalle, sobriamente vestita come si comandava a una bolscevica responsabile ed esemplare.     Fazzoletto rosso rigorosamente annodato dietro la nuca per prendere le distanze dall’arcaico modello femminile contadino che lo legava sotto al mento, calze scure e pesanti, tacchi bassi, abito severo e braccio sinistro levato a indicare il monito che pare uscire dalla mano stessa della donna: Alto là! L’esortazione è rivolta all’universo negativo, ai residui della nuova politica economica e al mondo del capitalismo in generale, che nei primi anni del primo piano quinquennale staliniano ancora si facevano sentire e minacciavano l’edificazione del socialismo. Sul “marciapiede notturno”, così titolano i versi del poeta Dem’jan Bednyj che chiosano lo spazio scenico in basso a sinistra, sfilano i cattivi e i...

La folla / Hawthorne e Poe: all’origine dei media

Lo scrittore americano Nathaniel Hawthorne ha descritto nel racconto Wakefield l’originale comportamento di un uomo londinese che ha improvvisamente deciso di abbandonare la sua abitazione e la moglie, ma di rimanere comunque a vivere per vent’anni, seppure in incognito, nelle immediate vicinanze. Ha voluto cioè lasciare il suo ambiente quotidiano per vivere nello spazio urbano e per confondersi con la folla che lo abita. Come ha scritto però Alberto Abruzzese «La folla londinese accoglie in sé Wakefield, lo ospita, lo divide e insieme preserva, lo danna e insieme salva». Si può dire dunque che la massa opera in qualche misura come i media. In essa ci si perde, ma ci si può anche ritrovare. A patto naturalmente di accettare senza remore quello che essa propone: entrare totalmente in un’altra dimensione. Cioè evadere da quel territorio fisico che appartiene alla realtà quotidiana per passare nel regno della fantasia e del fantastico. Non a caso Wakefield, come ha scritto Hawthorne alla fine del racconto, può essere considerato il «Reietto dell’Universo» e lo è perché è entrato in un altro mondo, ha deciso di annullare la sua identità e uscire temporaneamente dalla sua dimensione...

L'ideologia della richiesta neutralità / Velature

Una recente sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha posto per l’ennesima volta il velo islamico al centro della ribalta mediatica. L’istituzione con sede a Lussemburgo si è infatti da poco pronunciata a favore del divieto di indossare l’hijab sul luogo di lavoro: le imprese che ne vietino l’uso, recita la sentenza, non sono in linea di principio tacciabili di discriminazione, in quanto perseguono la legittima finalità di garantire un ambiente lavorativo “neutrale” incompatibile con qualunque “segno visibile di appartenenza politica, filosofica e religiosa”.   Hijab, ciò che “rende invisibile, cela allo sguardo, nasconde, copre”, e più in generale “qualsiasi barriera di separazione posta davanti a un essere umano, o a un oggetto, per sottrarlo alla vista o isolarlo”: lungi dal limitarsi a svolgere una funzione di isolamento e separazione, il velo rappresenta la propria stessa azione di nascondere. La sua funzione di proteggere non dagli agenti ostili ma dagli sguardi estranei obbliga a portare l’attenzione su un genere di legalità che non riguarda direttamente i corpi in qualità di forze agenti ma in quanto rappresentazione, spettacolo di sé forzatamente...

Classici in prima lettura / La lettera scarlatta

Storia di una donna, di un simbolo, e di un patto con il diavolo, La lettera scarlatta inizia descrivendo la porta di una prigione, rugginosa e segnata dalle intemperie, accanto alla quale cresce però un rosaio selvatico. E se la prigione è “il nero fiore della civiltà” (così dice l’autore), le gemme, che offrono la loro fragranza in quel mese di giugno in cui inizia questa storia, sono l’indizio di quanto possa essere benevolo “il cuore profondo della natura”. La porta si apre; siamo nella città di Boston, la vicenda si svolge nel New England alla fine del Seicento. Il prato antistante è occupato da una folla; tutti gli occhi sono rivolti verso una giovane donna che esce dal carcere, tenendo in braccio una bimba nata da poco: ciò che più colpisce è però un simbolo, cucito sul suo abito all’altezza del petto, una lettera, una A. Eseguita in modo fantasioso, esuberante, sembra risplendere di un misterioso fulgore. Benché il suo significato sia chiaro, e univocamente determinato – è l’iniziale della parola adulterio (adultery) –, la lettera scarlatta sprigiona un’energia enigmatica, i cui effetti non sono prevedibili.   Che ne sarà di questa donna, Hester Prynne, condannata...

Macron, Fillon, Le Pen, Mélénchon / Le parole dell'Eliseo

Questa è una breve analisi metaforico-concettuale di alcuni discorsi elettorali di quattro candidati alle elezioni presidenziali della Repubblica Francese, che si terranno il 23 aprile (primo turno) e il 7 maggio (secondo turno): il Discorso di Emmanuel Macron (En Marche!) a Bobigny del 16 novembre 2016; il Discorso di François Fillon (Les Républicains) a Parigi del 18 novembre 2016; il Discorso di Marine Le Pen (Front National) a Lione del 5 febbraio 2017; il Discorso di Jean-Luc Mélénchon (Parti de Gauche) a Parigi del 18 marzo 2017.   Emmanuel Macron e la marcia della giovinezza verso il mondo nuovo   Il movimento/partito di Emmanuel Macron si chiama En Marche (acronimo EM, come le iniziali del suo leader) e tutto l'impianto metaforico-immaginario del discorso (qui la trascrizione in francese) ripropone continuamente la medesima idea di marcia, cammino, movimento. La metaforica dominante è dunque quella della mobilità, del cammino, della marcia in avanti, dell'avanzata verso un mondo nuovo. Seguono, in ordine di frequenza, immagini convenzionali della politica come lotta, conflitto e combattimento contro l'avversario; convenzionali e trite sono anche le immagini...

Sopra una vicenda dei giorni nostri / Il parere di Dante

“A perpetuale infamia e depressione de li malvagi uomini d’Italia, che commendano [cioè apprezzano e lodano] lo volgare altrui e lo loro proprio dispregiano, dico che la loro mossa viene da cinque abominevoli cagioni”: comincia così l’undicesimo capitolo del primo trattato del “Convivio” di Dante, opera incompiuta che, nei secoli, ha inoltre avuto una fortuna molto ineguale. A Dante si possono attribuire tante qualità. Difficilmente si può però dire fosse un uomo accomodante o di buon carattere. O ancora che – così si dice al giorno d’oggi – le mandasse a dire. In proposito, quel capitolo è esemplare. Due rapide parole per inquadrarlo grossolanamente dalla prospettiva qui pertinente. E resa pertinente da recenti vicende di cronaca nazionale che hanno visto l’italiano fare da involontario protagonista.   Dante era un dotto ma, fatte poche eccezioni, i dotti del suo tempo gli piacevano poco. Del resto, dire “noi”, in funzione di una congrega qualsiasi, non fu da lui. Egli procurò di far sancire questo suo tratto umano da Cacciaguida. Succede nel diciassettesimo del “Paradiso”, quindi con ogni crisma. Decisivo pretesto, al riguardo, la politica: “sì ch’a te fia bello | averti...

Federico Caffè. Un economista dalla cultura enciclopedica

Lo stile. La sera Federico Caffè prendeva l’autobus per tornare a casa. Saliva dalla porta anteriore, a una fermata che c’è ancora, davanti al bar che continua ad accogliere studenti e professori della facoltà di Economia della Sapienza. Con alcuni amici prendevamo lo stesso autobus. La soggezione e il timore reverenziale nei confronti di Caffè erano tali da farci salire dalla porta posteriore dell’autobus. Quando l’autista urlava ai passeggeri “Venite avanti” o “Avanti c’è posto”, rimanevamo abbarbicati alla parte posteriore dell’autobus. Preferivamo auto-condannarci agli insulti dell’autista, espressi nel caratteristico vernacolo romano: tale era la paura di dover incrociare, noi poco più che ventenni, lo sguardo del Maestro settantenne, in piedi a pochi metri di distanza. Che Federico Caffè prendesse lo stesso nostro autobus ci sembrava un evento soprannaturale. Come oggi, per calciatori dilettanti, prendere l’autobus con Cristiano Ronaldo.   La gita a Chiasso. Federico Caffè è stato un divulgatore senza pari in Italia del pensiero economico straniero. La sua avventura scientifica si svolse in anni in cui la conoscenza dell’inglese era limitata, così come l’accesso a...

La caviglia del mondo che si chiama Calabria / L'antropologo dolente

Mauro Minervino ci racconta nei suoi libri la caviglia dolente del mondo che si chiama Calabria. I suoi libri non sono saggi e non sono racconti. Sono l’elettrocardiogramma dei suoi viaggi. La sua è una terra anginosa, ferina. I suoi non sono luoghi per spiriti tiepidi. Il paesaggio è una furia di bellezza, ma in Calabria la bellezza ha fieri nemici più che altrove. Difficile trovare nei luoghi abitati un metro quadro che non risenta di un lieve oltraggio. Qui le betoniere arrivano ovunque. Allora è importante leggere Minervino perché ci fa vedere l’Italia nella sua parte teminale. La penisola finisce a Reggio Calabria, dopo comincia la Sicilia ed è come se cominciasse un’altra cosa.    I libri di Minervino sono scritti in macchina, il paesaggio entra direttamente nel finestrino. In questo ultimo libro si avverte come un senso di dolore più acuto, un senso di solitudine. E questo dà belle impennate a tante pagine del libro. In effetti ci sarebbe da dire: non può essere che un regione italiana sia messa in queste condizioni. E invece il lamento di Minervino non produce molta eco. Sembra inascoltato già dove avviene. Si sente che il viaggiatore ha pochi approdi, è come un...

Visioni d’artista / Dewey Dell e la Caverna Chauvet

“Un ingresso nelle parti cave”. Questa espressione accompagna Ermanna Montanari nello svelare Enter, “chiamata agli artisti in forma di festival” cui l’attrice del Teatro delle Albe ha dato vita a Ravenna questa primavera. Con una dedica a Cristina Campo, tesa a onorare l’imperdonabilità degli artisti nel proprio rispondere a una bellezza verticale, si è guardato a figure e opere seguendo la via di uscita allo scoperto di qualcosa che ribolle nel profondo. Tra le presenze di Enter – oltre a Lucia Calamaro con La vita ferma, a Mimmo Borrelli con Napucalisse, a Yuri Ancarani con The Challenge – la giovane formazione teatrale Dewey Dell (composta dai fratelli Agata, Demetrio e Teodora Castellucci e Eugenio Resta) con il più recente esito della propria composizione sonora e coreografica, Sleep Technique, ispirato alla vertigine generativa emanata dalla celebre Caverna Chauvet, custodia di tracce d’arte paleolitica e senza tempo.      Scoperta nel 1994 dagli speleogi-archeologi Jean-Marie Chauvet, Éliette Brunel Deschamps e Christian Hillaire a Vallon-Pont-d’Arch, in Ardèche (Francia), la caverna conserva le pitture rupestri più antiche al mondo per quanto riguarda l’...

Sempre in gara / Compulsione psichica: performare

Negli ultimi anni, appare esplosivo l'uso degli psicostimolanti legali o illegali. Che tipo di farmaco sono? E come mai, negli ultimi anni, gli psicostimolanti hanno soppiantato gli allucinogeni degli anni Sessanta e Settanta e l'eroina degli anni Ottanta e Novanta? Il soggetto nevrotico, moderno Dottor Jekyl, si trasforma in sociopatico, moderno Mister Hyde, usando cocaina, anfetamine, meta-anfetamina e altri stimolanti, legali o illegali. Secondo il New York Times, i manager americani usano farmaci legali per stare dietro agli impegni, gli stessi che vengono somministrati ai bambini con disturbi dell'attenzione. La ragione principale riguarda il lavoro, o meglio, la performance.  Il termine lavoro, nei sistemi psicotici contemporanei, è vecchio, fuori moda. Queste persone performano attività stressanti e necessitano di carburante extra, come dicono in molti, per starci dentro, cioè rispondere agli impegni diurni e notturni della performance. Baristi, ristoratori, manager, animatori da discoteca, imprenditori, lavoratori sottoposti a turni frenetici: queste sono le categorie che fanno maggiore uso di psicostimolanti. Se l'alcol serve a dimenticare – droga per la memoria –...

Conversazione con Francesco Carone ed Eugenia Vanni / Museo d’Inverno: fondato e diretto da artisti

La proliferazione di curatori avvenuta negli ultimi anni ha prodotto l’urgenza di indagare sempre più sulla necessità, legittimità e correttezza delle loro modalità operative. In realtà, ancor prima della nascita del cosiddetto curatore, quando cioè era ancora il critico militante a svolgere quella funzione, già si discuteva sul ruolo di colui il quale era chiamato a concepire una mostra e a scriverne, rispetto al ruolo creativo dell’artista. Si pensi a Carla Lonzi che dal 1963 iniziò a sostenere quanto postulerà meglio in seguito, ossia: “Quando mi sono trovata a fare la critica d’arte ho visto che era un mestiere fasullo” perché “l’artista è naturalmente critico, implicitamente critico, proprio per la sua struttura creativa”. Tant’è vero, che dalla fine dell’Ottocento in poi, numerosi artisti hanno dimostrato di poter essere critici e curatori non solo del proprio lavoro, ma anche di quello altrui: da Gustave Courbet che nel 1855 scelse polemicamente di curare una sua personale nello spazio da lui aperto denominato “Pavillon du Réalisme”; a Marcel Duchamp, a Andy Warhol, agli esponenti dell’International Critique – per citarne solo alcuni del XX secolo –, fino al più recente...