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(1,186 risultati)

Restare o diventare bambini / Walter Benjamin. La febbre

Continua la serie di contributi sul tema dell'infanzia legati alla XIII edizione di Torino spiritualità (21-25 settembre 2017). Qui il programma. Valentina Maurella commenta Walter Benjamin (W. Benjamin, Figure dell’infanzia. Educazione, letteratura, immaginario, tr. it. I. Amaduzzi, Raffaello Cortina, Milano 2012, pp 143-44).   «L’inizio di ogni nuova malattia mi insegnava, immancabilmente, con quale sicuro tatto e con quanta abilità il contrattempo mi venisse a trovare. Lungi da esso l’idea di farsi notare. Tutto aveva inizio con qualche chiazza sulla pelle, con un malessere. Ed era come se la malattia fosse abituata ad aspettare fino a quando il medico non le avesse procurato una collocazione. […] cominciavo a riflettere su quanto mi stava per accadere. Calcolavo la distanza tra il letto e la porta e mi chiedevo per quanto tempo ancora la mia voce avrebbe potuto superarla. Già mi immaginavo il cucchiaio dal brodo colmo di esortazioni materne […]. E come una persona che nell’ebbrezza prova a fare un calcolo o un ragionamento solo per vedere se ci riesce, così io contavo i riflessi che il sole faceva balenare sul soffitto della stanza e ordinavo sempre in nuovi gruppi le...

Populismo digitale o solamente para-fascismo?

Per molti commentatori la “vera” sinistra è davvero poco attrezzata per affrontare le problematiche fondamentali del nostro tempo – come sostenne anni fa anche Christopher Lasch – mentre le uniche formazioni oggi capaci di farlo sono: una sinistra neolaburista che saccheggia politiche di destra importandole nel proprio programma oppure i movimenti populisti che si pongono come forze post-ideologiche ma che, in loro parecchie manifestazioni, assumono posizioni tipicamente di destra. Non è ancora chiaro se tale condizione sia solo di passaggio, ovvero un interregno tra il vecchio sistema e il nuovo, oppure se è già parte del nuovo che ha spazzato via alcune parti del vecchio (come l’idea classica di sinistra).    Tra gli autori che oggi invece confutano tale tesi, Alessandro Dal Lago nel suo Populismo digitale (Raffaello Cortina 2017) propone una critica serrata contro l’alleanza tra globalizzazione e cultura digitale, ma anche contro il populismo che rappresenta un modo sui generis di incrinare tale alleanza e di utilizzare le armi del digitale contro la globalizzazione. Per questo il testo esordisce con due citazioni in esergo che sono talmente stridenti da rendere bene...

Parole già dette / Il primo giorno di scuola (nei secoli dei secoli)

C’è una commedia di Plauto che si chiama Bacchides, ossia Le due Bacchidi. Non è magari la più nota. Non è passata in proverbio come il Soldato fanfarone e non è stata imitata allo sfinimento come l’Anfitrione, che da Plauto è passato a Molière e poi a Kleist e ad altri, per finire in gloria con l’Amphitryon 38 di Giraudoux. L’intreccio di questo testo plautino meno conosciuto di altri è quello solito: un giovane squattrinato che cerca di conquistare le grazie di una meretrice, avversato dai familiari e aiutato da uno schiavo ingegnoso e fedele. Solo un po’ più complicato del solito, perché qui di giovanotti vogliosi ce ne sono due, e due sono anche le avvenenti cortigiane, le due sorelle Bacchidi per l’appunto. I nomi dei due ragazzi sono Mnesiloco e Pistoclero.   E la scuola che c’entra? si chiederà forse qualcuno. C’entra, c’entra perché si dà il caso che Pistoclero abbia un pedagogo di nome Lido. E questo pedagogo a un certo punto della commedia (a partire dai vv. 423 e ss.) si produce in una lunga tirata sulla scuola. Sulla scuola del buon tempo antico. Allora, dice Lido, dovevi presentarti in palestra prima che sorgesse il sole, se no c’era caso di beccarsi una buona...

I paesaggi della nostra vita

  Olivo Barbieri. Paesaggio è una parola femminile o, almeno, al femminile. Non per la grammatica, ma per la vita e per la nostra appartenenza al nostro spazio di vita. Come il codice materno, il paesaggio ci contiene, è vulnerabile, ci accoglie e ci genera, se non lo consideriamo lo sfondo, il decoro o la cartolina, o se non lo collochiamo nell’impensabile, dandolo per scontato. L’equivoco della parola “ambiente” si mostra oggi in tutta la sua evidenza. Non è, infatti, qualcosa che sta là fuori, intorno a noi, ma è noi stessi.  Svetlana Aleksievic, Nobel per la letteratura 2015, parlando della letteratura e del genere letterario che predilige, scrive qualcosa che dice molto di più di quanto si possa immaginare, a proposito del paesaggio come linguaggio di cui siamo parte.   “A lungo ho cercato un genere letterario che corrispondesse al mio modo di vedere il mondo (…) E ho scelto quello delle voci degli uomini. Nei miei libri l’uomo ordinario parla in prima persona di se stesso. I miei libri li osservo, li ascolto per le strade, dietro alle finestre. A volte posso stare seduta tutto il giorno con la stessa persona. Per me è importante cogliere la parola al volo...

Uno “sviluppo sostenibile” anche per la pubblicità? / Il sedere di Dolce & Gabbana

La camera parte dal basso e sale verso l’alto, percorrendo il torace del corpo statuario del famoso modello David Gandy e mettendo accuratamente in evidenza i suoi genitali. La modella Bianca Balti attende invece passivamente sdraiata su un gommone che galleggia in mezzo alle azzurre acque di Capri. Lui si butta dall’alto degli scogli sopra di lei, una facile metafora di un rapporto sessuale che poi sembra effettivamente verificarsi. Perché lui appoggia il suo corpo su quello di lei, che lo abbraccia e con una mano gli abbassa il costume scoprendogli il sedere. È quello che succede in uno spot pubblicitario del profumo Light Blue Eau Intense di Dolce & Gabbana, che da oltre un mese passa frequentemente sui nostri schermi televisivi.   Nessuno ha protestato. Qualcuno avrà pensato che, in fondo, non si tratta di uno spot pubblicitario particolarmente scandaloso, perché è simile a tanti altri che passano abitualmente in televisione. Ma è proprio questo il punto: da tempo la pubblicità, con l’enorme quantità di messaggi che produce e trasmette, sta spostando progressivamente in avanti i confini di quello che nella società può essere considerato accettabile sul piano morale e...

Né quella ch’a veder lo sol si gira… / Girasoli

Se c’è una donna-girasole nella letteratura italiana questa è Clizia, senhal di Irma Brandeis, protagonista di alcune delle più belle poesie di Montale. Ma quando nel 1907 Klimt dipinse il suo girasole ispirato all’amica Emilie Flöge, non credo avesse in mente il verso del sonetto a Giovanni Quirini attribuito a Dante, che figura in esergo alla Primavera hitleriana: «Né quella ch’a veder lo sol si gira…». In un mosaico verde e blu picchiettato d’oro, su un piedistallo di piccole corolle multicolori, si erge la piramide del fiore dalle grandi foglie a cuore, con il capo lievemente inclinato. Qui, in realtà, tutto sembra girare intorno al grande occhio bruno circondato dalla corona dei petali gialli (meglio, con proprietà botanica, ligule). I critici d’arte vi hanno visto la somiglianza con una fotografia scattata da Klimt nella stessa estate in cui lavorò al quadro, dove Emilie compare sola in un lungo abito dalla foggia a trapezio. Due donne per lo stesso fiore, due capolavori che ci riportano al mito, cantato da Ovidio nelle Metamorfosi, della ninfa Clizia innamorata di Apollo, auriga del carro del sole e dio delle arti, e da lui trasformata in eliotropo, così da poterlo per...

“Though this be madness, yet there is method in’t” / Saussure, principe di Danimarca

Tra linguisti e semiologi, prima ancora di far fatica a trovare ascolto, il punto di vista di Ferdinand de Saussure fa da sempre fatica a trovare chi se ne faccia carico sperimentalmente. Il panorama degli studi ha vantato e continua a vantare un numero variabile ma sempre consistente di saussurologi. Studiosi che parlano di Saussure quando capita loro di fare storia della linguistica o della semiologia, con annessa teoresi, e di fare teoresi linguistica o semiologica, con le annesse cronache disciplinari. Lo stesso panorama lamenta però non da oggi una penuria di studiosi operativamente ispirati dalla lezione saussuriana. Manca in altre parole di studiosi che, nel concreto lavoro di ricerca e giorno dopo giorno, pongano in opera quanto il linguista ginevrino dettò come metodo consapevole a chi vuole occuparsi di lingua con il crisma della scienza. Dichiarando infatti la sua intenzione di “montrer au linguiste ce qu’il fait”, Saussure poneva con chiarezza al centro del suo impegno una questione metodologica strettamente legata alla determinazione procedurale di valori correlativi.    Ecco, reso qui in italiano, un appunto di suo pugno: “Noi non fissiamo nessuna seria...

Forza tutti insieme incontro all’avventuraaaaa! / Tondelli: Sette parole per Altri libertini

1. Presenza    Non tutto è andato perduto, come diceva uno slogan. Non tutto è sparito o è stato fatto cadavere dai decenni successivi e dalla retorica dominante del buio con cui troppe volte si è oscurata l’epoca del Settantasette, usando l’immagine unica della lotta armata e occultando, a distanza, la molteplicità di esperienze e i colori che animarono quel periodo. Di tale policromia, di tale vitalismo a tratti anche autodistruttivo, ma non per questo monotonale, resta, per esempio, la scrittura di uno dei libri più significativi usciti da quegli anni, Altri libertini: uno tra i migliori e, forse, il più capace di formalizzare e trasmettere un sentimento di “presenza” con il proprio tempo.    Altri Libertini esce nel gennaio 1980 (pochi mesi dopo Se una notte d’inverno un viaggiatore, di Calvino; nel medesimo anno de Il nome della rosa, di Eco, e del film di Giordana Maledetti vi amerò). L’editore è Feltrinelli, che lo manda in stampa dopo una laboriosa riscrittura guidata da Aldo Tagliaferri. Il libro segna l’esordio di un venticinquenne nato a Correggio e iscritto al corso di laurea in Discipline Arte Musica e Spettacolo (DAMS) dell’Università di Bologna...

Internet delle cose / Connessione. Anche le macchine si parlano

La grande promessa che Internet sta facendo alle persone sin dalla sua comparsa sulla scena sociale è quella della connessione. Della possibilità cioè di collegarsi ovunque e con chiunque. Pertanto, il successo della Rete è fondamentalmente basato sulla capacità di soddisfare una delle più importanti necessità degli esseri umani: quella di costruire e coltivare le relazioni con gli altri. Di conseguenza, oggi viviamo in un mondo in cui siamo tutti fortemente connessi gli uni con gli altri. E il nostro livello di connessione reciproca sembra crescere costantemente.    Ma tutto ciò crescerà ulteriormente con la connessione, oltre che con gli esseri umani, anche con gli oggetti materiali. Come mostra chiaramente il giornalista statunitense Samuel Greengard nel libro Internet delle cose (Il Mulino), il cosiddetto “Internet delle cose” di cui si sta parlando ormai da diversi anni è esattamente questo: un network che sfrutta il fatto che gli oggetti oggi, grazie al processo di digitalizzazione in corso, tendono sempre più a comportarsi come gli esseri umani, cioè generando e condividendo dati e informazioni. Ma le “macchine” possono anche comunicare direttamente tra loro....

Lingua madre / Agi Mishol. In volo

«La scrittura è la più tortuosa delle vie / per ricevere amore», è farsi spazio tra le rovine del passato, farsi strada, vicolo, sentiero, «è chinarsi sulle parole / finché non si trasformano in porta / e allora farvi irruzione».   Agi Mishol è una delle più note poetesse israeliane, autrice di sedici raccolte tradotte in molte lingue e vincitrice di diversi premi, tra cui, nel 2014, l'italianissimo Lerici Pea alla Carriera. Nello stesso anno le è stato assegnato un dottorato onorario (Dottore Philosophiae Honoris Causa) dall’università di Tel Aviv “in riconoscimento della sua posizione come uno dei più importanti e amati poeti di Israele [e] del suo immenso contributo all’arricchimento della cultura israeliana“. Dal 2011 insegna presso la Scuola di Poesia Helicon a Tel Aviv, dove tiene anche laboratori di scrittura creativa. Nata a Cehu Silvaniei, in Transilvania, «da una fossetta della morte», da una madre sopravvissuta ad Auschwitz e un padre scampato ai campi di lavoro, Mishol fu la prima bambina della sua città venuta al mondo dopo la Shoah, simbolo di una resistenza, di una vita possibile anche dopo l'orrore, di un nuovo inizio da scrivere.   Da scrivere in una...

L'arte della ritrattazione / Luigi Malerba. Pensare confonde le idee

Ogni tanto compare una Beretta calibro sette e sessantacinque nei racconti e nei romanzi di Malerba. A fare il gesto di impugnarla, o ad essere tentati di usarla, sono personaggi che stanno perdendo la pazienza per ragioni anche banali ma importantissime per il loro equilibrio psichico; personaggi consumati psicologicamente da una loro mania o esacerbati dall’andazzo del mondo che gravita intorno a loro, rappresentato e governato da politici corrotti e infami. All’apparenza sono professionisti seri o funzionari che occupano posizioni di rilievo. Nel Serpente è un commerciante di francobolli a munirsene per regolare i conti con la propria moglie (che non esiste) e per farle capire che anche lui ha i suoi ideali da difendere e che è perfettamente in grado di agire indipendentemente da lei. In Dopo il pescecane, nel racconto omonimo, è l’amministratore delegato di una grande società di costruzioni a tenerla a portata di mano dentro il cassetto della sua scrivania: nonostante egli sia stato proposto per la nomina a Cavaliere del Lavoro, si trova sempre sul punto di cedere alla tentazione di farne uso ogni volta che davanti a lui, dall’altra parte della scrivania, compare un...

Alla Tate Modern fino al 10 settembre / Giacometti: all'inizio del mondo

Somiglianza e differenza: siamo più simili o più diversi rispetto agli altri esseri umani che ci circondano? L’interrogativo ha affascinato filosofi e artisti di tutte le epoche e tutte le culture, ma universalismo e unicità restano i due poli entro i quali si muovono le relazioni umane: continuità e identità ci mettono in contatto e ci distinguono. È questa, forse, la migliore linea-guida per ripensare oggi – dopo Adorno, dopo Canetti, dopo Deleuze: da dove siamo noi, suoi postumi di cinquantun’anni – all’arte di Alberto Giacometti. Il particolare distintivo era la sua ossessione, perché non poteva tollerare la riduzione dell’esperienza alla riproduzione del mondo: guardare significava per lui cogliere l’elemento irriducibile alle logiche della somiglianza formale.   Guardare era, perciò, prima di tutto un fatto materiale: significava capire come le cose sono fatte per farle parlare attraverso la materia. Gli occhi, diceva, attirano la nostra attenzione, quando guardiamo una faccia, perché sono fatti di una materia diversa dal resto della faccia. Ciò li rende speciali, che è altra parola-chiave dell’universo di Giacometti: apparentemente alla ricerca di ciò che è distintivo...

Ovvero: Calunniare gli Eschimesi / Fake Knowledge

Una mia amica molto colta mi chiese di firmare una petizione contro il Jobs Act quando non era ancora diventato legge. Le chiesi: “Ma tu hai letto il Jobs Act?” No. “Nemmeno io l’ho letto, e per questa ragione non firmo. Ma tu come fai a essere sicura che il Jobs Act è schifoso?” Alcuni amici di cui si fida la avevano convinta. Ma io avevo sentito anche l’altra campana: altri amici che se ne intendono erano favorevoli al Jobs Act. Del resto, non avrei firmato nemmeno una petizione a favore del Jobs Act. Sarò all’antica, ma io non prendo posizione su cose che non conosco bene. Questo scambio di battute mette a nudo un problema cruciale della democrazia: il fatto che tutti, in quanto cittadini, siamo chiamati a esprimere giudizi su cose che non conosciamo o non capiamo. È vero, avrei potuto leggere il Jobs Act, magari con l’aiuto di amici esperti di cose economiche e sindacali. E poi mi sarei potuto informare a fondo sulla Buona Scuola, intervistando molti insegnanti. E poi avrei potuto approfondire la questione complessa dei voucher… Ma quanto tempo avrei dovuto dedicare per farmi un’opinione competente su ciascuna di queste tematiche? Forse mesi di studio. Non avrei trovato il...

100 anni dalla sua nascita / Le mani di Nanda Pivano

Nelle foto di Fernanda Pivano spesso si vedono bene le mani: unghie smaltate di chiaro, e grandi anelli: fatti di plastica, di vetro, di pietre colorate, inattesi, allegri. È il contrasto che incuriosisce: mani curate da signora borghese, e i bijoux del moderno che preme – i più belli sempre disegnati da Ettore Sottsass. Sembra, in miniatura e in figura, la storia di una vita. Una ragazza perbene, di buona educazione e buoni studi che scopre libri inattesi e scrittori capaci di trasgredire, in parole e in opere. La sorprendono, la catturano, ma non la contagiano. E nasce quel paradigma-Pivano, fatto, in parti uguali, di incantamento e di resistenza, che somiglia all'immagine delle dita inanellate, dove i gioielli parlano di un altrove, non di una fuga. Così con gli scrittori: i suoi eroi sono, devono essere, ribelli: una selvaggia parata di giovanotti più o meno perduti che ben figurerebbero a popolare l'immaginario erotico di di una signorina vittoriana. Coltivato, ma ben recintato. Nanda Pivano, per una vita, avvicina inquietudini sempre diverse con tenace entusiasmo: beat, hippie, yippie, underground, cantautori e controcultura, pacifisti e buddisti, bourbon e birra, droghe e...

Fascinazione artificiale / La seduzione è in crisi

La seduzione è entrata attualmente in una situazione di crisi, perché gli uomini tendono sempre più a spostare il loro sguardo dalle donne verso se stessi. Sono tesi cioè a curare soprattutto l’aspetto del loro corpo, che ritengono non all’altezza degli affascinanti modelli di bellezza continuamente proposti da parte dei media. E così succede alle donne, anch’esse sempre più orientate a dirigere il loro sguardo verso di sé anziché verso l’altro sesso.  La seduzione, inoltre, ha bisogno di differenze. Che scatti cioè l’attrazione per qualcosa che è profondamente diverso da sé. Ma i sessi si stanno inesorabilmente avvicinando e mescolando tra di loro. L’uomo si “femminilizza”, mentre la donna, quando guarda l’altro sesso, lo fa attraverso un occhio sempre più “maschile”. Tradizionalmente, infatti, la cultura sessuale maschile si basava sul visivo, mentre quella femminile era legata a una sensorialità estesa a tutto il corpo. Ma il processo di emancipazione, che ha prodotto una crescente omologazione alla cultura maschile, ha fatto diventare “visive” anche le donne. Anche la pornografia, pertanto, è diventata qualcosa che riguarda il sesso femminile, perché, come ha sostenuto...

Attività creative / L’impresa culturale italiana: genio e regolatezza

Qualche anno fa, all’inizio del mio percorso di ricerca sulla disciplina giuridica delle imprese culturali italiane, ebbi l’occasione di incontrare alcuni giovanissimi operatori (artigiani, innovatori, artisti), alcuni dei quali si affacciavano allora all’esperienza imprenditoriale, e di scambiare con loro, nei mesi successivi, opinioni e pareri sugli aspetti pratici dello stesso tema: come regolare al meglio un’attività di natura creativa. Rimasi piacevolmente stupito dell’interesse mostrato soprattutto per i profili organizzativi della loro impresa, e non mi riferisco solo alle questioni di massima (che tipo societario adottare, come reperire capitali e credito, e così via). Quegli incontri erano organizzati da un’importante fondazione che metteva risorse economiche, oltre che strutturali e progettuali, a disposizione delle nuove leve creative. Sicché si parlò di finanziamento ma anche di molto altro, e mi riferisco a questioni decisamente tecniche e di dettaglio giuridico: a quali partner affiancarsi, se convenisse legarsi a loro con vincoli societari o contrattuali, come governare l’impresa in forme pluripartecipate e tendenzialmente democratiche (ossia adottando un modello...

È uscito il nuovo volume della collana Riga / Blanchot e il superamento del libro

Maurice Blanchot è certamente uno dei massimi teorici novecenteschi della letteratura, dunque anche di quella lunghissima «civiltà del libro» che si estende dai greci fino agli scrittori suoi contemporanei. Tuttavia un esame più ravvicinato del modo in cui egli si rapporta alla nozione di libro può rivelare una serie di inquietudini e di intuizioni anticipatrici. Vale dunque, per quest’ambito tematico ristretto, qualcosa di simile rispetto a ciò che Foucault affermava a proposito del più generale rapporto con lo spazio letterario: «Se Blanchot si rivolge a tutte le grandi opere della letteratura mondiale e le intesse nel nostro linguaggio, lo fa proprio per dimostrare che queste opere non si possono mai rendere immanenti, che esse esistono al di fuori, che sono nate al di fuori e che, se esistono fuori di noi, noi siamo a nostra volta fuori di esse. E se manteniamo un certo rapporto con queste opere è a causa di una necessità che ci costringe a dimenticarle e a lasciarle cadere fuori di noi; è, in certo modo, sotto la forma di un’enigmatica dispersione, e non di un’immanenza compatta».   Un primo esempio di problematizzazione dell’idea di libro, da parte di Blanchot, può...

Troppe parole / Cos’è il silenzio in una scuola?

Cos’è il silenzio in una scuola? Chi lo cerca, lo trova? Chi lo fa, lo sente? È condiviso? Entro in classe. Saluto, mi siedo. Accendo il pc, prendo la penna dall’astuccio, li guardo. Questi pochi gesti, in alcune classi, bastano a spegnere il rumore come farebbe un po’ d’acqua con un piccolo falò. La mia calma, la mia lentezza fanno breccia e tolgono energia allo schiamazzo. In questi casi fa molto piacere iniziare una lezione partendo dall’attesa. Non ci sono state minacce né richiami, solo il bisogno spontaneo e condiviso di un punto di incontro silenzioso da cui far ricominciare tutto. Una mattina come tante altre che si presenta sempre come un primo giorno, quando il silenzio si fa più carico di responsabilità e cura e si bada bene a non sciuparlo con chiacchiere qualsiasi.   È uno dei miei momenti preferiti. È il momento in cui loro smettono di fare quello che stavano facendo, alzano la testa e mi guardano in silenzio. E io faccio la stessa cosa. È uno dei pochi momenti in cui non mi è necessario parlare, due tre minuti vuoti in cui cerco di capire chi ho davanti e la qualità del silenzio che ricevo è un aiuto denso. Quando poi parlerò e lo faranno anche loro, ognuno...

Una matita per l'estate / Perdonare gli errori

Sono ancora restio ad ammettere con me stesso di essere un professionista del disegno. Intanto la parola non mi piace: riduce quanto la parola dilettante dilata. Poi ho davvero molte resistenze ad affidare al rispetto del canone la soluzione dei problemi di rappresentazione e sono altrettanto riluttante ad acquisire le competenze tecniche e la conoscenza degli strumenti di lavoro che mi competerebbero.   Disegno di una matita. Un po’ forse per via di residui dell’idea di primato della testa sulla mano annidati da qualche parte, un po’ forse per l’insinuarsi dell’idea che la superspecializzazione degli strumenti tecnici sia uno specchietto per quelle allodole che pensano di risolvere i loro problemi con una attrezzatura ipertrofica. Così, anche se ho nella testa una nebulosa di matite e ho usato solo matite per anni, non mi sono affezionato a nessuna di esse e non ho nemmeno un’idea ragionevolmente precisa di quanti tipi ne esistano e a cosa serva specialmente ogni modello.   Disegno di un disegno di una matita. Si dà il caso che la matita “normale”, legno e grafite, sia uno strumento praticamente perfetto: leggero, maneggevole, robusto, durevole, efficiente… Non...

Castello di Rivoli e GAM di Torino / L'emozione dei colori nell'arte

L'ingresso della mostra della Galleria di Arte Moderna di Torino ci accoglie con un pavimento dagli effetti psichedelici, allestito dall'artista scozzese Jim Lambie, il quale lo ha ricoperto con nastri adesivi di vinile dai colori elettrici, che percorrono le scale e seguono le linee irregolari delle pareti e degli angoli, dilatando e rendendo dinamico lo spazio.   Jim Lambie, Zobob - Prismatic (2016-2017). Le opere esposte ci appaiono subito di diverso valore estetico; rappresentano però alcune delle principali espressioni e sperimentazioni sul colore nell'arte a partire dagli inizi del Novecento, con brevi cenni all'indietro, all'Ottocento e persino al Settecento, e all'Oriente. Dopo le vetrinette che espongono le carte di Newton e Goethe, troviamo – un po' a sorpresa –, non il pittore Philip Otto Runge, mistico e filosofo del colore, ma Friedlieb Ferdinand Runge, il chimico che isolò l'anilina dal catrame, lontana premessa della produzione di coloranti artificiali.   Difficile rendere conto analiticamente dei lavori in mostra: mi limiterò a una scelta che sarà inevitabilmente arbitraria. Prendiamo avvio da Luigi Russolo, di cui troviamo, oltre a Profumo (1910) –...

Marion Fayolle e Valeria Parrella / F come fica

Gli amanti è un libro dell’illustratrice Marion Fayolle pubblicato in Italia dall’editore Gallucci, che lo definisce “un piccolo scrigno dell’erotismo senza parole, in cui tutto è permesso”. In Francia questo brillante catalogo muto, che mostra un uomo e una donna (ma qualche volta due donne, o una donna e tre uomini, o due uomini) intenti a darsi reciproco o solitario piacere genitale nei modi più giocosi e surreali (lui ha una lumaca, lei una lattuga; lui ha uno struzzo che affonda la testa nella sabbia, lei ha la sabbia; lei ha un porcospino, lui si punge; lui si annaffia da solo con la sua proboscide d’elefante, lei disseta la sua gatta da un seno) si intitola Les coquins, ovvero i birichini, i monelli, un titolo più calzante: intanto non di erotismo si tratta ma di sesso, e le parole hanno diritto a essere utilizzate esatte. Erotismo e pornografia hanno un significato preciso se usati correttamente, peccato siano tirati in ballo quasi sempre a sproposito con l’obiettivo di rendere elegante oppure volgare ciò che non ha bisogno né dell’una né dell’altra cosa; questa giovane artista francese (oggi non ha neanche trent’anni, la prima edizione di Les coquins risale a cinque anni...

Luca Rastello. Due anni dopo / Piove all’insù e la violenza del ’77

Due anni fa moriva, a pochi giorni dal suo cinquantaquattresimo compleanno, Luca Rastello. Intellettuale tra i più lucidi e impegnati della sua generazione, autore di reportage memorabili nella sua attività di giornalista, Rastello è stato innanzitutto e perlopiù un grande scrittore, la cui opera ancora aspetta di ricevere l’attenzione critica che merita. Qui è dell’esordio romanzesco di Rastello, Piove all’insù (Bollati Boringhieri, 2006), che vorrei parlare: non solo il suo capolavoro, ma anche un romanzo cui, nel quarantennale del 1977, spetta un posto d’onore nella bibliografia in continua evoluzione su quel periodo storico e sul movimento multiforme che lo ha attraversato.   Piove all’insù si apre in una cornice pseudo-epistolare collocabile con ogni probabilità nel 2002: Pietro, narratore e protagonista, ha appena saputo del licenziamento ingiustificato della compagna e, «tanto per distrar[la] un po’» (p. 7), decide di svelarle un dettaglio risalente agli inizi della loro storia che gli è riaffiorato alla mente di recente – un pretesto, in realtà, per raccontarle la sua giovinezza e rincontrare il se stesso di fine anni Settanta. Così, tramite le vicende personali e...

Piove all’insù e la violenza del ’77

Due anni fa moriva, a pochi giorni dal suo cinquantaquattresimo compleanno, Luca Rastello. Intellettuale tra i più lucidi e impegnati della sua generazione, autore di reportage memorabili nella sua attività di giornalista, Rastello è stato innanzitutto e perlopiù un grande scrittore, la cui opera ancora aspetta di ricevere l’attenzione critica che merita. Qui è dell’esordio romanzesco di Rastello, Piove all’insù (Bollati Boringhieri, 2006), che vorrei parlare: non solo il suo capolavoro, ma anche un romanzo cui, nel quarantennale del 1977, spetta un posto d’onore nella bibliografia in continua evoluzione su quel periodo storico e sul movimento multiforme che lo ha attraversato.   Piove all’insù si apre in una cornice pseudo-epistolare collocabile con ogni probabilità nel 2002: Pietro, narratore e protagonista, ha appena saputo del licenziamento ingiustificato della compagna e, «tanto per distrar[la] un po’» (p. 7), decide di svelarle un dettaglio risalente agli inizi della loro storia che gli è riaffiorato alla mente di recente – un pretesto, in realtà, per raccontarle la sua giovinezza e rincontrare il se stesso di fine anni Settanta. Così, tramite le vicende personali e...

7 voti allo Strega del 1947 / Il cielo è rosso di Giuseppe Berto

Sul finire del 1946 il trentaduenne Giuseppe Berto viene informato dall’editore Longanesi che le bozze del suo romanzo d’esordio erano state corrette, e che il libro sarebbe stato presto messo in distribuzione. Quello che l’autore ancora non sa, però, è quale sia il titolo. L’urgenza con cui la neonata casa editrice milanese costruiva il proprio catalogo stava imponendo un ritmo di lavoro serratissimo, costringendo i redattori a non concordare con gli autori scelte di primo piano. L’unica certezza era che il titolo sarebbe stato di ispirazione evangelica, come esplicitamente richiesto dall’autore. Così La perduta gente divenne Il cielo è rosso nel momento in cui uno dei collaboratori di Longanesi aprì a caso la Bibbia e ne trasse un versetto: «Era un titolo bellissimo e astuto – ricorda negli anni Sessanta Berto – che magari aveva poco a che fare col testo ma restava immediatamente impresso in chi lo vedeva».   Il romanzo narra la storia di quattro giovani sopravvissuti al bombardamento americano di Treviso. Nello scenario degli ultimi mesi di guerra, questi ragazzi sono costretti a una crescita repentina, fatta di litigi e innamoramenti; di scelte e malattie. Un libro...