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Photopost

(186 risultati)

Una matita per l'estate / Laptop

    L’ombra che lo schermo del notebook proietta sulla sua tastiera è stata dipinta. Quella proiettata dalla matita invece è vera. L’incongruenza tra la direzione della luce simulata dall’ombra dipinta e quella della luce ambiente è spaesante, in modo sottile e insidioso. Il vero e il falso convivono in uno spazio apparentemente omogeneo  

La notte indiana è più grande della nostra

Io e Shila siamo sulla terrazza della casa dei genitori di Karan. Abbiamo vestiti leggeri, nonostante la notte fredda. Quando cala il sole il deserto non lascia scampo, l’escursione termica è la più forte che abbia mai sofferto. Sotto di noi si allarga la periferia di Jodhpur. L’orizzonte è frastagliato dalle foglie di quelle che immagino essere palme ma che probabilmente non lo sono. Dietro le fronde si alza un bagliore violetto. Alcuni cani abbaiano in lontananza. “Una volta era tutto deserto, non c’era niente” dice Karan alle nostre spalle. È risalito portando bottigliette d’acqua e whisky. “Avevano provato a fare un campo da golf, per i nuovi ricchi” ride. “Giocavano a golf nella polvere.”   Sono a Jodhpur da un paio di giorni. Da quando sono arrivata in India è difficile suddividere ordinatamente lo scorrere del tempo. Ogni giorno sembra una settimana, ogni giorno è un segno, non ha più un nome, ha appena un numero a identificarlo. Il sole sorge e cala, in quell’intervallo io parlo, penso, mi muovo. Ogni giorno di nuovo, ma non da capo. Ogni giorno parlo...

Photoshop vent'anni dopo

Oggi è il linguaggio poetico del capitalismo finanziario. Ma da quanto tempo Photoshop non è più un semplice software? Celebrandone i successi, il presidente di Adobe, Shantanu Narayen, dichiarò "Non è esagerato affermare che, grazie a milioni di clienti creativi, Photoshop ha rivoluzionato il modo di vedere il mondo". Era il 2010, e l'azienda proprietaria aveva motivo di festeggiare: quel software era già lo strumento più usato del pianeta per "trasformare le fotografie", parola di Narayen, contando oltre dieci milioni di clienti. Che fosse nato come un puro strumento di lavoro, nessun dubbio. Il suo creatore, Thomas Knoll, era il figlio di un fotografo, oltre che un appassionato di elettronica, e nel 1987 aveva ideato l'allora rudimentale programma di fotoritocco senz'altro fine che non fosse dare una mano al padre. In quella prima versione, che il giovane programmatore aveva chiamato "Display", il software si limitava a visualizzare le gradazioni di grigio delle immagini su un monitor in bianco e nero. Un po' come i fratelli Lumière inventano il cinematografo nell'azienda...

Interno/giorno casa in periferia

Interno/giorno casa in periferia   Non c’è continuità estetica tra l’ambiente esterno della periferia e gli interni di certe case di chi abita quei luoghi. Ovvio, ma in un lavoro fotografico sperimentarlo è più complesso. Quando si va in zone che non si conoscono, che non sono proprie, il primo varco è la strada e i contatti capitano su questo livello. Le abitazioni limitrofe sembrano osservarti, dichiarando la loro inacessibilità. Fino a questa fotografia, gli unici interni che avevo descritto nella zona cinque di Milano erano stati quelli di un bar o di una chiesa o dell’ospedale; luoghi pubblici assuefatti al territorio circostante.   Durante le mie peregrinazioni fotografiche, giusto per scaldare un po’ il pensiero e lo sguardo, mi capita di guardare le case: il loro interno o ciò che una finestra può offrire allo sguardo estraneo; allora le intendo come luoghi intimi, dove si vive e si passa la notte, al riparo dalla strada.   E’ stato un caso che a un’amica occorresse un ritratto e che io avessi voglia di farglielo; ma ancor di più il caso fu che, nei mesi...

Tavoli | Marina Spada

Ci si sente un po’ colpevoli a osservare il tavolo di Marina Spada in sua assenza. Sembra quasi di tradire la trasparenza di uno spirito creativo cristallino, dotato di una rara schiettezza di sguardo e di voce. Proprio come quello di Piero Chiara, che dalla copertina di “Confini” veglia su questo spazio di lavoro. Eppure non si rinuncia facilmente al piacere visivo dei tocchi di inaspettata civetteria – le fantasie a pois di una trousse, gli alberelli o il rosa dei post-it – che emergono dall’essenziale tavolo ferrigno. E che di certo contrastano con le voci critiche approssimative di chi talvolta ha la pretesa di sintetizzare il cinema di Marina Spada, e la Milano che questa mette in scena, con l’aggettivo “grigio”. Un dépliant sui musei meneghini e un romanzo – Splendido splendente di Ivan Guerrerio, sullo sfavillante proscenio della Milano da bere – riflettono al contrario l’interesse per le mille note cromatiche di una città natale scelta anche come luogo di lavoro e di insegnamento.   La mappa concettuale della regista non si configura come una rete di link virtuali (non a caso,...

Tavoli | Emiliano Ponzi

Ci sono due tavoli. Il primo si vede subito: è fatto di angoli retti e composti. È un avere le idee chiare e pulite, un fare linee pulite. Un allineamento di pensieri e modi per generare uno spazio dentro al quale gli oggetti si muovono e danzano. Un'interazione fatta di proseguimenti e intersezioni. Una costruzione, precisa e dinamica. Una bella sensazione di rigore ma di fantasia, di movimento e di stabilità.   Dicevano gli antichi, lo dice Michelangelo, lo ripete Munari, che si arriva alla sintesi con un incessante lavoro di analisi, uno sciogliere di nodi, un metodo. C'è una quotidiana classicità nel vizio del fumo, nel metodo preciso per farsi una sigaretta e scegliere con che accendino iniziare la giornata.  Ci sono uno schermo, un portatile aperto, un iPad in un angolo e un telefono. Cerca, disegna, ascolta della musica, senti una voce. Il secondo tavolo invece non si vede subito.   È quello fatto di questi stessi oggetti, leggermente disallineati. Lo schermo che riflette la luce della finestra, una scatola ha il coperchio girato dal lato opposto alla sua gemella, un libro non ha il dorso allineato...

Nonostante il pico del sole

La percezione che ho di questo luglio è diversa da quella dell’anno scorso. Me ne accorgo mentre sto camminando, perché inaspettatamente mi focalizzo su certi elementi fisici che percepisco sul mio corpo. Sono il caldo già familiare, alle tre del pomeriggio nella pianura padana, e il peso sperimentato della mia macchina fotografica che tengo in mano. Queste due costanti mi riportano, passo dopo passo, a un anno fa. Come oggi andavo in giro per le vie periferiche di questa zona a sud di Milano; stessa calura stesso carico sul braccio e allora emerge il ricordo del mio stato d’animo. Guardavo e fotografavo altre cose. Nei miei scatti per Fotogiornale ora c’è un’altra estate, la seconda. Sì certo, questo stesso mese nel 2013 fu più infuocato, per il caldo mi rifugiai prima in un bar e poi dentro una chiesa.     Stavolta sono da quest’altra sponda del naviglio Pavese, che rimane meno popolare, più residenziale e desolata; non c’è anima viva e per sfuggire al sole le scelte sono due: l’atrio esterno del supermercato, riparato dai portici; o l’ombra degli alberi. A...

Volevo fotografare rondini

Volano tra i 30 e i 40 km orari, quando mangiano. Da qualche mese i nostri cieli sono popolati da questi uccelli che chiamiamo rondini. Ho voluto fotografarne una entro maggio.   Adesso che ho la foto sotto gli occhi, faccio un giro sul web per documentarmi un minimo, ma scopro varietà di specie e sottospecie; restringo allora il campo di ricerca e mi soffermo sulla differenza tra rondine, balestruccio e rondone. Scarto subito l’ipotesi di quest’ultimo perché apprendo che è completamente bruno e con una chiazza chiara alla gola. Dovrei continuare a cercare informazioni per capire quale ho fotografato, invece interrompo il mio studio ornitologico: per la foto che avevo immaginato, sapere di più mi è indifferente, di fatto, il loro modo di volare veloce e a bassa quota, inseguendo insetti, è molto simile. La problematica di realizzazione dello scatto non sarebbe cambiata.   Ho trovato le condizioni ottimali per realizzarla, in prossimità degli argini del colatore Olona, laddove si unisce al Lambro Meridionale. Stavolta il mio giro nella periferica e consueta zona cinque si è risolto così.

Una donna a Famagosta

La mia macchina fotografica non genera metadati. Per risalire al giorno di questo scatto, ho sfogliato a ritroso l’agenda, dove avevo segnato l’orario di partenza della corriera da prendere. Con una certa sorpresa, come se a quel tempo non l’avessi considerato, ho letto che era l’8 marzo: una data con ricorrenza.   Il 7 aprile ho portato il rullo in laboratorio per lo sviluppo. Oggi che è il nove, guardo i provini digitalizzati che sono arrivati nella mail. È passato circa un mese; di questa fotografia ricordavo solo il clic e le sensazioni di quel momento (definite nella “Teoria del controscatto”).   In effetti, ora che ci ripenso, l’8 marzo scorso la città era piena di rametti di mimosa. Anche giù nei metrò i venditori si davano da fare per venderli, ma già alle piattaforme di attesa di Famagosta, tra le rade persone che sostavano sotto le pensiline, dove mi trovavo anch’io in quel sabato mattina, non vi era traccia della Festa della Donna. Come se in prossimità di una partenza, in viaggio, la ricorrenza non si celebrasse; insomma si consumava soltanto in citt...

Tavoli | Italo Lupi

Non sapevo, non avevo mai notato, che Italo Lupi fosse mancino, come me. Gli "attrezzi del mestiere" di grafico sono lì, a sinistra del pc, pronti all'uso. Fogli bianchi, matite, penne colorate, pennarello punta grossa. Forse per fare il grafico basta questo. Non saprei, ma credo di poter dire di sì, se il tavolo sia stato "preparato" per lo scatto. Troppo nitido, come un biglietto da visita che serve a presentare l'anima progettuale di Lupi. A destra i compassi d'oro, una tavola di un illustratore a lui caro (forse un Rockwell, ma direi uno di scuola anglosassone, cui iscriverei di diritto Lupi), alcuni suoi lavori a ricordare un universo concettuale entro cui muoversi (appunti di lavoro, in una grafia perfetta), rivista Rolling Stone (non è un caso), un libro Corraini... L'asse del tavolo è spostato a sinistra; il calendario (con alcune idee grafiche stupende) a dettare il ritmo; una presenza, quella della scultura, credo a fare da monito di un'esperienza o di radici profonde. C'è posto per le sedie, almeno quattro oltre quella di Lupi: segno che il lavoro è fatto di idee proprie e di...

Guy Tillim

Entrare in una galleria o in un museo per vedere una mostra, fermarsi davanti a un oggetto, distrarsi e poi camminare attraverso le stanze, far scivolare il proprio sguardo da un punto a un altro incrociando gli altri visitatori, soffermarsi anche sui loro movimenti e i loro corpi che ostacolano o interagiscono con la visuale, decifrare la struttura degli spazi e i piccoli contrasti determinati dalle uscite di sicurezza e dai cartelli esplicativi. Con Ti guardo Talos Buccellati tenta di indagare con il solo mezzo fotografico gli imprevisti e le interferenze che segnano lo sguardo durante una visita a un’esposizione.   Guy Tillim, Second Nature | Centre Photographique d'Ile de France, Paris

Tavoli | Stefano Boeri

La scrivania è un tavolo profondo, quasi quadrato, al centro della stanza, e dalla quantità di sedie dà l’idea di un tavolo di lavoro collettivo. Nella configurazione qui immortalata si fanno notare la duplice copia de La regola e il modello di Francoise Choay, in italiano e in francese, il catalogo di Mutations (uno dei libri piú importanti nella formazione degli architetti cresciuti negli anni zero), un catalogo di Sao Paulo Calling, un po’ di oggetti tecnologici, una clessidra, quotidiani, fotografie.   Come baricentro del tavolo, una reliquia proveniente dagli anni 80: un busto di Diego Armando Maradona. Al centro di fotografie, riviste, giornali, cataloghi di mostre, a tenere in equilibrio questo microcosmo, troviamo Diego, nella forma più volte utilizzata per fermare nel tempo personaggi del suo calibro, dalle maschere funerarie egizie, ai reliquiari medievali, ai busti di Bernini.   Come si tengono insieme tante attività, interessi, impegni? Serve un colpo di genio, o una sua rappresentazione.  

Christopher Morris

Entrare in una galleria o in un museo per vedere una mostra, fermarsi davanti a un oggetto, distrarsi e poi camminare attraverso le stanze, far scivolare il proprio sguardo da un punto a un altro incrociando gli altri visitatori, soffermarsi anche sui loro movimenti e i loro corpi che ostacolano o interagiscono con la visuale, decifrare la struttura degli spazi e i piccoli contrasti determinati dalle uscite di sicurezza e dai cartelli esplicativi. Con Ti guardo Talos Buccellati tenta di indagare con il solo mezzo fotografico gli imprevisti e le interferenze che segnano lo sguardo durante una visita a un’esposizione.   Christopher Morris, Americans | Le Petit Poule Noire, Paris

Tavoli | Antonio Alberto Semi

Millepiani di carte, stratificarsi di cartellette, fogli sparsi, appunti e alcuni libri nel tentativo di dominarli: scivolano, sfuggono all'ordine geometrico cercando il loro equilibrio a margine, sull'angolo di un lungo tavolo di legno biondo che espone i propri nodi e venature, come una tela distesa. Se non fosse per il peso specifico delle parole, il vento che da un momento all'altro potrebbe entrare dalla finestra, sottrarrebbe il senso a un familiare disordine. Da questo centro, nello studio si irradia la luce di una composta palette di colori: bianco su bianco, ocra ramato, sfumature miele o senape, il tessuto granata del tappeto che risponde a un tondo sgabello blu klein. Due volumi suggeriscono una vita, una geografia dell'anima. Esiste qualcosa più autobiografico di una bibliografia? Le storie della Venezia di Antonio Alberto Semi, si accompagnano al suo lavoro, quello dell'ascolto e dell'analisi. Al vertice opposto, una lampada e due computer dominano lo spazio, si direbbe, lo ingombrano. Solo un calcolatore è acceso, nell'attesa il pulsare del salvaschermo crea figure spirografiche. Come a percorrere l'asse mediana di...

Canestro notturno

Un notturno in periferia richiede tempi di esposizione lunghi e per non far venire l’immagine mossa, la macchina fotografica deve stare immobile per tutto il tempo in cui l’otturatore rimane aperto, quindi va messa sul cavalletto ed è meglio usare il flessibile per scattare, in modo da non trasmettere, con la pressione del dito sul pulsante, ulteriori movimenti al corpo macchina. Quella notte non avevo né l’uno né l’altro.   Mi muovevo a piedi nella consueta zona cinque (per chi mi segue ormai, lo sa) lungo il corso del naviglio pavese, soltanto con la macchina fotografica e l’esposimetro: rigorosamente infilati nella borsa della spesa di tela spessa, che poi mi è servita per inginocchiarmici sopra e fare l’inquadratura senza rovinarmi il pantalone di velluto.   Però per inclinare leggermente la macchina verso l’alto, mi serviva qualcosa da mettergli sotto e non avevo niente; ho usato il cellulare come fosse una zeppa: alla fine 'sto cellulare si usa sempre. Così ho scattato trattenendo il respiro, per evitare di muovere la macchina fotografica.

Éric Facon

Entrare in una galleria o in un museo per vedere una mostra, fermarsi davanti a un oggetto, distrarsi e poi camminare attraverso le stanze, far scivolare il proprio sguardo da un punto a un altro incrociando gli altri visitatori, soffermarsi anche sui loro movimenti e i loro corpi che ostacolano o interagiscono con la visuale, decifrare la struttura degli spazi e i piccoli contrasti determinati dalle uscite di sicurezza e dai cartelli esplicativi. Con Ti guardo Talos Buccellati tenta di indagare con il solo mezzo fotografico gli imprevisti e le interferenze che segnano lo sguardo durante una visita a un’esposizione.   Éric Facon, Hijos del exilio / Enfants de l’exi | Galerie du bar Floréal, Paris

L'Aquila: d’abord l’à-bord

Nell’agosto del 2013, prima di partire per L’Aquila, ho pensato di visitarla tramite Google Street View. In altre zone d’Italia ci sono immagini del 2008 che si compenetrano a quelle del 2011; ma se altrove il passaggio riguarda soprattutto l’incisione abitudinaria dei luoghi – la luce o le stagioni trascorse tra un intonaco e l’altro, attraverso l’evanescenza della Rete – a L’Aquila le conseguenze del sisma e la gestione della realtà sono state dirompenti perfino nel regno asettico di Google Street View, dove ancora oggi convivono il lontanissimo settembre 2008 – sette mesi prima del terremoto – e l’aprile del 2011, che potrebbe essere un aprile qualsiasi, indistinto, ma dalle inconfondibili sembianze del dopo. E in mezzo, sospesa, la dimensione parallela della realtà: corpi, uomini, animali e cose, che restano impigliati nella Rete.       Il cavallo senza nome Nel settembre 2013 sono arrivata a L’Aquila e mi sono accorta della forte presenza della natura. La città è circondata dalle montagne. Le sorgenti del Vera. Il fiume Aterno. I boschi. Volevo...

Tavoli | Uliano Lucas

Il tavolo di Uliano Lucas non si trova nello spazio chiuso di uno studio. Non vi sono oggetti familiari a cui aggrapparsi: libri, fogli, matite. Non c’è nemmeno una macchina fotografica. Si vedono solo un ripiano bianco e una sedia, in attesa di qualcuno che potrebbe arrivare da un momento all’altro. Eppure, nella sua estrema semplicità il suo tavolo è come un magnete che attira lo sguardo, uno spirito incastrato in una forma che non riesce a contenerlo, direbbe Charles Bukowski. Si nota immediatamente l’elemento essenziale per un fotografo: la luce, che duplica il tavolo sulla parete lignea. Una luce così intensa da confondersi con la materia della superficie marmorea. Poiché è questo il luogo in cui Lucas nasce, dove il fotografo viene alla luce: un tavolino del leggendario bar Jamaica a Milano.   Negli anni Cinquanta e Sessanta da qui sono passati artisti, fotografi, scrittori, giornalisti. Al bancone del Jamaica si potevano incontrare Piero Manzoni, Ugo Mulas, Mario Dondero e il clima era quello del fermento di idee, delle infinite possibilità, del futuro che si poteva toccare con una mano, tanto che lo...

Tavoli | Claudia Tarolo

Non è la stessa scrivania di Claudia a cui mi avvicinai dodici anni fa, con le gambe tremanti,a correggere il primo racconto che la Marcos y Marcos mi pubblicò. Posso però riconoscere lo stesso ordine e la stessa precisione.   Tutto quell'ordine all'epoca mi parve davvero una cosa inconcepibile: ogni singola cosa al suo posto, come una sala operatoria. Mai visto niente del genere.   Poi ho capito che quello che fa Claudia con le bozze dei nostri libri in effetti è una specie di alta chirurgia; aggiusta quello che non funziona.   Adesso so che quel genere di ordine è tipico delle persone che lavorano tanto, e tanto amano quello che fanno.   Non che i disordinati non lavorino tanto e non amino il proprio lavoro, ma diciamo che possiamo permetterci il lusso di cercare una certa matita o un tale foglio anche per dieci minuti.   Vedendo la foto della sua scrivania, mi è subito balzato agli occhi il motivo per cui Claudia e io ci troviamo ancora così bene a lavorare insieme, dopo dodici anni e sei romanzi.   Le persone per andare d'accordo devono incastrarsi, come le sagome dei puzzle...

Vice Magazine

Entrare in una galleria o in un museo per vedere una mostra, fermarsi davanti a un oggetto, distrarsi e poi camminare attraverso le stanze, far scivolare il proprio sguardo da un punto a un altro incrociando gli altri visitatori, soffermarsi anche sui loro movimenti e i loro corpi che ostacolano o interagiscono con la visuale, decifrare la struttura degli spazi e i piccoli contrasti determinati dalle uscite di sicurezza e dai cartelli esplicativi. Con Ti guardo Talos Buccellati tenta di indagare con il solo mezzo fotografico gli imprevisti e le interferenze che segnano lo sguardo durante una visita a un’esposizione.   Roger Ballen, Martin Parr, Terry Richardson, Vice Magazine | Le Bal, Paris

Lettere a Romeo Castellucci | Le visioni di Orfeo

Quando Joseph Niépce ebbe la possibilità di fare la prima fotografia della storia volse lo sguardo verso la finestra e riprese la realtà che gli si offriva di fronte.   L’evoluzione dello sguardo fotografico ha cercato, nel tempo, punti di vista e soggetti sempre più sorprendenti. Ma, per quella rappresentazione furono sufficienti i tetti delle case di fronte. Il desiderio di mondo ritrovava tutta la sua potenza.   L’opera di Romeo mi riporta incessantemente verso quella “prima volta”, una paralisi visiva che diventa condizione e soluzione per affrontarla. Un semplice specchio di fronte alla Medusa.   L’assessorato alla cultura del Comune di Bologna dedica una rassegna a Romeo Castellucci e alla Socìetas Raffaello Sanzio, E la volpe disse al corvo, a cura di Piersandra Di Matteo, con numerosi appuntamenti da gennaio a maggio 2014. Doppiozero ospita alcune lettere di critici, artisti, operatori culturali che raccontano da molteplici punti vista chi sia questo regista-artefice esploratore del contemporaneo (nel catalogo ebook di Doppiozero segnaliamo il prezioso saggio di Oliviero Ponte di Pino...

Tavoli | Luigi Zoja

Piccolo, il tavolo, ma doppio; almeno nel momento in cui viene scattata questa fotografia. Infatti, sulla pila di carte a destra è appoggiato e ripiegato il foglio di un quotidiano tedesco; e con la pagina si piega anche la vignetta, a commento di un articolo sul tema del genocidio. Potrebbe essere la recensione di un libro curato da Sybille Steinbacher, Holocaust und Völkermorde (2012). Nella vignetta uno scheletro sta scavando una fossa – sotto un tavolo appunto –, forse quello di inutili trattative. Naturalmente è una coincidenza, ciò che conta è l’argomento della recensione; ma la tentazione è di pensare il contrario, tanto è attraente in motivo del doppio proprio lì dove lavora uno psicoanalista. Sta di fatto che il tavolo disegnato è come en abyme rispetto alla foto che ritrae il tavolo reale e le sue adiacenze.   Lo spazio della scrivania è piccolo, si diceva, tanto che la stampante, collocata su un altro tavolinetto di legno, se ne prende una parte e lascia poco spazio a un portatile bianco e a tre pile di carte da un lato e dall’altro.   A sinistra c’è...

Tavoli | Olimpia Zagnoli

Il tavolo di Olimpia Zagnoli è affollato di cose invisibili.   Tutte quelle che ci si aspetterebbe di trovare sul tavolo di un illustratore e che invece qui risaltano per la loro assenza. Ovviamente sono presenti alcuni strumenti di lavoro, ordinatamente riposti in un mug, e sono praticamente quegli stessi che si trovano raffigurati sull'astuccio in alto a sinistra. Poi, sul vassoio di metallo accanto al calorifero, ci sono alcuni oggetti fra cui una calcolatrice a cuore, una candela, una grande confezione di fazzoletti di carta, forse del collirio, un tubetto di crema per le mani, un rotolo di scotch, e una sfera fatta di elastici.   Fra le cose invisibili ci sono anche quelle virtuali che stanno nel computer e nella tavoletta grafica. A queste non si ha accesso, se non a quella sola che, nel momento in cui la foto è stata presa, si manifestava sullo schermo: l'immagine di un uomo minuscolo di fronte ai grandi tasti di un pianoforte. In basso a sinistra, ci sono poi due quaderni, immagino sketchbook, e al centro un foglio A4 con uno studio per una illustrazione. Accanto, a sinistra, un foglio di carta quadrettata con due parole scritte a mano...