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Racconto

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Tratta Udine - Treviso / L’uomo nero

Tratta Udine - Treviso, ore 10.07 (andata)   Oltre un metro e novanta di altezza, con un peso stimabile intorno ai 130 chili. Un armadio a tre ante. Si potrebbe definire una montagna d’uomo. E in più, nero. È entrato con tanta irruenza, che la vecchia porta a spinta continua a sbattere e cigolare, finché è arrivato oltre la metà del vagone. Il marito della signora con i capelli bianchi parla in dialetto stretto e commenta ad alta voce: “Guarda che razza di gente che gira qui, he moglie? Hai visto quanta Africa? Noi vecchi non possiamo più stare tranquilli...”. La donna della coppia giovane che ha preso posto di fronte a me si rivolge in tono affettato al suo sbiadito compagno, consigliandogli di tenersi vicino la borsa del computer. Le due “anziane ragazze” che vedo sedute tre posti più in là commentano all’unisono con una smorfia gemella, la più robusta aggiunge senza voce, ma con un labiale esplicito: “Che paura!”.   Nel frattempo l’omone è arrivato alla porta in fondo, che replica la stessa musica della prima. Sono seduta vicino al finestrino, un posto che mi è sempre piaciuto, fin da piccola, e che scelgo anche quando fa freddo e gli spifferi sono garantiti. Nel...

Ottant'anni fa moriva Lou Andreas Salomé / Amore. Il punto di vista delle amebe

L’uomo di oggi sa meglio dei suoi predecessori che gli uomini non si “possiedono” l’un l’altro, che si conquistano e si perdono in ogni momento della vita, e che l’amore “c’è” solo quando il suo effetto si fa sentire in noi in modo concreto e spontaneo. Per questo motivo oggi è più difficile distinguere un vero sentimento d’amore dalla frivolezza o dal gioco, eppure i due concetti non sono più confusi di un tempo. È anzi meno indifferente che mai chi si ama e come si ama. Ma mentre un tempo perfino una relazione piuttosto insignificante e povera di sentimenti e poco fertile poteva cercare di durare una vita in forza di una sua presunta approvazione divina, adesso in determinate circostanze si può rinunciare a un legame comparabilmente ricco e profondo dopo un tempo non più lungo di quanto durasse prima un “gioco” , perché si arriva a pensare che tale legame non offre tutto quello che può concedere l’amore ed è meglio andare avanti da soli. Tale consapevolezza nasconde una certa crudeltà, ma non è diversa affatto da quella che ci fa superare mancanze assodate e nasce spesso dalla massima serietà amorosa. È consapevolezza del fatto che la nostra forza amorosa è condannata a morte...

Da domani in libreria / Cedi la strada agli alberi

La poesia è un mucchietto di neve In un mondo col sale in mano.   La poesia è amputazione. Scrivere è annusare la rosa che non c’è.     Il naufragio della letteratura   Una volta c’era la letteratura e poi c’erano gli scrittori. Immaginate un mare con i pesci dentro. Adesso ci sono solo i pesci, tanti, di tutte le taglie, ma il mare è come se fosse sparito. È successo in poco tempo, e non ce l’ha comunicato un esperto. Ce ne siamo accorti incontrando un poeta da vicino, parlando con un narratore al telefono. Abbiamo sentito che qualcosa non c’era più. Ognuno ha i suoi libri, le sue parole, sono sparite le strade che mettevano in comunicazione uno scrittore con l’altro, tra chi muore e chi vive non c’è alcuna differenza, non c’è differenza tra chi lotta e chi è vile. Oggi tra gli scrittori regna una pacata indifferenza e lo spazio vuoto che c’è tra quelli che scrivono accresce lo spazio tra chi scrive e chi legge. La letteratura è una barca che ha fatto naufragio e ognuno coi suoi libri lancia segnali di avvistamento che nessuno raccoglie perché ognuno è impegnato a farsi avvistare. Le voci non si sommano e non spiccano. La letteratura fa pensare a un’arancia...

Progetto Jazzi / La valle della luna

  Proseguirono a sud, lungo la costa, cacciando, pescando, nuotando e comprando cavalli. Ora Billy si serviva dei vapori per inoltrare le sue bestie a destinazione. Così attraversarono le contee di Del Norte, di Humboldt, di Mendocino, di Sonoma – contee più vaste di molti Stati dell’Est – calpestando il suolo di foreste gigantesche, pescando in innumerevoli acque ricche di trote, e attraversando altrettante floridissime valli. E dovunque, Saxon cercava la sua Valle della Luna. Talvolta, quando tutto sembrava perfetto, ella trovava che la strada ferrata era troppo lontana, o che vi erano solo madroños e manzanitas, o che vi era troppa nebbia. «Noi abbiamo bisogno d’un cocktail di sole, una volta ogni tanto» osservava a Billy. «Sicuro, troppa nebbia potrebbe ubriacarci peggio del sole. Per noi ci vuole qualcosa di mezzo, e vedrai che dovremo scostarci dalla costa per trovarlo.» L’autunno già era sopraggiunto, quando a Fort Ross volsero la schiena al Pacifico per inoltrarsi nella Valle del Fiume Rosso, molto sotto Ukiah, sulla via di Cazadero e di Guerneville. A Santa Rosa, Billy fu alquanto ritardato dalla spedizione d’una partita di cavalli, e solo nel pomeriggio poterono...

Hinterland #1

Da sposata Rosa era andata a abitare in un quartiere diverso da quello dove aveva vissuto con la famiglia. Mentre ci si avvicinava in auto, vedeva in lontananza l’enorme ammasso di cubi grigi che conteneva quello che rimaneva del suo passato e provò a non pensare al tempo in cui quella bruttura di prefabbricati per lei era casa e rifugio e quotidiano vissuto, ma non vi riuscì. Le aiuole erano già così vuote quando lei ci giocava a settepietre con gli amici? L’asfalto che gira intorno alla rotonda e si immette nel megacondominio aveva già allora tutte le buche che ora si ritrova a scansare?   Il cielo, che le appariva di un colore più neutro, come una campana di vetro fumé racchiudeva dentro di sé l’aria viziata e pesante che ora lei respirava a fatica, le restava sulla lingua amara e di un sapore che ricorda di aver conosciuto una volta, mentre si stava avviando con sua figlia Domitilla a passare sotto l’arco quadrato dell’ingresso al quartiere. Smisurato, si estendeva per centinaia di migliaia di metricubi di alloggi abitativi popolari e si chiudeva con un gruppetto di palazzetti privati costruiti uno a ridosso dell’altro e di ognuno dei quali era difficile intuirne l’...

Campiano è un innamoramento instupidito / Ermanna Montanari, Miniature Campianesi

Mi sono accorta dell’abbaglio del tempo quando qualche anno fa accompagnai un importante produttore di cinema verso il mio paese natale. Gli avevo parlato del villaggio edificato sulla Petrosa, antica via romana tra Ravenna e Forlì, di vecchie case coloniche abbandonate nelle “larghe”, di campi coltivati in ordinate tornature rettangolari, di orizzonti piatti, di filari azzurri, del caldo delle zolle nere, di sontuosi pioppi all’ingresso delle aie prive di recinto, di donne altere vestite a lutto, del bosco di rovi nell’antica villa Ginanni-Corradini dove da adolescenti ci si nascondeva ad amoreggiare. Dovevamo scegliere un luogo per un film, che poi non s’è fatto, sugli anarchici romagnoli dell’Ottocento, dovevamo individuare un vecchio casolare vicino a uno scolo. Mi accorsi che appena entrata in Campiano cominciai ad arrossire, non c’era niente di quel che avevo descritto, a parte l’antica pieve paleocristiana e i suoi quattro tigli centenari.   Ermanna Montanari, Miniature Campianesi   Campiano viveva in me di una bellezza affettiva, un luogo inventato, dopo l’abbandono avvenuto durante la prima giovinezza, alla fine degli anni Settanta.
Campiano era per me l’...

A Natale solo fiabe / I sogni di Barron

Donald e Melania Trump camminano per mano al figlio Barron lungo il corridoio che dalla sala da pranzo conduce alla zona notte dell’appartamento. La cena della vigilia di Natale è stata interrotta da dodici chiamate sul telefono del Presidente. Ogni volta Il Presidente si è alzato e ha cominciato a passeggiare col telefono in mano intorno alla tavola. Suo figlio Barron porta i capelli con la riga da una parte. È una pettinatura perfetta per il giorno di Natale, ma lui la porta tutti i giorni dell’anno. Suo padre non comprende lo sguardo malinconico del figlio. Gli dice: “Barron, isn’t Jerry Lewis funny?”, mentre alla tv ritrasmettono un vecchio film in bianco e nero. La ragione di quello sguardo malinconico è l’unico mistero che lo interroga davvero. Accade quando nella sua mente si crea un po’ di spazio. Per esempio quando esce dalla doccia e indossa l'accappatoio. In quel momento si crea spazio. Oppure prima di addormentarsi o quando chiude la portiera e sui sedili in pelle avverte il silenzio assoluto dell’automobile blindata. In quei momenti l’immagine dello sguardo di suo figlio lo assale. Diventa un mistero che gli spezza il cuore e lo invade di una tenerezza sconosciuta...

Regalare storie / Fiaba di Natale

Caro Bubi, cara Schnuppi, da quando ho sentito che la mamma ha preso, di tanto in tanto, l’abitudine di restarsene seduta in mezzo ai vostri due lettini, dopo che vi siete coricati, a leggervi qualche storia, non ho più pace se non vi racconto anch’io qualcosa, e cioè quello che mi è capitato ieri, ultima domenica d’Avvento, alle quattro passate. Ero scesa in città, dalla nostra collina, a comperare candele per l’albero di Natale. Giù non v’era affatto tutto quel trambusto di vetture, cavalli e gente affannata che si nota, alla vigilia delle feste, da voi nella capitale. In cambio però, in queste stradine silenziose e nella tortuosa piazza del mercato, accanto al municipio, la cui fioca illuminazione viene ora solo scarsamente migliorata dalla luminaria dei tanti alberi di Natale che fanno capolino dietro le vetrine, ci si potrebbe immaginare più facilmente un prodigio: di veder sbucare di nascosto, tra i bambini presenti, un servo Ruprecht intento ad annotarsi i loro desideri, che riesca anche a sottrarre qua e là qualcosa dalle vetrine, per ficcarlo nel suo sacco capace e scomparire poi di nuovo, dietro le bancarelle di abeti, senza che nessuno, nemmeno stavolta, se ne accorga...

A Giosetta Fioroni (1966-1972) / Lettere e telegrammi dal Viet-Nam

Saigon, 25 febbraio [1967]   Coca mia, speriamo che questa lettera ti arrivi: la consegno a un fotografo francese che parte oggi e sarà domani a Nizza. Da dove la spedirà. Le tue due lettere mi hanno fatto molto piacere, così mi fai compagnia in questa città strana e quasi surreale per la sua (apparente) lontananza dalla guerra. Non badare a Bocca. È stato qui due giorni e l’ambasciatore mi dice che, come prima cosa, era lui che voleva insegnare all’ambasciatore come vanno le cose qui. La guerra si sente soltanto la notte quando i cannoni fanno tremare i vetri. Sparano a 15-20 chilometri di distanza dalla città. Ti prego di darmi conferma se hai spedito quelle cose a Phnom Penh e ti prego anche di un altro favore. Il letterato locale che mi fa da guida paga tutto lui e mi mette in imbarazzo. Gli piacerebbe avere delle cravatte. Vai dunque in piazza di Spagna o dove vuoi e compera sei cravatte, a pallini o a disegni, blu o nere, ma di quelle sottili tipo americano e foulard di seta. Più strette possibile, comunque scegli tu. A lui piacerebbero nere a pallini bianchi, in ogni caso fai una scelta di sei e le spedisci, via aerea, qui. Per sdebitarmi non posso fare altro. Il...

Per una grammatica dell'interiorità / Ascolto

Dare all’ascolto una configurazione sensibile, circostanziata per tempo e luogo, per me è riandare ad alcune voci e ad alcuni suoni dell’infanzia. Il risveglio, in certe albe di novembre, nel buio della stanza, avveniva per un canto che saliva dalla strada, un canto corale che presto si affievoliva allontanandosi e che lasciava, nel sopravvenuto dormiveglia, una dolcezza inattesa, insieme con l’immaginazione della prima luce che già frugava nelle strade: erano le donne che andavano su un carro a raccogliere le ulive, avevano voci leggere e come di rintocchi su vetri invisibili, cantavano per sentirsi insieme, strette, dinanzi alla fatica del giorno che stavano per affrontare (avrei saputo dopo a quali livelli di sfruttamento quello e altri lavori bracciantili fossero sottoposti).   Risento altri suoni. L’onda di una nenia, ad esempio, anch’essa di coro femminile, che mi giungeva in certi pomeriggi se mi avvicinavo in bicicletta verso le mura di una masseria: altre donne che nell’ombra di un portico, standosene in cerchio, infilavano le foglie di tabacco e cantavano con voci calde di meriggio, rispondendosi nelle stornellate o levandosi acute e spegnendosi nella malinconia di...

Progetto Jazzi / Percorso didattico erroneo in un bosco

  Continua l’intervento di doppiozero a sostegno del Progetto Jazzi, un programma di valorizzazione e narrazione del patrimonio culturale e ambientale, materiale e immateriale, del Parco Nazionale del Cilento (SA).  Gli Jazzi (da iacere, giacere) erano dimore temporanee, giacigli per il ricovero di animali da pascolo, punto di connessione tra tratturi e paesi: luoghi dell’indugio, della presa di contatto con le cose. Il progetto intende recuperare questo modo di abitare la natura, raccontando percorsi da attraversare con lentezza, riappropriandosi di spazi e luoghi e della loro storia, rinnovando esperienze – come l’osservare le stelle o il nascere del giorno – capaci di ripristinare il contatto con la natura, con il ciclo delle cose e delle stagioni. La sfida è anche quella di produrre innovazione e rigenerazione sociale, recuperando strutture e architetture rurali, mettendo in moto un circolo virtuoso di ospitalità diffusa che si nutra delle realtà esistenti e delle reti di relazione con i ‘nuovi viaggiatori'.   Il cammino a ostacoli consisteva, come la corsa, nel fatto che gli ostacoli costituivano il tracciato del suo percorso. Se si imbatteva in un tronco d...

Bologna, Milano, Torino, Roma, Parma, Cagliari, Andria e Livorno / I repertori dei matti (III)

  Il repertorio dei matti di Cagliari lo abbiamo fatto grazie all’aiuto di Sardinia Post, e il direttore di Sardinia Post, Giomaria Bellu, quando ha letto il libro, ha detto che ci ha trovato dentro il tipico umorismo cagliaritano, che è una cosa che a me è piaciuta anche perché il tipico umorismo cagliaritano io non sono capace di distinguerlo dal tipico umorismo di Sassari, o di Nuoro, o di Olbia, ma credo che abbia ragione Bellu, e giudicate voi:    Uno era il marito della figlia della sorella della moglie del cugino di Virgilio Savona, quello del quartetto Cetra. Lo diceva a tutti.    Uno era il presidente della Regione.  Appena eletto, parlando delle quattro province della Sardegna, aveva detto 'Le nostre undici amministrazioni provinciali'. Aveva copiato così com'era il discorso di insediamento del Presidente della Regione Lombardia.   Uno partecipava a tutti i funerali. In cimitero, si avvicinava alla vedova (o al vedovo), la abbracciava e le diceva “Non ci sono parole, non ci sono parole, non ci sono parole”. Poi si avvicinava al figlio (o alla figlia) del morto, lo abbracciava e gli diceva “Non ci sono parole, non ci sono parole, non...

Tratta Mestre-Udine, ore 18.29 (ritorno) / Il bruco dolorante

“Capisci?! Con questo, rischio di buttare via tutto! Tutto quello che ho fatto negli ultimi anni!” La frase è appena stata abbaiata da una ragazza bionda, curata e griffata, in faccia a una sua simile, che non risponde. L’imbarazzo viene tradito dalle sopracciglia (così perfette da sembrare tatuate) inarcate “a pagoda”. Avanzo di quattro passi in questo vagone, che è veramente pieno, ma qua e là sembra promettermi un posto quieto dove sedermi. Ho perso il treno che partiva alle 18.16 e mi avrebbe risparmiato almeno venti minuti di viaggio, oltre alle sei-sette fermate di troppo. Altri passeggeri pare condividano la stessa mancanza. Oggi, oltretutto, ho dovuto prendere coscienza di un fatto: non so calcolare il peso del bagaglio. Viaggio come un monaco per un soggiorno di una settimana in luoghi freddi e mi carico come un mulo per un breve spostamento di lavoro. Ho confessato a me stessa anche che mi vergogno di servirmi di carrelli e trolley, strumenti che, secondo un’antica credenza professionale, non corrispondono alla figura moderna ed elegante del grafico. E ora, con il mio elegante borsone, mi sto dando dell’imbecille, mentre una fitta insopportabile mi trafigge il centro...

Memoria ritrovata / La bottega degli occhi

C’è un vicolo nella Gerusalemme vecchia, nel labirintico quartiere arabo. È labirintico anche quello ebraico, come quello armeno: forse il dedalo nella Città Sacra non è casuale, ma scelta necessaria per l’incombere di verità assolute: una sorta di teologia urbanistica. La Via Crucis taglia tutti i quartieri con le sue botteghe di ricordini del Calvario: la Main Street della sacralità.   In quel vicolo discosto c’è una sola bottega, un negozio di macellaio che espone sul marciapiede, in grandi ceste, la sua atroce mercanzia: grasse code di pecora gravide di sugna, teste di pecora decapitate e due ceste ricolme di occhi strappati alle orbite ovine, ognuno con la coda del nervo ottico, che possono sembrare, a un’occhiata distratta, lumachine. Sono migliaia, accatastati alla rinfusa, quei bulbi oculari, e per via del caos ci sono sempre in quelle ceste occhi che seguono imploranti chi passa di lì. Si tratta, com’è evidente, di un mero fatto statistico (almeno spero). Ma l’angoscia non lo è: è la condizione del pianeta in cui viviamo, di prede e predatori. Nemmeno le pecorelle sono mica innocenti, come vorrebbero apparire: loro predano l’erbetta verde e sono fortunate, oltre che...

Un nuovo racconto dello scrittore torinese / La sarabanda degli anniversari

Negli ormai molti anni della mia vita trascorsi in “Roma Capitale”, non ho mai incontrato nessuno, giovane o vecchio, popolare o intellettuale, dei Parioli o della Garbatella, intelligente o fesso, di destra o di sinistra, che alla mia domanda sulla data di fine della guerra, confondendosi con la data della liberazione di Roma, non rispondesse con serena tranquillità:  “4 giugno 1944”.  Dopo molti anni di riflessione, ho dovuto concludere che anche la mia risposta:  “25 aprile 1945” meriterebbe  alcune critiche. Ognuno risponde per i fatti suoi e di quelli degli altri non gliene sbatte un granché. Il settantunesimo anniversario del 25 aprile, quest’anno 2016, ha assunto una sua particolare importanza perché l’ANED si è rifiutata di partecipare alla solita pagliacciata dei “25 aprili”, e vedrete il perché, mentre invece l’ANPI ha partecipato alla sfilata come ogni anno, benché la sfilata non ci fosse, essendo il Comune di Roma commissariato per le ben note vicende di “Mafia Capitale”.   In queste turbolente vicende la riunione della Comunità ebraica nei locali del Circolo Pitigliani ha finito per assumere un’importanza enorme, accresciuta dal fatto che,...

Un bizzarro funerale

“Zechenah Jolanda Aschenazi Valabrega”, ripeteva il Rabbino. La cantilena ebraica lo vincolava a chiamare più volte per nome e cognome, da nubile e maritata, la zia che veniva sepolta. Ma, prima di invocare, con raccapriccio, il nome proprio, s’interrompeva e alzava il mento per rivolgere la barba rosso-iraconda a me, proprio a me, come se fossi io il colpevole: Yoh-lan-dah suona infatti assai male in ebraico. Lui non era in grado di connettere quella cacofonia alla… Figlia del Corsaro Nero, figuriamoci poi alla principessa degli esotici Savoia, la nostra indimenticabile casa regnante alla quale mio nonno, uomo del Risorgimento, era stato fedele, ma era morto nel 1934, prima che diventasse così famigerata. Il Rabbino comunque, dopo aver qualificato la zia “zechenah”, cioè vecchia – e su questo aveva ragione perché se n’era andata a novantadue anni e la morte in vecchiaia costituisce un merito per il giudaismo, un grande merito, tipo “valoroso caduto per la Patria” – mi si rivolgeva con un ringhio. E io allargavo le braccia sconsolato: “No, il nonno un secondo nome ebraico non lo diede a nessuno dei suoi dieci bambini, non era ancora in uso all’epoca del sogno dell’assimilazione...

Esplorazioni sulla via Emilia / La favola del contadino di Pian di Vendola

  C’era un contadino che era riuscito a andare in pensione e aveva smesso di coltivare i suoi campi. L’unica cosa che faceva era segare l’erba tre volte all’anno perché non diventasse troppo alta. Però non gli piaceva che i suoi campi fossero vuoti. Quindi in un campo che stava di fianco alla Porrettana ci aveva messo dei nanetti di quelli da giardino di gesso colorato, così la gente che passava in macchina poteva guardare i nanetti e annoiarsi meno mentre guidava. Però, visto che era uno di campagna, i nanetti non gli piacevano. Preferiva gli animali. Allora ha tolto i nanetti e ha messo nel suo campo degli animali di gesso colorato, e ci aveva messo un contadino di gesso, una mucca di gesso, un maiale, un cinghiale, un capriolo, una volpe, un cervo, una gallina, un tasso, un fagiano, una cornacchia tutti di gesso. E quindi il campo era diventato pieno di animali di gesso.   Soltanto che un giorno mentre passeggiava ha visto un cinghiale e gli è venuta un’idea, allora è andato dal cinghiale e gli ha detto: ciao cinghiale, e il cinghiale gli ha detto: ciao contadino. Lavori in questo periodo?  No, sono rimasto disoccupato.  Hai voglia di venire in un mio...

28 e 29 maggio Gianni Celati a Reggio Emilia / Esercizio autobiografico in 2000 battute

  Nato nel 1937, a Sondrio,  due passi dalla Svizzera. – Sei mesi di vita a Sondrio. – Padre usciere di banca,  litiga col proprio direttore. – Padre condannato per punizione a trasferimenti da un capo all’altro della penisola a proprie spese. – Famiglia viaggiante. – Tre anni a Trapani. – Sette anni a Belluno. – Tre anni a Ferrara – Liceo a Bologna. – Fine della vita in famiglia. – Viaggio in Germania e quasi matrimonio. – Ritorno a Bologna, studi di linguistica. – Passa il tempo. – Servizio militare. – Grazie a un amico psichiatra si concentra a studiare le scritture dei matti. – Nevrosi da naja, ospedale militare. – Tesi di laurea su Joyce. – Epatite virale, isolamento. – Raptus di scrivere come un certo matto che lo appassiona. – Italo Calvino legge il testo su una rivista, propone di farne un libro. – Passa il tempo. – Vita in Tunisia. – Matrimonio. –   Prime traduzioni. – Bologna, impiegato in una ditta di dischi. – Studia logica con Enzo Melandri ma risulta incapace. – Borsa di studio a Londra 1968-70. – Pubblica libro. – Parte per gli U.S.A. – Due anni alla Cornell University. – Vita nel falso, tutto per darla da bere agli altri. – Passa il tempo. –...

Un'anteprima dei libri in lavorazione / Fratelli

Inauguriamo con Marco Balzano - vincitore del Premio Campiello 2015 con L'ultimo arrivato - il nuovo speciale «Cantiere»: le opere che saranno. Una anteprima dei libri in lavorazione: incipit di libri futuri di scrittori, saggisti, filosofi e conferenzieri.     I   Quando è squillato il telefono ero a casa a tradurre. Fuori il sole abbrustoliva la città deserta. Il silenzio delle vie lo faceva rimbalzare più forte contro i muri, l’asfalto, i cartelli stradali. Mi sono affacciato alla finestra a fumare e il fiato mi si è accorciato ancora di più. Ho guardato per tutto il tempo della sigaretta la saracinesca del bar di Sergio. La notte prima l'aveva abbassata fino a farla sbattere sul marciapiede, facendo sfollare dai tavoli di plastica gli ultimi ubriachi, me compreso perché senza accorgermene mi ero scolato cinque Campari. Poi aveva tirato un sospiro di sollievo e attaccato con soddisfazione un foglio: “ci vediamo a settembre”. Gli ho fatto notare che è la frase che dicono i professori agli alunni rimandati e allora lui ha prima sorriso e poi sbadigliato. Anche quel 21 giugno ho allungato il ritorno a casa. Al posto che i soliti trenta passi ho girato attorno alla...

Ad ascoltare il fascistone risparmiato dalla giustizia popolare / I fatti di Piazza Carlo Alberto

Sarà stato il 1949 o il 1950, quando la mia mamma fu presa da un accesso di collera contro un certo Ezio Maria Gray, suo nemico personale. A causa di un titolo di giornale che diceva inoltre: “…parlerà stasera in piazza Carlo Alberto”. Infatti, nel già preistorico, allora, 1938, in una dotta conversazione all’EIAR, il fascistone aveva dimostrato la necessità di espellere dalla vita nazionale gli ebrei. Non certo dalla vita in generale perché il Gray, per quanto fascista, era un moderato, e forse di famiglia cattolica: lo avevano chiamato anche Maria. Bastava per lui che ogni ebreo diventasse disoccupato.   La mamma inoltre era una fanatica risorgimentale e non escludo che la scelta della Piazza dedicata al Re titubante innescasse il suo furore incendiario. Chi conosce il luogo può comprendere il sacrilegio: armonicamente unisce palazzi dell’Ottocento, come il retro fastoso di Palazzo Carignano e la settecentesca austera Biblioteca Civica attorno alla statua del Sovrano, il quale, per quanto “amletico”, ebrei e valdesi nel 1848 li aveva emancipati lui, seppure, dicono, dietro una certa insistenza di Massimo D’Azeglio.    La Biblioteca, per la verità, era bombardata...

Disegnare per brevi tratti / Lo studente e il lavoratore

Tratta Udine - Mestre, ore 07.07 (andata)– Ciao! Ti ricordi?– Sì, sì, certo, Riccardo vero?– No! Rinaldo.– Ahhh, già! Rinaldo! E dove stai andando di bello?Rinaldo: Sto andando a Treviso. Per lavoro...Dialogano a distanza per altre tre "botta e risposta" prima che Rinaldo decida saggiamente di avvicinarsi al suo interlocutore.Rinaldo: ... Luigi, vero?Luigi: Aaaah, tu sì che ti ricordi! Eh sì che eri piccolo quando venivi a casa mia con tuo fratello a giocare a ping pong! In garage, ricordi? Eravamo veramente tremendi! Non potevi neppure guardare le nostre racchette. Che lavoro fai a Treviso?Continuano la conversazione restando in piedi nel vagone vuoto. Il treno parte con uno scossone, Rinaldo perde l’equilibrio e rischia di cadere, ma non molla il filo del discorso. Continua inesorabilmente a parlare del suo lavoro. Non c’è da sforzarsi molto per capire che è più che precario, faticoso, e pure mal pagato. Inizia così la lunga giaculatoria sulla crisi e si sgrana anche il rosario di esempi di amici di amici e parenti di conoscenti altrettanto mal pagati, se non addirittura disoccupati. Un paio di "Eh, sì, sì, lo so, eeeeh già, già. Poi Luigi blocca...

Sul deserto delle nostre strade (Pigneto)

La notte che ha preceduto il giorno del mio giro al Pigneto mi è venuto qualche pensiero, perché il giro al Pigneto avevo deciso di non volerlo fare, perché del Pigneto non si può più scrivere né se ne può parlare, il Pigneto è come uno che gli è venuto un esaurimento nervoso e non sai mai come ti si presenterà all’appuntamento. È un problema che a me pare complicatissimo ma che tuttavia mi tocca affrontare se ho questa pretesa di mappare i quartieri di Roma.    Io ci vado spesso al Pigneto, ci vado la sera, come più o meno tutti, ne ho perciò una visione non già astratta, bensì pragmatica, ma comunque vagamente allucinata. È di questa morfina che devo sgombrare la mente. Perciò ho chiesto a N. di accompagnarmi, le ho detto: “Scegli un giorno un po’ meno sfavorevole”, e lei ha scelto un venerdì, le ho chiesto di supplire alle manchevolezze della cronaca e del costume e di mostrarmi il quartiere nella sua versione metafisica, ossia al mattino, e lei mi ha scritto: “Io purtroppo devo consegnare un pezzo entro la giornata, quindi non ho moltissimo tempo. Però sarebbe bello se venissi presto, appena lasciato tuo figlio a scuola. Insomma, alle nove”.  N. abita al...

Seconda parte / Nuove cartoline dai morti (II)

La signora che faceva la chemioterapia vicino a me leggeva sempre i fotoromanzi.  Mi piacerebbe che qualcuno lo facesse sapere a Tonino, il carpentiere siciliano che lavorava con me in Svizzera. Non mi ricordo di che paese era e non mi ricordo neppure il cognome. Aveva i baffi e gli piacevano gli spaghetti col tonno.   ***   Tenevo la mia mano stretta nella sua. Lei guidava, mi stava portando in ospedale. Ci stavamo amando e ora io stavo morendo. Fuori pioveva, la pioggia bucava il vetro, arrivava ghiacciata sul mio petto.   ***   Nella tomba vicina alla mia c’è uno che ogni tanto fa un colpo di tosse.   ***   Lo sapevo che sarei morto a marzo. Lo avevo capito a ottobre che sarebbe stato il mio ultimo inverno. E ora sono qui senza cappotto, con un vestito elegante che non mi ero mai messo.   ***   Mia moglie ha aperto l’armadio e io ho chiuso gli occhi.   ***   Chi mi veniva a trovare sotto sotto sperava che io non guarissi, e così è stato.   ***   La malattia mi ha cambiato la faccia, me l’ha fatta più grossa. Sembrava che avessi due facce. Due giorni in ospedale e poi mi hanno rimandato a casa. Sognavo di morire...

Gela: realtà e condizione umana

Lo scritto di Leonardo Sciascia su Gela pubblicato sul “Gatto Selvatico”, la bella rivista dell’ENI diretta dall’amico Attilio Bertolucci, ci riporta ai toni e allo stile del suo primo libro, Le parrocchie di Regalpetra. Vi riconosciamo, pur nella brevità del testo, la stessa capacità di restituire la storia di una comunità cittadina per scorci essenziali, che saldano la ricerca del dato statistico e d’archivio alla minuziosa conoscenza dei testi canonici sulla “questione meridionale” e, soprattutto, allo sguardo attento del testimone.  Un testimone che si vuole non oggettivo ma partecipe, anzi impregnato, di volta in volta, di pietà e indignazione: sentimenti, questi, che possono provocare delle impennate liriche nella scrittura. Si leggano qui le parole di Sciascia sulla miseria che «scendeva dentro di voi, si faceva peccato d’origine e specchio del destino: inalienabile e irredimibile in voi come in quell’umanità dolente ed attonita», oppure quelle sul mare «vuoto, che quasi batte alle sue case, aggiungeva riflessi di allucinazione, note di fonda desolazione...