Categorie

Elenco articoli con tag:

Recensione

(1,250 risultati)

Migranti e letteratura / Due romanzi messicani: La fila indiana e Terra bruciata

Il rumore delle portiere che sbattono, poi qualcosa che somiglia a un tuono, infine i passi veloci nei corridoi. Hanno con sé delle spranghe, forse sono mazze da baseball: è un assalto.  A questo punto il lettore, assecondato dalla forza realistica della scena descritta in una delle pagine iniziali del romanzo, sente le risate di scherno degli aggressori elettrizzati e vede persino gli stracci che avvolgono le bottiglie di benzina che useranno poco dopo, quando usciranno dall’edificio. Le vittime, tutti stranieri, cercano un nascondiglio nella penombra, si riparano dalle botte sotto le coperte scozzesi, accovacciate negli angoli delle stanze, vicino alle brande.  Forse, continuando a fare congetture, perché il lettore è agevolato dalla dura vividezza della prosa dell’autore che ha molto mestiere, c’è chi prova a mettersi in un armadietto di quelli in dotazione ma è troppo stretto, ci sta solo un bambino lì dentro, che infatti ci si è appena infilato. Allora di corsa verso i bagni, dove è possibile accucciarsi sui water, come nei film, con le gambe sollevate per non essere traditi dalla fessura tra il pavimento e la porta. Lì i picchiatori non avranno il tempo di...

Palazzo Reale, Milano / James Nachtwey. Memoria

“Un uomo si propone il compito di disegnare il mondo. Poco prima di morire, scopre che quel paziente labirinto di linee traccia l’immagine del suo volto”, scriveva J.L. Borges. Cosa si delinea sul volto del fotografo James Nachtwey? Una mappa fatta di dolore, un viaggio senza ritorno nei posti peggiori della Terra. È questa la sua memoria, una linea del tempo infinita su cui si collocano conflitti, guerre e morte: una strada di Kabul invasa dalle macerie, il fantasma di una donna avvolta da un burka, i frantumi dell’11 settembre, il cecchino appostato nella stanza di una casa. E molto altro. C’è qualcosa di crudele nella memoria di Nachtwey. Non vi è traccia di riscatto religioso, politico o storico. Solo disincanto. Essa delinea un percorso dove la storia dell’uomo va disgregandosi anziché costruirsi nel suo cammino. La morte, la violenza e la miseria non smettono di esistere. La storia si fa ancora con le mine antiuomo e i machete. Il fotografo può solo attraversare il mondo facendo esperienza della sua precarietà e di quella della condizione umana: chi muore e chi guarda la morte.   James Nachtwey, La torre sud del World Trade Center collassa in seguito allo schianto...

Liliana Picciotto, Salvarsi / Gli ebrei d'Italia sfuggiti alla Shoah

«Nell'Europa occidentale da secoli ormai l'umanità non aveva più sperimentato, antropologicamente, una caccia all'uomo nel vero senso del termine. In quel biennio 1943-45 si tornò, per salvarsi, alla pura fisicità: al correre come lepri, al fuggire in punta di piedi, al nascondersi sotto un letto, al trattenere il respiro dentro un armadio». In queste poche parole si condensa forse il senso di un lavoro ciclopico e al medesimo tempo enciclopedico quale quello che Liliana Picciotto, studiosa, autrice di numerose opere, responsabile delle ricerche storiche del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea di Milano, consegna ora all’attenzione del pubblico italiano con il volume Salvarsi. Gli ebrei d'Italia sfuggiti alla Shoah. 1943-1945 (Einaudi, Torino 2017, pp. 565, euro 38). Poiché si tratta di un’importante opera dedicata alle traiettorie di quegli ebrei che nel nostro Paese si salvarono dalla cattura e dalla deportazione nei campi di sterminio nazisti, necessita di una pluralità di approcci per essere adeguatamente inteso. Non di sola storia si parla, chiamando in causa, attraverso il prisma delle persecuzioni e delle deportazioni, la questione del comportamento umano in...

Che cosa hanno in comune i due film? / The Square & Loveless: arte amore e bambini

I due film più belli oggi nelle sale parlano della medesima cosa. The Square dello svedese Ruben Östlund e Loveless del russo Andrey Zvyagintsev. Non proprio la stessa cosa, ma qualcosa di simile. The Square ha come protagonista Christian, direttore del museo svedese d’arte contemporanea.      La maggior parte dei critici che ne hanno scritto, e anche molti spettatori, l’hanno interpretato come un film proprio sulle pretese di “artisticità” dell’arte contemporanea. La scena che tutti ricordano è quella in cui un addetto alle pulizie del museo disfa senza volere i mucchi di ghiaia che compongono una delle installazioni, opera di un artista contemporaneo: “You Have Nothing”; Christian e l’assistente devono ricomporla. Certamente l’ironia di Östlund si trasferisce dal protagonista – narcisista, egocentrico, superficiale – all’arte contemporanea.     In una delle scene importanti del film – ce n’è più di una in una narrazione che è tematica oltre che cronologica – durante la cena di gala dei contributori e sostenitori del museo uno degli artisti del museo, presente con un’opera, s’esibisce in un’imitazione delle scimmie (l’attore che lo impersona è un...

Un dibattito in corso / I dolori della classe disagiata

Nel libro Il posto Annie Ernaux ricostruisce la propria infanzia nel Nord della Francia e il tentativo di ascesa piccolo borghese del padre operaio che con un mutuo apre un bar-drogheria. Ernaux scrive che i suoi genitori “avevano bisogno di vivere”, cioè di uscire dalle barriere di una condizione ondeggiante “tra la felicità e l’alienazione”. E aggiunge: “Grazie alla nuova attività non rientravano più nel novero dei più umiliati”. Poi chiarisce: “Si sono fatti strada passo passo, vicini alla miseria, poco al di sopra di essa”, preoccupati di ritrovarsi al punto di partenza, avendo paura “di una ricaduta operaia”. Il padre “metà commerciante, metà operaio, apparteneva a entrambi i fronti allo stesso tempo, destinato alla solitudine e alla diffidenza. Non era sindacalizzato”. Racconto di esistenze comuni, di speranze, di timide scalate sociali, di lussi della domenica.    Fuori dalla sensibilità visionaria della letteratura, l’analisi storica, nell’immensa varietà di eventi e passioni che non accetta di essere semplificata, ci ricorda come il timore del declassamento sia stato spesso motore di un allargamento del consenso verso le destre, con la piccola borghesia che ha...

Performance perfette senza imbarazzi / Forse domani mi innamoro

I siti di incontri non mi hanno mai convinta, ho sempre pensato che togliessero spontaneità all’incontro tra due persone. Fino a qualche anno fa ricordo che gli amici che usavano Tinder per “rimorchiare” lo dicevano sottovoce, come fosse un segreto, una specie di vergognosa confessione. Oggi i siti di incontri spopolano, sono la normalità anche tra i giovani. Stasera esco con un “tinder” è una frase che si ripete. Tinder è un’applicazione che si scarica sul telefonino, con l’indice si sfogliano i profili degli iscritti all’app. Ognuno si presenta nella sua veste migliore. Gli uomini hanno la singolare abitudine di auto-fotografarsi al volante con gli occhiali da sole. L’indice scorre frenetico e curioso sullo schermo, le facce che non piacciono finiscono, sempre con un agile mossa dell’indice, in un cestino virtuale.    Forse domani mi innamoro non mi ispirava. Non mi piace il titolo e nemmeno la copertina. Ho pensato, superficialmente, che fosse un romanzetto banale e troppo leggero. Stella Grey, pseudonimo dell’autrice, è una cinquantenne che dopo un felice matrimonio durato anni viene abbandonata dal marito ritrovandosi improvvisamente single. Disperata, decide di...

Olivier Favier / Esilio e ospitalità

Nel 1974 avevo vent'anni. Ho fatto il servizio militare di leva, allora era obbligatorio, e ricordo, durante quei giorni di silenzio e assenza – avevo un incarico che mi permetteva di restare quasi tutto il tempo inerme, escluse le marcette mattutine – la lettura di una quantità di romanzi e racconti.  Mi identificai con Cristo si è fermato a Eboli, di Carlo Levi, che parlava di esilio e ospitalità. L'esilio fascista e l'ospitalità dei contadini lucani. Ero di stanza a Foggia, non lontano da quelle zone, anzi ci andammo a fare un campo. Ospitalità, perché Carlo Levi fu ospitato, come noi soldati, durante il campo, da quei contadini poveri, gentili, che non erano cambiati dagli anni Trenta fino agli anni Settanta e forse il progresso li sta ancora lasciando in pace. Ma che significa ospitalità? Agire sui minuti particolari, non guardare chi arriva, offrirgli quel che hai, dividerlo, chiunque sia. Il libro che ho letto adesso invece si intitola Chroniques d'exile et d'hospitalité - vies de migrants, ici et ailleurs, di Olivier Favier, edizioni Le passager clandestin.  Favier rievoca i tempi della gioventù, quando, in condizioni migliori, anch'io vivevo un anno e mezzo di...

Fuoricampo / Caravaggio contemporaneo

Mai come oggi tanto attuale, Caravaggio. Ben più che attuale, se con questo termine si intende semplicemente “corrente”: contemporaneo. Per contare gli eventi dedicati, solo nel corso degli ultimi anni, al pittore di origine lombarda, non basterebbe un articolo intero. Di sicuro, non bastano tutte le dita delle mani che si trovano nei suoi dipinti, del resto quasi sempre impegnate a stringere un corpo, a sperimentare i limiti del senso del tatto, oppure a indicare qualcosa di indeterminato, qualcosa di ambiguo, presente, da qualche parte, nel visibile o nell’invisibile.    Caravaggio, La madonna del rosario, dettaglio. Limitandoci a due esempi recenti, si pensa prima di tutto alla mostra Dentro Caravaggio, inaugurata il 29 settembre a Palazzo Reale di Milano, dove dipinti come Salomé con la testa del Battista (1607 o 1610) e San Francesco in estasi (1597) sono esposti fianco a fianco con le loro radiografie, che invitano lo spettatore a scoprire la stratigrafia creativa dell’opera d’arte. In secondo luogo, si può ricordare la serie di dodici puntate, trasmessa su Rai 5, La vera natura di Caravaggio (2017), ideata e condotta da Tomaso Montanari: una puntuale...

«Non sono una macchina» / Borg, McEnroe e la dialettica del controllo

Negli anni Settanta Björn Borg era il Re del Mondo. In quei pomeriggi infiniti in bianco e nero, sul palinsesto Rai, le sue vittorie a ripetizione a Wimbledon (all’epoca l’unico grande torneo di tennis che venisse trasmesso) – un inginocchiamento sull’erba dopo l’altro, immutabile e imperturbabile come una statua in movimento – si mescolavano, per me, alla serie televisiva Attenti a quei due (The Persuaders!), con Roger Moore e Tony Curtis. Indimenticabile in particolare la sigla, con la musica di John Barry che scandiva le biografie parallele dei due protagonisti, il Lord britannico (tutto Oxford, Ascot e bon ton) e il Parvenu americano (tutto Bronx, palazzine e petrodollari), destinate a ricongiungersi in età adulta. Il Borg ’79 era invece Principio Unico, Primo Motore Immobile, l’Ente Parmenideo. Ma era come se il suo inconscio già covasse, come nel Simposio platonico, la penìa della sua Metà Divisa, del Doppio Opposto destinato a metafisicamente completarlo.     Borg McEnroe, del regista danese Janus Metz Pedersen, comincia nel più ovvio dei modi, proprio come la sigla di Attenti a quei due: col montaggio alternato delle biografie a specchio dei due gemelli-...

Una retrospettiva / Luca Vitone. Di cosa è fatta la memoria?

Di che cosa è fatta la memoria? Me lo chiedo dopo aver passeggiato per le sale del PAC di Milano, attraverso le opere dell’importante retrospettiva Io, Luca Vitone, visibile presso il museo milanese fino al 3 dicembre.   Le suggestioni germogliano osservando i lavori dell’artista genovese, oggi residente a Berlino, dove gli elementi del reale vengono scomposti e riassemblati facendo riaffiorare dal fondo del secchio significati che giacevano sepolti sotto il peso dell’abitudine interpretativa. Partendo dal più insignificante granello di polvere per arrivare ai confini geografici dell’Europa, tutto viene smontato e rimesso in discussione. Una condizione problematica in cui Vitone conduce intenzionalmente lo spettatore ma senza mai abbandonarlo. Si deve essere disposti allo spaesamento, per addentrarsi nel suo lavoro, ma è un patto di cui l’artista comprende l’onere ed è disposto a ripagare con generosità. Si deve fare un viaggio fuori dalle rotte tracciate, ma lo si fa insieme a lui, con le coordinate che dissemina qua e là, in una cartografia imprevedibile ma in grado di rivelarsi insospettabilmente accurata.   Wide City, 1998 Modello in legno della torre Velasca, 180...

La mostra alla Galleria Nazionale di Roma / Sessantotto in absentia

Mentre si attende a giorni la celebrazione di un altro incombente anniversario, i cento anni dalla Rivoluzione d’ottobre, il cinquantenario dal Sessantotto già si profila all’orizzonte con la perentorietà degli appuntamenti obbligati e delle domande inevitabili. L’annus mirabilis come matrice di ciò che siamo diventati? Come ormai lontana origine dei nostri abbagli? O come esempio da ritrovare nel presente di una spinta radicale che riuscì a scompaginare tutti i campi della produzione culturale e dell’esistenza sociale imponendo la loro incessante “criticabilità”? E se anche sapessimo rispondere, in quali forme poi mostrare tutto questo? Due mi sembra siano le soluzioni possibili. La prima è quella, visionaria ed enciclopedica, di cui nell’autunno del 2016 ha dato copiosa testimonianza la mostra di Georges Didi-Huberman Soulèvements al Jeu de Paume a Parigi: un vorticoso montaggio di immagini, opere e documenti, in cui si cercava di disegnare un atlante morfologico dei gesti di rivolta, dei “sollevamenti” appunto, che finiva però per cadere vittima di una visione sentimentale e paradossalmente depoliticizzata degli stessi. La seconda soluzione è al contrario ristretta, distaccata...

Mitobiografia / Ma allora, qual è il tuo mito?

Il testo Qual è il tuo mito,  a cura di Susanna Fresko e Chiara Mirabelli, esce da un gruppo di filosofi, psicoanalisti e altri autori che si riconoscono nell'esperienza di ScuolaPhilo. La novità, annunciata dal libro, consiste nella riscoperta della Mitobiografia, termine tratto dall'opera grandiosa di Ernst Bernhard.  «Nel 1912, all'affacciarsi di un momento storico di estremo disorientamento individuale e collettivo, Carl Gustav Jung si rivolse a se stesso e si chiese con grande drammaticità: “Ma allora, qual è il tuo mito? Quello in cui vivi?”» (dall'Introduzione di Susanna Fresko e Chiara Mirabelli al libro).   Sono le righe di apertura. Il 1912, presso la fine del periodo migliore della modernità, quando ancora si credeva che le guerre sarebbero terminate e che l'evoluzione tecnologica avrebbe migliorato la psicologia umana, è l'anno della fine della collaborazione tra Freud e Jung. Si consuma la separazione tra Sigmund Freud e il suo supposto erede, Carl Gustav Jung. Un anno drammatico per entrambi, che, solo qualche anno prima avevano compiuto, insieme al terzo grande fondatore della psicoanalisi, Sandor Ferenczi, il noto viaggio negli Stati Uniti. Da quel...

Nolan e il “genere" / Dunkirk, il tempo e la menzogna

Dunkerque, nord della Francia. L’Inghilterra è a una quarantina di chilometri, al di là del canale della Manica. È il 1940, la Seconda Guerra Mondiale è iniziata da circa un anno e la Germania sembra inarrestabile. 400.000 soldati inglesi e francesi sono rimasti intrappolati in questo minuscolo lembo di terra, accerchiati dall’esercito del Terzo Reich, pronto a fare con loro il tiro al bersaglio. In un modo o nell’altro, devono essere portati oltre la Manica perché rimanga qualche futura speranza di vittoria. In questo contesto storico, Dunkirk inizia senza preamboli: uno sparuto gruppo di soldati si aggira smarrito per le strade di una cittadina deserta, splendidamente fotografata dal DOP Hoyte van Hoytema (Her, Interstellar, Spectre) nella tanto chiacchierata pellicola IMAX 65mm. Non si sa chi siano e come siano arrivati qui. Non ci sono dialoghi, il silenzio è violato solo dalla colonna sonora che propone l’incessante ticchettio di un orologio.   Prima che irrompano gli spari, viene naturale – come dice giustamente Roberto Manassero – richiamare le parole di Cobb in Inception: «Non ti ricordi mai veramente l'inizio di un sogno, giusto? Ti ritrovi sempre nel bel mezzo di...

Artecrazia / Il mercato fa l’arte e l’arte la libertà

All’arte ormai non rimane altro che «lavorare sul lavoro»: sulle attuali condizioni del proprio lavoro, scrive Marco Scotini in Artecrazia: macchine espositive e governo dei pubblici pubblicato da DeriveApprodi con un’introduzione di Christian Marazzi.   In questo libro Scotini indaga le condizioni sociali ed economiche dell’arte contemporanea con contributi realizzati in seguito alla crisi finanziaria del 2008. Solo alcuni testi risalgono ai primi anni Duemila, come l’intervista a Paolo Virno (2003) e la conversazione con Harald Szeeman sul Monte Verità (2000). Il titolo si rifà a una rivista futurista diretta da Mino Somenzi dal 1934 al 1939, e quindi al legame tra arte e fascismo. Allude all’estetizzazione del politico: non è l’immaginazione al potere come voleva l’utopia del ‘68, semmai l’arte è usata dal potere per ottenere forme di legittimazione e, quindi, di sfruttamento. È il liberismo portato all’esasperazione, con nuovi monopoli, grandi patrimoni in mano a pochi e crescenti diseguaglianze sociali. Si creano relazioni economiche che Maurizio Lazzarato definisce di matrice neo-arcaica: da una parte ci sono i ruoli tradizionali (l’artista, il collezionista, il...

Un bilancio di documenta 14 / Osservare la colpa

Shame on us, ovvero “vergogniamoci”. È il titolo, scelto dopo molte polemiche, di un reading di poesie di Franco “Bifo” Berardi che ha preso il posto della sua performance Auschwitz on the Beach, programmata nell’ambito di documenta, la rassegna, giunta alla quattordicesima edizione, che ogni cinque anni fa a Kassel il punto sulla produzione artistica contemporanea. La risposta assai irritata dei curatori – Adam Szymczyk, direttore artistico, e Paul B. Preciado, responsabile delle attività pubbliche –, alla polemica, feroce, sulla scelta di Berardi di accostare la Shoah alla condizione contemporanea di migranti e rifugiati, rivela un aspetto sintomatico dell’esposizione di quest’anno, la prevalenza appunto di un sentimento di vergogna, o meglio di colpevolezza, assunto come Leitmotiv tanto dell’impalcatura ideologica quanto della scelta di larga parte delle opere. Un dito puntato insomma verso le innegabili responsabilità dell’Europa e dell’Occidente nella tragica sequenza di guerre, crisi economiche, catastrofi umanitarie, disastri ambientali della nostra epoca, ma anche verso il discorso “neocoloniale, patriarcale, eteronormativo” – come scrive Szymczyk nell’enfatico gergo...

Che cos’è la realtà? / L’analisi sotto sequestro

“Realtà è l'unica parola che senza virgolette non significa niente”.  (Vladimir Nabokov, Intransigenze.)   L’episodio al centro di questo libro, avvenuto in una stanza d’analisi di Bruxelles esattamente cinquantanni fa – era il dicembre del 1967 – non smette di interrogarci: “Che cos’è la realtà?” chiede il paziente Jean-Jacques Abrahams, l’uomo col magnetofono, al suo psicoanalista che lo accusa di essere “pericoloso perché misconosce la realtà”. Abrahams è sicuramente un paziente delirante e dunque, in più punti e in ripetute occasioni, sembra davvero mancare l’appuntamento col principio di realtà, ma il dottor Van Nypelseer, da parte sua, pare aver dimenticato l’insegnamento di Nabokov che ho scelto di porre in epigrafe, appare cioè troppo sicuro di sapere che cosa sia la realtà o, se si preferisce, come stiano le cose. Egli, commenterà Jean-Paul Sartre, “decide da solo, sovranamente, di quel che è il reale”, lo fa dall’alto dell’autorevolezza che gli viene dalla mancata reciprocità della relazione terapeutica, dal fatto di essere un dottore sano e non un paziente malato. Eccoci allora al cuore dell’analisi, quale che sia il suo indirizzo – come le molte differenti...

Letteratura necessaria / Perché le storie ci aiutano a vivere

Può sembrare un’iperbole editoriale, di quelle che da qualche tempo vanno di moda in Italia, ma il titolo del nuovo densissimo libro di Michele Cometa, Perché le storie ci aiutano a vivere (Raffaello Cortina, 33€), indica perfettamente il risultato a cui perviene la sua ricerca: narrare non è un’attività con finalità eminentemente estetiche. Prima di essere arte il narrare è una necessità dell’uomo, un suo bisogno originario, una sua prerogativa fondamentale, come per altro indica il sottotitolo del libro: “la letteratura necessaria”.   Ma di che necessità si tratta e quale aiuto danno le narrazioni alla vita?   Per rispondere a questa domanda l’autore si toglie il gusto di far provare al lettore di antica (e probabilmente antiquata) tempra umanistica, ignaro delle numerose implicanze antropologiche della letteratura, una serie di salutari e stranianti confronti con quella che potremmo chiamare la physis del narrare, la sua radice biologica e la sua funzione evolutiva nella lunga storia della specie umana. Così facendo introduce da subito un concetto che si è fatto recentemente disciplina e su cui poi gravita l’intero impianto argomentativo del suo saggio-trattato...

Christopher Nolan di fronte alla storia / Dunkirk

Di fronte alla Storia Christopher Nolan non rinuncia al proprio cinema. Frantuma ancora la linearità del racconto, stravolge come sempre la percezione spettatoriale dello spazio e del tempo, ma trova una personalissima forma di linearità; un discorso complesso eppure limpido che impone al caos degli eventi storici l’ordine di uno stile, di una forma, di una messinscena. L’ordine del cinema.   Dunkirk è la descrizione di un incubo, il racconto di un risveglio. L’ingresso nello stato di sfaldamento completo, quando le truppe inglesi, spinte verso il mare dall’avanzata a tenaglia dell’esercito tedesco, si radunarono in massa sulla spiaggia della città belga di Dunkerque, è immediato: «Non ti ricordi mai veramente l'inizio di un sogno, giusto?», chiedeva Cobb, il ladro di sogni di Inception, all’allieva Ariadne, «Ti ritrovi sempre nel bel mezzo di quello che sta succedendo»… E dunque il film si apre senza preamboli su un giorno di quasi ottant’anni fa, il 26 maggio 1940, con un gruppo di soldati inglesi filmati di spalle mentre camminano fra le macerie di una cittadina devastata. Poco dopo, sulla spiaggia, uno solo di quei...

L’espulsione dell’Altro / Byung-Chul Han e il tempo dell’ascolto

Con la pubblicazione della traduzione de L’espulsione dell’Altro continua l’opera di diffusione in Italia da parte dell’editore Nottetempo dei libri del pensatore coreano di lingua tedesca Byung-Chul Han. Se è vero, come scritto nella quarta di copertina, che questo saggio «è una sorta di summa delle sue opere precedenti», lo è in un senso hegeliano, vale a dire che è una summa nel senso dell’Aufhebung, quella parola tedesca ai limiti dell’intraducibilità che indica sia una sintesi, che una ricomprensione e superamento dei termini coinvolti nel processo. Da un lato, infatti, è assolutamente evidente che il testo di Han segua la falsariga dei precedenti, per stile argomentativo (spesso paratattico ai limiti dell’apodittico, anche se qui in misura minore rispetto ad opere precedenti, come La società della trasparenza) e per temi: la critica alla società contemporanea, all’isolamento di massa, ai media digitali sono sempre – anche qui – le cifre costitutive dell’argomentazione di Han.   Al contempo, però, il libro di Han appare diverso da quelli che lo hanno immediatamente preceduto in traduzione italiana, Nello sciame e Psicopolitica. Han sembra tornare qui, infatti,...

La grande cecità, il cambiamento climatico e l’impensabile / Esercita il dubbio e stai a vedere cosa offre il caso

  Derive dell’intuizione e della magia. Un prologo semiserio   Comodo è affidarsi a quello che è intuitivo e si presenta più facile da comprendere. Creature fantastiche o magie soddisfano il bisogno che abbiamo di trasgredire, però quanto basta, all’interno di un gioco dalle possibilità regolate, e allora tutto questo ci appaga, assolvendoci dalla responsabilità della verifica e della falsificazione. Ecco che l’impensabile si propone a noi, soddisfatti dalla completezza che, per quanto fasulla, ci avvolge come un manto e si presenta persino confortevole. Giungiamo così a dire che una cosa è vera perché è causa di un’altra, ma non ci impegniamo a verificare se non esistano altre cause che la rendono quella che è, in modo da escluderle tutte, tranne una. Questo è il punto, caro il mio mago. Mi rendo conto che tu hai buon gioco ad accattivarti la maggior parte delle persone: proponi loro vie per la conoscenza che costano poco e sono comode; non richiedono impegno e sono facili da capire e da ricordare. Il fatto è che sono false.   C’è stato un tempo in cui sembrava che finalmente potessi passartela male. È durato poco. Poi l’umanità ha iniziato a diventare sempre più...

La Biennale di Antonio Latella / L'invenzione della regia

È più di una selezione di spettacoli la Biennale Teatro di Antonio Latella. È un segno d’autore, è una domanda sui paesaggi della regia oggi, su come quest’arte che ha segnato il Novecento sia cambiata e, sopravvissuta a se stessa, stia cercando nuove strade. La rassegna – che si è inaugurata il 25 luglio e si è conclusa l’11 e il 12 agosto con la dimostrazione di lavori creati negli atelier del College, con allievi attori e maestri registi o registe – è il primo atto di un progetto quadriennale, ancora non svelato in tutte le sue tappe dal neo-direttore.   Questo primo episodio si intitola “Registe” e ha il coraggio di mostrare lavori di donne che si possono definire a pieno titolo autrici dei loro lavori, anche quando usano testi preesistenti, classici o contemporanei. Hanno tutte circa quarant’anni e sono quasi tutte sconosciute o poco note da noi. Tutte usano incrociare, in spettacoli scritti principalmente sulla scena, teatro, musica, danza, performance, momenti ispirati decisamente alle arti visive, in cui il corpo, l’immagine, la poesia (e spesso l’indignazione) giocano un ruolo centrale. Tutte lavorano con gruppi stabili di attori, piuttosto secondo le pratiche del...

Una conversazione / Gillo Dorfles. I paesaggi e i personaggi della sua vita

Conoscere Gillo Dorfles di persona e avere la possibilità di dialogare con lui nella sua abitazione milanese è un’esperienza impossibile da dimenticare. Innanzitutto perché si ha la sensazione di essere a colloquio con la Storia: nato a Trieste il 12 aprile del 1910, ha visto susseguirsi almeno quattro generazioni; ha assistito a entrambe le guerre mondiali; ha visto il passaggio della sua città natale dall’essere austroungarica all’essere italiana; ha partecipato alla ricostruzione del nostro Paese avvenuta dopo il 1945 ed è stato testimone e promotore di molti dei più importanti snodi culturali e artistici del ventesimo secolo.   Laureato in medicina, con specializzazione in psichiatria, fin dai primi anni Trenta si dedica a una pittura influenzata dall’antroposofia di Rudolf Steiner. Nel 1948 è tra i fondatori del MAC-Movimento per l’Arte Concreta, nato a Milano quale contrapposizione al realismo politicamente impegnato e agli influssi irrazionali dell’informale. Dal 1956 decide di passare dalla pratica pittorica alla critica d’arte per poi riprendere a esporre i suoi dipinti solo nel 1986, in occasione della personale tenuta allo Studio Marconi di Milano. Professore di...

La rocambolesca storia di un manoscritto / Franz Kafka, Tutto il Processo a Berlino

Il 30 giugno, data esplicitamente non commemorativa (Kafka è nato il 3 luglio 1883 ed è morto il 3 giugno 1924), è stata inaugurata a Berlino una piccola mostra dedicata al Processo nel Martin Gropius Bau, un elegante edificio ottocentesco opera di un prozio di Walter Gropius, che contiene molteplici spazi espositivi e ospita contemporaneamente più mostre. Quella di Kafka occupa tre vani, uno centrale occupato quasi interamente da una lunga vetrina contenente le 171 pagine del manoscritto autografo del Processo, e due piccole sale laterali, una in cui sono esposte alcune fotografie e una raccolta delle prime edizioni del Processo uscite in vari paesi, l’altra adibita alla proiezione del film omonimo di Orson Wells del 1962.   Nonostante il minimalismo la mostra si intitola “Tutto il Processo”, alludendo evidentemente all’integrale esposizione del manoscritto. L‘apparato critico e informativo è scarno, ma mette subito il visitatore al corrente di una coincidenza storico geografica. Infatti a pochi passi dal Martin Gropius Bau si trovava l’albergo Askanischer Hof, in cui Kafka, il 12 luglio del 1914, si incontrò con Felice Bauer, da cui si era separato dopo un breve...

Monoamorico, prossimamente bonobo / Un erotic now intorno al Future Sex

Future Sex, di Emily Witt (minimum fax, ben tradotto da Claudia Durastanti, ben editato da Enrica Speziale, sempre belle cose per un lettore) è un libro non bello ma utile: è una onesta, coraggiosa narrazione di un viaggio personale alla ricerca della liberazione sessuale nel proprio tempo di vita. Witt è una giornalista culturale, e in quanto giornalismo il suo è molto ben scritto, e narra esperienze proprie e altrui con una schiettezza che è tipica della trasparenza puritana americana. Una donna, scopriamo, viene educata poco prima del 2000 a un pacchetto di “moralità” che forma a una destinazione di monogamia, matrimoniale o meno; il sesso viene contemplato con più partner, in una fase di libertà “giovanile” ma poi il setaccio deve conservare il seme della maternità, e quindi di un nucleo convivente che permetta ai figli di essere allevati nel miglior modo possibile (nel meno peggiore modo possibile). Poi la moralità “perbenista” corrente permette il “dolore della separazione”, e favorisce il mantenimento della duplice genitorialità. Quello che è oltre è il “sesso libero” che sommuove lealmente o slealmente questa camminata “morale”, il sesso nelle sue molteplici variazioni...