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Recensione

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La scrittura letteraria come un Teatro Anatomico / Alessandra Sarchi, La notte ha la mia voce

Non esiste il risparmio nella scrittura: chi scrive una storia, annota Natalia Ginzburg in un passaggio delle Piccole virtù, «deve buttarci dentro tutto il meglio che possiede e che ha visto, tutto il meglio che ha raccolto nella sua vita». La notte ha la mia voce, di Alessandra Sarchi, è un libro bello e importante anzitutto per questa capacità di non preservarsi: di non lasciar cristallizzare, fino al logoramento, domande essenziali di una vita, e che intanto possiamo fissare in due-tre punti: cosa diventi quando sei in ospedale? In quel teatro anatomico che è adesso il tuo corpo, cosa si mette in scena? E il tuo io arrivato da là fuori quale parte rappresenterà, d’ora in poi?   O, ancora: qual è la biografia di un corpo spezzato? Cosa ne ricompone la scrittura, se cerca di rimettere dentro un intero le trame del suo destino; come, con quale voce può farlo? Questo è il centro della narrazione, eppure questa non è la sostanza, perché La notte ha la mia voce non è il reportage di una degenza ospedaliera, non è una testimonianza, e non è neppure un memoir. Chi cercasse tutto questo dovrà passare altrove, perché l’ultimo romanzo di Alessandra Sarchi non s’ispira alla poesia...

Come si può fare letteratura dopo piazza Tian’an men / Zhu Wen lascia

Zhu Wen: stralci da un’intervista. Parole sue in viva voce, in quell’inglese approssimativo. Traducendole in italiano fatico a riprodurre un’intonazione, la cantilena personale. Vengono frasi un po’ afone: ma tant’è. Casa sua è Nanchino, la sua giovinezza nella seconda metà dei dorati anni ottanta promessa di riforme, di maggiore libertà, di vento nuovo. Finita e archiviata la Rivoluzione Culturale, riabilitate molte tra le vittime.  Niente studi letterari: la famiglia gli impone la facoltà di ingegneria per irreggimentarlo. Fin da bambino, dice, “ero pieno di talento e quindi considerato una testa calda: attenti, dicevano gli insegnanti ai miei genitori. Sa pensare con la sua testa”. Sa usare le parole, sa esprimersi, è il migliore quando scrive articoli per il giornale della scuola. Me lo racconta Zhu Wen, tutto questo: è la sua versione. Si è seduto tranquillo, abbandonato sullo schienale. Nessun nervosismo, nessuna urgenza di sottolineare passaggi importanti. Racconta, e chissà quante volte già gli hanno chiesto di raccontare se stesso. Ho letto alcune interviste, oggi mi sembra – o è una mia speranza – che ripercorra le proprie tappe con più libertà, come se stesse...

La «completezza» della donna e il tabù del rimpianto / Storie di donne che tornerebbero indietro

Chi l'ha detto che la completezza della donna si realizza tramite la maternità? Che la capacità di fare figli è il nucleo cruciale dell'esistenza di una donna? Certo, lo affermano molte religioni, culture e società. Ma deve per forza essere così? E se alcune donne e uomini non percepissero il desiderio di genitorialità? E se alcune donne, horribile dictu, che figli hanno avuto, se ne pentissero, rimpiangendo la condizione di quando non erano nati? È contro il tabù del rimpianto che si rivolge l'analisi della sociologa israeliana Orna Donath in questo recente studio uscito l'anno scorso in Germania, dove ha provocato un vivace dibattito, e che esce ora tradotto in lingua italiana. Molte donne diventate madri per inerzia, per abitudine o per costrizione familiare e sociale, si sono trovate a soffrire di rimpianto e pentimento: «Ah, non l'avessi mai fatto!». Sono donne che vanno al di là della ripartizione, che trattai nel volume da me scritto con Duccio Demetrio nel 2012, Senza figli (Milano, Raffaello Cortina editore) tra le  childless, le «senza figli», ovvero le donne che, pur sentendosi orientate verso la maternità, non riescono a realizzarla, e le childfree, le «libere da...

Goethe Institut Torino / Horst Bredekamp, Immagini che ci guardano

Il 15/16 marzo a Torino due giorni di incontri sul tema delle immagini e della violenza: come dobbiamo e vogliamo rapportarci a tutte queste immagini che pervadono e ossessionano la società occidentale? Che effetto ha il predominio dell’immagine sulla costruzione e tradizione del nostro canone culturale? È possibile formulare un’etica dell’immagine per il XXI secolo? Doppiozero riprende qui un contributo di Roberto Gilodi per contribuire a costruire un dibattito attorno al tema, urgente e fondamentale.     «Non iscoprire se libertà t’è cara ché ’l volto mio è charciere d’amore.» L’autore di questa frase imperativa, annotata su un pezzetto di carta, è Leonardo da Vinci. L’allusione è alla consuetudine di velare le statue e di scoprirle nelle occasioni festive, a parlare – ed è questo l’aspetto singolare – è la statua stessa che si rivolge direttamente a colui che la guarda. Il monito che proviene dall’opera trasforma la sua condizione di oggetto, che si offre passivamente alla visione dello spettatore, in quella di un soggetto attivo: la visione diventa comunicazione.   Questa annotazione di Leonardo viene eletta da Horst Bredekamp a motto di quello che è...

Nicola Gardini / Viva il latino

Viva il latino è una gioiosa dissertazione dedicata a una lingua data per morta. Non si tratta però di epitaffio, bensì di lettera d'amore, di quelle che nel corso dei secoli altri innamorati folgorati dal suo mistero e dalla sua esattezza le hanno spedito. Ma è anche una decisa presa di posizione, una romantica battaglia per non lasciar morire, cessando di prestarvi ascolto, il “più vistoso monumento alla civiltà della parola umana e alla fede nelle possibilità del linguaggio”. Anche qui, come in ogni sentimentale dichiarazione e in ogni difesa appassionata, c'è dell'autobiografia, la narrazione in filigrana di tutte le fasi dell'innamoramento, ma la forza dell'argomentazione è tutta nella voce degli autori che Gardini interpella e lascia parlare, cercando di tradurne discorsi e segreti. Ogni capitolo è un piccolo monumento a un autore, a un momento del latino e a quella densità propria di qualunque grandiosa manifestazione letteraria (o naturale) che si realizza conservando dentro di sé tutto lo sforzo, le circostanze, il tempo e i fallimenti passati.   Parte di quello sforzo tocca anche a chi ne raccoglie l'eco, si replica nella fatica ermeneutica e nella disposizione all'...

Un mondo di mondi / Alla ricerca della vita intelligente nell'Universo

Da circa tre milioni di anni camminiamo su due gambe e ancora non ci siamo adattati perfettamente a questa nuova posizione, come dimostra il fatto che soffriamo spesso di mal di schiena. È un piccolo  svantaggio rispetto agli innumerevoli benefici che ne abbiamo tratto, tra i quali c'è anche l'aver potuto sollevare il capo e guardare il cielo. Può sembrare una cosa da poco, quasi un dettaglio romantico rispetto al resto, ma non è così. Lo sguardo verso l'alto, verso le stelle potrebbe avere segnato l'inizio della capacità speculativa, forse addirittura, come pensano alcuni, è stato il primo gesto che ha portato alla religione e alla spiritualità. Senz'altro è stato il primo inizio della cosmologia. Da allora non abbiamo più smesso di scrutare la volta celeste con meraviglia e timore, talvolta con la sensazione di essere persi nella sua ostile, immensa oscurità; talaltra, invece, sentendoci racchiusi in una sorta di bolla stellare protettiva in cui possiamo vivere al riparo dai pericoli dell'Universo circostante. Nell'ultimo secolo, la scienza ci ha costretti a pensare il mondo in modo del tutto nuovo, ci ha snocciolato  numeri e date astronomici – 14 miliardi di anni l'...

Enzo Melandri / Gli strumenti d’ombra

Nel 1964 Roland Barthes fa pubblicare in una rivista universitaria una raccolta di appunti dedicata agli studenti, che sarà destinata a diventare quel testo intitolato Elementi di semiologia. Non è un caso che un’opera così semplice si sia imposta tra gli intellettuali dell’epoca suscitando dibattiti e polemiche, che talvolta ancora si protraggono: la sua semplicità è infatti mera apparenza. Con la pretesa di istituire un agile compendio di riferimenti e nozioni ad uso e consumo di coloro che sono intenzionati a occuparsi di semiotica, Barthes compie in sottotraccia delle operazioni tutt’altro che scontate: la sovversione di un credo intellettuale, la provocazione a un certo modo di intendere la critica sociale, la testimonianza e la collocazione di una tappa del proprio percorso filosofico e biografico.   Si potrebbe dire, sintetizzando molto, che il primo aspetto risiede nell’inversione del progetto saussurriano di subordinare la linguistica alla semiotica, laddove Barthes utilizza strumenti linguistici per poter fondare la sua semiologia. Il secondo aspetto critica la massima sociologica della cosiddetta “società dell’immagine”, mostrandone una sovrabbondanza di elementi...

Dettato / Maestra, come si scrive?

Gli studenti universitari non sanno scrivere in italiano. Così dicono i 600 professori che hanno redatto un appello pubblico. Ne è seguito un dibattito di cui ci siamo occupati su doppiozero con gli interventi di Andrea Giardina e Alessandro Banda; Nunzio La Fauci; Mario Barenghi; e l’intervista di Enrico Manera a Marco Rossi Doria. Come si insegna davvero a scrivere nelle scuole italiane a partire dalle classi elementari? Con questo articolo ci occupiamo di una tecnica di scrittura molto diffusa nelle scuole: il dettato. Seguirà a breve un testo di Italo Calvino sul riassunto. E poi sarà il tema al centro della nostra attenzione.    “Prendete la penna, e al centro del foglio scrivete: Dettato”. La maestra seduta dietro la cattedra comincia: “Io-a-mo-il-ma-re. Le-on-de-so-no-al-te. Lu-i-sa-nu-o-ta”. I bambini chini sui fogli scrivono. Nell’epoca di tablet, cellulari, playstation, computer e lavagne elettroniche interattive, nella scuola elementare si detta ancora. Nonostante i cambiamenti dei programmi, la pratica non è scomparsa, anzi. Sembra quasi che il tempo non sia passato da quando Quintiliano nel suo Institutio Oratoria prevedeva il dettato come pratica faticosa...

Psicoanalisi. Un’eredità al futuro / Al di là del principio di prestazione

La psicoanalisi è un fenomeno di cui si può parlare solo al plurale e ben oltre i differenti indirizzi delle sue principali scuole (freudiana, junghiana, lacaniana) perché la sua pratica è sempre legata all’unicità di “due persone che s’incontrano in una stanza”. Senza mai venir meno alla sua originale vocazione clinica, la psicoanalisi si è sempre vissuta anche come una teoria critica, uno straordinario armamentario di chiavi ermeneutico-simboliche per leggere le diverse dinamiche che innervano il mondo umano, si è apertamente proposta come un’etica del riconoscimento dello straniero e del minaccioso che ci abitano, come una pratica di comprensione ed elaborazione della propria Ombra e come luogo in cui esercitarsi a coltivare la possibilità di dirsi la verità, di prendere sul serio le proprie fantasie, di guardare in faccia le proprie illusioni, di prendersi cura del destino del proprio desiderio, facendo al contempo i conti con un serio esame di realtà. In questa sua feconda ed irriducibile polimorficità è possibile scorgere quella che, con una bella formula, Nicole Janigro chiama “un’eredità al futuro” (Psicoanalisi. Un’eredità al futuro, Mimesis).   Questa “scaturisce...

Quattordici artisti internazionali alla Fondazione MAST. di Bologna / Lavoro in movimento

Dopo aver presentato il progetto Forza Lavoro di Marzia Migliora alla Galleria Lia Rumma di Milano, torniamo al tema del lavoro per un'occasione nuova: una collettiva di 14 artisti internazionali alla Fondazione MAST. di Bologna. Per la prima volta dalla sua apertura nel 2013, la Manifattura di Arti, Sperimentazione e Tecnologia, propone una collettiva di immagini in movimento curata da Urs Stahel: 18 opere tra video e installazioni di 14 artisti internazionali, capaci di offrire una panoramica selezionata e al tempo stesso esaustiva dell'interrogazione artistica  ̶ alternativa e complementare alla più tradizionale fotografia, da sempre strumento privilegiato di narrazione del lavoro e dell'industria  ̶ su questo diritto fondamentale; in tempi attuali, argomento spesso, purtroppo, doloroso.   Nessun luogo sarebbe stato più adatto – considerata la sua storia e la vicenda del progetto, pensato in funzione alla partecipazione quotidiana della collettività, a suo completo beneficio –, perfettamente integrato nel tessuto sociale di una zona altamente produttiva.   La sede, definita dal Prof. Dal Co «inusuale ed esemplare», nasce infatti da un intervento di...

Damien Chazelle, “La La Land” / Un Minnelli azzoppato?

In questo momento le acque sembrano essersi calmate un poco, ma per almeno un paio di settimane La La Land ha imperversato sulla mia homepage di Facebook e su quella di molti altri amici. Addirittura, in certi giorni la percezione – errata, ovviamente – era che non si parlasse d'altro. Sulle prime, i miei contatti – o i contatti dei miei contatti – si limitavano a normali manifestazioni di apprezzamento: qualche immagine tratta dal film, qualche video, brani della colonna sonora. Poi, nei giorni immediatamente successivi al debutto italiano (26 gennaio) e al concomitante annuncio delle candidature agli Oscar, hanno cominciato a fioccare non solo le prevedibili parodie, ma anche video-tributi in cui si comparano le sequenze di La La Land a quelle di Minnelli e Donen. Niente di strano, ma confesso che in questo caso la rapidità mi ha sorpreso.   Nello stesso frangente, ecco comparire, puntualissimi, gli haters: post e articoli, anche piuttosto lunghi, decisi a demolire il film, o quantomeno a ridimensionare l'entusiasmo dei fan. Si va dall'anziano cinephile che (cito testualmente) «a costo di sembrare irrimediabilmente rétro e babbionico», ricorre a un locus classico della...

Lettere da Guantanamo / Le CodePink a Sanaa

  Nella foto diffusa dall’associazione per i diritti umani al-Karama, Terry Kay Rockefeller fa capolino con il suo caschetto biondo e gli occhiali rossi alle spalle di una donna in niqab, dall’età indefinibile e dalla taglia piccola. È l’unica immagine ufficiale che possiede di quella visita, annunciatami qualche mese prima, dopo esserci incontrate al World Social Forum di Tunisi. Mi aveva chiesto come fosse lo Yemen, se il fatto di visitarlo non la mettesse a rischio, in quanto cittadina americana. La sua domanda poteva suonare strana, visto che Terry frequenta l’Iraq dal 2004, sfidando la sorte e il pericolo di rapimenti.  Perché Terry Rockefeller, producer e autore televisivo, con il suo caschetto biondo e un sorriso splendido, piantato in un corpo di cinquantenne americana in carne, è una donna coraggiosissima. Ha perso la sorella nell’attentato alle Torri Gemelle e quando ne parla i suoi occhi sono sempre umidi di lacrime.  Ma, lucida, lucidissima, fin dall’inizio di quel disastro, ha considerato l’invasione all’Iraq come l’errore più grande del suo Paese e si è messa in mente di rappresentare un gruppo di attivisti americani, impegnati nella denuncia delle...

Ogni incontro una liberazione / Gesù e le donne

Si racconta di un padre del deserto che, mentre camminava con i suoi discepoli, vide avvicinarglisi una madre del deserto insieme alle sue discepole, allora gridò a gran voce: Presto figlioli allontaniamoci perché ci sono delle donne! Al che la madre, gli gridò a sua volta: Se tu avessi compiuto anche un solo passo nella via giusta, non ti saresti neppure accorto che siamo donne! Lo sguardo di quel sant'uomo era lo sguardo chiaramente distorto e umiliante di chi proprio non riesce a vedere nella donna un aiuto che gli corrisponde (cfr. Gen 2) e lo fronteggia, occhi negli occhi, da pari a pari.  Lo stesso sguardo persiste ancora oggi, nella nostra società e nella nostra Chiesa, continuando a ferire e mortificare. Infatti, di tutte le iniquità, di tutte le forme di razzismo, quella dell'uomo nei confronti della donna è la più antica e, sembrerebbe, la più tenace. Eppure questo "schema d'ingiustizia planetaria [contro le donne] che non conosce stagioni" né confini, è stato scardinato da Gesù di Nazaret, come afferma Enzo Bianchi priore della Comunità di Bose, teologo e consultore del Pontificio Consiglio per la promozione dell'unità dei cristiani, nel suo saggio Gesù e le donne...

"L’equazione nazismo = germanismo ariano potrebbe essere fatalmente erronea" / Quelle lettere tra Jung e Neumann

Chissà se è vero che, come scrive Joseph Roth a Stefan Zweig, l’amicizia è una patria. A sfogliare il lungo carteggio tra Jung e Neumann (Jung e Neumann. Psicologia analitica in esilio. Il carteggio 1933-1959) si direbbe piuttosto un ponte che congiunge sponde opposte. A tenerle unite un centinaio di lettere che, per un quarto di secolo, viaggiano dalla Svizzera, una terra tutto sommato risparmiata dalla seconda guerra mondiale e della successiva guerra fredda, all’allora Palestina, dove parte del popolo ebraico sopravvissuto alla Shoà cercherà invano la pace. Ma questa non è che una delle tante sponde opposte dalle quali i due si scrivono; Jung, che ha 59 anni, è chiaramente il maestro del secondo, che ne ha 28 ed è il suo più promettente allievo; il primo, dal ‘33 al ’34, è anche suo analista didatta; l’uno è uno svizzero che, secondo le logiche dell’epoca, può considerarsi espressione del “germanismo ariano”, l’altro un tedesco che non può considerarsi tale perché “di razza ebraica”.   Colpisce il modo in cui i due abbracciano queste categorie, seppure in un’accezione evidentemente diversa da quella propagandata dall’ideologia nazista, che la cultura dell’epoca,...

Martin Scorsese, “Silence” / Nient'altro che un'immagine

Ogni discorso su Dio, al cinema, non ha senso se non riguarda prima di tutto il cinema stesso e la sua pretesa di replicare il reale, di interrogarne la vastità. Silence è l’unico film che Scorsese poteva e doveva fare dopo Al di là della vita, l’ultimo suo lavoro veramente personale, l’ultima prova inconfutabile della tenuta del suo cinema (un cinema espressionista, estremo nei sentimenti e nella violenza, carico di religiosità, blasfemia, allucinazione, rigore, passione), prima che il ’900 finisse, prima che il digitale stravolgesse tutto, prima che Scorsese stesso  fosse canonizzato in  “maestro” ed entrasse nella fase meno fervida, meno spontanea, più compromessa e non sempre lucida della sua filmografia.   Martin Scorsese (al centro) sul set del film.    Silence è il film inseguito per trent’anni, figlio di riscritture, ripensamenti, difficoltà produttive, tentennamenti e, una volta girato, di ritardi nella distribuzione e cambi nella durata: per una volta, però, l’opera di una vita intera, il progetto inseguito, vezzeggiato, trovato e poi ritardato (una vera sottocategoria della storia del cinema, che conta...

La gioia della partita / Cesare Garboli

È meno curioso di quanto non si creda pensare come Cesare Garboli si sia prima sottratto alla visibilità e poi abbia occultato le tracce di se stesso. Era per natura molto visibile, in figura e nelle prese di posizione, ma tale natura richiedeva allo stesso tempo una selettività che presentasse quasi una immagine ideale dell’arte della critica (e anche della scienza). Dunque Garboli fu critico molto selettivo, tanto da lasciare parte assai abbondante della propria attività a uno stato gassoso, non avvicinabile, variamente e volutamente dispersa: ora ciò che fu a lungo accantonato, e forse dimenticato in varie sedi viene rimesso in circolazione con La gioia della partita. Scritti 1950-1977 (a cura di Laura Desideri e Domenico Scarpa, Adelphi, pp. 331, € 30,00), che è il primo dei due volumi destinati a raccogliere gli scritti dall’autore mai radunati durante la vita. Non solo si ha così un’idea più compiuta dello svolgersi del saggismo e della scrittura di Garboli, che sarebbe già cosa in sé di grande interesse, ma si può osservare come di scorcio, di lato, il clima di varie stagioni letterarie. Si tratta di un paesaggio per frammenti, con tessere che si intrecciano a quelle finora...

Infanzia, dolore e plastilina / Claude Barras, “La mia vita da zucchina”

Tutti sanno cosa è un dolore. Da adulti accade di provarlo. Per una persona che scompare, per un amore non ricambiato, per una delusione o più spesso per un abbandono. Sono dolori a volte indelebili. Poi ci sono i dolori provati da bambini. Non tutti li ricordano; o meglio: da adulti preferiamo scordarli. Una volta diventati grandi è difficile rammentare davvero i dolori lancinanti che abbiamo provato da bambini, quei dolori sottili come lame che ci lasciavano esterrefatti, attoniti, smarriti. Dolori di un’intensità mai più provata. A volte duravano poco, o non troppo a lungo, perché anche da bambini si dimentica presto, o si vuol dimenticare, dato c’è tutta la vita davanti, o almeno così si pensa da un certo punto in poi. In verità, si sperava allora di diventare grandi e di dimenticare.    Tutto quel groviglio di emozioni, ricordi, paure, mi assale appena mi siedo al cinema e cominciano a scorrere le immagini di un bambino che fa volare un aquilone fuori dalla finestra della sua mansarda. Tutto questo io l’ho già visto, anche se non ho mai visto questo film. Ha la testa tonda, due grandi occhi che sporgono dal viso; i suoi capelli sono blu. Si tratta di un...

La depressione e la scrittura / Giuseppe Berto, Il male oscuro

Una volta, parlando di David Foster Wallace, un tale di mia conoscenza, con voce contrita, mi domandò: “Ma perché si è ucciso?”. Me lo chiese come se io fossi l’esecutore testamentario di David Foster Wallace, o il suo miglior amico, o – cosa ancor più improbabile – il suo psicanalista. “Immagino perché stava molto male”, furono le uniche parole che mi uscirono di bocca. Poi ci pensai un po’ e lo invitai alla lettura di Una cosa divertente che non farò mai più (in Italia è pubblicato da minimum fax con la traduzione di Gabriella D’Angelo e Francesco Piccolo), il più comico, stralunato, angoscioso, farsesco reportage letterario moderno, la cronaca umoristica di una settimana di crociera ai Caraibi commissionata dalla rivista «Harper’s» in cui Wallace, attraverso l’osservazione della fenomenologia dell’industria delle crociere extra-lusso, arriva a toccare il cuore marcio dell’America e, con esso, il cuore marcio di tutti noi accoliti dell’internazionale dei depressi.    In realtà lo stesso Wallace, in Infinite Jest, aveva scritto: “La persona in cui l’invisibile agonia della Cosa raggiunge un livello insopportabile si ucciderà proprio come una persona intrappolata si...

Infanzie / Il libro dei bambini soli

È da poco uscita per il Saggiatore l’opera prima di Enrico Sibilla, traduttore e copywriter milanese alla sua prima prova narrativa. Qualche anno fa mi fece leggere le prime pagine di un testo che stava scrivendo, un romanzo sulla strage di Gorla, il bombardamento alleato del 1944 che colpì una scuola media di Milano uccidendo 184 bambini. Non mi ha stupito quindi che questo libro porti come titolo Il libro dei bambini soli; l’autore ha forse accantonato quel progetto narrativo, ma il tema dell’infanzia si rivela centrale nel suo immaginario, poiché ognuno di questi lunghi racconti ne rivela una diversa sfumatura. Per ognuno di noi l’infanzia è, tra le altre cose, lo scenario della più sterminata solitudine e delle più grandi umiliazioni: non importa quanto sei stato amato, dice Sibilla, perché anche i bambini più amati e protetti hanno vissuto momenti di atroce sperdimento. Le ferite dell’infanzia, non importa quanto ci appaiono sciocche e risibili a distanza di tempo, sono sempre con noi e sono parte integrante della nostra identità adulta.    Ph Robert Doisneau.    Nel Libro dei bambini soli le solitudini sono tante, e i bambini soffrono in molti modi...

Verità del cibo, cucina politica / Il sugo della storia

Il cibo, dovunque, è ormai fuori moda. Il discorso sulla cucina, rifreddo, non s’usa più. E la gastromania, diffondendosi, svanisce. I segnali in questo senso sono parecchi, e tutti di maniera: quando una tendenza, vincendo, s’impone, è già pronta per discendere la scala sociale, spargendosi euforica nei ceti meno abbienti, spopolando nelle province low cost, invadendo gli intimi meandri della cultura più pop, per non dire trash. Così, i tinelli piccolo borghesi si riempiono di ricettari etnici, non c’è massaia che non curi l’impiattamento del polpettone di seitan, i supermercati di quartiere traboccano di biologico, si agitano calici olezzanti di rosso d’annata nei bar della piazza di paese, tremebonde televisioni locali zoomano nottetempo su dettagli di pietanze raffinatissime, cupi dietologi prescrivono alimenti dignitosamente ‘senza’, stracchi turisti si inerpicano per sinuosi itinerari eno-gastronomici messi su da ogni comune sotto i cento abitanti, migliaia di gruppi facebook costituiti da ex compagni d’asilo inneggiano al pane e nutella con olio di palma e chissenefrega.   La ricerca dell’osteria fuori porta, insomma, l’ha infine trovata: e ne sta facendo le spese, fra...

I signori del cibo / Errori e orrori dell'alimentazione postindustriale

Quattro capitoli per altrettanti alimenti cercando di capire cosa sia oggi il "cibo postindustriale": potrebbe essere questa una sintesi minima essenziale del libro I signori del cibo di Stefano Liberti (Minimum fax editore, 2016). In mezzo una descrizione accurata dei processi attraverso i quali quel cibo arriva sulle nostre tavole, di come sia, innanzitutto e prima di tutto, semplicemente merce e – qui sta la novità – come questa merce nell'epoca della globalizzazione sia diventata anche elemento della finanza con tutte le relative conseguenze, che sono nel contempo alimentari ed extra alimentari.   Non solo oro, argento, petrolio o terre rare  muovono i grandi capitali ma recentemente anche derrate alimentari, che, per la loro importanza in un mondo sovrappopolato, sono diventate materie prime contese, con le loro quotazioni, contratti, futures, coinvolgimento di hedge fund compreso.  È solo il mercato. Già... ma un mercato con leggi ben diverse da quello del mercato rionale, dove la merce è innanzitutto cibo da osservare, toccare, anche annusare prima di decidere infine di comprarlo. Nel mercato globale e digitalizzato invece gli alimenti sono paradossalmente e...

New Museum di New York e 3000 LED / Pipilotti Rist, una mostra-instagram?

Downtown   L’impatto è impressionante. Come si spalancano le poderose porte dell’ascensore vengo abbagliato dai riverberi luminosi. Il terzo piano del New Museum di New York è una foresta di 3000 LED contenuti all’interno di sfere di plastica fatte a mano, alcune minute come pietre incastonate su un anello, altre grandi come concrezioni cristalline. Ciascuna contiene un pixel dei video proiettati nella stessa sala. È una delle installazioni dell’artista svizzera Elizabeth Charlotte Rist, in arte Pipilotti Rist (fino al 15 gennaio).   Pixel Forest   Basta salire di un piano per ritrovarsi al settimo cielo: schermi a forme di nuvole sono sospesi al soffitto. Per vederli bisogna togliersi le scarpe e allungarsi sui letti sparsi nella sala, da dividere con perfetti sconosciuti. Un setting vagamente promiscuo in cui lasciarsi cullare dalla musica sperimentale dell’austriaca Anja Plaschg (4th Floor to Mildness, 2016). Pipilotti Rist reintroduce quel guardare verso l’alto proprio delle volte affrescate delle chiese barocche, come nell’installazione nella Chiesa di San Stae per la Biennale veneziana nel 2005 (Homo sapiens sapiens). Senza punti d’appiglio, lo sguardo vaga...

Roberto Marchesini / Il cane secondo me

Il libro appena pubblicato da Roberto Marchesini, Il cane secondo me (Sonda), si struttura attorno all’idea che “oggi il cane è condannato a stare sempre al posto di qualcos’altro. Un cane metafora a cui abbiamo tolto la facoltà di parola”. Così, proprio negli anni in cui i cani sono dappertutto, e possono seguirci quasi ovunque, quanto sembra sfuggire è la loro reale identità. E, di conseguenza, il motivo per cui li teniamo al nostro fianco.  C’è chi mi dice: “A che serve un cane?”. La domanda è insopportabile, indubbiamente, anche perché si accompagna all’idea che, se non servi a qualcosa, non hai senso. Ma è anche una domanda che fa germogliare riflessioni, non fosse altro che per sopire insidiosi sensi di colpa. Un cane, in effetti, per come lo tengo io, per come lo teniamo quasi tutti noi, non ha alcuna utilità.    Mi capita sempre più spesso, nella confusione torbida di giornate inzeppate di cosiddetti impegni, di pensare a cosa faccia il mio cane in casa. E null’altro che mi venga alla mente, se non la sua inesauribile e sonnacchiosa attesa di qualcuno di noi, di uno della famiglia. Leo è un Jack Russell di tre anni, focoso, affettuoso, abbaiatore...

Luisa Muraro, Al mercato della felicità / Se desideri molto, avrai? E cosa?

Dopo che Giuseppe l'ebreo fu tirato su dal pozzo e venduto dai suoi fratelli ai mercanti di schiavi Medianiti, e prima che venisse acquistato dall'eunuco Potifar per conto del faraone d'Egitto, molti, al mercato degli schiavi, si erano offerti di comprarlo. Tra loro una vecchia filatrice che mostrando alcuni gomitoli di lana colorata da lei stessa filata disse al sensale: «Ci sono anch'io, vendi a me quel giovanotto, lo desidero pazzamente, ecco qui il mio pegno». Il sensale rise: «Anima semplice, guarda che per questo gioiello di schiavo mi hanno offerto tesori; con il tuo filo non puoi comprarlo». «Lo so che in questo mercato io non lo compro» gli rispose la donna. «Mi sono messa in fila perché dicano, amici e nemici: anche lei ci ha provato». Con questo magnifico apologo, tratto da una breve storia scritta fra i secc. XII e XIII dal mistico persiano Farid al-din 'Attar, inizia il primo capitolo/non capitolo del saggio/non saggio di Luisa Muraro dal titolo Al mercato della felicità (nuova edizione presso Orthotes di un libro uscito per i tipi di Mondadori nel 2009).   La storia dell'anziana donna che vorrebbe comprare il bel giovanotto da lei pazzamente desiderato mi è...