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Recensione

(1,253 risultati)

Psicoanalisi. Un’eredità al futuro / Al di là del principio di prestazione

La psicoanalisi è un fenomeno di cui si può parlare solo al plurale e ben oltre i differenti indirizzi delle sue principali scuole (freudiana, junghiana, lacaniana) perché la sua pratica è sempre legata all’unicità di “due persone che s’incontrano in una stanza”. Senza mai venir meno alla sua originale vocazione clinica, la psicoanalisi si è sempre vissuta anche come una teoria critica, uno straordinario armamentario di chiavi ermeneutico-simboliche per leggere le diverse dinamiche che innervano il mondo umano, si è apertamente proposta come un’etica del riconoscimento dello straniero e del minaccioso che ci abitano, come una pratica di comprensione ed elaborazione della propria Ombra e come luogo in cui esercitarsi a coltivare la possibilità di dirsi la verità, di prendere sul serio le proprie fantasie, di guardare in faccia le proprie illusioni, di prendersi cura del destino del proprio desiderio, facendo al contempo i conti con un serio esame di realtà. In questa sua feconda ed irriducibile polimorficità è possibile scorgere quella che, con una bella formula, Nicole Janigro chiama “un’eredità al futuro” (Psicoanalisi. Un’eredità al futuro, Mimesis).   Questa “scaturisce...

Quattordici artisti internazionali alla Fondazione MAST. di Bologna / Lavoro in movimento

Dopo aver presentato il progetto Forza Lavoro di Marzia Migliora alla Galleria Lia Rumma di Milano, torniamo al tema del lavoro per un'occasione nuova: una collettiva di 14 artisti internazionali alla Fondazione MAST. di Bologna. Per la prima volta dalla sua apertura nel 2013, la Manifattura di Arti, Sperimentazione e Tecnologia, propone una collettiva di immagini in movimento curata da Urs Stahel: 18 opere tra video e installazioni di 14 artisti internazionali, capaci di offrire una panoramica selezionata e al tempo stesso esaustiva dell'interrogazione artistica  ̶ alternativa e complementare alla più tradizionale fotografia, da sempre strumento privilegiato di narrazione del lavoro e dell'industria  ̶ su questo diritto fondamentale; in tempi attuali, argomento spesso, purtroppo, doloroso.   Nessun luogo sarebbe stato più adatto – considerata la sua storia e la vicenda del progetto, pensato in funzione alla partecipazione quotidiana della collettività, a suo completo beneficio –, perfettamente integrato nel tessuto sociale di una zona altamente produttiva.   La sede, definita dal Prof. Dal Co «inusuale ed esemplare», nasce infatti da un intervento di...

Damien Chazelle, “La La Land” / Un Minnelli azzoppato?

In questo momento le acque sembrano essersi calmate un poco, ma per almeno un paio di settimane La La Land ha imperversato sulla mia homepage di Facebook e su quella di molti altri amici. Addirittura, in certi giorni la percezione – errata, ovviamente – era che non si parlasse d'altro. Sulle prime, i miei contatti – o i contatti dei miei contatti – si limitavano a normali manifestazioni di apprezzamento: qualche immagine tratta dal film, qualche video, brani della colonna sonora. Poi, nei giorni immediatamente successivi al debutto italiano (26 gennaio) e al concomitante annuncio delle candidature agli Oscar, hanno cominciato a fioccare non solo le prevedibili parodie, ma anche video-tributi in cui si comparano le sequenze di La La Land a quelle di Minnelli e Donen. Niente di strano, ma confesso che in questo caso la rapidità mi ha sorpreso.   Nello stesso frangente, ecco comparire, puntualissimi, gli haters: post e articoli, anche piuttosto lunghi, decisi a demolire il film, o quantomeno a ridimensionare l'entusiasmo dei fan. Si va dall'anziano cinephile che (cito testualmente) «a costo di sembrare irrimediabilmente rétro e babbionico», ricorre a un locus classico della...

Lettere da Guantanamo / Le CodePink a Sanaa

  Nella foto diffusa dall’associazione per i diritti umani al-Karama, Terry Kay Rockefeller fa capolino con il suo caschetto biondo e gli occhiali rossi alle spalle di una donna in niqab, dall’età indefinibile e dalla taglia piccola. È l’unica immagine ufficiale che possiede di quella visita, annunciatami qualche mese prima, dopo esserci incontrate al World Social Forum di Tunisi. Mi aveva chiesto come fosse lo Yemen, se il fatto di visitarlo non la mettesse a rischio, in quanto cittadina americana. La sua domanda poteva suonare strana, visto che Terry frequenta l’Iraq dal 2004, sfidando la sorte e il pericolo di rapimenti.  Perché Terry Rockefeller, producer e autore televisivo, con il suo caschetto biondo e un sorriso splendido, piantato in un corpo di cinquantenne americana in carne, è una donna coraggiosissima. Ha perso la sorella nell’attentato alle Torri Gemelle e quando ne parla i suoi occhi sono sempre umidi di lacrime.  Ma, lucida, lucidissima, fin dall’inizio di quel disastro, ha considerato l’invasione all’Iraq come l’errore più grande del suo Paese e si è messa in mente di rappresentare un gruppo di attivisti americani, impegnati nella denuncia delle...

Ogni incontro una liberazione / Gesù e le donne

Si racconta di un padre del deserto che, mentre camminava con i suoi discepoli, vide avvicinarglisi una madre del deserto insieme alle sue discepole, allora gridò a gran voce: Presto figlioli allontaniamoci perché ci sono delle donne! Al che la madre, gli gridò a sua volta: Se tu avessi compiuto anche un solo passo nella via giusta, non ti saresti neppure accorto che siamo donne! Lo sguardo di quel sant'uomo era lo sguardo chiaramente distorto e umiliante di chi proprio non riesce a vedere nella donna un aiuto che gli corrisponde (cfr. Gen 2) e lo fronteggia, occhi negli occhi, da pari a pari.  Lo stesso sguardo persiste ancora oggi, nella nostra società e nella nostra Chiesa, continuando a ferire e mortificare. Infatti, di tutte le iniquità, di tutte le forme di razzismo, quella dell'uomo nei confronti della donna è la più antica e, sembrerebbe, la più tenace. Eppure questo "schema d'ingiustizia planetaria [contro le donne] che non conosce stagioni" né confini, è stato scardinato da Gesù di Nazaret, come afferma Enzo Bianchi priore della Comunità di Bose, teologo e consultore del Pontificio Consiglio per la promozione dell'unità dei cristiani, nel suo saggio Gesù e le donne...

"L’equazione nazismo = germanismo ariano potrebbe essere fatalmente erronea" / Quelle lettere tra Jung e Neumann

Chissà se è vero che, come scrive Joseph Roth a Stefan Zweig, l’amicizia è una patria. A sfogliare il lungo carteggio tra Jung e Neumann (Jung e Neumann. Psicologia analitica in esilio. Il carteggio 1933-1959) si direbbe piuttosto un ponte che congiunge sponde opposte. A tenerle unite un centinaio di lettere che, per un quarto di secolo, viaggiano dalla Svizzera, una terra tutto sommato risparmiata dalla seconda guerra mondiale e della successiva guerra fredda, all’allora Palestina, dove parte del popolo ebraico sopravvissuto alla Shoà cercherà invano la pace. Ma questa non è che una delle tante sponde opposte dalle quali i due si scrivono; Jung, che ha 59 anni, è chiaramente il maestro del secondo, che ne ha 28 ed è il suo più promettente allievo; il primo, dal ‘33 al ’34, è anche suo analista didatta; l’uno è uno svizzero che, secondo le logiche dell’epoca, può considerarsi espressione del “germanismo ariano”, l’altro un tedesco che non può considerarsi tale perché “di razza ebraica”.   Colpisce il modo in cui i due abbracciano queste categorie, seppure in un’accezione evidentemente diversa da quella propagandata dall’ideologia nazista, che la cultura dell’epoca,...

Martin Scorsese, “Silence” / Nient'altro che un'immagine

Ogni discorso su Dio, al cinema, non ha senso se non riguarda prima di tutto il cinema stesso e la sua pretesa di replicare il reale, di interrogarne la vastità. Silence è l’unico film che Scorsese poteva e doveva fare dopo Al di là della vita, l’ultimo suo lavoro veramente personale, l’ultima prova inconfutabile della tenuta del suo cinema (un cinema espressionista, estremo nei sentimenti e nella violenza, carico di religiosità, blasfemia, allucinazione, rigore, passione), prima che il ’900 finisse, prima che il digitale stravolgesse tutto, prima che Scorsese stesso  fosse canonizzato in  “maestro” ed entrasse nella fase meno fervida, meno spontanea, più compromessa e non sempre lucida della sua filmografia.   Martin Scorsese (al centro) sul set del film.    Silence è il film inseguito per trent’anni, figlio di riscritture, ripensamenti, difficoltà produttive, tentennamenti e, una volta girato, di ritardi nella distribuzione e cambi nella durata: per una volta, però, l’opera di una vita intera, il progetto inseguito, vezzeggiato, trovato e poi ritardato (una vera sottocategoria della storia del cinema, che conta...

La gioia della partita / Cesare Garboli

È meno curioso di quanto non si creda pensare come Cesare Garboli si sia prima sottratto alla visibilità e poi abbia occultato le tracce di se stesso. Era per natura molto visibile, in figura e nelle prese di posizione, ma tale natura richiedeva allo stesso tempo una selettività che presentasse quasi una immagine ideale dell’arte della critica (e anche della scienza). Dunque Garboli fu critico molto selettivo, tanto da lasciare parte assai abbondante della propria attività a uno stato gassoso, non avvicinabile, variamente e volutamente dispersa: ora ciò che fu a lungo accantonato, e forse dimenticato in varie sedi viene rimesso in circolazione con La gioia della partita. Scritti 1950-1977 (a cura di Laura Desideri e Domenico Scarpa, Adelphi, pp. 331, € 30,00), che è il primo dei due volumi destinati a raccogliere gli scritti dall’autore mai radunati durante la vita. Non solo si ha così un’idea più compiuta dello svolgersi del saggismo e della scrittura di Garboli, che sarebbe già cosa in sé di grande interesse, ma si può osservare come di scorcio, di lato, il clima di varie stagioni letterarie. Si tratta di un paesaggio per frammenti, con tessere che si intrecciano a quelle finora...

Infanzia, dolore e plastilina / Claude Barras, “La mia vita da zucchina”

Tutti sanno cosa è un dolore. Da adulti accade di provarlo. Per una persona che scompare, per un amore non ricambiato, per una delusione o più spesso per un abbandono. Sono dolori a volte indelebili. Poi ci sono i dolori provati da bambini. Non tutti li ricordano; o meglio: da adulti preferiamo scordarli. Una volta diventati grandi è difficile rammentare davvero i dolori lancinanti che abbiamo provato da bambini, quei dolori sottili come lame che ci lasciavano esterrefatti, attoniti, smarriti. Dolori di un’intensità mai più provata. A volte duravano poco, o non troppo a lungo, perché anche da bambini si dimentica presto, o si vuol dimenticare, dato c’è tutta la vita davanti, o almeno così si pensa da un certo punto in poi. In verità, si sperava allora di diventare grandi e di dimenticare.    Tutto quel groviglio di emozioni, ricordi, paure, mi assale appena mi siedo al cinema e cominciano a scorrere le immagini di un bambino che fa volare un aquilone fuori dalla finestra della sua mansarda. Tutto questo io l’ho già visto, anche se non ho mai visto questo film. Ha la testa tonda, due grandi occhi che sporgono dal viso; i suoi capelli sono blu. Si tratta di un...

La depressione e la scrittura / Giuseppe Berto, Il male oscuro

Una volta, parlando di David Foster Wallace, un tale di mia conoscenza, con voce contrita, mi domandò: “Ma perché si è ucciso?”. Me lo chiese come se io fossi l’esecutore testamentario di David Foster Wallace, o il suo miglior amico, o – cosa ancor più improbabile – il suo psicanalista. “Immagino perché stava molto male”, furono le uniche parole che mi uscirono di bocca. Poi ci pensai un po’ e lo invitai alla lettura di Una cosa divertente che non farò mai più (in Italia è pubblicato da minimum fax con la traduzione di Gabriella D’Angelo e Francesco Piccolo), il più comico, stralunato, angoscioso, farsesco reportage letterario moderno, la cronaca umoristica di una settimana di crociera ai Caraibi commissionata dalla rivista «Harper’s» in cui Wallace, attraverso l’osservazione della fenomenologia dell’industria delle crociere extra-lusso, arriva a toccare il cuore marcio dell’America e, con esso, il cuore marcio di tutti noi accoliti dell’internazionale dei depressi.    In realtà lo stesso Wallace, in Infinite Jest, aveva scritto: “La persona in cui l’invisibile agonia della Cosa raggiunge un livello insopportabile si ucciderà proprio come una persona intrappolata si...

Infanzie / Il libro dei bambini soli

È da poco uscita per il Saggiatore l’opera prima di Enrico Sibilla, traduttore e copywriter milanese alla sua prima prova narrativa. Qualche anno fa mi fece leggere le prime pagine di un testo che stava scrivendo, un romanzo sulla strage di Gorla, il bombardamento alleato del 1944 che colpì una scuola media di Milano uccidendo 184 bambini. Non mi ha stupito quindi che questo libro porti come titolo Il libro dei bambini soli; l’autore ha forse accantonato quel progetto narrativo, ma il tema dell’infanzia si rivela centrale nel suo immaginario, poiché ognuno di questi lunghi racconti ne rivela una diversa sfumatura. Per ognuno di noi l’infanzia è, tra le altre cose, lo scenario della più sterminata solitudine e delle più grandi umiliazioni: non importa quanto sei stato amato, dice Sibilla, perché anche i bambini più amati e protetti hanno vissuto momenti di atroce sperdimento. Le ferite dell’infanzia, non importa quanto ci appaiono sciocche e risibili a distanza di tempo, sono sempre con noi e sono parte integrante della nostra identità adulta.    Ph Robert Doisneau.    Nel Libro dei bambini soli le solitudini sono tante, e i bambini soffrono in molti modi...

Verità del cibo, cucina politica / Il sugo della storia

Il cibo, dovunque, è ormai fuori moda. Il discorso sulla cucina, rifreddo, non s’usa più. E la gastromania, diffondendosi, svanisce. I segnali in questo senso sono parecchi, e tutti di maniera: quando una tendenza, vincendo, s’impone, è già pronta per discendere la scala sociale, spargendosi euforica nei ceti meno abbienti, spopolando nelle province low cost, invadendo gli intimi meandri della cultura più pop, per non dire trash. Così, i tinelli piccolo borghesi si riempiono di ricettari etnici, non c’è massaia che non curi l’impiattamento del polpettone di seitan, i supermercati di quartiere traboccano di biologico, si agitano calici olezzanti di rosso d’annata nei bar della piazza di paese, tremebonde televisioni locali zoomano nottetempo su dettagli di pietanze raffinatissime, cupi dietologi prescrivono alimenti dignitosamente ‘senza’, stracchi turisti si inerpicano per sinuosi itinerari eno-gastronomici messi su da ogni comune sotto i cento abitanti, migliaia di gruppi facebook costituiti da ex compagni d’asilo inneggiano al pane e nutella con olio di palma e chissenefrega.   La ricerca dell’osteria fuori porta, insomma, l’ha infine trovata: e ne sta facendo le spese, fra...

I signori del cibo / Errori e orrori dell'alimentazione postindustriale

Quattro capitoli per altrettanti alimenti cercando di capire cosa sia oggi il "cibo postindustriale": potrebbe essere questa una sintesi minima essenziale del libro I signori del cibo di Stefano Liberti (Minimum fax editore, 2016). In mezzo una descrizione accurata dei processi attraverso i quali quel cibo arriva sulle nostre tavole, di come sia, innanzitutto e prima di tutto, semplicemente merce e – qui sta la novità – come questa merce nell'epoca della globalizzazione sia diventata anche elemento della finanza con tutte le relative conseguenze, che sono nel contempo alimentari ed extra alimentari.   Non solo oro, argento, petrolio o terre rare  muovono i grandi capitali ma recentemente anche derrate alimentari, che, per la loro importanza in un mondo sovrappopolato, sono diventate materie prime contese, con le loro quotazioni, contratti, futures, coinvolgimento di hedge fund compreso.  È solo il mercato. Già... ma un mercato con leggi ben diverse da quello del mercato rionale, dove la merce è innanzitutto cibo da osservare, toccare, anche annusare prima di decidere infine di comprarlo. Nel mercato globale e digitalizzato invece gli alimenti sono paradossalmente e...

New Museum di New York e 3000 LED / Pipilotti Rist, una mostra-instagram?

Downtown   L’impatto è impressionante. Come si spalancano le poderose porte dell’ascensore vengo abbagliato dai riverberi luminosi. Il terzo piano del New Museum di New York è una foresta di 3000 LED contenuti all’interno di sfere di plastica fatte a mano, alcune minute come pietre incastonate su un anello, altre grandi come concrezioni cristalline. Ciascuna contiene un pixel dei video proiettati nella stessa sala. È una delle installazioni dell’artista svizzera Elizabeth Charlotte Rist, in arte Pipilotti Rist (fino al 15 gennaio).   Pixel Forest   Basta salire di un piano per ritrovarsi al settimo cielo: schermi a forme di nuvole sono sospesi al soffitto. Per vederli bisogna togliersi le scarpe e allungarsi sui letti sparsi nella sala, da dividere con perfetti sconosciuti. Un setting vagamente promiscuo in cui lasciarsi cullare dalla musica sperimentale dell’austriaca Anja Plaschg (4th Floor to Mildness, 2016). Pipilotti Rist reintroduce quel guardare verso l’alto proprio delle volte affrescate delle chiese barocche, come nell’installazione nella Chiesa di San Stae per la Biennale veneziana nel 2005 (Homo sapiens sapiens). Senza punti d’appiglio, lo sguardo vaga...

Roberto Marchesini / Il cane secondo me

Il libro appena pubblicato da Roberto Marchesini, Il cane secondo me (Sonda), si struttura attorno all’idea che “oggi il cane è condannato a stare sempre al posto di qualcos’altro. Un cane metafora a cui abbiamo tolto la facoltà di parola”. Così, proprio negli anni in cui i cani sono dappertutto, e possono seguirci quasi ovunque, quanto sembra sfuggire è la loro reale identità. E, di conseguenza, il motivo per cui li teniamo al nostro fianco.  C’è chi mi dice: “A che serve un cane?”. La domanda è insopportabile, indubbiamente, anche perché si accompagna all’idea che, se non servi a qualcosa, non hai senso. Ma è anche una domanda che fa germogliare riflessioni, non fosse altro che per sopire insidiosi sensi di colpa. Un cane, in effetti, per come lo tengo io, per come lo teniamo quasi tutti noi, non ha alcuna utilità.    Mi capita sempre più spesso, nella confusione torbida di giornate inzeppate di cosiddetti impegni, di pensare a cosa faccia il mio cane in casa. E null’altro che mi venga alla mente, se non la sua inesauribile e sonnacchiosa attesa di qualcuno di noi, di uno della famiglia. Leo è un Jack Russell di tre anni, focoso, affettuoso, abbaiatore...

Luisa Muraro, Al mercato della felicità / Se desideri molto, avrai? E cosa?

Dopo che Giuseppe l'ebreo fu tirato su dal pozzo e venduto dai suoi fratelli ai mercanti di schiavi Medianiti, e prima che venisse acquistato dall'eunuco Potifar per conto del faraone d'Egitto, molti, al mercato degli schiavi, si erano offerti di comprarlo. Tra loro una vecchia filatrice che mostrando alcuni gomitoli di lana colorata da lei stessa filata disse al sensale: «Ci sono anch'io, vendi a me quel giovanotto, lo desidero pazzamente, ecco qui il mio pegno». Il sensale rise: «Anima semplice, guarda che per questo gioiello di schiavo mi hanno offerto tesori; con il tuo filo non puoi comprarlo». «Lo so che in questo mercato io non lo compro» gli rispose la donna. «Mi sono messa in fila perché dicano, amici e nemici: anche lei ci ha provato». Con questo magnifico apologo, tratto da una breve storia scritta fra i secc. XII e XIII dal mistico persiano Farid al-din 'Attar, inizia il primo capitolo/non capitolo del saggio/non saggio di Luisa Muraro dal titolo Al mercato della felicità (nuova edizione presso Orthotes di un libro uscito per i tipi di Mondadori nel 2009).   La storia dell'anziana donna che vorrebbe comprare il bel giovanotto da lei pazzamente desiderato mi è...

Rinunciare a sé per sopravvivere / Fuggire da sé

Baratto è uno stimato insegnante di educazione fisica. Gioca a rugby. Nel bel mezzo di una partita si blocca a tre quarti del campo e scuote la testa, smette di giocare e si siede in panchina. Con gli occhi chiusi trattiene il fiato, resta in apnea, senza aspettare più niente e senza neppure il pensiero di essere lì. Poi se ne torna a casa guidando la sua motocicletta. Da quel momento in poi smette di parlare con tutti: moglie, vicini di casa, preside della scuola. Andrà avanti così per mesi e mesi in una sorta di congedo provvisorio da tutto e da tutti. La moglie lo lascia, la scuola lo solleva dall’incarico, gli amici non lo riconoscono più. Il personaggio della novella omonima di Gianni Celati, Baratto (Quattro novelle sulle apparenze, Quodlibet), disinveste il mondo che lo circonda, per dirla con David Le Breton, sociologo e antropologo, autore di Fuggire da sé (Raffaello Cortina Editore). Baratto non esiste né per se stesso né per gli altri; la sua è una defezione, un ritrarsi dalla responsabilità di essere se stesso, l’unica possibilità per non essere schiacciato e gravato da quel peso che sono gli impegni verso gli altri, verso la società. Ha tranciato, seppur...

Ta-Nehisi Coates. Un conto ancora aperto / L'America (ancora) razzista

Non sappiamo ancora come sarà l’America di Donald Trump, se certe dichiarazioni ostentate in campagna elettorale daranno vita a nuove vecchie pulsioni razziste e xenofobe. Sappiamo però come è stata l’America e soprattutto l’America dei neri fin dalle sue origini e ora a raccontarcelo con una prosa lucida e coinvolgente è Ta-Nehisi Coates, giornalista dell’Atlantic e già autore del bellissimo Tra me e il mondo (Codice Edizioni). In questo suo primo libro Coates raccontava a suo figlio cosa significhi essere neri, incentrando l’attenzione sul corpo, su quel colore che diventa un marchio, indelebile, tragico, che condiziona il tuo modo di pensare, la tua vita intera. Ora, per lo stesso editore, con Un conto ancora aperto ci sbatte davanti agli occhi alcuni secoli di storia degli Stati Uniti alla luce del rapporto tra bianchi e neri (o se si vuole essere politicamente corretti, tra bianchi e afro-americani). Coates è un maestro della scrittura e sa alternare passaggi commoventi a momenti di duro realismo e non esita a dichiarare che la più antica democrazia del mondo si fonda proprio sulla discriminazione e sullo sfruttamento dei neri da parte dei bianchi. In sintesi, sul razzismo....

Lydie Salvayre / Non piangere. L'eredità del male

Montse ha quindici anni quando viene portata dalla madre in casa di una facoltosa famiglia di proprietari terrieri della zona per sostituire la precedente domestica, licenziata perché puzzava di cipolla. I señores Burgos esaminano la ragazza, non la fanno sedere, non le danno la mano. Jaime Burgos, il capofamiglia, la squadra e si rivolge infine alla moglie con un complimento soddisfatto, violento come uno schiaffo: “ha un'aria molto umile”, ovvero niente grilli per la testa, nessuna ambizione, una facile e docile sottomissione.  Le donne vengono congedate e in strada Montse sbraita, impreca, grida la sua offesa e gonfia la sua protesta sul marciapiede, mentre la madre la supplica a bassa voce di tacere e perlustra con occhi preoccupati la via deserta. Il giorno dopo è il 19 luglio 1936, in Spagna scoppia la guerra e Montse saluta con sollievo il conflitto, grata di non dover fare da serva ai Burgos o a chiunque altro.   Montse è Montserrat Monclus Arjona, madre dell'autrice, e ha ormai novant'anni.  Il tempo ha attraversato il suo corpo e le si è posato addosso lasciandole una curiosa amnesia selettiva e un'inclinazione al turpiloquio creativo e divertito. Nel...

“Sully” di Clint Eastwood / Un “classico” inquieto

A 86 anni e mezzo, Clint Eastwood è la meravigliosa anomalia di Hollywood, e in generale del cinema contemporaneo, per un pugno di buone ragioni. Primo: con 36 lungometraggi alle spalle, almeno un altro in avanzata fase di preproduzione (e non sarà una produzione “riposante”: parlerà infatti del rapimento della volontaria americana Jessica Buchanan, sequestrata in Somalia e tenuta in ostaggio nel deserto per 93 giorni) e nessuna voglia di ritirarsi, rischia seriamente di raccogliere lo scettro di un cineasta in apparenza agli antipodi, cinematograficamente parlando, quel Manoel de Oliveira capace di coniugare bulimia realizzativa e longevità oltre ogni biologico senso della misura. E solo per questo, ogni suo film si configura come un evento.   Secondo: la sua irriducibile modernità, ben più evidente e tangibile della tanto decantata (dai critici) classicità cui si fa riferimento quando si parla della sua filmografia, risiede in prima istanza nel suo essere, stilisticamente e narrativamente, fuori dal tempo. Niente di più lontano, insomma, dalla Hollywood postmoderna che elegge al rango di autore cineasti al terzo o quarto film, più in base al sensazionalismo che riescono a...

Harry Parker, Anatomia di un soldato / Attraversare la guerra. Mondo in pezzi

Chi scampa a una guerra parla di continuo del pericolo scampato, oppure si chiude a chiave dentro il silenzio. Primo Levi sosteneva fossero i due istinti di chi sopravvive: chiedere alle parole di aggrapparsi al corrimano di chi è ancora vivo, o viceversa lasciare che, dentro la testa, le parole facciano scempio di tutti gli altri pensieri. Salvo eccezioni, dopo la seconda guerra mondiale vinse la reticenza. Chi sopravvisse pensò che portare il silenzio a tavola, a cena, fosse il modo migliore per proteggere i figli. Il teatro di guerra tenne in cartellone l’orrore solo per loro: fece repliche continue nei sogni, fece urlare gli ex combattenti contro il cuscino. Le donne li abbracciarono sperando passasse, e fu istinto di madre più che di moglie. Quanto ai figli, quando i padri poi morirono provarono a sollevare il macigno di quel silenzio di protezione e si accorsero di quanto era pesante non sapere nulla, avere il niente come unico ricordo del padre. Alcuni dei figli furono salvati dai bambini: anche i più silenziosi dei reduci spaccarono la reticenza davanti ai nipotini. E fu così che trasformarono l’orrore in avventura: aprirono le porte del teatro e fummo tutti meno soli....

Romaeuropa Festival / L’Africa fantasma di Elvira Frosini e Daniele Timpano

All’inizio di Acqua di Colonia di Elvira Frosini e Daniele Timpano, mentre i due performer, in bilico sulla destra del proscenio, arcigni come due falchi ai quali è stato appena tolto il cappuccio, guatano la sala, sulla destra del palco del Teatro Quarticciolo di Roma, è seduta una signora di colore. Una figura piccola e snella che, la testa avvolta in una specie di turbante, si sforza soprattutto di non essere notata: rimarrà in quella posizione per tutta la prima parte dello spettacolo, seduta con le gambe incrociate, il suo unico movimento sarà di cambiare gamba da accavallare – e gioco forza, chi la guarda, per l’enigma rappresentato proprio della sua impassibilità, quasi un contrappunto del fervore satirico che le ribolle attorno, non può fare a meno di leggere in quel gesto una specie di intenzione ritmica. Alla fine dello “zibaldino africano” verrà riaccompagnata al suo posto in platea, come quegli spettatori che un tempo venivano chiamati sul palco dagli illusionisti, e sempre più spesso, oggi, su una scena che si vuole interattiva: il pubblico la applaude anche se non ha fatto nulla. Le accade, insomma, quel che secondo Nicola Chiaromonte capita all’“oggetto vero” una...

Blu della cancellazione / Maria Attanasio. Nessuno è al riparo

Si respira un’aria di guerra, in questo libro di Maria Attanasio. Numerose le espressioni di origine bellica, militare, legate alla violenza, storica o personale: cingolati, manganelli, genocidi, saccheggi, reattori a raggi gamma, passi dell’oca, piccole italiane, zone interdette, uomini che sparano a vista. I nomi stessi, le parole stesse sembrano soldati al fronte, soldati in trincea, esposti alle irruzioni mortali del nemico.    Si respira un senso di allarme. Nessuno è al riparo. Incombe il pericolo, la minaccia permanente. Pubblica e privata. Le ronde e i tiratori scelti da una parte. Gli acufeni dall’altra. La minaccia colpisce il mondo e il singolo. Non c’è un luogo sicuro, protetto, custodito. Le scale sono senza ringhiera, il terreno è pieno di crepe e fenditure. Dovunque crepacci, burroni, precipizi.    “Crepa” e “crepaccio” sono parole ricorrenti in queste pagine, ulteriore motivo di allarme, timore, incertezza, accresciuta dal buio. Il buio qui regna sovrano. Il buio senza scampo. Le tenebre. Numerose le scene notturne, quando l’uomo è più indifeso, quando i bombardamenti o gli acufeni sono più terribili. C’è una parola ossessiva che lega la guerra...

Ma il razzismo fa a meno del supporto della scienza / Gli africani siamo noi

Ci sono studiosi, e non sono molti, che hanno la rara capacità di riuscire a comunicare teorie, dati, modelli importantissimi e fondamentali, senza perdersi negli alambicchi dell’accademismo, usando un linguaggio chiaro, colto ed efficace. Se poi in più riescono ad aggiungere qui e là un tocco di ironia, allora siamo di fronte a un lavoro che deve davvero essere letto. È il caso dell’ultimo libro di Guido Barbujani, noto genetista dell’Università di Ferrara, che da tempo dedica gran parte del suo lavoro a decostruire ogni teoria razziale. Ne Gli africani siamo noi (Laterza 2016) Barbujani ci dimostra e ci racconta come noi, al secolo Homo Sapiens, proveniamo tutti dall’Africa e di lì ci siamo sparsi per tutto il pianeta e lo fa con dodici pennellate, dodici brevi capitoli, che a volte sembrano quasi racconti, e che ci conducono di volta in volta in uno dei molti terreni su cui si è giocata la campagna razziale e poi razzista, durata quasi tre secoli e non ancora terminata del tutto.   Pennellate che talvolta appaiono slegate, ma che poco a poco vanno a ricomporsi in un mosaico che ci mostra con chiarezza non solo come è composta la specie umana, ma anche e soprattutto quanto...