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Recensione

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Ritorna in libreria il volume / Il pane selvaggio di Piero Camporesi

Il pane selvaggio di Piero Camporesi (1926-1997) riappare in libreria pubblicato dal Saggiatore, già editore di alcuni fondamentali classici della produzione dello stesso autore: La carne impassibile. Salvezza e salute tra Medioevo e Controriforma (1983); La terra e la luna. Alimentazione, folclore, società (1989); La miniera del mondo. Artieri inventori impostori (1990). Il volume di Camporesi fu pubblicato nel 1980 dalla casa editrice il Mulino a Bologna, città dove Camporesi era docente di Letteratura italiana da oltre un decennio presso l’Alma Mater Studiorum. Tre anni dopo, nel 1983, il libro conobbe una seconda edizione (che fu poi ristampata da Garzanti nel 2004), «riveduta e ampliata» e arricchita dell’Introduzione apparsa con il titolo Avant-propos à l’édition française del 1982 de Le Pain sauvage.    Dietro al titolo Il pane selvaggio, tanto fascinoso quanto inquietante, si apre l’inedito scenario di un «vissuto» che vede come protagoniste le «folle stracciate e affamate dei secoli moderni», in balia di Fame, Carestia, Malattia. Nel suo lungo raccontare «il dramma quotidiano» dei poveri, Piero Camporesi giunge al «paese dello stento e dell’indigenza» più...

Note non ortodosse di Carmine Cimmino / Baccalà, stocafisso, bagnacauda

Che legame può esserci tra un saggio che esamina la diffusione e la tradizione del baccalà sulle pendici vesuviane – Note di storia del baccalà nella dieta vesuviana e napoletana di Carmine Cimmino (Dante & Descartes) – e un piccolo grande libro come Il Salto dell'acciuga di Nico Orengo (Einaudi), ormai quasi un classico della letteratura a sfondo gastronomico ?   La comune vulgata televisiva, così come il giornalismo enogastronomico  più superficiale e parte dell'immenso arcipelago internettiano, vogliono la "dieta mediterranea" costituita da alimenti quasi totalmente vegetali, dove pasta e pomodoro predominano insieme all'olio di oliva, al vino (preferibilmente rosso) con l'eccezione del pesce in quantità. Poco indietro le carni bianche, le lattughine e la rucola, i broccoli e poi in genere frutta e verdura colorata di rosso-blu, ovvero i colori degli antiossidanti, della dietetica versione 2.0, delle mode alimentari... Una dieta mediterranea appunto "alla moda", rivisitata si potrebbe dire se si trattasse solo di una ricetta del territorio, in realtà ampiamente ricca di imposture, eppure largamente accredita e ortodossa, almeno rispetto ai gusti e alle convinzioni...

Rosso nella notte bianca / Valenti. La follia della vendetta

Bianca è la neve, il «bianco incorrotto del mondo» che annulla ogni forza, ogni violenza, ogni voce, bianchi sono i gas tossici e la polvere nel cotonificio e il cielo vuoto di novembre, chiuso a rimpianti e preghiere.  Nero è il fumo di un recinto di bestie a cui viene dato fuoco, il colore dentro le palpebre chiuse mentre si ascolta il lamento degli animali che bruciano e si viene trascinati via dai fascisti, neri sono i fascisti, nero è il fango che appesantisce la fuga e ciò che resta sui muri di una casa bruciata, nero è il nome di Nerina. Rosso è la lotta, la vergogna, la colpa, il fuoco che brucia, rosse sono le budella e il sangue che macchia e che tutto lava, rossa è la vendetta, rossi i capelli di Ulisse, Rosso il suo nome di battaglia sui monti. Dal titolo alla copertina, fin dentro le storie dei personaggi, Rosso nella notte bianca ((Feltrinelli, p. 160, € 12), l'ultimo romanzo di Stefano Valenti è interamente impregnato di questo cromatismo.   Ulisse Bonfanti eredita dalla madre Giuditta l'origine contadina, il destino di miserabile in una Valtellina arida e ingrata e una fede che non vacilla. Una fede che si fa forte, invece, di tormenti e paura, elaborando...

Un romanzo sul cinema in quanto retropensiero della cultura americana / Aleksandar Hemon. Zombi

L’arte della guerra zombi è Il dono di Humboldt di Aleksandr Hemon. È la sua versione contemporanea, l’unica possibile, oggi, di quel romanzo con cui Saul Bellow rinunciava a tutto, a una progressione drammatica, una costruzione coerente del racconto, anche a una sorta di pudore o affetto nei confronti dei personaggi, per raccontare, a metà anni Settanta, il vuoto di rappresentazione e l’impasse creativa che aveva già colto la cultura modernista. Era una romanzo su Chicago, Il dono di Humboldt, così come quasi vent’anni dopo, a fine anni ’80, un altro libro di Bellow, Ne muoiono più di crepacuore, pur senza specificarlo, era un romanzo sulle Twin Cities del Midwest americano, Minneapolis e Saint-Paul, così pulite ed eleganti e ricche e anche alte, ma così irrimediabilmente piatte, così vuote e fallimentari, tenute insieme dal denaro, e vivacizzate dalla sola cosa rimasta all’uomo contemporaneo, non la politica, non l’arte e nemmeno la cultura, ma il cuore (e forse, non sempre, il sesso), in una sorta di “umanesimo oltre l’uomo”, di umanesimo come ultima spiaggia prima della dissoluzione.    Il dono di Humboldt girava volutamente a vuoto attorno a una promessa, un dono...

Ricordi berlinesi / Hans Magnus Enzensberger. Tumulto

Dalla copertina del libro ci guarda un irriverente signore dall’aria giovane, che tuttavia ha superato da un pezzo la trentina, un casco di capelli biondi da paggio, stravaccato su una sedia da ufficio anni Sessanta, una gamba che scavalca il bracciolo, il tavolo da lavoro inondato di fotografie e di carte, sullo sfondo la libreria, davanti ad essa una macchina da scrivere.    È lui, non ci sono dubbi, sebbene l’Enzensberger di oggi con il suo aspetto di raffinato gentleman europeo sembra quasi agli antipodi dell’enfant terrible che negli anni Sessanta a Berlino Ovest scandalizzava i benpensanti tedeschi insieme a Rudi Dutschke e agli altri membri del movimento studentesco. Il ‘tumulto’ a cui si riferisce il titolo del libro (Tumulto, Einaudi, 233pp., 19,50 €), ottimamente tradotto da Daniela Idra, è il ‘disordine’ generalizzato – “lo sconvolgimento dell’ordine tedesco” – a cui aderì una generazione di giovani in lotta in quegli anni col perbenismo piccolo borghese della Germania postbellica, una generazione antisistema, come si diceva allora, che all’ordinato conformismo borghese dei padri aveva opposto la fantasia irriverente delle forme di lotta, la contestazione...

L’arte a vapore sui muraglioni del Tevere / L’Italia di Kentridge

Una processione. Niente di più italiano. Italiani, un popolo di credenti, nonostante tutto, un popolo di romantici e nostalgici. E per fortuna. Qualcosa ancora c'è rimasto. La nostra memoria, storica e attuale, la nostra cultura, ciò che vivifica ancora oggi il senso comune.   A ricordarcelo è William Kentridge, un artista sudafricano ormai noto in tutto il mondo che l'Italia la ama e che risiede ora nella capitale per seguire i lavori del suo Triumphs and Laments: un progetto per Roma, un'opera urbana di cui si parla da tempo, voluta e ideata da più di tre anni grazie all'invito rivoltogli dall'Associazione Tevereterno. Maestro della tecnica e delle tecniche, sperimentatore indisciplinato che passa dal disegno all'animazione, dalla scultura al teatro, questa volta Kentridge è invitato da un'altra artista, Kristin Jones, direttore artistico dell'associazione e del progetto, ad adottare una nuova tecnica, già nota ai graffitisti più "bio", l'arte del vapore, sì, proprio come la vaporella che si usa sui vetri di casa... solo su grandi, grandissime dimensioni, per mezzo di stencil alti fino a 12 metri.   Con questa tecnica una squadra di volontari, che ha prima ripulito dai...

La scuola cattolica vince lo Strega / Albinati alla ricerca del capolavoro

Forse da qualche tempo appena meno spesso che nel recente passato, ma a cadenza comunque impressionante, qualcuno riprova a scrivere Il Libro Degli Anni Settanta. È una specie di doppio legame collettivo: che perseguita in specie chi quei fuochi li ha attraversati non del tutto illeso ma che, in generale, continua a medusare un po’ tutto un Paese che quegli anni proprio non riesce ancora a passarli alla storia: liberando così chi li ha vissuti dal rovello (e dalla responsabilità) di una memoria soggettiva e dunque, per definizione, non condivisa. Anche La scuola cattolica di Edoardo Albinati si confronta con questo nodo: se è vero che, scrive, quella pietra d’inciampo è un esempio della «materia a cui dare forma», che in Italia «non manca mai […], anzi, abbonda». «Il guaio», aggiunge però, «è che buona parte di tale materia ha già una forma, ed è scadente». Coi nodi della memoria collettiva, cioè, si sono già confrontati in tanti, in troppi anzi. Ma anziché scioglierli, quei nodi, hanno finito per ulteriormente aggrovigliarli. Lungi dal voler «preservare» la memoria, si capisce allora la tentazione, di Albinati, di volerla «estinguere», piuttosto: bruciandola in un solo gesto,...

Un romanzo di Gabriele Nissim / Lettera a Hitler

“Avevo pensato alle frustate che ricevevo da mio padre quando ero un bambino. Era per me penoso oltre che doloroso. Ma come potevo odiare mio padre che mi aveva generato e mi aveva dato il suo nome? Non lo faceva forse per il mio bene? Sentivo negli aguzzini qualche cosa di paterno. La Bibbia non dice forse che Dio castiga chi ama? Io ero figlio di quella nazione ed ero disposto a perdonarli con lo stesso sentimento che avevo provato per mio padre. Erano parte di me, come potevo provare rancore? Era una situazione schizofrenica. Sentivo nello stesso tempo pena, rabbia e compassione.” (Armin T. Wegner)   Quella stessa compassione che Hitler toglie di mezzo quando, nel 1939, scrive: “Chi, dopo tutto, parla oggi dell'annientamento degli armeni?” e, prima di questa frase, sostiene che velocità e brutalità sono le caratteristiche della sua guerra, che bisogna cancellare ogni misericordia e compassione per distruggere il nemico, che la sua meta non è la conquista, ma la distruzione. Questo accesso radicalmente fobico, caratteristico del “Grande dittatore” – in questo intervento, Hitler si mette a confronto con Stalin e Mussolini e, quanto a crudeltà, predilige Stalin – lo porta ad...

Atul Gawande: scegliere la propria vita / Essere mortale

Rendendo merito ai numerosi professionisti che, nelle più remote località degli Stati Uniti, hanno contribuito a innovare le pratiche di assistenza, Gawande afferma: “Nel mondo ci sono persone che cambiano il modo di pensare della gente”. È questo il ruolo di Gawande nel panorama sanitario statunitense. Medico, chirurgo, giornalista, scrittore, professore di chirurgia alla Harvard Medical School, e alla Harvard School of Public Health, autore di articoli e saggi considerati tra i più influenti in ambito medico.   Gli occhi scorrono, parola dopo parola, riga dopo riga, pagina dopo pagina, e faticano a staccarsi dal testo che si dispiega attraversando storie di pazienti oncologici e di anziani. Soprattutto restano attoniti di fronte alla capacità di acuta osservazione e di analisi di un momento culminante dell’esistenza: il fine vita. In un’epoca in cui l’invecchiare e il morire avvengono per lo più in ambiti sanitari (ospedali e residenze sanitarie assistite), tanto che deleghiamo abitualmente alla medicina la gestione di questa fase fondamentale della nostra esistenza, dall’interno del mondo medico Gawande, figura di spicco nel panorama medico statunitense, lancia un invito...

Recensione a Paul Mason / Immaginare il postcapitalismo

Flashback. Nella notte tra il 12 e il 13 luglio 2015, dopo 30 ore consecutive di negoziati a vari livelli, si chiude l’accordo tra il governo greco e le istituzioni della Ue. Nella memoria è la notte in cui si consuma ciò che il giornalista del Guardian Ian Traynor definirà un extensive mental waterboarding subito da Tzipras a opera di Merkel e Hollande, con il giovane premier che butta la giacca sui tavoli di Bruxelles, “prendetevi anche questa”, mentre in rete si insegue il tweet. #TspirasLeaveEUSummit (Tsipras abbandona l’Eurosummit). È la conclusione di una tragedia greca contemporanea ambienta nell’epoca del dominio della finanza, climax di un percorso traumatico che si è trascinato per mesi, dopo la vittoria del partito di sinistra Syriza al governo del paese. Segnerà la crisi, a questo punto irreversibile, di un sistema complessivo di punti di riferimento, rendendo ostile lo spazio europeo nel quale prevalgono le previsioni unilaterali di grandi apparati totalitari. Per molti, è proprio tra tali rovine che prenderà vita, nonostante tutto, una nuova consapevolezza e un nuovo desiderio di pensare il cambiamento.    Parto da qui per introdurre la lettura del libro di...

Recensione a Paul Mason / Immaginare il postcapitalismo

Flashback. Nella notte tra il 12 e il 13 luglio 2015, dopo 30 ore consecutive di negoziati a vari livelli, si chiude l’accordo tra il governo greco e le istituzioni della Ue. Nella memoria è la notte in cui si consuma ciò che il giornalista del Guardian Ian Traynor definirà un extensive mental waterboarding subito da Tzipras a opera di Merkel e Hollande, con il giovane premier che butta la giacca sui tavoli di Bruxelles, “prendetevi anche questa”, mentre in rete si insegue il tweet. #TspirasLeaveEUSummit (Tsipras abbandona l’Eurosummit). È la conclusione di una tragedia greca contemporanea ambienta nell’epoca del dominio della finanza, climax di un percorso traumatico che si è trascinato per mesi, dopo la vittoria del partito di sinistra Syriza al governo del paese. Segnerà la crisi, a questo punto irreversibile, di un sistema complessivo di punti di riferimento, rendendo ostile lo spazio europeo nel quale prevalgono le previsioni unilaterali di grandi apparati totalitari. Per molti, è proprio tra tali rovine che prenderà vita, nonostante tutto, una nuova consapevolezza e un nuovo desiderio di pensare il cambiamento.    Parto da qui per introdurre la lettura del libro di...

Schivando i "cancheri" della modernità / In viaggio con Ceronetti

Qualche pagina per ambientarsi e, come in un tuffo, arrivano incontro al lettore i tardi anni ‘80 e i ‘90. Un tuffo e una passeggiata soprattutto italiana, ma non solo, dove gli accadimenti, i progetti, gli affanni, le speranze , le paure, gli amori, i pensieri dell'autore (Guido Ceronetti, Per le Strade della Vergine, Adelphi 2016) sfiorano, contaminano, impregnano quegli anni e da questi sono contaminati. In realtà, è un'impressione che ha poca durata. E questo nonostante la scelta di quegli anni sia, per un diario di vita, motivo d'interesse. Gli anni 80 sono stati il decennio della modernità futile, distacco dagli anni di piombo, cesura finale dalle code del Novecento più denso e cupo, quello del terrorismo prima, e a ritroso quello dello "stupro antropologico" provocato della società dei consumi, della perdita della cultura contadina fino all'immane buco nero della seconda guerra mondiale.     Dunque questo il periodo apparentemente al centro dei diari di Ceronetti, viandante per le strade d'Italia e d'Europa. Viene da chiedersi quanto ci sia stato del caso o della scelta. Si potrebbe propendere per la seconda ipotesi, proprio perché gli anni ‘80 sono stati...

Roma: Accademia reale di Spagna / Auditorium Parco della Musica / Muntadas. Un catalano a Roma

L’incontro tra sfera pubblica e privata all’interno di una cornice sociale letta e interpretata attraverso i media contemporanei è da sempre uno degli argomenti centrali della poetica visiva di Antoni Muntadas. Quello tra i due poli è un confine da lungo tempo frammentato e pieno di smagliature. Le incursioni del pubblico nel privato e l’esibizione del privato nel pubblico sono il perno della versione social dell’esistenza. L’artista spagnolo è stato di recente a Roma come ospite del Media Art Festival per il quale, oltre ad aver tenuto una lecture al MAXXI, ha realizzato una mostra presso l’Accademia reale di Spagna, visitabile fino al 15 maggio, e ha realizzato un intervento nel Sound Corner dell’Auditorium Parco della Musica, a cura di Anna Cestelli Guidi in corso fino al 30 aprile.     Protocolli e derive veneziani è il titolo dell’intervento per la Accademia Reale di Spagna, composto da una serie fotografica e da un video. La prima ritrae elementi caratteristici della città veneziana, dettagli che sono parte del paesaggio comune ma che salgono all’evidenza solo negli occhi di coloro non hanno confidenza con la stratificazione delle epoche e dei relativi residui...

L'ultimo romanzo dello scrittore veneziano / Il geco di Tiziano Scarpa

Il brevetto del geco si presenta anzitutto come un romanzo delle parole. Ogni volta che nelle vicende narrate intervengono motivi divaganti, chiose apparentemente eccentriche, estrose occasioni di dilatazione del tempo del racconto, ecco che la voce narrante si ritrae e “le parole” vanno, per così dire, avanti da sole stabilendo una relazione non più mediata con il lettore, al quale si rivolgono con una intimità che rassicura e coinvolge («Allora noi parole…»). Non è il periodico aggiornamento sull’eclissi dell’autore, ma il suo tramonto assunto come esperienza essenziale nella dialettica della creazione letteraria contemporanea.   Tolta di mezzo l’aura dell’autore quale titolare dell’officio della scrittura («scrivere un romanzo», si taglia corto già a p. 5, «è alla portata di tutti»), si predispone qualcosa di simile a un sacerdozio universale dei lettori di fronte alle parole liberate dalla sacra pronuncia autoriale. Le parole – che assumono autonomia di atti linguistici e dinamicità performativa – forzano così il limite della rappresentazione per mettere in discussione, a un tempo, la nozione di autorialità e l’episteme stessa della scrittura letteraria. Ne risulta un...

Un'antropologa sulla propria vecchiaia / Clara Gallini. Storia di una malattia

Un libro coraggioso, questo di Clara Gallini (Incidenti  di percorso. Antropologia di una malattia, Nottetempo), non solo perché affronta con sorprendente lucidità il percorso di una malattia, la sua, ma anche per come lo fa. Ci vuole un certo coraggio, oggi, a scrivere: “Ora sono vecchia – una parola che non usa più, resa orrorosa da quel linguaggio renziano che esorta alla rottamazione di quanto non sarebbe giovanile. Vechia e malata...”. In un'epoca in cui la cosmesi lessicale tenta in ogni modo di fare scomparire la vecchiaia, esorcizzandola attraverso eufemismi e slogan vincenti, ammettere (e accettare) con chiarezza la propria condizione è atto coraggioso.   E lo è anche il cercare di reagire al male e alle terapie invasive tentando di trasformare l'intero sistema terapeutico in un campo di osservazione per chi come lei, ha trascorso la vita “osservando e partecipando” come fa ogni antropologo. Allieva di Ernesto De Martino, Clara Gallini diventa, in questo ultimo lavoro, osservatrice partecipante di se stessa e dell'apparato umano, tecnico e simbolico che è la medicina, raccontandoci la storia di un corpo malato. Se Malinowski, padre dell'osservazione partecipante...

Anomalisa. Il film di Charlie Kaufman / La sindrome di Fregoli come metafora

No, non credo proprio: non diventerà un film. Era questa all'inizio la posizione di Charlie Kaufman, fresco di oscar per la sceneggiatura di Ethernal sunshine of the spotted mind, a proposito di Anomalisa. Scritto con lo pseudonimo – non casuale – di Francis Fregoli e portato in scena a Los Angeles nel 2005, Anomalisa era originariamente una "commedia sonora": un insolito mix tra teatro e radio. Il progetto Theater of the new ear (non new year, proprio new ear) prevedeva sì un pubblico, un palco, un sipario, ma tutto quel che gli attori facevano era leggere le battute, restandosene belli seduti sulle loro sedie. Niente costumi, niente ingressi o uscite di scena, niente gesti. Ad accompagnare questa sorta di doppiaggio pubblico da fermi c'erano un rumorista e una piccola orchestra diretta da Carter Burwell, autore della colonna sonora di molti dei film di Kaufman e dei fratelli Cohen.    Kaufman non voleva rinunciare al senso di straniamento che solo quel bizzarro formato sembrava poter restituire. Eppure qualcosa deve avergli fatto cambiare idea, perché a distanza di dieci anni Anomalisa è un lungometraggio di animazione in stop-motion, diretto insieme a Duke Johnson e...

Gli insopportabili newyorkesi di Noah Baumbach / Mistress America

Parla la nostra lingua, Mistress America, e c’è qualcosa nei suoi personaggi, nella loro goffa vacuità, che è un totale fallimento, e forse una mezza speranza. Noah Baumbach lo sa di essere terribilmente, insopportabilmente newyorchese, di girare film con personaggi insopportabili e newyorchesi, o forse insopportabili proprio perché newyorchesi. Lo sa perché li racconta e li mette in scena come figure ridicole, meccaniche, che più che discutere parlano con se stesse, che più che vivere assumono modelli di comportamento e provano a metterli in pratica, fallendo. Parla la nostra lingua, Mistress America, perché parla una lingua universale e contemporanea: la parola diretta e piatta della comunicazione tutto intorno a noi; la parola superficiale che insegue senza posa la profondità e l’autenticità del racconto, rispondendo al desiderio di trasformare ogni evento, anche il più banale, nel tassello di un mosaico, nella figura di una storia.   Non parla della realtà, Mistress America, ma di come la parola, oggi, agisca sulla realtà. I suoi personaggi si incontrano, conoscono e frequentano per diventare semplice materia da romanzo, tasselli di una continua, onnipresente operazione...

L’ultimo libro di Culicchia, Mi sono perso in un luogo comune / Metamorfosi del cretino

Meglio tanti cretini oggi che uno solo domani! Sembra la storpiatura di uno slogan del centrosinistra e invece si tratta di un luogo comune “latente”, uno dei più ostinati. Per luogo comune latente, o fantasma, intendo quelle consuetudini di pensiero che ben filtrate nelle fenditure degli usi e costumi sono i più difficili da rilevare, da smascherare e, qualora vi sia l'intenzione, da estirpare. E riescono a mimetizzarsi così bene nell'abisso dei cliché per un preciso motivo: sono sconvenienti, ovvero fanno parte di quel variopinto sottosuolo di uscite che in pubblico rischiano di provocare silenziosi imbarazzi o stellari calci sotto il tavolo. E affermare che la stupidità diffusa sia preferibile a quella rarefatta è qualcosa che la socialità, più o meno mondana, preferisce non sentirsi dire.     E sta proprio qui uno dei pregi dell'ultimo libro di Giuseppe Culicchia, Mi sono perso in un luogo comune. Dizionario della nostra stupidità (Einaudi, 2016, pp. 231, € 14,50): ce lo dice in faccia, senza veli, che la stupidità non solo è diffusa ma radicata nei nostri pensieri, nelle parole e nei fatti di tutti i giorni. Si tratta di un dizionario à la Flaubert in cui la...

Ripubblicato il classico di Sally Price, "I primitivi traditi" / Picasso copia gli africani

A venticinque anni dalla sua prima traduzione italiana, il saggio di Sally Price Primitive Art in civilized Places è una conferma in più di come mutati paradigmi culturali, con i conseguenti mutati scenari della riflessione interdisciplinare, portino un testo, che era manifesto di denuncia e di rottura nel 1989, a essere ora fortemente storicizzato, per un verso acquisito, per un altro oggetto di distanziato ridimensionamento. A iniziare dal titolo, dove quella definizione di arte primitiva, o di arte tribale che ricorre all’interno, è ormai fonte di un imbarazzato disagio, scansata in una sequenza di successivi eufemismi, da arte extra-europea a arte primaria a arte etnica, fino ai recenti casi di omissione tout court del termine, in favore di più caute indicazioni geografiche. Così è accaduto per il Musée du Quai Branly a Parigi, dove l’indirizzo, seguito dall’attributo “où dialoguent les cultures”, sostituisce una definizione scomoda, o accadrà per lo storico Museo di Tervuren a Bruxelles, che, similmente ristrutturato, riaprirà i battenti fra un anno, conservando del passato la sola intestazione, quale Musée Royale pour l’Afrique centrale. Il libro di Price era uscito a...

La montagna e l'alpinismo in dieci voci / Alfabeto verticale

"Il rischio è uno degli aspetti dell'alpinismo più difficili da spiegare a chi non lo pratichi." In queste parole, Franco Brevini, professore universitario di Letteratura italiana con la "passion predominante" della montagna, sintetizza la scommessa del suo Alfabeto verticale. La montagna e l'alpinismo in dieci parole (Il Mulino, Bologna, 2015, 16 €): avvicinare alla montagna chi ne è lontano. La letteratura alpinistica non aiuta il lettore non alpinista. Prodotti da chi ha compiuto imprese leggendarie, magari sopravvivendo a un tragedione omerico, questi libri raccontano di solito avventure davvero memorabili, ma insistono sul dato tecnico e presuppongono l'esperienza alpinistica del lettore, che diviene troppo spesso l'unica chiave per la condivisione delle emozioni. Il modello è, appunto, la tragedia classica o l'epica, di cui si conosce o si capisce subito il finale: eroi e destini maledetti che tengono in sospeso il lettore nella vana speranza, ben descritta da Eco, di un inceppamento del meccanismo che porta inevitabilmente al disastro. È un modello che può conquistare il lettore, se instilla il fascino dell'avventura o fa scattare l'emulazione; ma lascia agli altri tutte...

Roberto Saviano e Mimmo Borrelli in scena al Piccolo teatro / Sanghenapule tra mito e rito

Con il teatro in Italia non si diventa famosi. Il drammaturgo Mimmo Borrelli ha vinto tutti i premi del settore e conquistato senza sforzo il favore unanime della critica: provate però a nominarlo a qualcuno che non sia assiduo spettatore teatrale, e vi accorgerete di quanto flebile possa essere l’eco della scena.Se la fama segue vie traverse, il talento dell’autore e attore napoletano non è però sfuggito a due vere e proprie star dello spettacolo italiano: Toni Servillo e, più di recente, Roberto Saviano. Servillo ha dato pubblica dichiarazione di stima per il collega, ha interpretato i suoi testi e incluso alcuni brani in un fortunato recital dedicato a Napoli. Anche Roberto Saviano è rimasto profondamente colpito dalla immaginifica lingua di Borrelli: da questo vero e proprio innamoramento è nato il progetto di Sanghenapule, una produzione del Piccolo Teatro di Milano, firmata e recitata da entrambi per la regia di Borrelli. Si tratta, dopo tutto, di una notizia sorprendente. In primis perché una celebrità che potrebbe facilmente ottenere il tutto esaurito – come già accaduto proprio al Piccolo, nel 2009 – decide di condividere la scena con un compagno ingombrante e...

Tempo, spazio e immortalità in Gino De Dominicis / Contro l'ideologia del progresso

È la mattina dell'8 giugno 1972 quando, in occasione dell'inaugurazione della 36° Biennale di Venezia, un istante di eternità e immortalità irrompe nel tempo e nello spazio della laguna. In una delle sale veneziane Paolo Rosa, un giovane affetto da sindrome di down, è seduto su una sedia, davanti a lui ci sono il perimetro di un quadrato bianco disegnato per terra, una palla di gomma e una pietra. Si tratta della Seconda soluzione di immortalità (l'Universo è immobile), l'opera che Gino De Dominicis ha preparato per l'occasione, composta appunto da Paolo Rosa e altre tre opere: Cubo invisibile (1967), Palla di gomma (caduta da 2 metri) nell’attimo immediatamente precedente il rimbalzo (1968-69), e Attesa di un casuale movimento molecolare generale in una sola direzione, tale da generare un movimento spontaneo della pietra (1969), opere già esposte in precedenza in occasione della sua prima personale a L'Attico di Fabio Sargentini nel 1969. Pochi giorni dopo la sala verrà chiusa e l'artista e il suo assistente Simone Carella saranno denunciati alla Procura della Repubblica per sottrazione d'incapace, e poi assolti nell'aprile del 1973 perché «il fatto non sussiste». L'opera dello...

Da Thomas Pynchon a Roberto Bolaño / Il romanzo massimalista

«Il sistema letterario contemporaneo è troppo frammentato perché si possa parlare di un centro, configurandosi piuttosto come uno spazio policentrico e fluttuante, all'interno del quale la tensione massimalista risulta particolarmente marcata». Non è tuttavia inutile, proprio a partire da questa tensione, cercare di circoscrivere uno spazio che potrebbe caratterizzare al meglio la magmatica landa del postmoderno letterario, priva di riferimenti stabili e di testi sacri, una brulicante distesa di voci che si sovrappongono e si contendono primati impossibili, e rintracciare, se possibile, qualche trattogenerale che permetta di orientarsi al suo interno e magari definire un genere che più di ogni altro lo contraddistinguerebbe. Secondo Stefano Ercolino questo nuovo genere, che si configura come «il frutto più maturo e controverso del sistema letterario postmoderno» è Il romanzo massimalista, che è anche il titolo del suo studio pubblicato in traduzione inglese per Bloomsbury (The Maximalist Novel: From Thomas Pynchon's "Gravity's Rainbow" to Roberto Bolaño's "2666", 2014) e uscito nella versione originale italiana un anno dopo nella collana Agone di Bompiani. Nella nebulosa...

Il romanzo e il paesaggio / Visioni in dissolvenza

Un edificio enorme, attraversato da un groviglio di scale e di corridoi che si ripetono ovunque uguali e forse ogni tanto si spostano quando qualcuno cerca di rientrare nel suo appartamento e si ritrova invece nei gabinetti del McDonald o in un’aula dell’università. Siamo al numero 3874 di Mystic Avenue, in una città americana immaginaria, distesa tra fiume e collina, dove i personaggi di questa storia, intellettuali che hanno perso la memoria e che gravitano attorno a un fantomatico “Istituto di Cultura Atre Letteratura Filosofia Eccetera”, sbarcano senza sapere bene il perché, delusi dalla vita, incerti di tutto, convinti di aver perso le illusioni e forse il loro stesso nome: da quando hanno messo piede in città hanno cominciato a sentire delle voci, voci femminili che ricordano il canto delle sirene e voci inquietanti che rimbombano negli spazi semideserti del casermone. Ogni tanto, nel corridoio che porta alla camera da letto, passa sfrecciando la sagoma di un cane: viene il sospetto di essere arrivati all’inferno e che il cane sia una creatura dell’oltremondo inviata a Mystic Avenue per portarsi via le loro anime.    Roma   La città che Daniele Benati...