I falsi Modigliani

La storia della beffa di Livorno

Una beffa colossale da ridere a crepapelle, un’operetta morale in cui a trionfare è – una volta tanto – la giustizia, un complotto contro i comunisti, una performance artistica di quelle che demistificano i meccanismi della società capitalista, un giallo con tanto di morte violenta, una truffa portata avanti da loschi mercanti d’arte. La storia delle false teste attribuite a Modigliani rinvenute dai fossi livornesi nella calda estate del 1984 è stata raccontata in molti modi diversi e con grande risalto dei media che, nella vicenda, hanno svolto un ruolo fondamentale fin dall’inizio, così importante da renderla in un certo senso esemplare anche come storia mediatica. Questa molteplicità di frame narrativi che inizialmente possono sembrare così eterodossi, ad uno sguardo critico rivelano il loro tessuto connettivo, la ferrea logica sotterranea che li lega.

 

 

Ripercorriamo gli eventi. C’è una mostra celebrativa del centenario della nascita di un artista del calibro di Amedeo Modigliani. Questa mostra vuole essere prestigiosa, rappresenta un segno ufficiale di commemorazione, a maggior ragione considerevole, essendo l’evento ospitato nella sua città natale, Livorno. L’allestimento viene affidato alla conservatrice dei musei civici livornesi e direttrice del museo d’arte moderna di Villa Maria, Vera Durbé, la quale si avvale della collaborazione del fratello, Dario, sovraintendente della Galleria nazionale d’arte moderna di Roma. Vera Durbé esclude, però, la figlia del pittore, Jeanne Modigliani, che morirà tragicamente proprio in quei giorni. L’esposizione apre i battenti in maggio ma non raggiunge il successo sperato: sceglie come tema l’attività di scultore di Modì, ma non riesce a raccogliere opere all’altezza del prestigio dell’iniziativa, soltanto 4 sculture fra le 26 riconosciute all’artista. Magra figura, specie al confronto con altri allestimenti di recente dedicati al maestro livornese. Serve un colpo di scena che viene effettivamente messo in cantiere da Vera Durbé. Nella sua qualità di curatrice della mostra, decide di accreditare una vecchia leggenda e procedere alla dragatura dei fossi livornesi alla ricerca di quattro sculture gettate via dall’artista stesso perché da lui stesso ritenute insoddisfacenti. Tutta l’operazione viene portata avanti confidando nel ruolo di cassa di risonanza che i media avrebbero dovuto svolgere a beneficio della mostra e dei suoi organizzatori, tanto che il proposito viene annunciato attraverso le pagine di un giornale popolare come “Gente” (20 luglio 1984).

 

 

È a questo punto che nasce la burla ideata da un gruppo di studenti universitari livornesi. Utilizzando tra gli altri arnesi anche un trapano Black&Decker (marca che sfrutterà a livello pubblicitario la vicenda), procedono velocemente alla realizzazione di una delle sculture ricercate dagli organizzatori della mostra e dopo averla gettata nei fossi, aspettano che venga rinvenuta. I lavori di dragatura, eseguiti da una macchina progettata apposta per l’occasione, puntualmente iniziano con la prevista spettacolarità, portati avanti sotto lo sguardo divertito dei cittadini livornesi che, curiosi, esaminano e commentano, uno dopo l’altro, ogni oggetto recuperato dal fondo dei fossi. Il rinvenimento di tre sculture, una delle quali scolpita dal gruppo di giovani livornesi, avviene sotto i riflettori delle troupe televisive in attesa. Ciò fa sì che esso venga presentato come vero e proprio avvenimento di risonanza mondiale, data la fama dell’artista e l’enormità della scoperta.

 

 

Immediatamente, le sculture vengono vagliate dai più autorevoli esperti e dai massimi critici d’arte dell’epoca, tutti unanimi nel ritenere le sculture autentiche. Tanto che prontamente si decide di esporle alla mostra in corso al museo di Villa Maria. Un mese dopo il ritrovamento i tre giovani studenti universitari si presentano alla redazione del settimanale “Panorama” dichiarando la burla e presentando come prova della falsificazione una fotografia che li ritrae nell’atto di scolpire una delle teste, ricevendo, come compenso per lo scoop, dieci milioni di lire. La notizia dello scherzo giunge come un fulmine a ciel sereno a rompere il clima di giubilo per il ritrovamento, provocando sconcerto in città.  A tal punto che, inizialmente, gli organizzatori non credono alla versione dei tre ragazzi e li accusano di essere dei mitomani. I tre saranno costretti a eseguire nuovamente, stavolta in diretta tv, la loro scultura perché fosse definitivamente chiarito il loro ruolo.

 

 

Ancora, a margine di questa clamorosa rivelazione, viene anche questionata l’autenticità delle altre due teste ritrovate; in particolare, il critico Federico Zeri, sempre in diretta tv, chiede allo scultore-falsario delle altre due teste ritrovate di uscire allo scoperto. La richiesta prelude alla comparsa sulla scena di un altro personaggio, Angelo Froglia, artista provocatore che afferma di avere scolpito le altre due opere per “demistificare” i miti costruiti dalla società del consumo. La beffa sortisce l’effetto di mettere in ridicolo l’intero sistema della cultura italiano rappresentato al suo massimo livello dai responsabili delle sovrintendenze (come Dario Durbé) e dai più famosi critici d’arte (come Cesare Brandi o Giulio Carlo Argan), oltre che provocare la fine della carriera della direttrice Vera Durbé e mettere sotto accusa la gestione dei beni culturali livornese e nazionale. È ovvio che sortisce anche l’effetto di entrare nel novero degli scherzi più famosi e riusciti mai compiuti in Italia.

 

 

Ma qual è la portata del racconto? Quali sono i nervi scoperti che la burla inconsapevolmente tocca? “La vita è un inestricabile groviglio di vero e di falso” si scrive da qualche parte ripercorrendo le vicende che animarono l’estate livornese del 1984. Stanno davvero così le cose? Che senso ha allora, affannarsi alla ricerca dell’autenticità come criterio di giudizio dell’opera d’arte? Che senso ha attestarla? O negarla? Il tentativo di dipanare la matassa  non può per rivelarsi per quello che è: ridicola presunzione.

 

 

Chi volesse approfondire l’argomento può scaricare liberamente il PDF del saggio di Francesco Mangiapane Teste e testimonianze: i falsi Modigliani pubblicato nel volume a cura di Luisa Scalabroni, Falso e falsi. Prospettive teoriche e proposte di analisi, ETS, Pisa 2011.

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