Una città sicuramente conosciuta, ma che merita sempre una seconda visita è appunto Bologna. Con il suo impianto medioevale, riserva sempre nuove sorprese nascoste nel ventre della sua nota natura materna. I lunghi portici non sono che l’anticipo di una città chioccia, che nasconde i suoi gioielli e li ripara dalle intemperie e dagli occhi indiscreti.
Ma se Bologna è nota per i suoi lunghi porticati, per la sua cucina, per la più antica università del mondo occidentale, per le due torri che ne puntano il fulcro geografico, per lo scienziato Galvani, il poeta Carducci, l’inventore Marconi, il maestro Martini, il pittore Morandi, i fratelli architetti Bibbiena, Bologna è invece sconosciuta al di fuori della cinta muraria.
Vorrei quindi suggerire un percorso che potrebbe risultare interessante a chi, non per la prima volta, visita questa antichissima città.
Si tratta della visita ad uno dei quartieri simbolo della città post bellica, improntato all’idea civica trasmessa dal Partito Comunista Italiano che per quarantacinque anni ha dominato incontrastato sulla gestione della città raddoppiando, per questo motivo, il valore dell’appellativo di Bologna la Rossa, che se anticamente si riferiva esclusivamente ai colori dominanti della sua antica architettura, poi si è riferito anche alla sua vocazione civica e politica, che per molti anni l’ha vista essere la città simbolo della sinistra italiana, non solo entro i confini nazionali, ma anche in tutto il mondo.
Questo quartiere, che si trova ancor’oggi sull’ultima linea abitata della città, si chiama quartiere Pilastro. Prende il suo nome dalla strada che per prima ne ha costituito l’asse infrastrutturale principale, ma che col tempo è diventata una strada minore in seguito alla nascita di arterie stradali ben più massicce.
Questo nome fa riferimento ad un pilastro in pietra (oggi scomparso) che indicava uno dei confini della città. Il quartiere Pilastro sorge, infatti, alla fine di una delle arterie stradali principali (via S. Donato) che partendo dal centro, e più precisamente dalle due torri, si allunga come un raggio, attraverso tutta la zona nord orientale della città dirigendosi verso la ricca campagna in direzione di Ferrara.
Il quartiere vede la sua nascita alla metà degli anni sessanta, per accogliere le popolazioni che, con l’inizio dello sviluppo industriale del paese, cominciano ad abbandonare le campagne circostanti per recarsi verso la città in cerca di lavoro; ma l’impronta più decisa a questo quartiere viene dagli anni settanta quando non sono più le popolazioni dell’interland ad emigrare verso la città, ma ha inizio una vera immigrazione dal sud del paeseverso il capoluogo emiliano. In particolare sarà dalla Sicilia che, in maggior numero, gli immigrati verranno a costituire il tessuto sociale di questo quartiere.
Essendo Bologna una città in mano al P.C.I. l’ideazione urbanistica di questo quartiere risentirà molto di concetti politici e di influenze estetiche est europee, dove l’U.R.S.S. dettava le sue prospettive. Il quartiere nasce appunto come quartiere dormitorio per operai, lavoratori e disoccupati della città. Se da un lato risponde al concetto che “la casa è un diritto” e quindi garantisce affitti a riscatto e assegnazione delle abitazioni in base a criteri di disagio sociale, dall’altro ribadisce l’intrinseca natura borghese della città costruendo palazzoni in cemento armato che possono accogliere fino a 3000, 4000 persone, lontani dalla città, in mezzo alla sperduta campagna e in completo isolamento dallo svolgersi della vita cittadina.
Ben presto, il Pilastro si guadagnò il titolo di quartiere malfamato della città e ancora oggi, nonostante sia profondamente mutato, stenta, nell’immaginario del bolognese medio ad emanciparsi da questo titolo infamante.
L’estetica del quartiere è particolare, riproduce quella di città che a volte si vanno a cercare proprio per questa loro estetica Est - post bellico, prima fra tutte Berlino. Il pilastro può infatti ricordare uno scorcio di questa più grande città che affascina per le sue enormi costruzioni abbinate a quantità di verde imponenti, che danno un respiro ampio alle costruzioni. Al pilastro infatti è sempre possibile vedere il cielo e stendersi in un parco a prendere il sole o a giocare a pallone con gli abitanti del quartiere.
Qui, tutte le strade del quartiere sono state dedicate ai più grandi scrittori d’Italia, da Pirandello alla Deledda, da Ada Negri a Salgari a Pasolini ecc. Sorge infatti, tutto intorno al grande parco dedicato non casualmente a Pier Paolo Pasolini e costeggiato dalla lunga Via Salgari, quello che si può sicuramente indicare come il simbolo di questo quartiere: il “Virgolone”.
Il Virgolone è un enorme costruzione edilizia lunga più di un chilometro senza interruzioni, dolcemente ripiegata ad abbracciare l’intera area del parco ed è per questa sua curvatura che è detto appunto il Virgolone, esso contiene oltre 1120 interni per una media stimabile di 4000 abitanti, ma si pensa che in tempi passati, in cui i nuclei familiari giungevano anche a 8 componenti, gli abitanti di questo edificio arrivassero a circa 8900 persone, l’equivalente di un paese di provincia.
Ora, questo che oggi sarebbe senza riserva denominato un ecomostro, costituisce il punto più interessante del quartiere ed anche un dei luoghi più affascinanti e vivibili della città.
Raggiungere questo quartiere è molto facile e rapido prendendo la linea 20 del bus, che passa con una frequenza di 5 minuti. Dal centro, parte dall’inizio di Via Indipendenza per l’andata, mentre al ritorno ferma in piazza Re Enzo. Volendo potrete rimanere sull’autobus senza scendere mai e questo vi farà fare un tour dell’intero quartiere e vi riporterà indietro ma, se volete vedere il Virgolone nella sua giusta prospettiva, dovrete scendere alla fermata di Via Pirandello e entrare nel parco Pasolini: da questa prospettiva potrete godervi l’effetto scenografico di questa costruzione che unisce il senso della follia ideologica postmoderna all’illusionismo barocco.
Se farete questa gita piacevole e poco impegnativa, verso l’ora di pranzo, è consigliabile fermarsi per pranzare nel circolo “la Fattoria” detto anche “club dei siciliani”; infatti questa trattoria gestita da immigrati siculi che hanno conservato forti legami con la loro terra vi offre la possibilità di mangiare dell’ottima cucina siciliana (palermitana) a base di pesce e carne ad un prezzo molto molto modico e potrete poi concludere con l’imbarazzo di scegliere tra un’immensa gamma di dolci siciliani, fatti da loro nel retrobottega. L’accoglienza è buona e riservata e il servizio molto lento, in puro spirito meridionale. Anche per alloggiare non avrete grandi problemi. Potrete scegliere tra ben due hotel a quattro stelle (120 € a notte), l’ostello della città (30€ a notte), che è situato proprio in questo quartiere, e diversi Bed and Breakfast.
Io ho vissuto diversi anni nel Virgolone e conservo di quella casa, di quel quartiere, di quella gente, di quel periodo, uno dei più bei ricordi della mia vita.
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- 25 maggio 2011
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Sono il progettista del Parco Pasolini realizzato al Pilastro nel 1978-79. Trent'anni fa, nell'assemblea di quartiere in cui presentavo ai cittadini il progetto, mostrai i piccoli plastici in creta delle sculture di Nicola Zamboni che volevamo collocare nel parco. Sconcerto, silenzio gravido di minaccia (per il progetto). Finché un cittadino, mi pare un autista ATC, si decise a dire quel che probabilmente tutti pensavano: "Va bene il verde, le panchine, i giochi per i bambini… Ma le sculture, architetto, a cosa servono? Perché le ha messe?". Mi venne di dirgli: "Sono dei giochi mentali…". E aggiunsi: "Le ho messe perché vorrei che tutti i bolognesi venisse-ro apposta al Pilastro per vederle".
Avevo toccato le corde giuste: il gelo si sciolse e il progetto fu approvato senza problemi. Quando uscimmo Nicola mi abbracciò dicendo: "Giochi mentali… ma come ti è venuto in mente?".
Poi ricordo un anziano immigrato da Racalmuto che passava le sue giornate in un grande orto abusivo ricavato nello spartitraffico fra le vie Pirandello e Casini, coltivandovi una gran varietà di piante nate da semi portati dalla Sicilia. Andai a comunicargli che dovevamo smantellargli l'orto. Fu lapidario: "Se mi toglie l'orto, io muoio". Gli dissi che avrebbe potuto facilmente ottenerne un altro, regolare, dei 555 che avevo previsto dietro al Virgolone: fu così contento da regalarmi un'enorme zucca gialla, impegnandosi a fornirmi verdura gratis a vita.
Assegnati gli orti ai cittadini, in poche settimane eran già tutti vegetati, rigogliosi, bellissimi; mentre il giardino pubblico a sud del Virgolone sarebbe rimasto ancora per mesi una landa desolata, un deserto di dune di terra.
Quel temporaneo paesaggio lunare aveva peraltro il suo fascino. Il gruppo musicale dei Naphta lo scelse come sfondo per un manifesto e Marco Ferreri lo utilizzò per ambientarvi la scena in cui nel film "Chiedo asilo" (1979) l'anomalo e stralunato maestro Roberto (Benigni) trascinava un asino fino alla scuola materna, per farlo vedere e toccare a bambini che non ne avevano mai visto uno in carne e ossa.
ho letto il pezzo, particolare il tuo punto di vista. Io al pilastro ci vivo da quando son nata, se ti interessa uno sguardo ulteriore sul quartiere, ecco il mio: https://www.facebook.com/notes/mery-de-franceschi/pilastro/1015018740097...
grazie per lo spunto, la tua riflessione mi ha dato voglia di scriverci su...
e finalmente ora intuisco il senso di quelle statue!
mery