Bolzano / Paesi e città

Bolzano è una forzatura.
Innanzitutto toponomastica: non esiste Bolzano, ma Bolzano-Bozen.
Da questo piano nominale, il più immediato, verificabile da ogni automobilista, la forzatura si estende a quello urbano e demografico: Bolzano sarebbe la parte italiana – quartieri, abitanti, cultura – di Bolzano-Bozen. Ma una tale Bolzano italiana non c’è. Ovvero, se c’è, non è quella che crede di essere.
“Chi credono di essere i bolzanini?” mi chiedevo a vent’anni, prima di andarmene da questa città – voglio dire da Bolzano, non da Bolzano-Bozen. Bolzano-Bozen è la città reale, bilingue, complessa, contraddittoria, dall’identità più frammentata che fluida; Bolzano invece è l’idea semplificata che di questa città hanno i bolzanini, soprattutto italiani. È da quest’ultima che volevo allontanarmi, ma è dalla prima che me ne sono andato. Se avessi imparato a conoscere Bolzano-Bozen anziché crescere posseduto dalla falsa coscienza di Bolzano, forse sarei rimasto. Non è un vezzo autobiografico: Bolzano è una finzione topologica sommamente alimentata dalle idiosincrasie di chi vive o ha vissuto a Bolzano-Bozen. E la fuga dei giovani italofoni è ormai un topos della mitologia urbana locale.
Quest’attitudine a lasciare le tende degli italici padri, d’altra parte, è solo la debole caricatura di vecchie istanze opposte e ben più imperiose – una per tutte: “Los von Trient! (via da Trento!)” gridò Silvius Magnago nel 1957 al cospetto di trentacinquemila sudtirolesi riuniti a Castel Firmiano, oggi sede del Messner Mountain Museum, per protestare contro l’italianizzazione del capoluogo altoatesino. Ma forse, per essere più esatti, bisognerebbe dire colonizzazione. Del resto è questo che i bolzanini italiani stentano ad ammettere: di essere stati a lungo dei coloni, ossia che Bolzano, molto più di ogni altro luogo dell’Alto Adige, è stata per decenni una colonia italiana incistata nel Tirolo del Sud. Era questa, se mai ve n’è stata una, la Bolzano italiana. Che oggi non c’è più, erosa e contaminata da una mondializzazione ormai ineluttabile. Ne è rimasta, per l’appunto, una versione ideologica, il grimaldello propagandistico di chi coopera – sia da parte italiana che tedesca – al perpetuarsi del conflitto etnico sotto forma di rappresentazione politica ad uso dei potenti: Bolzano porta voti facili, Bolzano-Bozen no. Un quarto di secolo fa, per dire, l’Msi divenne il primo partito cittadino, complice indiretta quella Südtiroler Volkspartei che negli anni precedenti aveva promosso una sorta di apartheid alpina all’insegna del motto «Meglio ci separiamo, meglio ci comprendiamo» (sic). Ancora oggi i partiti di centro–sinistra italiani e tedeschi, tendenzialmente interculturali e plurilingui, non superano insieme il 30%, mentre un vistoso calo di consensi tra i propri consimili induce Durnwalder, il Landeshauptmann, a puntare i piedi perfino contro le celebrazioni dell’unità d’Italia. E gli italiani, che hanno la malafede di chi non vuole ammettere la debolezza della ricorrenza innanzitutto nel proprio, di immaginario collettivo, trovano in “re Durni” e nella Provincia autonoma di Bolzano, privilegiata e irriconoscente, un capro espiatorio ottimale.
Chi non vive a Bolzano, nella finzione Bolzano, non può coglierne l’artificio – e non mi riferisco solo a chi sta fuori dall’Alto Adige, a Trento, Milano o Catania. Un mio caro amico di Bressanone, scrittore nell’ombra e acuto analista del microcosmo provinciale, ha dovuto rivedere radicalmente la propria visione del Sudtirolo a quarant’anni suonati, dopo aver trovato un nuovo lavoro nel capoluogo. Cresciuto e vissuto tra Bressanone e Brunico, di madrelingua italiana ma perfettamente bilingue e integrato, fino a quel momento non aveva sospettato che in Alto Adige potesse esistere un simile zoccolo duro di italiani monolingui e nazionalisti – ma così politicamente innocui, così depotenziati! All’improvviso gli fu chiaro a chi si rivolgeva il principale quotidiano locale in lingua italiana, dedito da decenni, in termini uguali e contrari al suo gemello tedesco, ad attizzare polemiche a sfondo etnico.
Ho un’altra cara amica, scrittrice meranese di madrelingua tedesca, che della mia città natia conosce solo il centro storico, più Bozen che Bolzano, e questo a quanto pare le basta, per ora. Ai bolzanini italiani, d’altra parte, questa scarsa familiarità dei sudtirolesi di periferia con il capoluogo è ugualmente estranea: come tutta la gente di città, si sentono al centro delle cose e non capiscono come questa centralità possa essere ignorata. Se poi li interpellate di persona, noterete un altro artificio: a Bolzano si parla un italiano standard, mediatico, un po’ repubblicano e un po’ repubblichino, sporcato appena dagli importi regionali di chi è migrato qui, spinto dalla propaganda fascista e dalla ricerca di un lavoro, a partire dall’annessione all’Italia. E a proposito, gira il mito della terra di confine, ma è gonfiato: fino a cento anni fa il vero e ampio confine culturale e linguistico tra mondo mediterraneo e mondo germanico passava un po’ più a sud, tra Salorno e Rovereto; ne sono ancora indizio le sapide contaminazioni dei dialetti locali, di fronte ai quali la lingua astratta dei bolzanini italiani impallidisce. Sicché la frontiera geografica o “naturale” individuata a inizio Novecento da Ettore Tolomei sullo spartiacque alpino, poi divenuta l’odierno limite settentrionale della regione, non fu che l’ennesima forzatura imposta a una terra refrattaria ai cambiamenti.
Il tempo passa, però, e la memoria non è sempre la miglior guida all’azione. Dove non serve da monito, rischia di essere una zavorra allo sviluppo del presente. Bolzano, questo orpello dell’immaginazione e della memoria, è un’argomentazione capziosa e viscerale. Bolzano-Bozen, invece, è l’esito sempre parziale e perfettibile di un progetto condiviso. Purtroppo è snobbato da molti, benché sia su tutti i cartelli stradali.


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Pasquale Doria Gio, 16/06/2011 - 11:43

Vi invio un punto di vista sulla mia città, patrimonio Unesco.

Nelle cave di Matera la memoria del pianeta

 
Lasciarsi guidare dalle sensazioni olfattive. Mettere in moto le narici e seguire la scia profumata che avvolge il prospiciente altipiano di Matera diventa presto un percorso in grado di spingere chiunque ben oltre il proprio naso. Che spettacolo in primavera le verdi distese picchiettate da fiorellini rosa di timo. La piccola pianta aromatica abbonda sulla Murgia, un’isola di roccia sedimentaria a cavallo tra Puglia e Basilicata. Geologicamente si tratta di calcarenite, ricchissima di fossili. L’etimologia del termine Murgia è già rivelatrice, murices vuol dire conchiglie. E una volta, dalle sue pieghe più intime, è saltato fuori addirittura il gigantesco scheletro di una balena. Primordiale cetaceo lungo più di venti metri. È rimasto sepolto oltre un milione di anni. Qui c’era il mare. Adesso, sotto il peso del tempo, quella massa di acqua si è pietrificata. Si è trasformata in natura carsica, severa, decisamente matrigna. Ma, a modo suo, è materia ancora viva. La superficie, ricoperta da uno strato vellutato di muschi e licheni, protegge una bava calda e friabile, quella sparsa nella notte dei tempi da Poseidone, il primo padre del tufo. Le abitazioni del centro storico sono costruite con questa pietra docile. Una materia che respira e tramanda a futura memoria l’epopea di infinite distese di alghe, immensi banchi corallini lentamente emersi e, poi, tagliati in blocchi ben squadrati, faticosamente sottratti al sottosuolo per dare forma ad ardite costruzioni capaci di sfidare nei secoli la forza di gravità. Il tutto senza neppure l’ombra di uno schizzo di cemento.
Sono anche questo gli antichi rioni Sassi di Matera, un intricato reticolo di stradine, vicoli che si aprono in piccole piazze interne, i vicinati. E ancora, su tali slarghi spontanei, dove mai mise mano un architetto, si affacciano case di tutte le dimensioni, antiche mura, torri, magazzini, cantine, cisterne. Un dedalo senza fine di scavato e costruito. Difficile distinguere dove comincia una residenza e dove il masso roccioso mantiene il suo aspetto fermo, muta sentinella di un improbabile ritorno nelle acque profonde in cui è stato generato.
Oltre gli archi e le eleganti volute, al di là del paesaggio urbanizzato, lungo i tranquilli rilievi grigio-verdi della Murgia, di colpo fanno la loro apparizione enormi pareti tagliate perpendicolarmente. Affondano nel terreno in un impressionante moto di discontinuità geometrica e cromatica. Il loro colore chiaro spezza la monotonia carsica, prevale il candore della tufara ora silenziosa, ma non muta, perchè parlano i segni consegnati da generazioni di uomini dal viso imbiancato non meno dei loro fratelli impegnati nei vicini mulini. Due simboli certi sui quali si è costruita Matera: la pietra che, lavorata, ha dato rifugio ai suoi figli, e il grano, che trasformato in farina, è diventato pane per nutrirli e sostenerli nel lavoro di tutti i giorni.
Al primo impatto visivo, superato il contrasto abbagliante con il paesaggio circostante, dentro le cave si avverte la vertigine di uno spazio improvviso, più grande delle piazze e più alto delle abitazioni edificate nella vicina città. Sale un’emozione che diventa indescrivibile quando si cerca di leggere su quella matrice antica la sequenza dei gesti misurati impressi da anonimi cavamonti. Si scivola verso lo spaesamento allucinato se poi si prova a cogliere i respiri profondi ritmati dai colpi di piccone e imprigionati per sempre nei solchi del tufo. No, non è impossibile cogliere il mormorio lontano, il lamento dello sforzo amplificato in quel megafono di pietra e immediatamente calcificato nella polvere di una storia che potrebbe essere stata scritta da giganti. Pare quasi udirli: un respiro, un colpo. Protagonista un esercito di polmoni e braccia attanagliati dalla fatica. E già si distingue un “dai” e “vai” che a tratti riecheggia ovunque come un ansimante concerto lubrificato dalle stille di sudore impastate in un latteo mare di tufo macinato.
Attraversare l'instabile silenzio di una cava, adattarsi gradualmente al lucore delle sue intimità esposte all’ossidazione naturale, è come essere risucchiati in un'altra dimensione, dove diventa possibile mettersi all'ascolto degli intimi ingranaggi che regolano l'universo. Esperienza unica: si sottrae ad uno stato di subalternità chi si commuove al cospetto di un simile spettacolo. Ma non si eleva più di tanto se in qualche modo non muove le sue pur deboli forze per impedire che queste testimonianze, autentici monumenti/documenti dell’infanzia del nostro globo terracqueo, degradino fino all'umiliazione che le consegna alla tragica sorte di fetide discariche.
In antitesi al colpevole oblio, anticamera di ogni futura perdita di significato, tutte le parole e le immagini dedicate alle tufare risulteranno ben spese solo se contribuiranno a sottrarre all'oltraggio estremo dell'indifferenza questi luoghi della memoria planetaria in cui si trova scolpito il respiro del tempo, a Matera si sente.

Pasquale Doria

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