Abbiamo paura del tempo

«Ma dove andate se non sapete». L’impossibilità di percepire la dimensione qualitativa del kairòs intrappola l’uomo in un mondo destrutturato, un «marasma generale» appesantito da una confusione di immagini e parole intercambiabili che sfuggono al senso. Il loro flusso, tuttavia, non può arrestarsi. I segni di questa «contesa con il vuoto» nemmeno nella reiterazione ossessiva che Luigi Ananìa trascina nelle sue Storie di volti e di parole ‒ mani in preda a tic nervosi, chiome scompigliate nel panico psicotico dei corpi, teste che pulsano e si ingrandiscono ‒ riescono a riproporre la traccia di un ordine.

 

Tre, nella raccolta di racconti, sono i percorsi che disvelano, a detta di Silverio Novelli (Prefazione) «una tormentata ricerca del senso del fare e dell’amare che sbocca nel vuoto della distruzione»: Epoche e luoghi, Il mondo del vino e Donne bizzarre, accompagnati da dense Annotazioni psicolinguistiche di Nicola Boccianti, ripropongono squarci di vita e di smarrimento, il peso di una perdita che si materializza nel sogno di Carla ‒ alla quale è dedicata la sezione conclusiva L’angelo ‒ e nell’errare dei personaggi, colti nella loro nudità psichica da un acuto narratore che non si accontenta della storia e delle Storie allucinatorie, ma obbliga il lettore a riflettere sulla mancata armonia tra flusso umano ed esistenza. Siamo fatti di ciò che passa, ma abbiamo paura del tempo. Anzi, proprio questo tempo che si snoda fuori e dentro l’io, nelle forme di vita presentate da Luigi Ananìa, non solo è «supplizio», come sostiene Simone Weil nei suoi Quaderni (IV), ma si perde tra le dita ‒ le stesse che si nutrono di movimenti malati ‒ , svanisce tra i ciuffi di capelli mossi dal vento, tra le giravolte impazzite dei corpi: l’immagine di un padre che, negli istanti di non-comunicazione con il figlio (al telefono, infatti, si sente solo un «gracchiare confuso»), rigira su se stesso il mignolo in un «rito sempre uguale» e l’insistenza simbolica del soma che desidera modellare questo vuoto ricreano la storia delle nostre paure, che è la storia di una sfida con e per il tempo, come ha sintetizzato Jeanne Hersch in Tempo e musica: «Noi non sopportiamo né la fuga del tempo né la sua permanenza: la fuga sprofonda la nostra anima nel lutto, e la permanenza la soffoca. Non sappiamo mai se il tempo passa troppo in fretta, o troppo lentamente, e rimaniamo senza fiato quando cerchiamo di trattenerlo, o di sospingerlo in avanti». Sui volti si aggiornano le trasformazioni interiori, non sempre aderenti al presente. Ma è giusto così.

 

Ph Helmut Newton.

 

La «sensibilità ha i suoi tempi, se non li rispetti rischi di perdere di vista parte della realtà», ricorda Adalberto all’amico ne Il sito del produttore. Ricorrenti, nella complessa sismografia psichica, le consapevolezze di vivere in una «fiera dell’Irrealtà», che può essere, tuttavia, il punto di partenza per domandarsi ancora una volta quale sia la vera bellezza delle cose o perché il nostro sguardo cerchi una «relazione costante e interminabile con la vita». Nella tensione interrogativa, a chi immagina una lingua ideale che non serva a spiegare un magma indistinto, risponde lo stesso Caos, il Caos di Babel o il chàos degli antichi greci, che si fa mondo proprio grazie alla parola. Gli uomini sono tutti «gravitanti in sé stessi», le loro identità si mescolano nei brindisi teatrali dell’inautenticità, ma c’è ancora spazio per recuperare qualche sintomo di umanità vera. Un abbraccio materno di una ragazza raccoglie l’incanto e il mistero delle piccole cose tra la vigna e il cielo. Nell’esperienza del vino, infatti, il «clamoroso niente» si tramuta in una possibilità: la natura, le sfumature intense del tramonto contemplato dagli astanti e la bellezza del grande divenire ‒ di cui «non vogliamo perdere il senso» ‒ si fanno ultimo riferimento per l’esistente. Il contadino di Circo enoico che non dimentica «il passo originario» sembra aver ancora in tasca le risposte alle domande della vita.

 

Ma è un tedesco con gli occhi grigi che, nel dialogo con un filosofo, si fa finissimo saggio: la Verfall der Aura di Walter Benjamin ‒ nucleo interpretativo del racconto L’intervista ‒ non è altro che la trasformazione da un’esperienza capace di integrare sé e mondo a una realtà in cui i minuti che passano e le nostre identità sono condannati a ripetizione e conformismo. Crogiolarsi nel passato, tuttavia, non serve a nulla. La vita non è una definizione, è un mancato equilibrio tra le parti, in cui, però, possiamo lasciarci attraversare da quell’«identità trans-migrante» che decade e si ricostituisce in una nuova forma di eternità, della quale noi ci facciamo, a volte, inconsapevoli portatori. Essa sopravvive ancora nelle espressioni dei volti e nelle parole. La memoria che salva, dunque, è quella che ricostituisce un vissuto e un legame con «la catena umana»: nel tempo del dolore la percezione alterata con la vita si fa, in realtà, lucidissima, come avviene nelle impronte mnestiche di Carla. Il suo sorriso non ha mai nascosto l’angoscia e l’insensatezza del mondo. Ma c’è una parte di cielo «in cui l’affetto ha preso il posto della gravità». Questo ci può bastare. 

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