Addio a Gian Maria Testa

Quando ho saputo della morte di Gian Maria Testa, dal cd della radio dell’auto stavo ascoltando “Lasciami andare”, dove il cantautore piemontese – lo spiegava nei suoi concerti – confessava l’imbarazzo di presenziare alle cerimonie funebri di amici che ci hanno lasciato più soli. “ Non sono venuto per salutare che io non lo conosco il tono giusto del saluto … e nemmeno le parole per la circostanza … lasciami andare”.

Non conoscevo personalmente Gian Maria, ma da qualche anno erano sue le canzoni che mi accompagnavano nei tragitti in auto, forse un po’ stanco di tanti altri cantautori più blasonati e affermati, italiani e francesi, o di lingua inglese. Non so se mai è apparso in televisione, ma possedeva la stima di quanti apprezzano chi non ama i riflettori e preferisce un ascolto più schivo e pensoso. La malinconica tenerezza di alcune sue perle – non so se definirle canzoni d’amore –, come “Dentro la tasca di un qualunque mattino” o “Come al cielo gli aeroplani”, era la stessa che risuonava nella sua “poesia civile”, quella del disco “Da questa parte del mare” del 2006, dedicato ai migranti di ogni tempo. Una delle canzoni aveva per titolo “Ritals”, termine con cui nel sud della Francia si indicavano spregiativamente gli italiani immigrati, forse con quella R iniziale a segnalarne le difficoltà di pronuncia. La canzone era un invito a tenere viva la memoria dei tempi in cui “lo sapevamo anche noi l’odore delle stive, l’amaro del partire”. Era stato un rital, di padre salernitano e madre spagnola, a fargli conoscere il termine: Jean-Claude Izzo, che in Marinai perduti fa cantare a un personaggio femminile alcuni versi di una sua canzone, “Come le onde del mare”. Fu il cantore della Marsiglia crepuscolare ad andare a cercare Testa mentre si esibiva in Francia, dove il capostazione di Cuneo era diventato famoso dopo il primo album del ’95, “Montgolfières”. Ed un articolo sulla prima pagina di “Repubblica”, credo nel ’96, annunciava con sorpresa il concerto all’Olympia di Parigi di uno sconosciuto cantautore di origine contadina e langarola.

Dopo, anche da noi sono cominciati i riconoscimenti e le collaborazioni: nel 2002 inaugura Umbria Jazz, nel 2003 con Erri De Luca e Marco Paolini è al Festival della Letteratura di Mantova, l’album “Altre latitudini” del 2005 lo vede suonare con musicisti di pregio come Enrico Rava, ne il “Valzer di un giorno” le sue canzoni si alternano alle poesie di Pier Mario Giovannone. Nel 2011 è protagonista dello spettacolo “18.000 giorni”, su testo di Andrea Bajani, dedicato alla difficile condizione del lavoro, fra licenziamenti e delocalizzazioni; qui si esibisce con Andrea Battiston che sarà al suo fianco anche in “Italy”, di nuovo sul tema delle migrazioni. E spesso negli ultimi anni le canzoni di Testa hanno accompagnato i versi di Erri De Luca sulle tragedie dei migranti nel “mare nostro che non sei nei cieli”. E un’altra collaborazione è stata quella con Altan, a illustrare la canzone favola “Ninna nanna dei sogni”.   

Credo che per Testa il riconoscimento più gradito sia stata la Targa che gli venne consegnata dal Club Tenco, quello che fondò nel lontano 1972 Amilcare Rambaldi per premiare la canzone d’autore. Ad uno dei fondatori del Club e storico presentatore delle serate autunnali di Sanremo, Antonio Silva, ho chiesto un ricordo di Testa.  

 

Gian Maria Testa me l’ha fatto conoscere, nei primi anni ’90, il suo conterraneo Carlin Petrini. Me lo segnalava per il Tenco. Da lì è nata la nostra amicizia. Roberto Coggiola lo invitò a “Musica sotto il Castello”, una rassegna che si teneva ad agosto a Dolceacqua. Nella cena del dopo concerto gli raccontai quella che io pensavo una mia scoperta, i gialli di Jean Claude Izzo. Per scoprire che lui, Gianmaria, non solo era stato amico per anni di Izzo ma era stato addirittura suo testimone di nozze. Facemmo l’alba, io ad ascoltare Gianmaria che mi raccontava di Izzo.

Nel 2006 mi fece arrivare in anteprima la sua versione di “Miniera”, poi confluita nel disco “Da questa parte del mare” tutto dedicato ai migranti di ogni tempo e di ogni terra. Album che vinse nel 2007 la Targa Tenco come miglior album dell’anno. Il brano in origine era una storia retorica e strappalacrime. Nella versione di Gianmaria una tragedia greca. Ascoltai il pezzo di notte, mentre ero in viaggio in macchina. Dovetti fermarmi: le lacrime non mi permettevano di vedere la strada.

E poi questi ultimi anni in cui Gianmaria è stato l’animatore del “Bistrot dell’ulivo”. Che è un raduno assolutamente informale di alcune tra le più belle teste e belle facce dello spettacolo, della cultura e della politica italiane che si tiene nel mese di luglio a Badalucco, sotto le piante di ulivo di un noto produttore di olio. Gianmaria si dava anima e corpo. Il che significava cominciare a cantare e suonare  – spesso lui da solo, a volte accompagnato da una fisarmonica o da una tastiera – terminata la cena verso le 22 e tirare l’alba per vedere sbucare il sole tra le piante. Cantare di tutto. Quasi niente le sue canzoni. Solo “La Ca Sla Colin-a" che gli chiedevo a gran voce.

Ora sit illi terra levis.

Sei arrivato fin qui da solo, ora andiamo avanti insieme: SOSTIENI DOPPIOZERO e diventa parte del nostro progetto. Basta anche 1 euro!