Ahmadou

Le montagne incombono sulla vita e sulla morte e su questo albergo. Viviamo sul fondo della conca. La sera cade presto. Regnano le tenebre. Restano i ricordi e la speranza di un mondo migliore che va ritirandosi di momento in momento. Eppure due o tre cose sulla vita e sulla morte le conosciamo.

Ahmadou ha impiegato tre anni per arrivare in Italia e finire qui in Valtellina. Mi parla di persone che vivono ai nostri giorni, persone che per noi, italiani di pelle bianca, sono poco più di nomi su croci sghembe infilate dentro la sabbia del deserto. Vite consumate nel niente. È questo che vogliamo cambiare, dice Ahmadou.

 

Le sue parole sono boe di salvataggio a cui aggrapparsi. Il nostro obiettivo è riscattare uomini e donne sprofondati nel buco nero dell’oblio e che ormai non hanno nemmeno più un nome con cui identificarsi.

Può darsi che nel raccontarle riusciremo a trovare risposte al niente che ci circonda.

Ahmadou dice che esistono compagnie che dal Senegal organizzano i viaggi dei migranti per l’Europa, viaggi che passano per Mali e Burkina Faso e arrivano fino in Niger. 

Dalla Casamance si va nella città di Tambacounda, grande centro nella parte orientale del Senegal, a quattrocento chilometri dalla capitale Dakar, da dove è possibile prendere contatti per partire. I trasporti non sono cari, a rendere il viaggio costoso sono gli esborsi ai posti di blocco, di banditi o poliziotti.

 

Se non paghi, gli agenti ti perquisiscono e ti spogliano in cerca del denaro. Se non ce l’hai, ti picchiano o ti impediscono di proseguire. Sono stato pestato e umiliato varie volte, dice Ahmadou.

L’inferno è non conoscere quanta distanza separi la vita dalla morte. L’inferno è essere quasi morti e avere un’idea vaga di che cosa sia vivere. Quando la sua vita se ne va in frantumi Ahmadou si ferma a ricordare. Nel ricordare Ahmadou rivede i suoi morti che sono morti come muoiono le mosche.

Dal Niger in poi, il viaggio diventa molto incerto. A tratti imprevedibile. I guidatori nigerini lasciano i passeggeri al confine meridionale con la Libia come sacchi di immondizia nei pressi di una discarica e i migranti vi entrano trovandosi nel bel mezzo di un Paese abbandonato a se stesso. Entrare in Libia ha un costo rilevante da molti punti di vista. Mi racconta di quanto sia pericolosa, di come i profughi che vi arrivano siano abbandonati nelle mani di organizzazioni criminali. E quasi tutti passano per campi di detenzione, accatastati in baracche con centinaia di persone. Molte arrivate dall’Africa nera, ma anche da Marocco, Tunisia, Egitto. Uomini, donne, bambini, neonati. 

Ci hanno portato via tutto, dice Ahmadou. Denaro, telefoni, perfino le scarpe. Quando ha provato a lamentarsi lo hanno picchiato in testa col calcio del fucile. Mi mostra la cicatrice. Perché se vuoi fare parte del mondo, dice, devi raccontare la realtà.

Se hai fortuna ti picchiano, se hai sfortuna ti ammazzano. Mi hanno lasciato la maglietta e i pantaloni, dice Ahmadou.

 

Ph Jan Grarup.


Uscito dal campo di prigionia, era pronto a tutto pur di andarsene da quel paese. Il viaggio verso l’Italia, dice, è molto caro. Ha impiegato quasi due anni ad accumulare i soldi che, via via, consegnava allo scafista.

Un giorno lo hanno portato al porto e lo hanno messo su una barca. Hanno chiesto chi poteva manovrarla. Un paio di arabi si sono offerti. Poi hanno sparato colpi in aria e ci hanno minacciato, dice Ahmadou. Se tornate a terra vi prendiamo a fucilate, hanno detto. 

Eravamo seduti uno in fianco all’altro. Potevamo alzarci soltanto per qualche minuto. E per urinare e defecare, tutto addosso. L’odore era insopportabile, dice Ahmadou. Le bottiglie d’acqua erano poche e le abbiamo tenute per i bambini. Quando sono finite abbiamo bevuto acqua di mare. Ne sono morti diversi. Un breve lamento, dice Ahmadou, poi abbassavano il mento sul petto. E poi erano morti. Li abbiamo buttati in mare.

 

Quando ha visto la guardia costiera italiana è scoppiato a piangere e ha ringraziato Allah per averlo fatto arrivare vivo. È rimasto in mare tre giorni. Gli chiedo se la traversata è stata dura, mi risponde con un sorriso. Dopo tutto quello che ho passato, dice, la traversata è stata uno scherzo.

E poi non abbiamo scelta. La guerra distrugge il mondo e chi lo abita. E allora perdiamo coscienza di noi stessi.

Ha trascorso dieci mesi in un centro di accoglienza in Sicilia. E poi in strada. La grande difficoltà, dice Ahmadou, è essere una pedina nelle mani di padroni che ti sfruttano e che, talvolta, si rifiutano di pagarti minacciandoti di rimandarti in Africa.

È giovedì 14 giugno, Eid Mubarak, la festa con la quale si celebra la fine del Ramadam. Gli uomini si ritrovano per la grande preghiera, le donne preparano il pranzo. Poi tutti insieme a mangiare da mezzogiorno al calare della notte. I bambini ricevono regali. Tutti indossano abiti nuovi.

Per Eid Mubarak ci si riconcilia con tutti quelli coi quali si hanno avuti alterchi. Ahmadou mi ricorda i cinque pilastri dell’Islam. La fede in Dio, la preghiera, la condivisione coi poveri, il digiuno, il pellegrinaggio.

 

E chi uccide non è un musulmano, dice Ahmadou. Per mangiare si può uccidere, altrimenti non si può uccidere nemmeno il più piccolo insetto.

Ha un grande dolore alla testa Ahmadou. Cefalee che lo colgono d’improvviso. Perché Ahmadou non vuole pensare, ma è costretto a farlo. La fatica gli dà le vertigini. E nel prestare attenzione a quei pensieri, impazziti, a quei ricordi che gli invadono la testa, sacrifica la notte e cammina avanti indietro nella cameretta dell’albergo in cui è ospite. Non perde un servizio televisivo sui barconi di profughi naufragati. Il fondo del mare è ricoperto di migranti africani, dice.

Su internet uno che si firma Chi se ne frega dice che non glie ne frega niente, a lui, dei migranti morti, che semmai si preoccupa dei soccorritori. E perché, si chiede, fare tutta quella fatica per tirare fuori quei morti dall’acqua.

 

Ma Ahmadou che li ha visti annegare dice: Il caso appena fa la differenza tra quelli che annegano e quelli che non annegano. Ogni migrante arrivato è un vivo e un morto al contempo.

Sono sette anni che non vedo mia madre, dice Ahmadou. Una telefonata ogni tanto via skype. L’anziana donna non ha di certo un computer né collegamento, e per una telefonata deve recarsi al villaggio vicino. Durante quelle telefonate Ahmadou si siede in modo la donna non veda la cicatrice che ha in testa. La voce rotta e i ricordi tristi dell’infanzia povera. La madre affaticata e il padre assente. Dimenticato tutto, tranne i momenti luminosi in cui quella donna lo cullava tra le braccia, dice Ahmadou. E i pianti convulsi da ragazzino quando la madre, levatasi all’alba, andava nei campi. E quando oggi le dice di sentirsi vecchia e affaticata.

 

La rabbia invade Ahmadou. Un’ondata calda in testa. La rabbia per non averla amata e curata abbastanza quella madre che muore. Muore, dice, e non posso fare niente per mitigarle il dolore.

E questi uomini di un colore diverso che dovrei odiare ma non posso, dice. Perché ho imparato a conoscerli. Qui tutto è bianco e nero e non ci sono mezze tinte. Noi siamo i buoni e loro i cattivi. Loro sono i buoni e noi i cattivi. Dobbiamo dimostrare ogni giorno di essere uomini. Ci hanno allevato a calci e umiliazioni, dice Ahmadou. Il nemico non ha volto, non è umano, è un animale, un mostro. I giorni passano, uno dietro l’altro, e l’unico scopo è la sopravvivenza.

Ahmadou è un uomo costretto a vivere l’esistenza come qualcosa che accade senza ragione.

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