Alessandro Leogrande, scrittore che amava gli ultimi

Aveva solo quarant’anni, Alessandro Leogrande. È scomparso all’improvviso a Roma. Un comunicato parla di aneurisma. Era un intellettuale finissimo, di quelli che guardano la realtà, specie quella sociale, e sono capaci di raccontarci come funziona, cosa nasconde e cosa rivela. Trovavo in lui una somiglianza fisica con Piero Gobetti, e una statura intellettuale che mi richiamava il grande intellettuale torinese: interessi vasti, prima di tutto politici, sociali, sociologici, una capacità unica di analizzare, scrivere, rintracciare tendenze sotto i fatti. Come Gobetti era innamorato del teatro, che recensiva, occasionalmente, sempre attento a cogliere i risvolti politici e sociali degli spettacoli. Di recente questa passione lo aveva portato a scrivere testi per la scena, in un attivismo che era dialogo, dal vivo, con i fenomeni, con le persone, con i movimenti.

 

Era nato a Taranto quaranta anni fa. Si era formato nell’ambiente cattolico, come scrive in un pacato e commovente ricordo il padre; era stato scout da giovanissimo, poi impegnato nella Caritas della città dei due mari, poi in Albania. Scrive ancora Stefano Leogrande: “come giornalista e scrittore si è impegnato in difesa degli ultimi e dei ferocemente sfruttati nei più diversi contesti: nell’ambito del caporalato, degli immigrati, dei desaparecidos in Argentina, e ovunque ci sia stato un sopruso”.

Si era trasferito a Roma dove aveva iniziato a collaborare allo “Straniero” di Goffredo Fofi, prima come redattore, poi come caporedattore, infine come vicedirettore. Sulle pagine di quella rivista, che cercava sempre di fare il contropelo alle convinzioni dominanti, andando a scavare nelle cose, nei fenomeni, nei fatti sociali, ha scritto articoli illuminanti che poi sono diventati libri. Ha parlato a lungo della sua città, avvolta nei fumi del grande impianto siderurgico prima di stato poi privatizzato, micidiale per la salute, l’Ilva, e dei fumi di una politica populista e mistificatoria degli anni di Giancarlo Cito. Ha reso, tra i primi, un caso nazionale una città “singolare laboratorio urbano, stretto tra le ciminiere dell’Ilva e il mare che si apre davanti ai suoi palazzi, emblema dello sviluppo novecentesco e del suo rifluire verso una crisi profonda”, come scriveva in Fumo sulla città, pubblicato da Fandango nel 2013, raccogliendo pensieri, osservazioni, dati, dialoghi accumulati negli anni.

 

Quando ritornava a Taranto era possibile incontrarlo in libreria, alla Dickens di Tonino De Giorgi: e lì, l’intellettuale penetrante diventava un ragazzo sorridente, ironico ma senza il sarcasmo a volte cinico e distruttivo della sua terra offesa. Era sempre dolce, sempre disposto al dialogo, al contraddittorio e soprattutto ad ascoltare. In queste ore, in cui chi lo ha conosciuto è frastornato e sconvolto dalla notizia della sua assenza, si moltiplicano in rete i messaggi che mettono in luce la sua personalità instancabile, curiosa, aperta al dialogo, alla ricerca continua. Scrive Bianca Laterza, della famiglia di editori e librai, allegando su Facebook l’immagine che segue: “Questa è stata l'ultima volta che ho visto Alessandro Leogrande. Qui stava parlando con i ragazzi delle scuole di Bari; mi raccontava che il giorno dopo sarebbe stato di nuovo in altre scuole, in giro per tutta la Puglia. Era generoso, brillante, impegnato, allegro. Credeva nel suo lavoro. Se ci parlavi, avevi voglia di parlarci ancora e ancora”.

 

 

Era appena tornato a Roma, proveniente da un incontro della rassegna “Città del libro" insieme a Tahar Ben Jelloun e Massimo Bray a Campi Salentina. Per la sua Puglia, pur vivendo lontano, si spendeva tantissimo, intervenendo anche sulle pagine del “Corriere del Mezzogiorno”, il dorso locale del “Corriere della Sera”. Scriveva per “Minima Moralia”, per “l’Internazionale” e collaborava con RadioRai3.

I suoi libri erano appassionanti come romanzi, documentati, pungenti, vere mappe per rovistare in angoli nascosti all’attenzione dei media ma nodali nel nostro paese, dalle mafie tra le due sponde dell’Adriatico, alla condizione dei nuovi schiavi del caporalato in Puglia, alla tragedia dei migranti. Ricordiamo Un mare nascosto, Napoli, L'ancora del Mediterraneo, 2000; Le male vite: storie di contrabbando e di multinazionali, Napoli, L'ancora del Mediterraneo, 2003 (poi, Roma, Fandango Libri, 2010); Nel paese dei viceré: l'Italia tra pace e guerra, Napoli, L'ancora del Mediterraneo, 2006; Uomini e caporali: viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud, Milano, Mondadori, 2008, poi, Milano, Feltrinelli, 2016; Il naufragio: morte nel Mediterraneo, Milano, Feltrinelli, 2011; il recente La frontiera, Milano, Feltrinelli, 2015, Premio Pozzale Luigi Russo. Inizia, quest’ultimo, con un’emozionate scena di recupero di cadaveri da un peschereccio affondato nel mare di Lampedusa. Continua con storie, tante storie svoltesi in quel mare Mediterraneo, in quella “ferita non chiusa, luogo di tutti e di nessuno di cui ognuno, invisibilmente è parte: è la frontiera che separa e unisce il Nord del mondo, democratico e civilizzato, e il Sud, morso dalla guerra, arretrato e antidemocratico”.

A questi temi aveva dedicato anche due libretti d’opera, Katër i Radës. Il Naufragio, scritto per i Cantieri Teatrali Koreja di Lecce, e Haye: le parole, la notte, rappresentato di recente con la musica di Mauro Montalbetti al Festival Aperto di Reggio Emilia. Su quest’ultimo testo avevamo discusso al telefono, e sull’altro scritto, incrociando caporalato in Capitanata e Ilva di Taranto per Ritratto di una nazione rappresentato al Teatro di Roma in settembre. Avevo accusato quest’ultimo testo di essere molto meno incisivo rispetto ai suoi libri d’inchiesta e narrativi, di semplificare la questione. Ci eravamo ripromessi di vederci, di discutere. Lui, con la sua gentilezza, profonda, la sua umiltà, pur essendo forse uno dei massimi esperti di queste questioni, era interessato a pareri “tecnici”, teatrali, e dichiarava che si stava avventurando in un campo che non conosceva bene, quello della drammaturgia, per il quale aveva bisogno di confronto, di consigli… Era così ed è triste non poter fare quella discussione, non poter accalorarci, dividerci magari, ma con grande stima, con forte affetto.

 

Questo era Alessandro Leogrande, per come l’ho conosciuto io. E questo ricordo scritto facendo andare le dita sui tasti mentre solo la commozione vorrebbe esprimersi è imperfetto, parziale, come tutti i maledetti necrologi, che provano a dare confini a una personalità che continuamente si espandeva, guardandosi intorno, mutando, con curiosità disposta a farsi sorprendere. Ci mancherai, giovane intellettuale sempre desideroso di dialogare. Mancherai a questa Italia che di sguardi acuminati e appassionati, guidati da un’etica profonda, ha bisogno come il pane.

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