Amore tragico, amore comico

Gli aforismi sono enunciati a forte densità, che “danno da pensare”. Somigliano a quei fiori giapponesi, che Proust evoca all’inizio della Recherche, e che, quando vengono gettati nell’acqua, si espandono. L’acqua degli aforismi è l’interpretazione.

Un aforisma di Kierkegaard dice: “Se due persone che si amano non si capiscono, è tragico. Se due persone che non si capiscono si amano, è comico”. Questo enunciato non potrebbe forse generare una teoria, e in ogni caso inaugurare una lunga riflessione? Jacques Lacan ha detto più di una volta che l’amore è un sentimento comico. Quest’affermazione va intesa come un’attribuzione delle storie d’amore alla sfera della commedia, cioè a intrecci che si sviluppano sul filo dell’equivoco, e in cui l’attrazione – anche reciproca – si manifesta in forma capovolta, come reciproca antipatia. Il lieto fine rimane visibile sullo sfondo, e si impone solo nel momento in cui il legame tra i protagonisti rischia di venire definitivamente spezzato. Esemplare è la vicenda narrata in un film di Lubitsch, Scrivimi fermo posta (1940), di cui esiste un remake (meno valido) con Tom Hanks e Meg Ryan (C’è posta per te). In Lubitsch la trama è questa: Alfred e Klara lavorano nel medesimo negozio a Budapest, e tra di loro vi è una corrispondenza unicamente epistolare. I due si scrivono, ignorando l’uno l’identità dell’altra, e nel rapporto epistolare si innamorano; nella realtà quotidiana invece si detestano profondamente, litigano continuamente, si insultano. Scopriranno – e questa evidentemente è la comicità della storia – che la persona più odiata e quella più amata sono la stessa persona.

  Non accade forse così in ogni commedia con un plot sentimentale? Prima di confessarsi innamorati l’uno dell’altra, i due protagonisti attraversano una fase in cui si respingono, arrivano a odiarsi e a proclamare la reciproca incompatibilità. Lo spettatore attende con divertita curiosità il momento in cui verranno deposte le armi. Un altro esempio: in Harry, ti presento Sally (1989), è evidente sin dall’inizio che tra i due nascerà un rapporto autentico: eppure i protagonisti si ostinano a differirlo, lo ritengono impossibile persino dopo aver fatto l’amore.

 

Perché questa ostinata resistenza? Qual è esattamente l’ostacolo che soltanto nelle commedie viene, almeno in apparenza, superato? A queste domande dobbiamo aggiungerne un’altra: perché in Occidente le grandi storie d’amore – quelle che ci vengono subito in mente se parliamo dell’amore-passione – sono tragiche? Sembra che queste storie, da Tristano e Isotta a Romeo e Giulietta, ecc., smentiscano la tesi di Lacan. E forse smentiscono (lo vedremo tra poco) anche la sua tesi sul rapporto tra amore e sessualità.

Nel campo enigmatico in cui ci stiamo muovendo, sorge un altro interrogativo: i rapporti sociali sono molto cambiati (oggi non ci sono più, almeno in Occidente, genitori che decidono sul matrimonio dei figli, e la possibilità di divorziare è garantita dalla legge); eppure queste storie non hanno perso nulla del loro fascino. Perché? In un saggio ormai classico, L’amore e l’Occidente di Denis de Rougemont (1938), si sostiene che il vero ostacolo, nel mito di Tristano e Isotta, non consiste nel legame coniugale che vincola Isotta a re Marco, bensì nel desiderio stesso. I due amanti sono innamorati della passione, o meglio del nucleo distruttivo che essa contiene e custodisce. L’impossibilità è la fiamma che alimenta il desiderio, in ciò che esso ha di più bruciante. Ecco perché, quando hanno la possibilità di vivere definitivamente insieme, i due si separano: Tristano restituisce Isotta al re. In un celebre episodio, Marco sorprende gli amanti nella foresta, addormentati, i corpi strettamente vicini, e tuttavia separati dalla spada che Tristano ha piantato nel mezzo. L’unica spiegazione plausibile è di carattere simbolico: c’è qualcosa che continua a dividere gli innamorati anche nella più grande intimità.  

 

Secondo De Rougemont il mito di Tristano e Isotta, che va considerato come fondatore per l’Occidente moderno, istituisce il postulato dell’amore reciproco infelice. Un postulato non arbitrario, non immotivato, se formuliamo questa ipotesi: l’amore – o meglio l’amore-passione, una forza sconosciuta nel mondo greco-romano, e a cui il Cristianesimo ha impresso un’altra forma, che indichiamo come “agape” -, non si appaga del possibile. L’amore è un sentimento “diviso” anche quando è ricambiato, anzi lo è tanto più quando è follemente ricambiato. E la commedia rende timidamente omaggio alla scissione di Eros con i mille ostacoli che inventa, e facendo sì che gli innamorati si ingannino su se stessi, prima di consolarci con l’happy end.

 

Dunque Lacan si è sbagliato, asserendo che l’amore è un sentimento comico? Sì, ma non completamente. Senza dubbio gli si può rimproverare il gusto per l’enunciazione ellittica, volutamente paradossale, e inevitabilmente equivoca. La comicità è uno dei due versanti dell’amore, e il passaggio dal comico al tragico, e viceversa, è una virtualità permanente, come ci ricorda l’aforisma di Kierkegaard.

Tuttavia Lacan sembra essere caduto in un altro errore, e più grave, con la famosa tesi secondo cui “non esiste rapporto sessuale” (il n’y a pas de rapport sexuel) (Seminario XX, 1972-1973). L’errore non consiste evidentemente nella presunta negazione di ciò che gli esseri umani compiono, facendo sesso. Il “non c’è” non indica l’assenza di contatti e di penetrazioni tra i corpi, bensì – che cosa, esattamente? Secondo molti, e tra di essi Žižek, questa tesi ha il merito di respingere ogni concezione armoniosa del rapporto tra i sessi, a partire dal mito dell’androgino (che quindi andrebbe inteso in chiave comica; non sarebbe casuale che a inventarlo sia il grande commediografo Aristofane) sino alle melensaggini di yin e yang. Tuttavia Žižek, nel saggio Il non-tutto, ovvero l’ontologia della differenza sessuale (in Meno di niente. Hegel e l’ombra del materialismo dialettico, 2012) vuole andare al di là della vulgata lacaniana, e in particolare di Jacques-Alain Miller, che interpreta la tesi lacaniana “come semplice asserzione di disarmonia” (tomo II, p. 334).

 

Restiamo però, ancora per un attimo, al Seminario XX, dove Lacan afferma che, data l’inesistenza e comunque l’impossibilità del rapporto sessuale, l’amore svolge una funzione compensatoria. L’amore “supplisce all’assenza del rapporto sessuale”. Ma nella vicenda di Tristano e Isotta avviene l’opposto: il sesso è possibile (anche alla corte di re Marco), è l’amore a essere impossibile. O meglio: l’amore è una passione aporetica a causa del legame tra possibile e impossibile. Quando il legame si scioglie, abbiamo la commedia. Tuttavia, anche la commedia lascia emergere il vero ostacolo, cioè la scissione nell’amore, la scheggia di impossibilità conficcata nella felicità degli amanti.  

Che cosa accade, ad esempio, tra Harry e Sally? Per aggirare l’impossibilità del loro incontro, arrivano ad avere un rapporto sessuale, e del tutto appagante, a quanto sembra. Mediante il sesso cercano di supplire all’impossibilità dell’amore, inteso come armonia senza scissione. Diversamente da quanto afferma Lacan, il rapporto sessuale è sempre possibile – e così andrebbe intesa la scena più famosa del film, quando Sally, sfidata da Harry sulle capacità di fingere delle donne, simula un orgasmo al ristorante. Questa scena raggiunge l’apice della comicità nella richiesta formulata da un’anziana signora che ha seguito con attenzione i gemiti irrefrenabili di Sally, e che si rivolge alla cameriera chiedendole sottovoce “lo stesso della signorina”. Ma forse la scena è fondata su una comicità più sottile: con la sua performance, è come se la giovane donna dicesse: “non capisci? Il problema tra noi non è (e non sarà mai) il sesso, possiamo fare l’amore quando vogliamo (e senza fingere); il vero problema è l’amore, che non sa nascere”.

  

Rovesciando Lacan: è il sesso che supplisce alla mancanza, o quantomeno tenta di supplirvi. Inoltre: che il rapporto sessuale sia sempre possibile, in linea di principio, ce lo ripete di continuo la pornografia. Qual è la funzione e il significato del porno, se non la rappresentazione di una garanzia? L’orgasmo sarà sempre possibile, chiunque sia il partner. I corpi verranno saturati, gli orifizi eventualmente ottimizzati, gli attriti scompariranno. Trionfa la sintonia.

Con rinnovata perplessità torniamo a rivolgerci all’amore, ai suoi enigmi, ai suoi equivoci. Ai suoi insopprimibili problemi: come dice Woody Allen, “il sesso allevia le tensioni mentre l’amore le provoca”. La saggezza che questa considerazione umoristica contiene non ci distoglierà dall’amore, da quello che potremmo vivere con leggerezza, e neanche da quello più folle, più estremo. Una volta entrati nell’amore, non se ne esce più. L’amore rimane un rompicapo (o un labirinto) in cui gli innamorati si perdono. Perciò attribuire ad Eros la funzione di supplire all’assenza del rapporto sessuale appare riduttivo e insostenibile.

 

Dobbiamo però aggiungere qualcosa al problema della sessualità. Riprendendo un saggio di Guy Le Gaufey, Zizek ha tentato di precisare la posizione di Lacan, in cui egli vede uno sforzo per passare da “non c’è rapporto sessuale” (la tesi del Seminario XX) a “c’è un non-rapporto” (Meno di niente, II, 332). Per comprendere quest’affermazione, è necessario un riferimento alla logica. Utilizzerò uno degli esempi di Žižek: i vivi hanno come termine opposto i morti, ma anche un altro termine: i non-morti, che sono né vivi né morti, cioè mostruosi morti viventi (i vampiri) (p. 334). La differenza tra le due relazioni è facilmente afferrabile mediante uno schema:

 

 

Si tratta di una esemplificazione del quadrato logico degli opposti, che è un’espressione fondamentale delle logiche rigide. La linea orizzontale in alto indica una relazione tra contrari, le due linee diagonali una relazione tra contraddittori, e la linea orizzontale in basso la relazione tra i sub-contrari.

Žižek ritiene di compiere un grande progresso indicando una possibile sintesi (o ibridazione) tra i subcontrari: chi sono gli essere né vivi né morti? Risposta: i vampiri.

Proviamo ora a inserire altre nozioni nei quattro vertici. Avremo:

 

 

La proposizione in basso a destra, che ho evidenziato in neretto, rappresenta la posizione di Žižek. Egli la esplicita così: l’oggetto del desiderio (per Lacan l’objet a) “non è sessuale né non-sessuale, ma «sessualmente asessuale»; è una mostruosità che sfugge alle coordinate di ciascun sesso, pur rimanendo sessuale” (ibidem).

E’ stato compiuto un progresso rispetto al Seminario XX? C’è da dubitarne. Ma il grande limite di questa rielaborazione consiste nel servirsi della logica tradizionale, che è una logica della rigidità, e che considera solo i contraddittori e i contrari. Una logica flessibile – e il materialismo dialettico rivisitato da Žižek dovrebbe esserlo – si serve di tutti i tipi di opposizione, privilegiando però il rapporto tra correlativi. I correlativi sono opposti che si implicano reciprocamente nel loro conflitto, che può risultare sterile e distruttivo oppure fecondo: si pensi, come manifestazione di un antagonismo creativo, al rapporto tra apollineo e dionisiaco in Nietzsche. I correlativi sono opposti non-sintetizzabili. Forse il lettore apprezzerà questa visualizzazione grafica dei correlativi, nella loro differenza con gli schemi precedenti (per un’esposizione adeguata, devo rinviare al mio libro La ragione flessibile, Bollati Boringhieri 2013, pp. 152-188).

 

 

Prima di Žižek, è lo stesso Lacan a rimanere prigioniero del quadrato logico e delle rigidità: questo è il terzo errore che gli rimprovero, e in un certo senso è il più grave. Nella mia prospettiva, la dimensione erotica (sessuale e amorosa) va certamente indagata nella sua paradossalità, ma il concetto chiave non sarà il “non-rapporto”, bensì il “rapporto con il non”: vale a dire, i molti modi in cui gli opposti (il maschile e il femminile, ecc.) possono essere sterili o fecondi.

Ultima osservazione: l’asserzione di Žižek, secondo cui “Come Lacan mette in evidenza, qui è in gioco la sostituzione del «principio di tutti i principi»: dal principio ontologico di non-contraddizione al principio che non c’è rapporto sessuale” (p. 334), è semplicemente una stupidaggine.

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