Anatomia di un luogo comune

Il fascismo ha fatto anche cose buone

"Il Fascismo ha fatto anche cose buone": un tabù storico sfatato. L’ammiccamento elettoralistico a un settore ben individuato dell’arco politico. Uno slogan provocatorio e quindi efficace, affidato al gioco mediatico dei rimbalzi da testata a testata, da profilo a profilo. Soprattutto, un concetto a cui è difficile replicare, anche quando si condivide poco o nulla di quella tradizione del pensiero. Perché? La domanda merita, forse, qualche considerazione d’ordine logico, prima che ideologico. Il più delle volte, infatti, risulta disagevole opporre, all’irriverente dichiarazione, un’argomentazione che non si risolva in una speculare elencazione dei torti del Regime: e già questo è un indizio, che ha qualcosa da dire. In termini più precisi, l’interrogativo che sorge è il seguente: per quale ragione non si riesce ad aggredire direttamente la tesi principale (“Il Fascismo ha fatto anche cose buone”)? 

 

A ben guardare, per un motivo assai ovvio, che i detrattori dell’affermazione, per inconsapevolezza o per pudore, non osano pronunciare: che è proprio vero, il Fascismo ha fatto “anche” cose buone. Suona perfino ridondante citare, a titolo esemplificativo, la famigerata bonifica delle paludi pontine, tanto cara alla propaganda d’area. Non si tratta neppure di un merito isolato: il Fascismo ha fatto anche altre cose buone, dallo sviluppo dell’ingegneria aeronautica a una riforma dell’istruzione che ha avuto numerose implicazioni positive. Dunque? Fin qui, nessun problema: sono enumerazioni veritiere quanto innocue. I guai nascono quando si vuole passare dal terreno delle constatazioni a quello dei sillogismi: il Fascismo ha fatto anche cose buone, allora dobbiamo auspicarne la restaurazione o quantomeno una riedizione. Piano! Questa è una deduzione a cui, invece, si possono facilmente contrapporre delle obiezioni: sia di carattere storico sia di natura puramente razionale. 

 

Procediamo con ordine. Innanzitutto, se è vero che il Fascismo ha fatto “anche cose buone”, lo si può dire di pressoché ogni esperienza di governo apparsa sulla Terra, dagli albori della civiltà a oggi. Il Regime hitleriano ha fatto “anche cose buone”, per esempio rilanciando l’economia tedesca afflitta dall’iperinflazione del primo dopoguerra (un chilo di pane era giunto a costare miliardi di marchi). Lo stalinismo ha fatto anche cose molto buone, avviando all’industrializzazione un Paese fino ad allora prevalentemente agricolo (e con un’agricoltura retrograda, fondata in massima parte sul lavoro delle braccia). Il Comitato di Salute Pubblica giacobino, negli anni del Terrore, fece anche cose eccellenti, difendendo le conquiste egualitarie della Rivoluzione Francese, minacciate da ogni lato. Si potrebbe proseguire all’infinito. Tornando all’oggi: non c’è da dubitare che perfino il tanto vituperato Kim-Jong-un, al netto delle intemperanze atomiche e delle atrocità contro collaboratori e parenti, faccia “anche cose buone”, se non altro in termini di pulizia delle strade (parola di un Onorevole italiano). Ecco il punto: è difficile che un sistema politico più o meno duraturo non produca alcunché di positivo nel corso del tempo. Sarebbe un fatto di eccezionale coerenza. 

 

 

Del resto, portando il discorso da un piano collettivo a uno individuale (perché no, visto che le organizzazioni sono costituite da uomini e ne ricalcano vizi e virtù?),  l’esperienza insegna che anche il peggiore dei criminali manifesta qualche gesto benevolo nell’arco della propria esistenza. Questa cognizione deve indurci a desiderare la compagnia di un criminale al posto di quella di un uomo probo? È lecito dubitarne. Uscendo dalla metafora: il fatto che il Fascismo abbia fatto “anche cose buone” lo rende preferibile all’attuale sistema liberaldemocratico? Il salto concettuale, suggerito con malizia da chi si serve della frase a fini propagandistici, è tutto qui. Siamo alla seconda obiezione: quella che chiama in causa la logica formale. 

 

Sono solo due, infatti, le ipotesi per cui la riproposizione del modello fascista potrebbe risultare auspicabile: nel caso avesse realizzato solo cose buone (prospettiva negata anche dai simpatizzanti più accesi) e nel caso in cui avesse realizzato più cose buone rispetto al nostro attuale ordinamento (aspetto che i livelli medi di benessere e di estensione dei diritti individuali e politici negano con forza). Ogni altro assunto è un artificio retorico, che si serve di una premessa vera (il Fascismo ha fatto “anche” cose buone) per giungere a una conclusione solo apparentemente necessaria (il Fascismo fu una buona forma di governo). 

 

Operata questa distinzione, sarebbe forse opportuno aprire un’ulteriore riflessione, relativa alla facilità con cui certe “esche del consenso”, prive di sostanza argomentativa, portano a casa il risultato che si prefiggono. Le cause sono molte: alcune intuitive, altre più complesse e profonde. Tra le tante, si può citare il “principio dell’erba del vicino” (in questo caso rappresentata dal passato): giacché l’attualità ci punge nel vivo delle nostre sofferenze e insoddisfazioni, mentre la storia è un’immagine asettica, incapace di ferire, è facile riservare alla prima il biasimo e alla seconda la condiscendenza. Non di meno, il passato ha il merito di apparire sempre organizzato (poiché gli storici si sono incaricati di dargli una regola), mentre il presente si mostra per forza disordinato e dispersivo (perché non è stato ancora riversato nella disposizione cartesiana dei libri) e genera quindi paure legata all’incertezza.

       

C’è, però, qualcosa di più. Qualcosa che riguarda la diffusa incapacità di bilanciare e soppesare. Qualcosa che non impedisce, in misura sufficiente, di dare risposte pavloviane alle sollecitazioni dei demagoghi. Qualcosa che deve tornare al centro di un dibattito non esclusivamente logistico, ma sugli scopi. Quel qualcosa è la Scuola, un’Istituzione che, nell’era della sovrabbondanza informativa e dell’interconnessione permanente, deve riscoprire un’antica vocazione: fornire filtri critici.  

Come? Consolidando lo studio dell’educazione civica, potenziando l'approfondimento del linguaggio dei media (e in primo luogo di internet), allestendo corsi di preparazione per il riconoscimento delle bufale sul web. Insegnando ai giovani quali sono i fondamenti di quella ingegneria del consenso che, da un secolo a questa parte, non è più un'arte, bensì una scienza che può essere studiata: si pensi a classici come Psicologia delle folle di Gustave Le Bon o, per l'appunto, a L'ingegneria del consenso di Edward Bernays. Sono testi che potrebbero essere adattati con ottimi risultati alla fruizione degli studenti. 

Perché, se la Scuola non può insegnare "cosa pensare", è certo che debba insegnare "a pensare": una strada obbligata. Altrimenti, una frase come “il Fascismo ha fatto anche cose buone” significherà sempre e per troppe persone: “Il Fascismo è una buona cosa”. 

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