Anche in Germania la paura è un tarlo

Gli autisti dei FlixBus che ogni giorno collegano il nord Italia con la Germania lo sanno bene: ogni notte alla frontiera qualche posto resta vuoto. Salgono a bordo a Torino, Milano, Trieste con una borsa di nylon. Poi si sistemano insieme agli altri: studenti, pendolari di lunga tratta, lo sciame della nuova umanità che si sposta su gomma per l’Europa. Prendo spesso la linea tra Torino e la Baviera. Di giorno siamo in pochi, sedili vuoti e panorama. Una fermata a Milano e poi si tira dritto. Pochi controlli e dieci ore dopo lo sbuffo delle porte apre la Germania. Di notte è tutta un’altra cosa. È un brulicare di persone, l’ora di arrivo a Monaco è un terno a lotto, dipende da tre polizie, quella svizzera, quella austriaca e quella tedesca. Siamo in molti che speriamo di non arrivare in Baviera troppo tardi, sono altrettanti quelli che sperano di arrivarci punto e basta. A volte la volante affianca il bus, l’autista annuncia lo stop all’altoparlante, e dentro l’aria si fa dura. A noi non chiedono niente, guardano distratti il documento. Da loro vogliono sapere chi li aspetta, che treno prenderanno. Poi li fanno scendere. Si portano dietro la borsa di nylon perché sanno come andrà a finire. Dopo un po’ si richiudono le porte, il FlixBus si rimette in movimento e ci sono sempre almeno cinque posti vuoti. Tanti, tra i passeggeri, già lo sanno e tornano a dormire. Un ragazzo chiede ogni tanto “Non li aspettiamo?”. Ma nessuno gli risponde e poi il buio inghiotte il bus.

 

Tra quelli che ce la fanno, alcuni proseguiranno verso il nord, Amburgo, Danimarca, Scandinavia. Altri invece arrivano qui, in Franconia, nel nord della Baviera. Orgogliosa di esserne parte solo dal punto di vista amministrativo, la Franconia è fiera di se stessa: turismo e colline mozzafiato, birra, vino bianco, arte, barocco scampato alla furia dei bombardamenti. Soprattutto è imbattibile nell’accoglienza dei rifugiati: decine di associazioni, la borghesia francona in prima linea, cattolici e protestanti con lo stesso fine: farli sentire a casa pur sapendo che non ci si sentiranno mai. E il Patenschaftsprojekt, che offre una famiglia che faccia da madrina (der Pate è, in tedesco, il padrino di battesimo) a ogni rifugiato. E ancora: l’idea che sia meglio distribuirli in tanti luoghi per evitare le concentrazioni, la mortificazione esplosiva di troppa paura e rabbia messe insieme, l’istinto di sopravvivenza contratto per contagio anche dai bambini. Eppure è qui, in questa regione paladina dell’integrazione che lunedì scorso, al grido di “Allah Akbar”, il diciassettenne rifugiato afghano Riaz A. è salito su un treno regionale e ha aggredito con un’accetta una famiglia di Hong-Kong per poi essere ucciso dalla polizia. È qui che pochi giorni fa il quotidiano locale, il Fränkischer Tag, ha titolato “Il Terrore è arrivato in Franconia”.

 

Caspar David Friedrich

 

Würzburg è la capitale della Bassa Franconia, regione che ospita tredicimila rifugiati provenienti da trentacinque paesi diversi ma soprattutto dai quattro più colpiti: Syria, Afghanistan, Eritrea e Iraq. La città è circondata di filari di Sylvaner e Müller Turgau che in questi giorni di piena estate ne fanno al primo sguardo una cartolina da spedire, il duomo che compare appena scollinato.

 

Heidingsfeld, il punto cioè della linea Würzburg-Ochsenfurt in cui l’attentatore è entrato in azione, è un quartiere residenziale al di là del Meno, nella parte sud di questa di città 120mila abitanti. Case progettate con gusto, i binari del treno che tagliano le strade, le croci di Sant’Andrea che fanno rallentare, poi il ponte per arrivare in centro. Lì tutto sembra procedere come niente fosse: due macchine della polizia parcheggiate davanti alla stazione, un gruppo di punk seduti fuori, un baracchino con scritto Lust auf Pizza?, voglia di pizza, e un paio di persone che la mangiano con gusto. Turisti ai tavolini, birra nei boccali, un locale italiano con il cocktail “Bunga Bunga” in bella vista. Eppure ormai da Lunedì (dicono Montag come non fosse un giorno qualsiasi della settimana ma un giorno rovinato dentro il calendario) c’è un pensiero che si è annidato nella testa, che rosicchia la vita della provincia francona come un tarlo. Forse è stato solo il gesto folle di un ragazzo, forse avrebbe potuto compierlo anche un tedesco, mi dice Frau Jutta Müller-Schnurr, Pastora della St. Johannis Kirche. Eppure se l’avesse fatto un tedesco, non avremmo adesso questa spina che ci è entrata dentro il fianco. Lei dice di non sentirla ancora, ma si chiede fino a quando. Certo è che Montag è stato qualcosa di molto reale che li ha raggiunti, e ha aperto un dubbio che è come una crepa: la politica dell’accoglienza tedesca, e l’insieme dei valori che rimboccano il loro operato quotidiano non sono una meccanica di pace, un dispositivo infallibile di prevenzione dell’orrore. Che non significa la disillusione, significa però di colpo sentirsi senza protezione. Significa poggiare ogni sera il tarlo sul cuscino e sperare di schiacciarlo come un chiodo dentro il sonno. È con quel tarlo che ora continueranno a occuparsi dei rifugiati. E continueranno a portare avanti il “Kirchenasyl”, un progetto che apre loro le porte mettendoli al sicuro, evitando cioè - grazie a un tacito accordo con lo stato – che vengano portati via.

 

È così che alla St Johannis Kirche è arrivata Jude, 22 anni di Aleppo, capelli legati dietro la nuca, intelligenza, sorriso e rabbia trattenuta. Non ne posso più, mi dice, di dover provare a tutti, e in ogni momento della mia giornata, che sono “la rifugiata buona”. Jude abita alla stessa altezza di Heidingsfeld ma oltre il Meno. Montag ha sentito gli elicotteri e le sirene prima ancora di capire cosa fosse successo. E la prima reazione è stata quella di fare una domanda.

 

Ha digitato su Google, spaventata, “Cosa succede a Würzburg?” ma nessuno le ha risposto. Ha dovuto aspettare altre due ore, fino alle undici di sera, per sapere. E ha sentito che il sangue diventava freddo.  È scappata dalla Siria per finire qui. È passata per Dubai, dove ha lasciato sua madre e suo fratello, lei ancora illegale lui nel frattempo legalizzato. È arrivata a Triste, dove ha lasciato le impronte delle dita per poi scappare qui in Germania, nella speranza che le impronte digitalizzate non venissero intercettate dal programma in cui sono archiviate insieme a quelle di altre migliaia di persone. Non le è andata bene, per questo si è rifugiata tra le mura della chiesa. Ora sta in un appartamento di Würzburg anche se ufficialmente risiede nel campo di Bad Bocklet, a settanta chilometri da qui, dove sta suo padre, sessant’anni, che appena può viene a farle visita. Jude lavora in una scuola per rifugiati, in amministrazione, e cerca di far coraggio a chi è appena arrivato e che vive in uno dei sei campi della città. Provo a motivare tutti, dice, in particolare i miei connazionali. Gli insegnanti di lingua ripetono ogni giorno che devono diventare “rifugiati buoni”. Loro sono spaventati, prima di tutto dall’idea di essere mandati via. La prima paura è quella dell’Italia, non la si nomina nemmeno tanto fa spavento: viene vista come l’inferno, un posto di maltrattamenti, privo di stato sociale, senza prospettiva, se non di finire a mendicare. Da Lunedì, poi, rischia di essere un inferno pure qui, mi dice rimettendosi lo zainetto sulla spalla. La prima cosa che hanno fatto a scuola è stato dire ai ragazzi che non bastava essere rifugiati buoni. Adesso bisogna essere i perfetti rifugiati. Ad alcuni afghani non è stato confermato il tirocinio nelle aziende in cui erano stati assegnati. E io ho smesso di parlare arabo in pubblico, dice. Quando vado in giro con mio padre lo evitiamo. Parlate in tedesco?, le chiedo. Mio padre non sa il tedesco, risponde. Ci sediamo sull’autobus, l’uno accanto all’altra, e stiamo zitti. 

 

Testo pubblicato in versione abbreviata su la Repubblica del 23 luglio 2016.

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