Apocalittici, integrati e Barthes

Eco e Barthes, fra i fondatori della semiotica, entrambi attenti interpreti della società contemporanea e della sua produzione culturale. Probabilmente l’esigenza teorica di una disciplina generale dei modi della significazione e della comunicazione ha proprio trovato impulso in quelle prime ricche esplorazioni nella nuova varietà di segni, testi e media della società dei consumi che cresceva intorno a loro. Per Barthes penso ovviamente ai Miti d’oggi, scritti fra il 1954 e il 1956 e poi pubblicati con il saggio finale “Il mito, oggi”, nel 1957, mentre gli Elementi di semiologia, pubblicati su Communication 4, sono del 1964. Eco per parte sua pubblica La struttura assente nel 1968, La forma del contenuto e poi Il segno nel 1971, prima ovviamente del Trattato (1975).


Ma quale relazione c’era fra i loro lavori su questi temi? In realtà, in Apocalittici e integrati ci sono solo tre riferimenti espliciti a Barthes, contro i 23, ad esempio, a Dwight MacDonald, radical autore di Against the American Grain (New York, 1962) da cui Eco riprende e discute la distinzione dei livelli di cultura, e in particolare quella fra masscult e midcult, quest’ultima intesa come parodia, depauperazione, falsificazione attuata a fini commerciali di forme della cultura alta. Dato il tema generale del libro gli si confacevano di più, anche se Barthes resta sullo sfondo in modo non casuale.


Il primo riferimento di Eco a Barthes è quasi un inciso, che però indica un’evidente familiarità con le mitologie: siamo nel capitolo “La canzone di consumo”, che inizia come recensione a un libro sulla musica “gastronomica”, “uno degli strumenti più efficaci per la coercizione ideologica del cittadino in una società di massa”, e continua manifestando un sincero interesse per un’analisi dei gusti collettivi, alla ricerca di un modo efficace di “operare culturalmente”: l’industria culturale dovrebbe rispondere alle esigenza del pubblico, invece le lascia così come sono. Il caso su cui indugia è quello di Rita Pavone, il cui mito annuncia ma non elabora i problemi dell’adolescenza: caso esemplare è la canzone “Datemi un martello” che mistifica la canzone americana originale annacquandone il senso. Conclude Eco: “In questo senso, come dice Barthes, il mito sta sempre a destra” (AI, p. 235). Gli interessa più la conclusione politica che non l’idea barthesiana del mito come innocente mistificante ovvietà, risultato finale di una forma generale di naturalizzazione dei segni, che non entrava nelle distinzioni di cui invece era qui alla ricerca.


Le altre due citazioni fanno parte dell’impressionante mole di riferimenti raccolti in 28 pagine fitte di note finali (che oggi, se non fosse Eco, gli chiederebbero di tagliare): la prima è la nota 34 al saggio “Cultura di massa e livelli di cultura”, nella sezione “Alto, medio, basso”. Qui Eco se la prende con Gianni Brera, individuato come caso esemplare di “impiego gratuito di stilemi ex-colti” nei suoi articoli sul calcio: “È lo stesso tipo di prosa contro cui si scaglia R.B. quando ne Il grado zero della scrittura mette a nudo la radice piccolo borghese, pretenziosa e mistificante, del realismo socialista di un Garaudy: metafore come “strimpellare la linotype” o “la gioia cantava nei suoi muscoli” sono esempi perfetti di midcult. È ovvio che un’analisi del genere porrebbe in crisi tre quarti della letteratura di successo del nostro paese (anche se si tratta qui di un midcult più raffinato, che sta “dopo” esperimenti come quelli citati, a cui rimane ancorata solo la prosa sportiva) (AI, p 314).

 

Barthes in effetti definisce la scrittura come lo spazio situato tra la lingua (istituzione sociale) e lo stile (radice profonda e irriflessa, infralinguaggio personale elaborato “al limite della carne e del mondo”), campo invece dell’intenzionalità dello scrittore, dove si misura la responsabilità morale della sua forma nei confronti della società e del suo tempo. L’appello a una “scrittura bianca”, a un “grado zero” non si riferiva tanto a una questione di gusto, buono o cattivo, ma era un dettagliato programma per una letteratura d’avanguardia, utopia del linguaggio, che Eco estende e commisura ad altri campi. L’esempio di Gianni Brera è inoltre significativo della sua nota antipatia per gli sport, che invece Barthes guardava con molto interesse (la prima mitologia fu quella sul catch), individuandovi addirittura una forma di permanenza del teatro antico. Questa antipatia ha forse impedito a Eco di riconoscere nella tecnica linguistica di Gianni Brera – oggi poeta del calcio riconosciuto – lo strumento giusto per restituire a questa pratica la dimensione autenticamente mitica che le è propria.

 

L’ultima citazione barthesiana in AI, è a Littérature et signification, e alla prefazione di Pour Racine (1963), nella nota 27 del capitolo sulla “Struttura del cattivo gusto”, il cui proposito era di “elaborare uno strumento critico per definire in termini strutturali il valore estetico di messaggi elaborati per un pubblico medio”. Il cattivo gusto in arte è definito essenzialmente come “prefabbricazione e imposizione dell’effetto”, fra cui eccelle il Kitsch, “comunicazione artistica in cui il progetto fondamentale non è quello di coinvolgere il lettore in un’avventura di scoperta attiva, ma semplicemente di piegarlo con forza ad avvertire un determinato effetto – credendo che in questa emozione consista la fruizione estetica”. Il Kitsch consisterebbe dunque in “una forma di menzogna artistica”, non solo per i fattori linguistici interni al messaggio, ma precisamente anche per “l’intenzione con cui l’autore lo ‘vende’ al pubblico, nonché l’intenzione con la quale il pubblico vi si rivolge” (AI, p. 71). Tutto ciò era molto vicino, in realtà, alla critica che Barthes fece per molti anni al teatro borghese (e in parte anche a quello impegnato), prima di trovare in Brecht il perfetto esempio di ciò che pensava dovesse essere un’”arte realmente popolare”: equilibrio espressivo, apertura significante, interrogazione critica dello spettatore.


Eco infine cita ampiamente il numero 2 di Communication (1963): la rivista, fondata nel 1961 da Georges Friedmann, Roland Barthes e Edgar Morin, aveva infatti dedicato i suoi primi ricchi numeri alla cultura di massa e alle sue prime analisi. À suivre…

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