Ascoltare il silenzio

«Che cosa diresti poi – scrisse Freud all’amico Wilhelm Fliess il 17 gennaio 1897 – se ti facessi notare come tutta la mia nuova teoria della preistoria dell’isteria era già nota ed era già stata pubblicata cento volte, anche se parecchi secoli fa? Ti ricordi che ho sempre affermato che la teoria medievale della possessione, sostenuta dai tribunali ecclesiastici, era identica alla nostra teoria del corpo estraneo e della dissociazione della coscienza? Ma come mai il diavolo che si impossessava delle povere vittime commetteva regolarmente atti di lussuria con loro e in modo ripugnante? E come mai le confessioni che venivano estorte mediante tortura sono tanto simili a quanto mi raccontano le pazienti in trattamento psichico? Al più presto dovrò immergermi nello studio della letteratura dell’argomento».

 

Il tempo che ci separa dalla lettera di Freud a Fliess ha generato una vastissima letteratura sull’argomento. Quale sia il vero oggetto di tale letteratura non è chiaro: la teoria medievale della possessione? La storia dei tribunali ecclesiastici? La dinamica delle confessioni estorte sotto tortura? La storia della stregoneria? Gli studiosi sanno bene che possessione e stregoneria non sono la stessa cosa. Soprattutto la seconda: un nome collettivo attraverso il quale si cerca di unificare un complesso di miti e riti attribuiti dalle istituzioni ecclesiastiche a donne e uomini accusati di essere streghe e stregoni, che è stato utilizzato da inquisitori e storici come strumento di sintesi. Questo processo non solo intellettuale ha lasciato sul campo molte vittime, una meno visibile delle altre: il silenzio. Condannate al silenzio. Le eretiche medievali di Marina Benedetti (Accademia del silenzio, 32, Mimesis, Milano-Udine 2017: le citazioni senza esplicita citazione della fonte sono tratte da questo libro) si occupa soprattutto di esso, attraverso un’analisi ravvicinata di cinque oggetti: le donne valdesi, Guglielma di Milano, Margherita “la bella”, Marguerite Porète e Jeanne d’Arc. Ciascuno di essi meriterebbe un’analisi altrettanto ravvicinata, ma ho scelto di concentrarmi sul primo e l’ultimo di questi oggetti. Sono partito da Freud e tornerò su Freud nel finale.

 

Il silenzio è difficile da afferrare, e lo è ancora di più quando la studiosa o lo studioso cercano quello delle donne, a partire da quello delle donne valdesi. Sappiamo che predicavano «nelle strade, nelle piazze e addirittura nelle chiese» e constatiamo che di esse i polemisti della Chiesa cattolico-romana trasmisero un’immagine modellata dalla seconda lettera dello pseudo-Paolo a Timoteo (3, 1-7): «Devi anche sapere che negli ultimi tempi verranno momenti difficili. Gli uomini saranno egoisti, amanti del denaro, vanitosi, orgogliosi, bestemmiatori, ribelli ai genitori, ingrati, senza religione, senza amore, sleali, maldicenti, intemperanti, intrattabili, nemici del bene, traditori, sfrontati, accecati dall’orgoglio, attaccati ai piaceri più che a Dio, con la parvenza della pietà, mentre ne hanno rinnegata la forza interiore. Guardati bene da costoro! Al loro numero appartengono certi tali che entrano nelle case e accalappiano donnicciole cariche di peccati, mosse da passioni di ogni genere, che stanno sempre lì ad imparare, senza riuscire mai a giungere alla conoscenza della verità».

 

Quali uomini descrivevano con durezza «donnicciole cariche di peccati»? Monaci come il cistercense Goffredo di Auxerre, il cui sermone sull’Apocalisse fu letto come se si riferisse ad apostoli a Lione (dove, negli anni Settanta del XII secolo, nacque l’esperienza religiosa in seguito definita “valdese”, dal nome del suo presunto iniziatore Valdo), mentre il manoscritto recava chiaramente la parola apostole, «ovvero donne predicatrici»? Frati come coloro che, assunto il ruolo di inquisitori dagli anni Trenta del XIII secolo, parlarono di donne valdesi, senza mai dare loro una identità che non fosse generica? L’assenza di testimonianze dirette mette il lettore di Condannate al silenzio nella condizione di non essere sorpreso dalla scomparsa di un ruolo attivo delle donne valdesi nei processi celebrati a partire dal XIV secolo nelle valli del Piemonte e in area tedesca, e dalla loro ricomparsa in un contesto diverso, riassunto da un’immagine. 

 

 

La più antica rappresentazione del volo di una strega a cavallo di una scopa risale al 1451, nelle pagine del Champion des Dames del chierico Martin le Franc, copiato ad Arras. Sono gli anni nei quali comincia a formarsi il concetto collettivo e repressivo di stregoneria, nello stesso momento in cui «le donne valdesi escono dalle case e riprendono il cammino, anzi spiccano il volo». Nella pagina del manoscritto, «la strega non mostra tratti somatici deformati – mostruosa perché fa cose mostruose – come da successiva tradizione iconografica. Nell’attestazione più antica finora conosciuta del volo di una strega c’è una donna ‘normale’, vestita in modo ‘normale’, che mostra un ghigno mentre vola a cavallo di un bastone su una scritta: “des Vaudoises”».

 

L’ambiente borgognone che tiene insieme «un sostantivo (Vauderie) e un’immagine (la strega)» ci dice qualcosa sulla priorità – in quel momento, in un punto preciso della immaginaria linea del tempo – del vedere sul parlare o scrivere. La condanna al silenzio si trasforma in una condanna dello sguardo. Le donne valdesi non parlano, non scrivono, non rappresentano sé stesse, mentre le studiose e gli studiosi decifrano ciò che non esiste più o è scomparso dal nostro orizzonte, come nel caso del carteggio tra i predicatori itineranti George Morel e Pierre Masson con Martin Bucer ed Ecolampadio, in vista dell’adesione del movimento valdese alla Riforma. È solo sfogliando il manoscritto conservato oggi al Trinity College di Dublino che è possibile rendersi conto che una mano anonima è intervenuta eliminando parte dei riferimenti alle serors in Iesu («sorelle in Gesù») che partecipavano attivamente alla «formazione culturale e religiosa dei predicatori»; anche un accenno alle «femmine» (fennas) accostato al celibato dei ministri è cancellato, come è cancellata per intero l’espressione «un ordine di vergini è dottrina diabolica» (ordine de verginita che he doctrina diabolica).

 

Resta, qua e là, l’uso della parola latina e pseudo-paolina mulierculae («donnicciole») e la sensazione di un dialogo davvero sospeso.

Come riattivarlo? Come far reagire di nuovo i documenti e lo sguardo dello studioso di storia? Dopo aver esaminato i silenzi e la memoria di Guglielma di Milano, Margherita “la bella” e Marguerite Porète, Marina Benedetti osserva Jeanne d’Arc e le parole che pronunciò (o non pronunciò) durante il processo che la vide accusata e condannata al rogo per stregoneria nel 1431. L’inchiesta fu uno degli episodi del conflitto fra la monarchia inglese e quella francese noto come “Guerra dei cento anni”, i cui risultati furono rovesciati quando, alla fine del 1449, la città dove si era svolto il processo, Rouen, tornò in mani francesi. Nel 1456 la sentenza fu ribaltata e iniziò il mito di Jeanne. «Negli stessi anni – ricorda Marina Benedetti – l’inverosimile che diventa reale si fa accusa e si diffonde anche attraverso le immagini.

 

Ad Arras, nel 1451, compare la prima strega volante a margine del poema Champion des Dames, scritto da Martin le Franc, il cui maestro Thomas de Courcelles, professore di teologia e canonico di Parigi, è presente ai processi del 1431, al momento della morte di Jeanne e, inoltre, testimone della revisione giudiziaria. Vicende diverse s’intrecciano, piani diversi s’intersecano: storia e immagini, ma anche storia e letteratura».

Storia e immagini, storia e letteratura e storia e psicanalisi: Condannate al silenzio è un libro che riesce a riattivare anche questo piano di confronto. In forme completamente diverse, fa ciò che, nel 1996, riuscì a Patrick Mahony con la sua analisi di uno dei più celebri casi clinici di Freud (Freud e Dora. Storia e psicoanalisi di un testo freudiano, tradotto da Einaudi nel 1999). L’analogia sta nella differenza, soprattutto in passi come quello che segue: «A parte la durata, lo sguardo contemplativo di Dora esprimeva comunque un bisogno di amore materno. Pur avendo tentato in seguito di emanciparsi con la lettura e la frequentazione di circoli femministi, Dora non crebbe mai, restando sempre una bambina ferita, smarrita nel tempo e nello spazio. Per una decina d’anni abitò a Merano, che era una delle roccheforti del cattolicesimo tirolese e del culto mariano, con punte di adorazione eretica. In visita al museo di Dresda, la fanciulla risentì dell’influenza del culto tirolese riservato a una madre protettiva e ideale». A Dresda, nella Gemäldegalerie, Dora vide una delle opere più note dell’arte occidentale, la Madonna Sistina di Raffaello.

 

 

Potremmo anche pensare, come fa Mahony, che «Dora immaginò che il fatto di essere tenuta così, come Gesù bambino dalla Madonna, l’avrebbe guarita», ma, dopo aver letto Condannate al silenzio di Marina Benedetti, ci troveremo piuttosto nella condizione di chi attraversa la Sandplatz di Merano, arrivando alle spalle della statua della Vergine protettrice della città e della regione. Poiché il compito delle studiose e degli studiosi di storia non è cercare spiegazioni oblique ma, registrando l’obliquità del silenzio, assumerlo come una «dimensione documentaria», e imparare ad ascoltarlo, stando alle spalle e non di fronte alle tracce del passato.

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