Austerliz, di Sergei Loznitsa

Non è necessario essere dei cultori del cinema per sapere che il documentario non è una rappresentazione fedele della realtà ma una sua costruzione interpretativa. Nello stesso tempo l’impressione di realtà e di oggettività ha una dimensione maggiore e invasiva, e tutti siamo sottoposti al suo possibile inganno. Più cerca di nascondere l’autore e gli strumenti di raccolta di quella realtà, maggiori devono essere le nostre attenzioni e astuzie. Più rende assoluta l’immagine, più dobbiamo interrogarci sulla sua esemplarità o eccezionalità. Più di altri documentari, Austerlitz del regista Sergei Loznitsa deve essere visto con questa cura perché la forza del suo messaggio è tale da concentrare tutta la nostra capacità visiva ed etica sulla selezione delle immagini operata dal regista, rendendo irrilevante tutto il resto. Loznitsa vuole provocarci, costringerci a prendere posizione, collocarci dalla parte del sacro e dell’inviolabile. Lo fa con tutta l’abilità di chi domina la Fata Morgana – intendo l’effetto ottico – quando cioè ci sembra di vedere qualcosa all’orizzonte e in qualche modo ne siamo attirati. Se però ci avviciniamo, le incorporee immagini che eravamo convinti di vedere assumono minore consistenza. Fino a sparire.

 

Il tema è semplice. Una giornata di turismo di massa nell’ex campo di concentramento di Sachsenhausen viene filmata soffermandosi a lungo, con la telecamera fissa, su alcuni luoghi e comportamenti dei visitatori. Sono comportamenti che irritano o scandalizzano lo spettatore: farsi fotografare in posa davanti al cancello di entrata dove campeggia la scritta Arbeit Macht Frei oppure davanti a un forno crematorio, l’uso compulsivo del selfie, mangiare un panino durante la visita, ascoltare musica e rispondere al cellulare, ridere e scherzare. Per spettatori un po’ più informati o raffinati risulta ancora più scioccante ascoltare le spiegazioni di alcune guide che nulla sanno del campo, che raccontano che lì c’era la messa a morte con lo Zyklon B e lo sterminio di massa, oppure che dichiarano candidamente che poco o niente conoscono delle vicende di Sachsenhausen. Guardando Austerlitz lo spettatore è portato quasi naturalmente a condannare atti che, nella immobile ripresa cinematografica, sembrano assurgere a prova oggettiva, indiscutibile.

 

 

Piaccia o meno, che abbia o meno una volontà provocatoria, il documentario di Loznitsa costringe a interrogarsi su quali ragioni e percorsi accompagnano i visitatori che si avvicinano ai luoghi della memoria, sul tema della conoscenza e della consapevolezza, e naturalmente sulla sacralità, il rispetto e verrebbe da dire la misura. Tuttavia si può allargare lo sguardo. Le immagini ci mostrano anche masse di persone che attraversano il campo con interesse e curiosità. Guardano, osservano, toccano, come facciamo tutti. Possiamo immaginare che la maggior parte conosca poco o niente, che tutto quello che saprà lo imparerà in quell’ora di visita. Magari è lì solo perché la visita è parte di un viaggio organizzato o perché per stare dalla parte della ragione e della democrazia almeno una volta bisogna andare a vedere un campo di concentramento. Pochi o tanti – non lo sappiamo – si sono dotati di guide esperte e competenti, in grado di trasformare la visita in un’esperienza densa. I visitatori che ci rimangono impressi sono però gli altri, coloro che denunciano poca o nessuna consapevolezza o interesse verso una qualche forma di rispetto che il luogo dovrebbe indurre. Visitano Sachsenhausen come farebbero con uno zoo, facendosi fotografare vicino al leone, oppure al Louvre a fianco della Gioconda. 

 

Non entro nella qualità artistica del documentario, non è il mio mestiere. Viene però da domandarsi se sul piano contenutistico la critica di Loznitsa non sia semplicemente poco utile. Non si può chiedere che tutti visitino i campi di concentramento come una tappa della cittadinanza europea per poi irritarsi perché quelle presenze hanno anche i caratteri del turismo di massa. Né possiamo attenderci che il mondo resti fuori, con le sue connessioni, modalità di guardare e imparare, stratificazioni di senso e di storia. Guardarne gli aspetti volgari non è particolarmente significativo né aiuta a capire granché dei processi educativi. Appare al contrario uno sguardo sacrale e/o snob, come se esistesse davvero un modo corretto per attraversare e interagire con i luoghi. La vera questione si colloca al di fuori di Sachsenhausen, nella strada compiuta per arrivarci e in quella da percorrere per tornare a casa. Soprattutto si colloca nel dopo, in ciò che abbiamo eventualmente imparato e rideclinato nel presente. Su questo le immagini di Austerlitz non dicono nulla. Sono immagini solo apparentemente in movimento, in verità hanno la stessa immobilità in cui sono stati immortalati e messi alla berlina i giovani all’interno dei fotomontaggi del progetto Yolocaust.

 

Non mi si fraintenda. I comportamenti stigmatizzati da Loznitsa sono francamente imbarazzanti, verrebbe da dire imperdonabili, assumendo qui la parola nel suo significato più popolare. Tuttavia, mi sembrano appendici, residui di una geografia della memoria che ha assunto peso e consistenza nell’identità europea e in quelle nazionali, portando con sé, come è naturale, contraddizioni ed esasperazioni, viaggi e domande. E persino, anch’esso con tutti i suoi limiti, il Giorno della Memoria. Sinceramente lo preferisco al lungo silenzio del dopoguerra. Perché l’indicibile, l’inimmaginabile e l’infotografabile ci allontanano semplicemente dalla storia. Ed è di storia, più che di memoria, che abbiamo urgentemente bisogno.

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