Il rap e il napoletano

È uscito in questi giorni Lo stato della città (a cura di Luca Rossomando, Monitor edizioni). Un profilo dell’area metropolitana di Napoli che abbraccia tutti gli ambiti, dall’urbanistica all’ambiente, dall’economia al lavoro, dalle politiche sociali e sanitarie fino alla produzione culturale. Un  volume di 536 pagine, con 86 articoli, saggi, storie di vita, grafici e tabelle con i dati più aggiornati. Un libro collettivo – firmato da 68 autori – che si propone come supporto denso e affidabile per una discussione sulla città finalmente al riparo da stereotipi e semplificazioni. 

Il testo che segue – una riflessione sull’uso e le trasformazioni recenti della lingua napoletana – è un estratto dell’articolo che apre la sezione dal titolo “La città immaginata”, dove si prendono in esame le ultime rappresentazioni della città offerte da cinema, televisione, teatro, musica e letteratura.

 

 

Mai possibile che per avanzare debba inevitabilmente morire qualcuno? 

Me lo chiedevo osservando gli schizzi di sangue dei moscerini schiacciati sul parabrezza del bus che a centocinquanta all’ora, su una deserta autostrada del sole, mi scarrozzava da sud a nord, qualche tempo fa. Mi risposero i tergicristalli, con uno stridulo Siiiiiiì, radunando con spazzole malandate la poltiglia di ogni dubbio. 

L’assurdo di certi pensieri consente al tempo di scivolare, così, un attimo dopo ero a Milano. Sbrigate le mie cose, me ne andavo camminando senza meta fino a quando un’affiche mi segnala che la compagnia teatrale napoletana Punta Corsara, proprio in quei giorni, mette in scena Hamlet Travestie, mescolanza di una riscrittura settecentesca dell’Amleto con il Don Fausto di Antonio Petito. Decido di andarci la sera stessa.

 

Nei dieci minuti che precedono l’inizio dello spettacolo, quando regnano gli sguardi curiosi tra spettatori sconosciuti e le chiacchiere a voce troppo alta degli habitué, mi chiedevo – rapito dalla cadenza nordica dei presenti e, soprattutto, conoscendo i lavori precedenti della compagnia –, ma capiranno mai qualcosa? Temevo che gli attori avrebbero in qualche modo semplificato il testo, italianizzandolo, affinché un pubblico non napoletano potesse comprendere. Per fortuna mi sbagliavo. Sotto una sapiente regìa che mescolava ad arte tono, ritmo, suono&senso (li scrivo legati a scanso di equivoci), era evidente che le barriere strettamente linguistiche si aprivano lasciando entrare il pubblico in stretta confidenza con i personaggi della rappresentazione. Quello che gli spettatori magari avevano perso in significato letterale delle parole, lo avevano recuperato in termini di musicalità o di azione corporea, in una sorta di autoregolamentazione solo all’apparenza automatica ma, di fatto, controllata da chi con sapienza aveva manovrato i fili, invisibili e necessari, dello spettacolo.

 

La comprensibilità in arte, si sa, è sempre stato un falso problema. Tant’è che il nostro maggior artista, Enzo Moscato, scrittore e interprete di eccezionali partiture teatrali, tra i pochi a saper dar corpo (anche tipografico) alla voce, nulla concede all’addomesticamento linguistico che la visibilità – mito abusivo contemporaneo – esige con forza. Anzi, facendo cortocircuitare la lingua napoletana (da Vico al vicolo) col francese, il latino, l’inglese dei drammi scespiriani, Moscato, pur correndo all’apparenza il rischio della marginalizzazione, serenamente aderisce ai propri intenti e, di replica in replica, compie una liturgia che dal buio della scena lascia riaffiorare un barlume, fiammella fioca forse, eppure sacra. Un rito per pochi, si dirà: ma non erano uno sparuto gruppetto anche i primi cristiani? 

 

Lo stato della città. 

 

Il tradimento dei rapper

 

L’imminenza di una rivelazione, il momento germinale della vita e l’ultimo respiro del moribondo, la vita nel suo farsi e disfarsi insomma, dovrebbero essere il centro propulsore di ogni “fatto” artistico. Invece da più parti ci si è schierati con la comunicazione, svilendo quell’ambizione a farsi musica di tutto il resto delle arti. E questo non tanto per tramutarsi in pura forma, ma soprattutto perché ogni “orchestrazione”, perseguendo i propri fini, non può non tenere bene a mente i suoi specifici mezzi.

Anche per questo le derive soliste (o solipsiste) del duo rap dei Co’ Sang suonano stonate. Poco dopo il loro secondo disco ‘A vita bona, e prima dello scioglimento, li intervistammo per il numero 38 di Napoli Monitor. Una lunga e intensa chiacchierata che, a prestar bene orecchio, già lasciava udire gli scricchiolii sotterranei delle fondamenta del gruppo. Ci dissero che il loro terzo disco si sarebbe dovuto chiamare Due napoletani in Italia. Il desiderio di poter catturare una fetta di pubblico sempre maggiore ha finito con lo spingerli a scrivere testi che in definitiva si parlano addosso, sostituendo il loro necessario sguardo sulla città verso la più conformista delle autocelebrazioni.

 

“La nostra lingua l’hai sentita nelle rapine”, dicevano in uno dei tanti pezzi usciti tra il primo e il secondo album. O ancora: “La ricerca del gergo è la ricetta”. Ed era vero. A differenza di quanto avviene nella maggior parte della produzione culturale cittadina – dove il dialetto, quando non è lingua morta, è mortificata, esasperata quando arranca dietro al popolo, eduardiana fuori tempo massimo – nella ricerca di ‘Nto e Luchè, le due voci del gruppo, la lingua era molto elaborata. Il risultato poi, poteva piacere o no, ma erano indiscutibili la precisa sezionatura chirurgica, il rimontaggio, la riorganizzazione metaforica e sonora (“è ‘na casbah cca ‘bbascio”).

 

Un lavorìo tutto teso alla costruzione di immagini efficaci, rapide, condensate. E la sintesi sembrava essere il dono migliore di questa lingua poetica. Le migliaia di pagine scritte in quegli anni sulla faida di Scampia non rendevano l’idea come Amic Nemic, che in quattro minuti ti scaraventava senza filtri in un contesto che nonostante (o forse a causa de) l’iper-esposizione mediatica resta ancora sconosciuto ai più, come ci ricordava anche il brano Nun saje niente ’e me.

La svolta, però, non è avvenuta – come spesso si è detto –  con l’inizio di un uso sempre maggiore dell’italiano, ma sembra essere piuttosto figlia di un travolgente successo e dell’ambizione di conquistare un pubblico sempre più esteso (e a sua volta sempre più invasivo); questo ha fatto sì che i Co’ Sang finissero, magari inconsapevolmente, con l’accontentare la platea.

 

Adesso, entrambi si trascinano, chi da una parte chi dall’altra, sfornando un pezzo in napoletano e uno in italiano, spesso mischiando per non deludere nessuno, moltiplicando like e condivisioni. Indifferentemente dalla lingua, però, quello che è venuto a mancare è l’aderenza alle cose. Luché in molte interviste afferma – a giusta ragione – che le persone si evolvono, e che raccontare ancora del suo quartiere quando adesso vive altrove, gli risulterebbe una recita. Non fa una piega, solo che questo altrove di cui molto spesso ci raccontano è l’istantanea, diciamo pure l’Instagram, di una scena musicale con una quantità di “filtri” così spessa da risultare opaca.

 

Quest’altrove non si fa mai aldilà e la recherche ha ceduto serenamente il posto al refrain. Se ancora si stampano dischi è solo per dare un supporto cartaceo agli autografi. Quando tutto sembra essere propedeutico allo show business e all’acquisizione di sempre maggior pubblico, il rammarico più grande è che, nel momento stesso in cui finalmente i ragazzini che ascoltavano scadentissima musica melodica napoletana hanno iniziato a prestare orecchio a quello che con forza stavano provando a dire i rapper, questi ultimi, irresponsabilmente, hanno tradito quell’inconsapevole spirito pedagogico di cui il rap in un modo o nell’altro si faceva – alla lettera – portavoce. Non che i ragazzi di strada adesso non li ascoltino più, anzi. Solo che adesso vengono accontentati e assecondati più che stimolati. 

 

Facendosi olio laddove era sabbia, gran parte della scena rap ha lasciato che l’ingranaggio finisse – neanche troppo lentamente – con il fagocitarla. Un processo di assorbimento ben collaudato che in fin dei conti non lascia scampo neanche ai pochi che con i denti difendono la propria solitudine, provando sinceramente a continuare le loro ricerche (che siano rime, teatro, cinema o altro, poco conta). Forse è proprio quando iniziano a capirti che il momento di cambiare lingua è arrivato. Al di là di ogni snobismo, anzi, per moltiplicare gli alfabeti e ridare il sapore dell’abisso allo scarto tra intenzioni e azioni. Nota dai margini: fallire, mancare, venir meno, con gioia.

 

Eppure, sostituendosi (o sempre più spesso mischiandosi) ai pezzi melodici, molti rap partenopei restano una testimonianza in presa diretta dell’impero dei segni nel quale sguazziamo: “Depilàti sulle braccia, tatuàti pure in faccia, infatuàti, a caccia di donne volgari”; oppure: “L’ego ci ha reso ciechi”; o ancora: “Vado pazzo per il matto satinato, monoposto, dieci metri, cabinato”. Quello che a prima vista è il trionfo dell’immaginario berlusconiano, se solo allargassimo lo sguardo potremmo decifrarlo come una sbiadita copia del sogno/incubo americano: darsi arie senza poter volare.

 

Esercitando un fascino (soprattutto verso gli adolescenti) che è fascismo contemporaneo, in effetti, queste narrazioni degli anni Dieci, danno voce a un desiderio diffuso: l’ambizione più o meno trasversale di diventare ricchi e rimanere ignoranti, possibilmente col piglio criminale. Di questa inversione di desiderio aveva ben scritto Walter Siti nel suo romanzo del 2008 Il contagio, dove, attraverso le vicende di un condominio di borgata ci raccontava di come i proletari non ambiscono più – come Pasolini temeva e viveva – a farsi borghesi, ma viceversa.  

Se pensiamo che da lì a poco sarebbero emersi, con inedita moltiplicazione mediatica, i più solari rapper Clementino e Rocco Hunt, viene da pensare che, ancora una volta, Napoli ce la stanno raccontando con le solite abusate lenti deformanti: il mitra e il mandolino.

 

Le preziose sfumature dei primi due album dei Co’ Sang vanno dunque diluendosi nelle acque torbide di una stupida (auto)esaltazione di mondi pagliaccescamente criminali, mentre, sull’altro versante fa il suo ritorno il napoletano simpatico e giocherellone (anche un po’ fumato, tanto per strizzare l’occhio ai più giovani). Nuovi brani per nuovi rapper cinicamente “sul pezzo”, Candide fuori tempo massimo, ingenuamente speranzosi (è nu juorno buono) nel momento in cui la cosiddetta Terra dei fuochi attrae su di sé tutti i media nazionali. E il groviglio non sarebbe così inestirpabile se il tutto non fosse così mixato e amplificato in un unico immenso calderone dove i guappi-giullari non fanno altro che – con tragica inconsapevolezza – abbagliare e distogliere da qualsivoglia tentativo di andare anche solo un po’ più a fondo nelle cose.

 

Il rap, che aveva portato una ventata di freschezza dall’America degli oppressi, in definitiva si è lasciato assorbire dal chiacchiericcio globale, facendosi conduttore di una corrente di consumo ad alto voltaggio. Non tutto naturalmente. Restano a portarne alta la bandiera quelli che, come i suoi pionieri, tendono a guardare oltre i confini, facendo sempre un passo in più di quanto la gamba gli consenta, mischiando generi, lavorando in silenzio e con tenacia, probabilmente fregandosene delle etichette che di volta in volta gli vengono affibbiate. 

 

Era già successo anche con un’altra espressione del movimento hip hop, il writing, che da azione sovversiva e para-terroristica (se faccio un graffito su un treno posso anche metterci dentro una bomba) è lentamente scivolato verso i sepolcri imbiancati municipalizzati.

 

Un milione di punti o nessun punto si diceva, e allora: come rinnovarsi? Come sfuggire alle gabbie? Quali gabbie (la metrica, uno stile, dei colori) facilitano la trasmissione conflittuale? Come sottrarsi di volta in volta allo svilimento delle energie migliori? In definitiva, che fare? 

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