The Ballad of Sexual Dependency

“È il diario che voglio che la gente legga”, afferma la fotografa Nan Goldin. “È opinione comune che il fotografo sia per natura un voyeur, l’imbucato alla festa. Ma io non sono pazza. Questa è la mia festa. Questa è la mia famiglia, la mia storia”. Il diario ha un titolo: The Ballad of Sexual Dependency ed è composto da una proiezione di fotografie, che si è modificata nel corso del tempo, al cui centro viene posta la questione del vivere e dell’agire: i rischi, l’imprevedibilità, l’innocenza, l’indifferenza, il coinvolgimento, la passione.

 

I protagonisti sono gli amici della fotografa: la scrittrice ed attrice Cookie Mueller, il marito Vittorio Scarpati, entrambi morti di Aids a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro, Trixie, che sembra una ragazzina, mentre fuma con il viso sconvolto e un abito a fiori, Brian l’uomo violento da cui è irresistibilmente attratta, Susan, in treno e in bagno, e poi i momenti in cui essi si divertono, fanno l’amore, litigano, si drogano, muoiono. 

 

Nan Goldin, Trixie on the cot, New York City 1979© Nan Goldin.


 

Nan Goldin, Twisting at my birthday party, New York City 1980 © Nan Goldin.


Ciò che la induce a scattare sono i sentimenti: amicizia, amore, attrazione fisica, che spostano il limite dell’immagine “dentro” il suo mondo e ridisegnano i confini di ciò che possiamo considerare un soggetto visivo credibile. L’impressione è che tutto ciò che esiste al di fuori sia completamente irrilevante. Chi guarda le immagini comprende che non può esserci nessuna aspettativa se non il soggetto colto nella sua purezza di referente: Cookie è Cookie, con il suo abito da sposa e gli occhi perennemente truccati di nero, è il suo essere indecifrabile, sofferente, innamorata. O meglio Cookie è una fotografia. Essa rappresenta “la scena stessa, il reale preso alla lettera”, anche se vi è indubbiamente una riduzione di proporzione e prospettiva. E anche se l’immagine non è il reale, essa è quanto meno ciò che Roland Barthes definisce l’analogon perfetto, ovvero la “perfezione analogica”, “un messaggio senza codice”, e di conseguenza un “messaggio continuo”. Le parole di Nan Goldin lo confermano: “la fotocamera è parte della mia vita quotidiana come parlare, mangiare o il sesso”. Vita e fotografia coincidono anche nella scelta di usare il colore: nulla è statico e tutto è inafferrabile. La slideshow con la colonna sonora ne è la perfetta sintesi: non è propriamente fotografia e non è nemmeno cinema, ma evoca entrambe le esperienze. Inoltre la musica disloca il senso nell’immediata referenza della suggestione fonica: la melodia, l’intensità, la durata, la quantità, le pause dettano il ritmo della Ballad e ne caratterizzano lo stile con cui la fotografa vuole conseguire un effetto di realtà, come avviene con le immagini di situazioni che consideriamo traumatiche. 

 

Poiché il trauma dipende dalla certezza che la scena abbia veramente avuto luogo o, per dirla nuovamente con le parole di Roland Barthes, “più il trauma è diretto, più la connotazione è difficile”, “nessuna categorizzazione verbale può aver presa sul processo istituzionale della significazione”. Ed è vero: è difficile dire di più delle sue immagini di quel che vediamo in esse. 

 

Per questo ci si chiede cos’è la dipendenza sessuale di cui parla l’artista. “Lo voglia o no, non sfugge alla sua sorte: la schiavitù sessuale è la più forte”, recita con un senso di ineluttabilità l’omonima ballata inclusa nell’Opera da tre soldi di Bertolt Brecht, alle cui parole si è ispirata la fotografa. Cosa resta oltre il suo autoritratto dal volto rigonfio, dopo essere stata violentemente percossa dal suo amante, o al di là della fotografia di un corpo con un livido a forma di cuore impresso sulla coscia? Resta la dipendenza da ciò che sembra essere perennemente vivo nella sua imperfezione. Tutte le immagini sono momenti di questa consapevolezza. Non c’è alcuno sfasamento tra la forma e la realtà. Le fotografie e il loro fluire contengono ciò che è inevitabile da riconoscere nella sua effettività, ciò che è empiricamente certo e legato alla libertà che alle immagini, dinnanzi ai nostri occhi, attribuisce attrazione o repulsione. 

 

Nan Goldin, Couple in bed, Chicago 1977 © Nan Goldin.


La Ballad è tutto questo: il ritmo di una feroce intimità che resiste nella sua consistenza dinnanzi agli occhi di tutti, completamene esposta, al di là del tempo che scorre e consuma le cose. Essa suggerisce la certezza che il gesto della creazione può davvero colmare il vuoto della perdita. È l’eccesso della vita che si oppone al nulla. Non conta se le immagini sono mosse, sfocate, imperfette. La passione non è disordine? La vita di Nan Goldin ha questa forma ed è una forma sfatta e disperata, che riesce a tenere il nostro sguardo aderente ai volti e ai luoghi raffigurati, nello stesso modo in cui è accaduto a lei. Il suo è un modo di fotografare che ha aperto il vissuto della quotidianità e dell’eccesso e li ha trasformati in relazione, passaggio, contatto. La fotografia diventa una forma di esperienza, si potrebbe dire l’esperienza diretta dell’“originale”. Anche noi siamo dentro l’immagine: guardiamo il mare a Coney Island, siamo seduti sulle panchine in Tompkins Square Park, ammiriamo dall’alto i tetti di Bowery. E poi siamo a Boston, Merida, Londra, Monaco, Berlino travolti in una ballata, un flusso ininterrotto di fotografie, la storia di una vita: quella di Nan Goldin. 

 

Nan Goldin, The Hug, NYC 1980 © Nan Goldin.

 

Fin dai primi anni Settanta Nan documenta ogni aspetto della propria esistenza e di quella dei suoi amici più cari. Le sue prime foto scattate a vent’anni, erano una serie di immagini intitolata Drag Queens, che ritraevano la cerchia di amici di due drag queen con cui lei viveva. Nel 1978 si trasferisce nel Lower East Side di Manhattan e continua a fotografare gli amici e gli artisti che frequenta; una delle prime volte in cui viene proiettata la Ballad è in occasione del compleanno di Frank Zappa in un night club a New York nel 1979: il pubblico è costituito per la maggior parte dagli amici fotografati. L’ultima volta che è stata in Italia risale al 1986, quando ha proiettato la Ballad al Plastic di Milano.

 

Nel 1985, l’inclusione alla Whitney Biennial a New York, segna il primo interessamento istituzionale di rilievo nei confronti del suo lavoro e la pubblicazione l’anno seguente del suo primo libro The Ballad of Sexual Dependency. Nel saggio introduttivo Nan Goldin racconta della sua infanzia, della voglia di fuggire, del suicidio della sorella a cui era molto legata e alla quale è dedicata la Ballad. Rievoca la storia del suo amore per Brian, il cattivo ragazzo “on the Bowery roof”, delle violenze da lui subite, della dipendenza dal suo corpo. 

 

Eppure non vi è nessuna nostalgia. Non si torna indietro perché tutto vive, tutto è nelle fotografie. “Se ogni immagine è una storia, allora l'accumulazione di queste immagini si avvicina all'esperienza della memoria”, afferma la fotografa. “È una storia senza fine". Per questo ognuna delle sue immagini non rappresenta il passato, ma molto di più: uno stralcio di ciò che potremo continuare a vedere nel suo infinito presente. Come dice una delle canzoni della colonna sonora: “I’ll be your mirror”.

 

Mostra: Nan Goldin, The Ballad of Sexual Dependency, a cura di François Hébel, presso La Triennale di Milano, dal 19 settembre al 26 novembre 2017.

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