Barthes. Parigi, 13 novembre

Il 13 novembre 2015 si apre a Parigi, per commemorare il centenario della sua nascita, un sontuoso colloquio su Roland Barthes. La sede è il Collège de France: là dove RB tenne i suoi ultimi corsi sul Vivere insieme, il Neutro, la Preparazione del romanzo. Là dove stava recandosi, quella mattina del febbraio 1980, quando fu investito dalla famigerata camionetta che nel giro di poche settimane gli tolse la vita. A inaugurarlo è Antoine Compagnon, il più noto fra i suoi allievi, e nel corso della giornata intervengono, fra gli altri, Julia Kristeva e François Hartog, Georges Didi-Huberman, Patrizia Lombardo, Marc Fumaroli, Patrick Mauriès, Éric Marty, Philippe Roger.

 

Quella notte, da quelle parti, succede quel che succede. La mattina dopo il Collège è chiuso. La seconda giornata del colloquio non può tenersi. Uno sparuto gruppo di convegnisti si incontra comunque dinnanzi ai cancelli. Qualcuno propone di trasferirsi al bistrot più vicino e continuare là gli interventi, il dibattito, la rievocazione. Trovata molto parigina, accolta dai presenti con evidente angoscia, mesta rassegnazione, pochissima convinzione. E consumata in gran fretta. Il colloquio viene rinviato a data da destinarsi. Le relazioni di Paolo Fabbri, Tiphaine Samoyault, Jean-Marie Schaeffer, Richard Sennett e parecchi altri si terranno chissà quando.

 

Si è chiuso così, nel peggiore dei modi, il densissimo anno di celebrazioni del centenario barthesiano. Un anno che si voleva festoso oltre che pensoso, allegro oltre che critico, nel corso del quale si sono moltiplicate manifestazioni ed eventi d’ogni tipo, pubblicazioni, libri, riviste, siti web, pagine Facebook, mostre, seminari e convegni in moltissime parti del mondo. Al punto che un bilancio sarebbe, prima che insensato, frettoloso. Bastino alcune sensazioni personali, idiosincratiche ma, forse, diffondibili, come RB con la sua stravagante idea della mathesis singularis ci ha insegnato a fare – ma con estrema cura, parsimoniosa riproposizione.

 

La mia impressione è che l’anno barthesiano appena concluso abbia ufficializzato, e perciò sclerotizzato, alcune tendenze critiche (chiamiamole così) che fanno di RB un santino tanto innocuo quanto noioso. Di fatto erodendo, con l’inattuale originalità che esprime, l’interesse intellettuale e letterario, filosofico e artistico nei confronti della sua opera.

 

La prima di queste sciagurate tendenze è quel che potremo chiamare biografismo esasperato. Nutrito da un’ingenua, frettolosa interpretazione di quel soggettivismo come forma paradossale di sguardo scientifico che RB ha professato quanto meno dal Piacere del testo alla Camera chiara, il biografismo esasperato ha privilegiato la cronaca minuta delle vicende personali alla lettura più o meno attenta dei testi. Una specie di riproposizione di quella funzione autoriale che lo stesso RB, memore del Contre Sainte-Beuve proustiano, aveva dichiarato fuori corso, a suo dire definitivamente, in ogni seria analisi del fatto letterario, in particolare, e di quello culturale, in generale. In piena effervescenza formalista RB parlava di ‘morte dell’autore’: l’atto della scrittura cancella il soggetto che la produce, trasportandolo semmai, trasfigurato discorsivamente, all’interno del testo. L’io che scrive non è mai l’io che vive, di modo che parlare dello scrittore è rintracciarne le tracce entro un’opera che, eternandolo, lo uccide. Ma oggi tutto ciò sembra dimenticato, in un tripudio di sedicenti analisi filologiche su liste della lavandaia che, manco a dirlo, emergono a più non posso da cassetti a doppio fondo, cartelline bisunte, ingialliti quaderni d’appunti smarriti nell’oscura soffitta della lontana casa di villeggiatura. Così, le palpitazioni per la perdita della mamma, i diari di viaggio in orienti improbabili o i pruriginosi elenchi delle checche d’una sera sembrano avere la meglio sui grandi Miti d’oggi e perfino sui Saggi critici, al punto da far perdonare – giuro: l’ho letto – le tentazioni strutturali e semiologiche del RB studioso e (massima pecca!) professore.

 

La seconda di queste tendenze, intrecciata alla prima, è quel che chiameremo storicismo sterile. Anche qui paradossalmente, RB – tenace paladino della sincronia contro la diacronia, dell’articolazione sistemica contro il flusso temporale – è divenuto un oggetto da considerare storiograficamente, un fenomeno che il tempo, incasellandolo in un’epoca qualunque purché non la nostra, ci rimanda ripulito, innocuo, sterilizzato appunto. Per RB la storia è un discorso come tanti, con sue precise regole, al pari di quello letterario o di quello amoroso; non un atto intellettuale che tiene a distanza personaggi, ambienti o situazioni. Va bene assumere uno sguardo storico verso il mondo, purché, da una parte, non sia storicista e, dall’altra, sia consapevole dei dispositivi che mette in campo, degli obiettivi che intende perseguire. Storicizzare Barthes è perciò tradirlo due volte, con la cattiva coscienza di chi, come lo struzzo con la testa sotto la sabbia, fa finta di non capire (o non capisce realmente) ciò di cui pure pretende di discutere. Da qui, per esempio, la lunga serie di accostamenti più o meno casuali fra RB e altri autori. Tra questi, i più gettonati sembrano essere – al di là dei prevedibili Saussure e Flaubert, Lévi-Strauss e Lacan – Bataille, Foucault, l’immancabile Benjamin, Schumann, Picasso, Rabelais, Stendhal, Levi (Primo e Carlo), Brecht, Contini, Rivette (Jacques), Chanel (Coco), Colette… La focalizzazione storiografica che lo riguarda diviene ciò che egli più aborriva: una cronaca di uomini soli, da accoppiare a due a due secondo i casi e il caso, a dimostrazione – tanto puerile quanto ostinata – di un iperspecialismo da applicare al più tenace dei dilettanti moderni: “io sì che ne so (e che ne posso parlare)…”.

 

Una terza tendenza è l’estetizzazione forzata, la quale tende a riproporre la figura di RB non come un teorico ma come uno scrittore, mancato forse, ma pur sempre da annoverare, anche qui con meticolosa ricerca di una determinazione rassicurante, entro le maglie della tradizione letteraria. Sì, d’accordo – si sente dire – RB è stato esperto di teatro e opinionista illustre, linguista e critico letterario, sociologo e semiologo; eppure non era un semplice scrivente ma un vero e proprio scrittore, a dispetto del fatto che, nell’alveo vasto e variegato e cangiante dei generi letterari, nessuna delle sue opere trova spazio. Si tratta di una petizione di principio, basata più su sparute dichiarazioni dello stesso RB (lette in estrema superficie) che su un’effettiva comprensione dei suoi più concreti intenti di pensiero. Se c’è una cosa contro cui RB ha più combattuto è l’opposizione fra scrivente e scrittore, critico e autore, studioso e letterato; insistendo semmai per un’ibridazione felice, fattiva, astuta di questi due ruoli che solo un irritante tardoromanticismo, foraggiato dai media di massa, ci ha rimandato come disuniti. Per RB ciò che conta è il romanzesco, non il romanzo; la lunga e complessa gestazione dell’opera letteraria, non la sua effettiva realizzazione.

Occasione sprecata dunque? Un centenario da dimenticare? Per nulla. Di cose interessanti ne son state dette e fatte parecchie. Non ultima quella, in generale, d’aver onorato la memoria di un personaggio unico nella storia culturale del Novecento che ha ancora parecchio da insegnarci, da suggerire, da indicare come pertinente. Non per la sua vita più o meno interessante. Né come oggetto di un passato supposto glorioso. Né tanto meno per gli scritti letterari che non ci ha lasciato. Ma per quel suo sguardo leggero e penetrante, formale e critico, sistematizzante e frammentario che ha caratterizzato l’intera compagine delle sue opere. Leggendole e rileggendole, non vi cercheremo modelli o metodi, formule o profezie ma, appunto, visioni delle cose, punti di vista sul mondo, prospettive d’analisi e d’interpretazione. Prendiamolo forse come compagno di strada, senz’altro come una guida che ci precede per perderci. Lo ritroveremo dove meno che lo aspetteremo. Magari al bistrot. Nel brusio che vi domina, diceva spesso, possiamo difatti cogliere la sostanza più profonda del linguaggio.

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