Bellissime a scadenza

Ci sono delle storie che fanno di tutto per essere raccontate, arrivando perfino a sedersi accanto a alla voce narrante prescelta, come è accaduto a Flavia Piccinni, che, per una casualità fortuita, si è trovata ad assistere a un concorso di bellezza per bambine, grazie a cui ha deciso di intraprendere una serie di ricerche sul campo che l’hanno portata alla stesura di Bellissime, libro edito da Fandango e pubblicato a giugno 2017.

 

Piccinni prende per mano il lettore e lo guida nell’universo della moda bambino, un mondo presente e codificato, “fatto di piastre per capelli, piccoli tacchi, vestiti luminosi, rossetti”, dove qualsiasi elemento compreso al suo interno significa solo in relazione alla bellezza, opposta con vigore alla sua totale assenza, da considerare come un grado zero per cui non è previsto l'intervento della storia, della società, della cultura. delle ideologie. Insomma o c’è la bellezza o il nulla assoluto, non sono previste vie di mezzo.

Date queste premesse, il sistema della moda infantile si configura come un insieme di rappresentazioni collettive che trasformano le velleità famigliari in un universale culturale, un canone che irregimenta l’immagine del sé e l’identità auto-percepita dei bambini. 

 

Ci troviamo nel bel mezzo di un processo di “principessizzazione” in cui lo svezzamento coincide con le basi del dover essere in una data cultura, imbevuta di flash, glitter, e book fotografici.

Le Bellissime in miniatura sono al centro di un processo di costruzione di un immaginario dove lo sguardo determina le relazioni in gioco: devono essere per forza guardate per raggiungere uno status sociale degno di nota, per ottenere riconoscimenti, o, peggio ancora, perché la loro esistenza acquisisca senso a partire dalla bellezza dei loro corpicini. I cuccioli, di uomo e di animale, generalmente innescano nell’adulto un sentimento di tenerezza, una passione pura, tenue, che, almeno in teoria, dovrebbe essere scevra da connotazioni altre, impronunciabili e sgradevoli. Di sovente basta aggiungere l’ingrediente cucciolo carino per rendere un qualsiasi contenuto virale, generando effetti di senso travolgenti.

 

Come confessa alla Piccinni un addetto ai lavori, la forza dei cuccioli è la freschezza, la genuinità, ragion per cui il sistema moda bambino regge ancora, a differenza di quello degli adulti, da lui stesso definito “malato”. Dunque da un lato abbiamo il non plus ultra della tenerezza, da un lato una sovraesposizione allo sguardo che prevede un’adultizzazione precoce racchiusa in “un boccolo arricciato, un sorriso tirato, un filo di rossetto e di fard”. Le baby modelle vengono praticamente costrette a farsi guardare da genitori in cerca di rivincite sociali, di miseri guadagni, o semplicemente in preda a manie di protagonismo mediatico, dalla durata labile al pari dell’infanzia, se rapportata a quella dell’intera vita di un essere umano. I piedini di queste aspiranti Brooke Shields calcano piedistalli effimeri, traballanti, che vengono innalzati e distrutti nell’arco di una campagna pubblicitaria, o di una sfilata, ma bastano a sacralizzare i tratti caratterizzanti della bellezza infantile.

 


Non basta essere cuccioli per essere considerati belli, ma esistono dei diktat ben precisi: occhi chiari, capelli biondi o castani, corporatura longilinea. La più recente e chiacchierata incarnazione di questi canoni è Sofia, 10 anni, la serial killer anti-buonismo natalizio, nota per gli spot di un marchio italiano di prodotti dolciari. A quanto si legge in vari articoli sparsi sul web da grande non vuole fare l’astronauta, bensì l’attrice, un mestiere in cui i tratti angelicati di Sofia non andrebbero sprecati, soprattutto se hanno il potere di rendere meno fastidiose le battute pronunciate dal personaggio grazie al quale ha raggiunto la fama, provocando un effetto straniante. 

 

Il problema è che raramente le mini-Bellissime riescono nel loro intento, come puntualmente dimostra Piccinni, a parte le eccezioni che confermano la regola tra cui le due adolescenti insignite del titolo di bambine più belle al mondo, cioè Kristina Pimenova e Thylane Blondeau, figlie d’arte e mostri sacri dei social network con circa 2m di follower a cranio boccoloso, bersagli prediletti di hater, troll e benpensanti. Per tutte le altre, ossia la maggioranza, la parabola della notorietà è equiparabile alla velocità con cui un meteorite si schianta al suolo, giusto per perpetuare la precedente citazione pubblicitaria.

 

La celebrità a breve scadenza è dovuta a quel naturale processo di sviluppo di un essere umano chiamato crescita, a cui corrisponde un aumento dimensionale che tende a cancellare i tratti da bambola delle bambine e, ça va sans dire, a superare i 130 cm di altezza, le colonne d’Ercole per essere considerate baby modelle. Già, perché alla base dello stereotipo di bellezza infantile ci sono proprio i giochi che dovrebbero servire a divertirle, non a gettarle nel mondo del lavoro privandole dei momenti ricreativi atti a incentivare le loro funzioni intellettive e motorie. Le bimbe devono essere belle come le bambole con cui giocano, quelle che chiedono in dono, oggetti umanoidi e inanimati. Non a caso ogni 3 marzo, in Giappone, si festeggia l’Hina matsuri, la festa delle bambole o delle bambine, durante cui si prega per il futuro luminoso di queste ultime, cercando di trasferire i cattivi auspici nelle bambole esposte in casa secondo un preciso ordine stabilito per tradizione. La bambola è un medium per la bambina o viceversa? O ancora, la bambola è creata per somigliare a una bambina o avviene l’esatto contrario? Il problema sta nell’intendere la bellezza come una “cromia sentimentale”, dalla cui presenza/assenza dipendono la felicità e la tristezza dei bambini. In questa dimensione parallela, neanche troppo sommersa, la bellezza vale come un’assiologia, i cui valori “ passano per l’altezza, il peso, il colore dei capelli e degli occhi, la perfezione del sorriso”.

 

Le bambine belle sono bambole non solo perché rispecchiano in toto il suddetto sistema di valori, ma anche perché devono comportarsi da tali con gli adulti, facendosi vestire, truccare e acconciare in silenzio, cercando di dare meno fastidio possibile, senza espletare i bisogni fisiologici primari come mangiare o andare in bagno, dato che in gioco ci sono gli interessi economici di grandi aziende e il prezioso tempo dei professionisti del sistema moda. La figurativizzazione dell’infanzia diventa la sua più crudele antitesi, dotata del potere di accorciarla in maniera sostanziale in quanto prima si attua la scalata al prestigio, prima ci si realizza come esseri umani degni di nota. Con buona pace delle famiglie impantanate nell’immobilismo sociale. I genitori a scuola gridano allo scandalo per una merendina in meno, ma condannano i loro figli a più ore lavorative di uno stagista sfruttato nel nome di una diretta Facebook, realizzata da una piccionaia durante una sfilata di Pitti Bimbo, dove ogni frame urla «ce l’ho fatta!». Alla luce delle ricerche di Piccinni, il sistema moda bimbo sembra quasi un Leviatano a cui tutti i genitori consegnano di buon grado il loro bene più prezioso, non la libertà, ma i figli, col fine di ottenere 5 minuti di celebrità e, se va bene, qualche euro extra.

 

Il termine infanzia trova le sue radici etimologiche nel verbo latino arcaico fari, parlare, che accompagnato al prefisso di negazione in indica l'incapacità di parlare. Nonostante le Bellissime incontrate da Flavia Piccinni posseggano la capacità di esprimersi, in realtà non sono altro che fantocci, parola dall'origine in comune con infante, sui cui gli adulti agiscono da ventriloqui, parlando al loro posto. Dal verbo fari deriva anche fato, la parola pronunciata dalla divinità, e qui la connessione con l’infanzia diventa ancora più forte perché è l'età in cui incomincia a compiersi il destino, probabilmente legato al sesso di appartenenza e all'influenza dei genitori. In effetti i “piccoli corpicini-mannequin” vengono educati secondo il precetto per cui incarnare “l’immagine dei vestiti” è più importante di tutto il resto, ignorando di essere stati depredati dei loro diritti primari, di ciò che determina in maniera preponderante la loro maturazione, come la scuola, lo sport e i giochi. Il loro processo di evoluzione da piccoli a grandi esseri umani viene strutturato in base alla brama scopica e morbosa degli adulti che li strumentalizzano per soldi e fama, rendendoli facili prede per dei mostri a cui nessun genitore dovrebbe volere esporre i figli. Il problema sta nel fatto che alcuni genitori, quelli particolarmente “densi”, considerano i figli come una propria protesi, un modo per migliorare un passato ricco di frustrazione e risentimento, un corpo secondo attraverso cui raggiungere obiettivi tanto agognati.

 

Gli infanti non sono capaci di ribellarsi e subiscono le ossessioni dei genitori, convinti che saltare qualche giorno di scuola o avere un budget extra per giocatoli e viaggi faccia comodo ai figli per primi. 

Che sarà mai stare un pomeriggio intero su un set senza andare in bagno o fare merenda, oppure fare il giro dei vecchi e nuovi media finendo sugli schermi dei pervertiti? I vaccini non sono forse peggio di trucco e parrucco? 

Si tratta di domande retoriche, ovviamente, a cui cerco di rispondere con le parole di Flavia Piccinni: “Sono solo fotografie. Sono solo rossetti. Sono solo mascara. Sono solo vestiti corti. Sono solo tacchi. E loro, non sono solo bambine?”

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