Bestiale

Il titolo della mostra torinese sugli animali nella storia del cinema colpisce per la sua disarmante immediatezza: ‘bestiale’ non è un aggettivo come gli altri, non indica una qualità del nome a cui si accompagna, ha una sua sonora e potente autonomia, è un’esclamazione che dice stupore, meraviglia, sorpresa ma può anche venire impiegato per indicare un livello estremo di degradazione dell’umano. L’animale, per consolidata tradizione filosofica e dottrina religiosa, almeno fino ad anni recenti, è stato considerato come un essere senziente sprovvisto di logos, quindi inferiore. E proprio perciò lo si è anche considerato come un essere enigmatico, talora pericoloso con cui non è possibile intrattenere una relazione attraverso il linguaggio. Per lo meno non nel modo in cui comunicano gli umani. Ma questo limite si è sempre rivelato un formidabile volano di emozioni e di meraviglie: l’animale, proprio in virtù di tale carenza, comunica in forme diverse: usando il corpo, emettendo suoni che dobbiamo interpretare, esprimendo la sua relazione con noi attraverso lo sguardo.

 

 

Questa strana polarità della nostra relazione con il mondo animale, fatta di vicinanza e distanza, di empatia e paura ha acceso l’immaginazione probabilmente dalle più remote origini dell’umanità.

E qui siamo già nel centro dell’ideazione di una mostra che non è solo un omaggio scontato a una presenza, che fin dalle sue origini ha caratterizzato il cinema e le sue numerose stagioni. 

L’animale davanti alla camera da presa, ma assai prima nella letteratura, è soprattutto una proiezione dell’umano, metafora delle sue emozioni, del suo modo di comunicare con il mondo, delle sue virtù e dei suoi vizi, in una parola del suo essere uomo.

Di questa complessa e affascinante macchina metaforica gli organizzatori della mostra torinese hanno esplorato con grande intelligenza le sue molte diramazioni storiche dalle origini ancora ottocentesche – si comincia con l’esperimento precinematografico di Eadweard Muybridge del 1878 che tentò di riprendere la corsa di un cavallo – fino a Adieu au language, l’ultimo film di Jan-Luc Godard del 2014, dove nella generalizzata catastrofe della comunicazione umana un cane sa esprimere ciò che le parole non sanno più dire.

 

Le dieci sezioni tematiche in cui è suddivisa la mostra – dalla recitazione animale all’animale antropomorfo, dall’amico dell’uomo all’animale come minaccia, (Gli uccelli di Hitchcock e lo Squalo di Spielberg) – si snodano lungo un percorso espositivo a salire all’interno della Mole antonelliana. Un percorso che dopo le prime presenze animali nel cinema osserva cosa accade al personaggio animale con l’avvento del sonoro, nel 1929, per poi passare attraverso tappe intermedie alla nascita della grande cinematografia holliwoodiana con i suoi colossal, primo tra tutti il mitico King Kong o Cheeta, la scimmia di Tarzan, fino alle fortunate serie televisive degli anni del secondo dopoguerra. Questo viaggio a ritroso nel tempo, che si avvale, è bene sottolinearlo, di una ricchezza straordinaria di sequenze tratte da pellicole celebri, di fotografie e manifesti d’epoca, di backstage e macchine di scena, è un viaggio nella nostra memoria che ci riporta agli anni di infanzia o alle molte infanzie che la mostra ha messo in scena e di cui gli animali presentati sono state le icone che ancora oggi giganteggiano nei nostri ricordi. 

La mostra torinese, vista da questa prospettiva, è una potente macchina della memoria individuale e collettiva in cui noi tutti finiamo per riconoscere presenze fondamentali del nostro immaginario. 

 

C’è però anche un’attenta e avvincente filologia in questa topografia di pellicole animali allestita da Davide Ferrario e Donata Pesenti Campagnoni. Così scopriamo come sono state fatte le celebri riprese di Rin Tin Tin che vediamo fotografato sulla scena con il suo proprietario e addestratore Lee Duncan. Oppure vediamo l’attore Marco Paolini insieme al gigantesco Brumi sul set de La pelle dell’orso assistito dall’animal trainer. Si scopre infatti che molte sequenze, quelle che ci hanno lasciati ammirati e stupefatti quando le abbiamo viste da bambini ma anche da adulti, sono il risultato di un lavoro di mesi e anni per trasformare l’animale in attore. Non si è trattato di addestrarlo soltanto ma di trasformarlo appunto in interprete, anzi in protagonista abituandolo ai ritmi talvolta sfibranti delle riprese e delle loro molte ripetizioni.

Impossibile non vedere in questa mappa della memoria cinematografica in versione animale la mano di un regista come Davide Ferrario, che non solo sa come si gira un film ma che sa scoprire in ogni film la storia del cinema. Una storia in perenne oscillazione tra immedesimazione simpatetica e straniamento. Si sa che nel caso soprattutto di film famosi il vedere la macchina da presa, il set con gli allestimenti di scena, gli attori in attesa del ciack produce inevitabilmente un effetto di disincanto. Ma nel caso della recitazione animale, forse perché l’espressione delle loro emozioni tocca in noi corde affettive profonde, questo effetto è moltiplicato. 

 

È su questa geografia sentimentale che i curatori della mostra hanno costruito le loro prospettive di lettura di un secolo e più di cinema all’insegna del protagonismo animale. Il percorso che propongono ci fa ad esempio riflettere sui diversi gradi di finzione che la recitazione animale comporta fino ad assorbire totalmente l’essere fisico nel personaggio e nel ruolo che esso interpreta. Cani, gatti, cavalli, scimmie o bestie feroci perdono così i loro connotati reali ed acquistano una valenza simbolica che non dice soltanto della loro metamorfosi ma mostra in filigrana la metamorfosi che il cinema tutto, anche quello più dichiaratamente realistico, opera da sempre sul ‘personaggio uomo’ e su come egli vive la sua vita. La storia degli animali nel cinema finisce così per essere una storia delle strategie con cui noi spettatori inconsapevolmente abbiamo addomesticato la diversità animale rendendola parte integrante delle nostre relazioni affettive.

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