Borgo in festa nel Salento

Salento di mare e di cieli indaco, Salento di pizzica, di terra rossa e di ulivi. Salento vicino, troppo vicino all’Ilva di Taranto, al petrolchimico di Brindisi e ai loro venti tossici. Salento scempiato dalla Xylella che brucia gli ulivi a macchia di leopardo, ora ad Alezio, sulla costa ionica, ora a un centinaio di chilometri nel brindisino, a Oria, e molti sono convinti che si tratti di untori che inoculano il batterio. Salento insidiato dall’inutile impianto Tap, il gasdotto che arriva dal confine tra Turchia e Grecia, attraversando l’Adriatico, per sbarcare a Melendugno e sradicare piante secolari, in uno dei luoghi di terra e di mare più belli, una costa rocciosa piena di resti archeologici che vanno dall’età del bronzo al medioevo, dai Messapi in contatto con la Creta di Minosse ai Bizantini e oltre.

 

Proprio vicino a Melendugno si è aperta l’estate delle sagre del Salento con Borgo in festa, una tre giorni di musica, teatro, cinema, artigianato, cibo, arte, discorsi, nel paesino antico di Borgagne. Dall’1 al 3 giugno si è svolta, nella piazza, nelle corti delle vecchie case contadine, davanti al castello, una sagra anomala, che non mira tanto a fornire l’immagine più facile e folcloristica di questa terra – quella che attira turisti d’estate, tanti da rendere ormai il Salento sovraffollato e addirittura consumato (il turismo sarebbe un altro dei flagelli da aggiungere alla lista, più recente, spesso scervellato, in cerca di un equilibrio con l’ambiente e le popolazioni). L’intento di Borgo in festa è ragionare su cosa è questo territorio, quali sono i suoi problemi anche gravi, riattivare in modo profondo la memoria, capire come essere comunità oggi e come andare avanti puntando su diversi modelli di sviluppo. 

 

Spettacolo “Cibi che fanno comunità”.


Per esempio: l’associazione che organizza la festa – un bel gruppo di persone principalmente giovani guidate da Angelo Pellegrino e Palmina Surdo – si chiama Ngracalati, che sta per qualcosa tipo gracidanti, e il simbolo della manifestazione è una rana. A memoria del fatto che una volta questi erano acquitrini, paludi malsane, redente da un lungo lavoro dell’uomo, da una lunga cura della terra. Al fianco di questa associazione, impegnata anche in attività di volontariato in Africa (nella festa c’era un banco con pesca benefica a favore dei bambini di Ouenou in Benin), c’era Franco Ungaro, dinamico organizzatore culturale, fondatore dell’Accademia mediterranea dell’attore. 

E partiamo dal programma proposta da Ungaro. In una corte, la prima sera della festa, è stato rappresentato Cibi che fanno comunità, una storia del grano e delle sue trasformazioni culinarie con cena, ideata da Angelica Dipace e dal cuoco Simone Bisio e interpretato da Angelica Dipace, Giulia Piccinni, Benedetta Pati, Antonella Sabetta, Carmen Ines Tarantino. Le ragazze, allieve dell’Accademia di Ungaro, hanno svolto per alcune settimane ricerche sui cibi, e in particolare sui pani, tra la gente di Borgagne, raccogliendo storie di un paese in cui, come in tanti altri della zona e non solo, il forno era luogo centrale di ritrovo e di scambi sociali. Le notizie scavate dai ricordi delle famiglie le hanno raccolte in una narrazione teatrale con una temperatura sospesa tra la malinconia e la voglia di far rivivere se non atti persi forse per sempre almeno uno spirito, portando in scena a cantare anche alcune donne di varie età. 

Nelle tre sere Ungaro ha proposto anche tre incontri-racconti teatrali, riuniti sotto il titolo Grida di terra. Il primo era Vico ospizio. Storia di vita e di fabbrica di Giovanni Guarino, attore-narratore di lungo corso, con antenne aperte sul sociale: la storia di Taranto vecchia e del lavoro all’Ilva. Il secondo appuntamento, Grande industria e inquinamento, con Stefano Martella, spostava l’accento sul petrochimico di Brindisi e sulla maledizione della plastica. Il terzo si intitolava Mamme no Tap e vedeva in scena Serena Fiorentino, del movimento.

 

La piazza di Borgagne.


Per la prima volta alla festa, che si fa da quattordici anni, era associata la rassegna di corti cinematografici Off-Ortometraggi Film Festival. Partecipavano pellicole provenienti da vari continenti, sempre sul rapporto tra l’uomo, la natura, l’agricoltura (la giuria era presieduta da Marco Giusti ed era composta di giornalisti e autori di esperienza internazionale). Si sono viste immagini raccontare la coltura della pestenaca, la carota, ma una carota gigante cresciuta in terre buone, il dolore per la morte degli ulivi in un corto a soggetto, con un padre disperato e un figlio che abbraccia i tronchi antichi contorti spogliati di rami foglie e frutti dalla Xylella, una lode delle piante selvatiche, un divertente film di animazione alpino sulle ruspe come unica specie che veramente lascia segni di sé nelle montagne. Tra le altre pellicole si segnalava I campi sperimentali, la storia vera di un giovane che si mette in traccia dei semi antichi di grano, attraverso ricerche storiche dal paleolitico a oggi, agronomiche e dialogo con gli anziani, per ritrovare la specie “del miracolo”, sette spighe su un solo stelo, una varietà che cresceva su terreni arenosi. Ma quasi tutti i corti presentati avevano forti motivi d’interesse (e dimostravano un grande impegno).

 

La notte delle cento chitarre.


La musica, naturalmente, era padrona, in serate che andavano avanti per ore e ore, fin quasi all’alba. Pizziche con chitarre e tamburelli, ma non solo. Pizziche a dialogo, a improvvisazione, dialoghi tra musica salentina e suoni di altre parti del mondo, racconti in musica di storie di vita, di antiche sofferenze e di vecchie e nuove voglie di cambiare le cose. Confessioni a bassa voce, sotto le stelle, trascinati da un ritmo che porta vicino alla trance, con bambini che suonavano il tamburello con virtuosismo da professionisti. Erano Danze di terra e Canti d’amore la prima sera, musiche di una vasta area del Sud la seconda con il concerto D’amore e dë sdegnë, per finire ancora col pulsare dell’antica musica che curava il male di sole repressione e troppo lavoro, la pizzica dei tarantolati, con Ghetonìa, ancora la terra, benedetta e maledetta, nel concerto diretto da Roberto Licci in dialogo con il fado di Marco Poeta come ospite, un altro dolore, un altro strazio, che si fa ritmo, languore, musica.

Ma anche ritmi con zappe e altri strumenti agricoli della fantastica Unzapzap Band diretta da Luigi Morleo, e il concerto con cento chitarre (e relative tammorre e tamburelli) diretto da Luca Morino con Andrea Rizzo, un’irruzione, sul palco davanti alla bella chiesa barocca del paese, di persone di tutte le età con chitarre in un sabba scatenato e allegro. 

 

Resti archeologici di Roca vecchia.


Raccontare tutto di quei giorni è difficile: le gite in barca nel mare troppo azzurro, e incontri a un certo punto una lunga striscia di rifiuti di plastica, e poi arrivi in una caletta sotto le rocce con acque cristalline. La macchia mediterranea percorsa a cavallo per vedere apparire, come un’epifania, l’alta costa rocciosa con le sue torri di guardia dai saraceni. La visita a Roca antica, la rocca dei Messapi, con le sue grotte con scritte votive di marinai che dovevano affrontare senza bussola il mare, con i suoi “gialli” archeologici. Le celle dei monaci basiliani scavate sul mare. La visita a Naturalis, un antico villaggio contadino trasformato in resort con spa e culture di aloe, per trarne essenze e liquidi, a Martano. Il paese grecanico un tempo emanava odore di tabacco, una monocultura che invadeva tutto, lavorato in ogni casa e strada, appeso in trecce, e ora si è riciclato verso il turismo di qualità e verso colture sperimentali, con ulivi tra prati all’inglese e distese di lavanda, a testimoniare come l’idea di giardino sia una lotta continua (violenta o delicata) con la natura per realizzare l’idea di hortus, di piccola oasi, di miniatura di paradiso. 

 

Ingresso della tenuta Naturalis di Martano.


Le strade di Borgagne erano piene di bancarelle, di saporosi cibi locali, con una ferrea organizzazione dello smaltimento differenziato dei rifiuti per una festa che vuole invitare a guardare l’ambiente come un lungo libro nel quale scrivere qualche bella pagina inedita; un vecchio volume da non chiudere, da non strappare, da non bruciare. E poi venditori di piante, con manifesti sulle 100 specie di fichi del Salento, su albicocche e prugne, giusto un numero poco minore di varietà, sui dolci melograni… Tamburelli di ogni dimensione, monili di legno d’ulivo, visite a chiese che nascondono tesori barocchi, nel tufo duro e poroso del leccese, simbolo di una terra resiliente: assalito (il tufo, ma anche la terra) da mille fattori di degrado, ancor più splendente grazie all’erosione e alla patina del tempo, pronto a sfidare con la sua bellezza le avversità.

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