Breve storia delle mie matite

 

All’inizio non fu una matita ma un pezzo di gesso staccato dal muro delle piccole case di Ronco dei Vespri 6, a Ispica. 

Una pannocchia, poi, fu rivelatrice della storia della mia matita, poi matite. Ne fui consapevolmente cosciente perché per una pannocchia conobbi o mi fu presentata la 6B dal mio insegnante, maestro di Educazione artistica. Era la seconda media. Il primo anno fummo, un po’ tutti, costretti a fare degli esercizi elementari, come tracciare linee parallele, provare a fare dei graffiti con dei pastelli a cera e piccole prove con colori a spirito e nei casi migliori con acquerelli con risultati dubbi, nessuno escluso. Il secondo anno, alcuni almeno, non tutti, fummo costretti a fare una prova dal vero con i colori ad olio messi a disposizione dell’istituto, dipingemmo una natura morta formata da un vaso e un drappo di velluto blu, o rosso, potevamo scegliere.

 

 

Un disastro fu il mio contatto con il colore. Il maestro, posso dirlo, era un cattivo maestro, non diceva niente, non faceva nulla se non leggere il giornale o sprofondare in una noia che poi ribolliva in una specie di ira quando passava a visionare le nostre intimidite – è proprio il caso di dirlo – prove di disegno – i colori erano banditi perché sporcavano e perché, a suo dire, eravamo degli incapaci, scarsi. E io avevo talento in disegno, non sarei mai diventato un pittore – a suo dire – ma non sapevo nulla, di matite, di tecniche, di chiaroscuro, di tratteggio e solo istintivamente riuscivo a risolvere le difficoltà dal vero cercando di inseguire con segni quanto vedevo o quanto mi suggeriva la cosa veduta. E un giorno misi davanti a me una pannedda, una spiga di mais o granturco portato a casa da mio nonno paterno.

 

Osservata la pannocchia in principio mi intimoriva disegnare tutti quei chicchi gialli e luminosi, ma poi compresi che poteva essere quella una prova importante, per me, per capire fino a che punto ero capace di ispezionare e risolvere con dei tratteggi l’infiorescenza di mais. Era solito, il maestro, passare silenziosamente dai banchi col terrore di tutti perché spesso, almeno i maschietti, eravamo sorpresi da sonore sberle che facevano ridere tutti eccetto il malcapitato o perché non era stato capace di disegnare bene un cavallo, o una pecora, o un fiore o, come era successo a me, perché avevo disegnato una mucca pezzata rossa e colorata, con suo orrore, con matite rossa e nera.

 

Arrivò la sberla e mi disse se mai avessi visto una mucca marrone e nera pezzata, mai, risposi, e sbamm!, ecco una sberla, una tirata d’orecchi poi. E tutti a ridere. Mai, tu mai sarai un pittore, mi disse. Però quando vide il disegno, quella pannedda ormai quasi finita, mi disse, aspetta un momento. Andò verso il suo banco, prese il suo borsone di pelle e tirò fuori una matita gialla bene appuntita con in testa un rettangolo marrone una lettera dorata stampata, una B, Black, e un numero, 6, morbida e nera. Questa matita ti aiuterà a risolvere meglio il tratteggio del chicco, e me ne disegnò un paio su un foglio. Prendila, è tua. Tornai al lavoro. Con pazienza ripassai i chicchi, uno ad uno tratteggiando come l’avevo visto fare e mi sorpresi come fosse stato facile rianimare un disegno che con una matita dura, ma poteva essere una qualsiasi, non ero riuscito a fare. 

Dal 1979 al 1982 ho formato circa 3500 disegni.

 

 

Ho disegnato fino a 25 anni; la 6B fedele.

Ho ripreso a disegnare nel 2013 perché ho cominciato a scrivere e disegnare Apologhi: in breve ho cominciato a disegnare i morti, e finti morti.

Oggi, per esempio, mentre sul pullman, il 22, volevo sottolineare alcune parole da Il libro contro la morte di Canetti cercavo una matita nella mia borsa e ho trovato una 8B – troppo grossa e morbida –; e insistendo ho trovato, nella mia ricerca, un astuccio di mine 0,5 HB, ma non il porta mine, e ho chiuso il libro.

 

Le altre matite:

 

Francesca Serra, Simonio e Lyndiana

Chiara De Nardi, Matita. Strumento divinatorio

Giuseppe Di Napoli, L'anima nera del carbone

Aldo Zargani, La matita del fato

Giovanna Durì, La prima matita e le sue compagne

Francesca Rigotti, Matita: veloce e lenta, giovane e antica

Maria Luisa Ghianda, Histoire d’H (di B e di F)

Guido Scarabottolo, Perdonare gli errori

La redazione, Una matita per l'estate. Il concorso doppiozero

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