Breve storia di alcune matite

 

La matita che porto con me in questo periodo è nera con piccoli disegni bianchi, ormai un po’ consumati, viene dal Museo Carnavalet di Parigi; matita da bookshop direbbero i puristi, vero, ma le mie arrivano quasi tutte da quei negozi posti all’ingresso dei musei, e tratteggiano e sottolineano benissimo; mi ricordano i viaggi che ho fatto. La matita che porto con me è il mio pezzo di mondo, è una valigia che mi segue, un bagaglio che si è fatto trovare. Con questa matita ho sottolineato poesie, ho preso appunti a margine dei libri. Sono certo che tutte le citazioni annotate degli ultimi mesi le abbia decise lei. La uso anche per correggere sul taccuino le cose che ho scritto a penna, la matita trova l’errore, quando riapro le pagine se riconosco il segno che ha lasciato la matita vuol dire che ci devo ripassare. C’è da correggere finché c’è traccia di matita. Alcune poesie le scrivo tutte a matita, forse perché quando poi eliminerò qualche verso voglio che sia un’eliminazione definitiva.

 

Porto con me anche una seconda matita, un matitone, forma geometrica, triangolare, arriva dalla National Gallery of Denmark, dove non sono mai stato, è un regalo. Mi piace quella punta un po’ grossa, serve per sottolineature o scritture destinate a rimanere perché è difficile da cancellare, una specie di matita in grassetto. Bisogna pensarci bene prima di usarla, sottolineare – per esempio – a colpo sicuro, meglio tenerla pronta se si riprende in mano Il mestiere di scrivere di Pavese, da lì mai ti verrà voglia di cancellare una sottolineatura o un’annotazione. Ammetto, però, di peccare ogni tanto e sottolineare con la penna, come a marcare una proprietà, se non sulla frase, sul libro. Uno scempio estetico anche perché sono incapace e non riesco a tirare linee dritte. C’è una poesia di Pagliarani che ancora grida vendetta.

La matita di mio padre è quella a cui guardo con affetto e nostalgia, la vedo, quasi sempre gialla, forse una Staedler classica, appoggiata sul tavolo, insieme a una gomma Pelikan e a La Settimana Enigmistica; la vedo più o meno da quando sono nato. Le cornici concentriche, i rebus, i Bartezzaghi, nulla andava risolto attraverso l’orrore della penna, nessuna cancellatura o sgorbio. Ogni cruciverba era, è e sarà completato a matita, senza sbavature. Sono cose di cui andare fieri. Siamo invecchiati, sono passati gli anni, le case e i tavoli, ma anche qualche giorno fa La Settimana Enigmistica era lì, con la matita di mio padre a dire: Bentornato.

 

Mi ricordo una matita rossa alle elementari, la usava la maestra, credo per correggere, quello che è certo è che mi piaceva il fatto che fosse rossa, così come mi piacciono quelle blu. A casa ne ho una blu, regalo della mia compagna, la preservo, è una specie di vestito buono, voglio che duri, che – se ci pensiamo – è la cosa peggiore che si possa augurare a una matita. La matita si compie nel suo consumarsi; ma questa voglio che duri, perciò la uso per cose importanti, mai sottolineare qualcuno che stia sotto il livello di un Gogol’. Ho anche un matitone doppia punta: blu da un lato, rosso dall’altro, un giochino, ma molto utile quando ho bisogno di colori diversi durante una revisione.

Ho avuto un matitone da carpentiere che non ho mai usato.

A matita segno sulla prima pagina di ogni libro i numeri delle pagine in cui ho sottolineato dei passaggi. Naturalmente li scrivo malissimo e poi non sono leggibili, e mi maledico.

Le matite sono sia affetto sia utilità, la questione non può essere scissa e non la scindiamo. F. Scott Fitzgerald nel 1921 cominciava una lettera al suo editor, Max Perkins, così: “[…] scusi la matita, ma stasera sono abbastanza stanco e scoraggiato dalla vita e privo dell’energia necessaria per impiegare l’inchiostro”.

 

Ho matite di carta, matite verdi, ho una matita che arriva dal Museo del Suono e dell’Immagine di San Paolo, ne ho una che viene da Berlino, un malloppo parigino, un clamoroso doppione dal Pompidou, una da Amsterdam, una da Palazzo Grassi, una da chissà dove, una con degli origami. Ne ho avuta una con tanti piccoli numeri 10 di Maradona.

 

Molte di queste sono regali ricevuti dalla mia compagna, e significano molto, perché regalare una matita è qualcosa di simbolico, è un passaggio, è pensare all’uso che un altro ne farà, immaginarlo, conoscerlo e dire: “Quando la userai ci sarò anche io”.

Amo le matite, le tempero male, sono negato per ogni cosa manuale che necessiti di un minimo di precisione, ma le matite non si lamentano.

Amo le matite, sono materiali di passaggio, proprio come noi, un po’ grigine come noi, sono come le nostre giornate, a volte calchiamo troppo, a volte quasi non ci si vede, ma ci siamo.

Avevo un amico, si chiamava Luigi Bernardi, faceva le dediche con la matita, concedendo ai libri un’altra possibilità. Gli ho voluto molto bene.

 

Libri:

 

Il mestiere di scrivere, Cesare Pavese, Einaudi

Sarà un capolavoro, F. Scott Fitzgerald, a cura di Leonardo G. Luccone, minimum fax

 

Le altre matite:

 

Mauro Zanchi, 2H

Francesco Lauretta, Breve storia delle mie matite

Francesca Serra, Simonio e Lyndiana

Chiara De Nardi, Matita. Strumento divinatorio

Giuseppe Di Napoli, L'anima nera del carbone

Aldo Zargani, La matita del fato

Giovanna Durì, La prima matita e le sue compagne

Francesca Rigotti, Matita: veloce e lenta, giovane e antica

Maria Luisa Ghianda, Histoire d’H (di B e di F)

Guido Scarabottolo, Perdonare gli errori

La redazione, Una matita per l'estate. Il concorso doppiozero

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