Chichita Calvino. L'altra metà di Italo

Chichita Calvino è un'opera d'arte vivente. Si può stare a sentirla per ore, come ipnotizzati davanti al getto inesauribile di una cascata. Ma è un'opera d'arte di tipo particolare: di quelle che cambiano ogni giorno e non puoi sperare di portarti via impacchettata. Non puoi sperare di fermarne il flusso continuo, appendendola a una qualche parete della tua testa o della tua casa.

 

Quanto sia disperante per noi questa particolare forma d'arte, quanto lontana dalla nostra cultura e dalla nostra mente, ci vuole poco a capirlo. Basta andare una volta nel suo appartamento in Campo Marzio, a due passi da Montecitorio a Roma. Salire le scale, entrare nella casa che lei e il marito comprarono all’inizio degli anni Ottanta, sedersi vicino a questa donna argentina nata a Buenos Aires nel 1925 e cominciare ad ascoltarla. Poi raccogliere le proprie cose, quando è l'ora del congedo, uscendo beati nel crepuscolo romano. Beati e disperati.

 

Di non aver preso carta e penna, di non aver portato un computer, un registratore, fermato un'immagine, una scena, una frase. Di aver perso tutto questo ben di Dio. Ti viene l'angoscia dello spreco, dopo aver parlato con Chichita Calvino. Senti il rimorso di aver tradito i patti con la Storia, mentre in Campo Marzio regna indisturbata la Preistoria: quell'età dell'infanzia che non conosce i saldi principi della cultura scritta, ma soltanto i capricciosi mezzi dell’oralità. Instabili come sabbie mobili.

 

Dimentichiamoci adesso di trovarci nel cuore della vecchia Roma. E immaginiamo invece di essere un antropologo, giunto al centro di una foresta tropicale per studiare l'ultima popolazione nascosta in quei luoghi. Cosa farà il coscienzioso antropologo, che potrebbe essere l'ultimo a incontrare queste affascinanti creature? Si porterà dietro tutto ciò che riterrà utile a trasformare in memoria ciò che vede, da trasmettere a chi non avrà più la fortuna di farlo.

 

In apparenza è un istinto umano insopprimibile. Si direbbe anzi che sia uno dei migliori, tra i tanti distruttivi che possediamo. Ma ne siamo davvero sicuri? Siamo sicuri che lottare contro l'oblio della popolazione della foresta sia l'idea più brillante che si possa avere? Siamo sicuri che l'ansia di prestazione memoriale che ci prende davanti a quella donna argentina che nel 1964 ha sposato un grande scrittore italiano non sia il solito impulso del cacciatore a premere il grilletto? Per mangiarsi la preda a cena. O nella migliore della ipotesi, imbalsamarla per i nipoti.

 

C'è una favola di possesso e di immortalità che ci spinge a girare armati fino ai denti, col fucile sempre in braccio. Che sia un taccuino o una telecamera è lo stesso. Ma siamo proprio sicuri che quella popolazione voglia essere salvata da noi e ricordata dai posteri? Siamo sicuri che tutto questo non sia un filmino privato, che proiettiamo a solo beneficio del nostro immenso narcisismo?

 

Chichita Calvino è imprendibile. Dobbiamo farcene una ragione. O meglio far tesoro della lezione che sta dietro questa sua imprendibilità. Smettendo di guardarla dal punto di vista delle cose che si perdono e nessuno le riacchiappa più. Una volta dileguata la foresta, rieccoci in mezzo ai vicoli della vecchia Roma. La popolazione sulla soglia della scomparsa ha ripreso i tratti di un’elegante signora argentina e l’antropologo con l’ansia di prestazione memoriale siamo noi. Ansia altissima. Perché quell’elegante signora, dagli occhi piccoli di cui non si vede il fondo, è molto più di quanto possiamo immaginarci senza conoscerla: si tratta niente meno che del Novecento fatto persona. Ipertrofico come il negozio di un rigattiere, zeppo di aneddoti e incontri, girato come un film d’avanguardia e pieno di cose strane. Imprendibile.

 

Le chiedi una semplice cosa e finisci per ricevere una risposta il giorno dopo. Ma a quel punto non è neanche più una risposta. È diventata una traversata: da Buenos Aires a Parigi, per esempio. Metà degli anni Cinquanta. Una ragazza argentina parte per la vecchia Europa sul celebre transatlantico “Giulio Cesare”. Ha già un matrimonio alle spalle e un figlio piccolo, che si verrà a riprendere una volta trovato lavoro al di là dell’Oceano. Alla fine capisci quanto fosse stupida la tua domanda inziale: stupida e insignificante. L’unica cosa che importa è la traversata, e tutte le digressioni che si sono messe come intralci nel mezzo, tra te e le tue insignificanti domande.

 

Questo è l’impero delle strade deviate. L’apoteosi della digressione. Chichita non conosce il filo dritto, ottusamente piombato, cartesiano. Lavora con i nodi e i gomitoli. Lascia molti angoli bui e semina botole aperte sotto i piedi di chi l’ascolta, che rimane stordito come un bambino per l’improvvisa caduta. Dove eravamo, di cosa stavamo parlando, chi è questa donna? Chi sono io?

 

Non è materna questa donna, per fortuna. Non è caritatevole: se ne frega se scivoli sulle bucce di banana del suo racconto. Lei vede oltre, guarda se rimarrai in piedi alla fine della traversata. Se hai quella tempra lì. Le sbucciature passeggere non contano, nessuno darà retta al tuo piagnucolare. L’infanzia non la devi dimenticare, in mezzo alla traversata, anzi ti sarà preziosa: ma come un talismano da gettare nell’acqua, per ritrovarlo intatto dall’altra parte dell’Oceano.

 

Chichita non ci sta. A fare la donna di casa. La mammina o la consolatrice. Quando il suo famoso marito scrittore, che era Italo Calvino, morì improvvisamente nel 1985 lei diventò la più temuta vedova nera della letteratura italiana del Novecento. Il bau bau del mondo editoriale. Poiché conosceva alla perfezione svariate lingue, essendo traduttrice, la sua fama sorvolò i confini nazionali, per entrare nelle redazioni delle case editrici di mezzo mondo. Ovunque l’opera di Calvino venisse pubblicata e tradotta.

 

Questo è il prezzo che si paga a essere una donna del tutto anticonvenzionale. Forse malata di perfezionismo; forse semplicemente allergica alle dilaganti approssimazioni, a ogni forma di cialtroneria intellettuale, italica o meno. Una copertina è una copertina è una copertina. E essere la vedova di Italo Calvino vuol dire combattere anche perché la copertina sia quella e non un’altra. Resistere alla irresistibile corrente di sputtanamento nella quale siamo immersi, che se la lasci fare si porta via tutto: copertine, titoli, quarte, risvolti, il lavoro intero a cui Calvino ha dedicato la sua vita.

 

La vedova nera ha una memoria di ferro. “Digression is my second name”, dice scherzando, ma non troppo. Però attenzione perché la digressione non è vaghezza, non è fumo, confusione. Tutt’altro: è una mania assolutista di precisione, che rende inesauribile l’intervallo tra Achille e la tartaruga nel famoso paradosso di Zenone. Muovendosi in continuazione, senza arrivare mai a una meta definitiva, nega il movimento stesso e ci inchioda all’evidenza della modestia delle nostre facoltà mentali. Sempre bisognose di riposo e in cerca di qualche traguardo, come se quello fosse il sale del discorso.

 

Le date sono esattissime. Al millimetro. I nomi pure. Gli incontri, i libri, i film. La memoria di ferro tiene un numero incredibile di fili tesi intorno a sé, come un ragno al centro della sua tela. Niente di più diverso dall’imprecisione che si traduce in smarrimento, dallo sparpagliarsi dei ricordi che si sfilaccia in nebbiosa lungaggine. Le digressioni di Chichita hanno qualcosa di fatale. Non appartengono al regno della casualità, ma a quello del destino.

 

Destino etimologicamente viene dalla stessa radice della parola “stare”. Stare fermi, fissi. Il destino ha fermato Chichita nel ruolo della vedova di Italo Calvino: Chichita Calvino, tutti la chiamano ormai da molto tempo così. Non più con il suo vero nome, Esther Judith Singer. “Da dove viene questo cognome?” le chiedo, ingenuamente aspettandomi di aprire la stanza dei tesori. Pronta al fiorire di rocamboleschi e speziati racconti di antichi ebrei russi che migrano per il mondo, fino ad approdare in Argentina nella seconda metà dell’Ottocento. Lei risponde secca: “Non lo so, le origini non mi interessano”. Il destino che ci è stato dato non può fissarci. Il passato che tende a definirci una volta per tutte non è interessante, ma soltanto le strade che ci si aprono davanti: i destini al plurale, intrecciati in un vorticoso disegno che unisce fermezza e transitorietà.

 

Chichita è ormai immobilizzata dentro la sua grande casa. E dentro a quel corpo minuto che ha smesso di stare al passo rapidissimo della mente: l’involucro fisico scricchiola intorno al gioiello invisibile del suo acume, che rintocca ancora come una campana. Non fai in tempo a darle un minimo stimolo che lei risponde, folgorante. Spesso scrive dal suo letto come da un’isola in cui tutti i racconti abbiano fatto naufragio. A volte sembra una sovrana senza età che ci dia notizie della pluralità dei mondi, altre volte un’aliena capitata non si sa come nel ristretto universo della cultura italiana. Un eccentrico fool calato a corte del divo Giulio Einaudi, o una zingara indovina che si aggira intorno alla putrescenza di Montecitorio.

 

Sbuffa fumo e ironia da ogni poro. Mentre una televisione muta trasmette immagini del telegiornale senza interruzione. Anche le sigarette vengono consumate a ruota libera, come le parole. Tutto è un flusso continuo qui. Il film della storia italiana dagli anni Sessanta fino a oggi scorre nei ricordi di questa straniera che parla una irresistibile lingua mescidiata tra spagnolo, italiano, francese e inglese. Chichita segue dettagliatamente tutte le notizie della nostra farsesca politica nazionale, le aspira con l’avidità del fumo delle sigarette. Sa tutto di tutto: dal gossip alla diatriba legislativa più oscura. Non è straniera a nulla, questa donna imprigionata nella sua casa romana, non conosce affatto lo snobismo di chi viene da fuori. Perché non respinge nulla da sé. Forse la parola “tradurre” è la parola chiave per capirla. La parola che indica non solo il mestiere con cui si è mantenuta fin da quando è sbarcata in Europa, ma anche il suo ruolo in mezzo a noi. Tradurre: far passare, condurre al di là.

 

Sarà lo stereotipo magico con il quale guardiamo al continente latinoamericano da cui Chichita proviene, ma è difficile allontanare l’idea che ci sia qualche sorta di veggenza in lei. Alle quattro di notte ti scrive una mail nella quale azzecca misteriosamente ciò che ti sta accadendo, oppure nomina una persona che in quel momento ha qualcosa a che fare con te. Come se a forza di far passare le cose, le cose abbiano preso l’abitudine di passare prima da lei che dagli altri; a forza di condurre al di là, l’aldilà stesso si inchini ai suoi poteri. Una volta me lo ha spiegato così: una questione di velocità nelle combinazioni, che la porta a cogliere gli esiti finali di un processo prima ancora che la realtà riesca ad attuarli. Di sicuro non si tratta di semplice negromanzia, ma di qualcosa di ben più profondo e umano. Suo marito avrebbe detto che è il mondo che attraverso di lei guarda se stesso.

 

Il marito. Parliamo infine di lui. Non per illuminare lei, ma viceversa. Parliamone facendo il gioco della vedovanza alla rovescia: come se fosse lui il pianeta che vive di luce riflessa. Perché lo scrittore, che aborrisce lo spreco della memoria tentando ogni volta di correre al riparo grazie alla scrittura, si è messo in casa questo popolo della foresta che conosce solo l’oralità e la dissipazione della vita in un racconto effimero? Era un totem, era un memento mori? Ma no: prima di tutto era un infinito intrattenimento. Lo spirito della letteratura che non si concretizza in nessun libro materiale e specifico ma semplicemente aleggia intorno a noi. L’eterna affabulazione che, non conoscendo posa, rifiuta ogni forma stabile, definitiva di se stessa. Più vicina alla musica e alla danza che alla biblioteca. L’ascolti, la vedi una volta e ti incanta ma non puoi portartela a casa.

 

Lui invece lo ha fatto. Quando nel 1962 Italo Calvino incontra a Parigi Esther Singer, estrae dal mazzo di carte un jolly. Trova il modo di tenersi in casa ciò che non si può portare a casa. Vince la sfida maggiore di Ulisse, quella davvero impossibile: non tornare a Itaca, non scappare dalle grinfie di Circe o debellare i Proci. Neppure superare le colonne d’Ercole o ignorare il canto delle Sirene. La vera sfida impossibile di Ulisse è quella di abbracciare la madre Anticlea nel regno dell’Ade. L’eroe ci prova per tre volte, e per tre volte gli vola via dalle braccia come un’ombra o un sogno.

 

Forse adesso l’avrete finalmente capito e vi sarete dati pace: Chichita è una collezione di sabbia. Va guardata come un giardino zen, come il prodotto temporaneo di una squisita arte dell’inafferrabile, spogliandoci di ogni ansia di possesso e di durata. Pronti al fatto che ci scapperà sempre di mano.

 

 

Questo articolo è apparso in forma breve su il Venerdi di Repubblica.

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