Cartolina dalla British Columbia

Da qualche giorno mi sento accompagnato dallo sguardo di Lévi-Strauss. Può sembrare strano, ma io non lo avevo mai sentito familiare: adesso sì. Perché ho capito cosa deve essere stato per lui scoprire le culture indiane della British Columbia. Qui lo ha portato il suo maestro, Franz Boas, piccolo, robusto, infaticabile tedesco che nel corso della sua vita ha raccolto una quantità immensa di materiale, miti, oggetti, parole, mappe, arte, economia, vita delle numerosissime tribù di questa parte di mondo. Che stavano quasi sparendo, spazzate via dall’ingordigia dei coloni e della corona inglese. Se uno pensa alla perdita che abbiamo tutti subito (anche se spariti non sono gli indiani, anzi sono adesso in piena ripresa, ma dopo centocinquant’anni di tentativi di cancellarli). La perdita di un’altra maniera di stare al mondo, sperimentata nel corso di 14mila anni, in una relazione di reciprocità con la natura circostante che sembra ineguagliabile, se non da altre culture indigene. Qui aveva dato vita a una ricchezza incredibile di risorse, a una cultura della ridistribuzione e del dono circolare. Se uno pensa al fatto che al posto di questa varietà di lingue (più di 50 nella sola British Columbia), alla ricchezza dei modi di vita si è sostituita la solita barba delle società anglo-americane, col loro puritanesimo egoista, con la loro solitudine e la devastazione naturale, viene da piangere. Una ricchezza che durava millenni infranta dalla demenza senile della rivoluzione industriale esportata qui.

 

 

Claude (L-S) quindi mi insegue e io finalmente capisco cosa deve essere avvenuto alla sua testa di parigino, scoperchiata dalla vastità scoperta qui, ammutolita davanti all’arte degli indiani della Vancouver Island, sorpreso dalle corrispondenze delle mitologie da qui alla Terra del Fuoco e da qui all’Alaska e alla Siberia. Mi chiedo cosa deve sentire un canadese sensibile al pensiero di avere distrutto un mondo, anche se i germi di esso ci sono ancora.

Oggi, lo sguardo tenero di un signore mi ha fatto notare che ero entrato in una baia privata, solo dopo ho capito che era un villaggio indiano, a Wikamnnish dei Nuu-Put-Tah-Chiht. Mi ha solo detto che avevano apposta costruito una strada parallela più su per essere lasciati in pace. Sembravano case come quelle dei canadesi, in legno, col giardino, ma a uno sguardo più ravvicinato la differenza era la mancanza di recinzioni tra una casa e l’altra: questo era un villaggio. Pieno di cartelli: “slow, children handicapped at play”, e poi, “slow, child deaf at play”.

 

 

Mi chiedo, con Claude alle spalle, cosa abbiamo perso di simile noi europei: e la risposta ci mette un po’ ad arrivare. Abbiamo distrutto le nostre culture indigene, il nostro mondo contadino, montanaro, di pescatori, e lo continuiamo a distruggere. I nostri indigeni sono coloro che sapevano e sanno che significa vivere in un posto, conoscerlo, viverlo nella sua ricchezza e nella gamma delle sue possibilità. Oggi penso al mio amico Fabio Bianchini, arrabbiatissimo per il progetto di svuotare le sue montagne marchigiane, approfittando del terremoto.

 

 

Ieri mattina ho lasciato Victoria per venire qui a nord, a Tofino, sull’isola grandissima di Vancouver, ma solo dopo aver visitato il bellissimo museo delle First Nations che si trova a pochi passi da quello che era il grande porto commerciale degli indiani e poi è diventato uno dei nodi della corsa all’oro del Klondike. Mi sono mescolato a un gruppo di ragazzini e ragazzine dietro a una signora imponente che spiegava. Solo dopo ho capito la mia fortuna. Era la nipote di un grande capo kwakiutl, e raccontava in prima persona gli oggetti, le maschere, le canoe, la caccia alla balena, il salmone affumicato, le bacche, i racconti legati al corvo, alle rane, i totem, la storia terribile delle riserve indiane, della distruzione per alcool e vaiolo. Lévi-Strauss da dietro le spalle mi dice che erano più di 170mila gli indiani sull’isola di Vancouver. Dopo l’arrivo dei bianchi si ridussero a poche migliaia. Lei racconta di come la mandarono a scuola lontano dalla tribù, dell’avere imparato la propria lingua di nascosto, ma anche delle decine di cerimonie di potlach che hanno avuto luogo nonostante fossero state bandite (il bando è cessato negli anni 50, ma ha stroncato il senso completamente diverso dell’economia circolare degli indigeni, un’economia ricchissima che sapeva gestire il surplus perché non nuocesse alla collettività – lo gestiva annullandolo in immense feste, i potlach, appunto).

 

 

Con Franz Boas e Claude Lévi-Strauss, ma anche con il grande Edward Sapir, questi luoghi parlano; è chiaro che risalendo la grande isola, tra le foreste boreali, l’intrico dei fiordi e i meandri delle acque, dei laghi, mi viene da pensare ai poeti che hanno ricostruito questo mondo, come Gary Snyder che ha cantato “Mountains and Rivers without an end”. Allora capisco che forse l’ipotesi Sapir-Whorf aveva un senso. Sì, le lingue di qui sono modi di pensare, sono cosmologie intere, ma lo si può capire solo se le si situa nel paesaggio, non sono lingue astratte, sono narrazioni di una geografia precisa, di una fauna, di una flora, di acque, di millenari racconti e di sintesi di segni tracciati su stoffe, cortecce, di sagome scolpite su immensi cedar, dipinti su facciate di case e su musi di canoe.

 

La signora che racconta mi fa vivere tutto questo come se fosse ieri, anzi oggi, le sono grato, parla la sua lingua, fatta di suoni complessi, di fricative laterali, di metafore e place-names, di costellazioni e acque.

 

Mi accompagno con un libro pieno di stupore di un inglese, questa volta, Jonathan Raban, bellissimo, Passage to Juneau, l’aveva scoperto Piero Zanini quando scrivevamo il libro sugli stretti di mare e le sfighe dell’isterico e depresso capitan Vancouver. Nel libro di Raban, che è il suo viaggio in barca a vela nel canale intricatissimo di isole e meandri, ruscelli, cascate, che divide la terraferma dall’isola di Vancouver c’è tutta la ricostruzione della storia di questo luogo e un’intuizione che vale mille pagine. Raban ha capito che l’arte indigena qui deve moltissimo agli occhielli, agli ovuli e ai circoli dei riflessi che l’acqua crea al passaggio di una canoa o di una vela. È un’arte che vede il mondo nei suoi riflessi sull’acqua. Gli indiani vivevano sull’acqua, conoscevano a menadito tutte le correnti, si orientavano con la forma delle onde, perfino nella nebbia sapevano sempre dov’erano. Ma nella foresta no, la terraferma era il pericolo, gli animali selvatici, orso, lupo, lince, l’incognita del perdersi nella foresta. Era un mondo di navigatori, ed era un mondo molto connesso, che viaggiava tra tribù e conosceva gli scambi. Avrebbe potuto continuare così per altri secoli, nella sua perfezione se non fosse arrivata la nostra bruttezza.

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