Chicago. Studio Malick

Malick Sidibé è un fotografo di Bamako, capitale del Mali, che grazie alle immagini scattate nel suo paese durante gli anni ’60-’70 ha raggiunto una notevole fama internazionale. Le fotografie ritraggono la società maliana finalmente libera dopo ottant’anni di colonialismo francese e queste gli sono valse riconoscimenti sovranazionali. Da allora la sua notorietà è cresciuta fino al conferimento d’importanti premi, quali il The Hasselblad Award del 2003, il Leone d’oro alla carriera della Biennale di Venezia del 2007, l’Infinity Awards del 2008. Negli ultimi vent’anni si sono susseguite mostre per tutto il mondo e in Italia va ricordata l’esposizione “Malick Sidibé. La vie en rose” ospitata dalla Collezione Maramotti di Reggio Emilia nel 2010.

 

 

A Chicago s’è appena conclusa la mostra “Studio Malick” nell’appartato spazio espositivo della DePaul University, una delle più grandi università cattoliche degli States.

Su Malick ci sono capitata per caso. Il mio vero obiettivo era una serie di fotografie recentemente donate dalla Andy Warhol Foundation al DePaul Art Museum, scattate dall’artista durante i suoi ultimi vent’anni di vita. La donazione consiste in un piccolo gruppo di polaroid di cui Warhol si serviva come studio preparatorio per le sue serigrafie; e un’altrettanto ristretta serie di fotografie in bianco e nero con alcuni protagonisti della vita quotidiana di Warhol, gli amici, gli oggetti, gli ambienti. Tra le polaroid spicca un soggetto italiano in una serie da 6: un Carlo De Benedetti diafano e con gli occhi arrossati. Da sinistra verso destra: prima serio, poi faticosamente sereno, nella terza immagine ostentatamente malinconico, apparentemente umano, professionalmente altero e infine quasi imbarazzato per quella mano che non sa dove posare.

 

 

 

Aspettarsi Andy Warhol e trovarsi di fronte le istantanee di Malick Sidibé provoca una ironica distorsione prospettica. Da una parte il celebratore assoluto della ripetitività contemporanea e dall’altra un Sidibé concentrato a immortalare l’unicità di un momento storico e quella particolarissima atmosfera di una società in transizione. La singolarità individuale viene celebrata in ogni sua istantanea.

 

I soggetti che sceglie sono quasi sempre uomini e donne con sorrisi smaglianti e spesso in pose autocelebrative. Gli scatti degli anni ‘60 che hanno fatto il giro del mondo documentano quella che deve essere stata un’improvvisa libertà che ha investito anzitutto i ritmi e le usanze dei giovani maliani. Sidibé faceva veri e propri reportage delle feste notturne di Bamako. Ragazzi sorridenti che ballano in case spoglie, muri senza decorazioni, solo pareti bianche, e in mezzo a queste stanze domestiche ragazzi con vestiti occidentali misti a quelli tradizionali che si lanciano in pose da rock sfrenato. Non mancano le foto di gruppo, che sembrano uscire da album scolastici da festa di fine anno, tutti raggruppati contro una parete, tutti in posa. I tagli delle fotografie a volte sono addirittura banali, ma qui non è l’arte che interessa al fotografo, bensì il documento, l’attimo di vita di una società riscattata, così conservato in qualche centimetro di cellulosa e dunque consegnato per sempre alla posterità. Il fotografo vuole gridare al mondo il nuovo spirito della società maliana, nonostante tutto. Nonostante la povertà e gli anni duri della dominazione francese. Le foto di Sidibé portano in sé un messaggio estremamente chiaro: siamo vivi e affamati di vita. Ma è altrettanto evidente come l’esistenza che qui viene celebrata si nutre avidamente di quella cultura occidentale di cui i malesi si sono appena liberati politicamente.

 

L’indefessa attività fotografica notturna valse a Sidibé il riconoscimento spontaneo di testimone della nuova nazione indipendente. Va ricordato che la prima natura del suo lavoro fotografico era principalmente economica, le foto scattate durante le feste venivano sviluppate la notte stessa e stampate in provini che la mattina successiva decoravano la vetrina del suo studio per attirare i clienti.

 

 

All’esposizione della Galleria DePaul era possibile vedere anche un documentario girato nel 2006 da Susan Vogel intitolato Malick Sidibé: Portrait of the Artist as Portraitist. Il fotografo intervistato parla della sua arte come del mezzo più adatto per lasciare una traccia di sé per le generazioni future: così come i faraoni costruivano piramidi nel tentativo di rimanere sulla terra, dice Sidibé, così la modernità esaudisce lo stesso desiderio fermando la propria immagine attraverso la fotografia. “Je n’aime pas la tristesse”, sottolinea il fotografo, solo attraverso l’espressione di massima felicità l’arte fotografica può dare vita all’immagine. Ciò spiega le danze, le feste e quel “vibrante ottimismo”.

 

 

Con gli anni ‘70 e la diffusione in Bamako di apparecchiature fotografiche a basso costo, rendendo così possibile a chiunque di immortalare i propri momenti di festa, Sidibé fu costretto a dedicarsi prevalentemente al ritratto in studio. Da questo momento in poi nelle sue fotografie si vede all’opera uno sguardo marcatamente personale che dà all’immagine un carattere unico: il testimone, che ha messo a disposizione della sua gente una tecnica, diventa artista.

 

L’attenzione che dedica al setting è minima, è il soggetto il suo unico interesse. Gli sfondi sono dei drappi a tinta unica oppure decorazioni essenziali con fantasie geometriche, strisce, rombi. Spesso si intravvedono cavi, attrezzi da studio, oggetti di scena in disparte (uno fra tutti, un tappeto arrotolato appoggiato verticalmente a un muro). Non c’è nessun tentativo di simulare uno spazio reale. I soggetti posano in una parentesi della loro esistenza, ma in questo spazio di sospensione portano l’espressione concentrata di se stessi, il loro tratto identitario più vero. E lo mostrano non soltanto nell’espressione del volto ma spesso mediante un oggetto-feticcio. C’è chi mostra un orologio al polso, chi fa vedere i muscoli, addirittura chi porta davanti all’obiettivo la propria motocicletta, con fidanzata aggrappata dietro. C’è chi sfodera una divisa militare, chi si veste da pugile, chi invece indossa vestiti tradizionali per dimostrare un attaccamento profondo alla propria cultura. Tutto è teso a esporre il meglio di sé, con fierezza.

 

 

Stupisce a volte imbattersi in certi sguardi estranei e fissi, che ricordano le prime fotografie dell’Ottocento in cui i soggetti erano probabilmente ancora abituati alla lentezza del ritratto pittorico e poco disposti alla rapidità dell’istantanea. Chi non si è stupito nel guardare le fotografie di antenati con espressioni rigide e sguardi stralunati? Osservando alcune di queste immagine si riscopre quella espressione intimorita tanto tipica di chi si trova di fronte all’incognito e non ha ancora scoperto l’autodifesa dell’atteggiarsi.


L’atmosfera che si respira nelle immagini di Sidibé evoca le fotografie italiane anni ‘50. Nel nostro immaginario di quegli anni ci sono uomini in sella a sciami di Vespe, ragazze sdraiate come pin up americane anni ‘40 su automobili Fiat o Alfa Romeo, occhiali da sole, grandi sorrisi. Anche da noi come nelle foto notturne di Bamako viene celebrato l’inizio del benessere e si percepisce l’ottimismo di una società in rinascita. L’oggetto-feticcio è sempre elemento centrale dello scatto.

 

Oggi gli status symbol sono spesso gli stessi oggetti fotografanti. Difficilmente si trovano in rete immagini con ragazzi abbracciati ad iPhone o iPad. La tecnologia digitale, oltre ad aver assorbito, e reso spasmodica, la fame di auto-rappresentazione, per cui oggi non c’è esperienza che si viva che non venga immortalata sui nostri cellulari, così pure ne ha spostato il luogo che da fisico si è fatto virtuale. La conseguenza è una mescolanza di linguaggi: immagini, parole, video, smile icons, rendono oggi l’auto-celebrazione di una società un frutto di complesse stratificazioni, non si tratta più di un singolo oggetto esposto. Il digitale stesso è diventato status symbol, non più soltanto oggetto celebrato ma anche soggetto celebrante.

Malick Sidibé si sottrae tuttora alla logica del digitale, continua a scattare soprattutto con macchine analogiche e con pellicole 6x6. La sua fotografia ha nella tecnica così come nel risultato un sapore nostalgico, un attaccamento sentimentale alle atmosfere in cui è nata. Continua a scattare nello studio di sempre che non è mai stato spostato nonostante le dimensioni quasi asfittiche dei suoi setting. I drappi a strisce e il pavimento a scacchi in bianco e nero sono ormai diventati la sua firma, come pure i sorrisi che sempre richiede ai propri soggetti. C’è una forma di staticità nella sua arte, sia temporale che spaziale e questa è sotto un certo punto di vista una forza: essere fotografati da Sidibé significa essere fotografati negli anni ‘70 e il vintage ha sempre un certo gusto. Eppure stupisce questa assenza di variazione, questa poca fame di evoluzione. Nelle sue immagini sembrerebbe quasi mancare un tormento artistico. È tutto rivolto all’indietro, a un passato che era necessario immortalare, e che ora non c’è più.

 

 

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