Berlino Ovest: una città da dimenticare?

Il giorno in cui, nel 1989, cadde il muro di Berlino, il signor Lehmann festeggiava in una birreria il suo trentesimo compleanno. Dopo essere andato un po’ in giro a dare uno sguardo più o meno partecipe alle zone dove erano stati aperti i primi varchi, decise che, mentre il mondo cambiava, la cosa migliore era cercarsi un altro posto dove farsi in pace un’ultima birra. Il divertente epilogo del romanzo di Sven Regener (2001, uscito in italiano nel 2003 per Feltrinelli con il titolo Il signor Lehmann, traduzione di M. Belardetti e E. Sinisi), dedicato alla fine di una giovinezza berlinese, contiene due evidenti allusioni a ciò che ha significato la caduta del muro per Berlino (Ovest): la conclusione di un’epoca di sbandamenti, ma anche di felice anarchia, e, contemporaneamente, l’incredulità e totale impreparazione della città e dei suoi abitanti di fronte a un simile evento. Quella notte, per esempio, pochi osarono avventurarsi, e non solo per paura della Volkspolizei, nell’Est della città che rimase deserto: a nessuno venne in mente di andare a vedere che si diceva dall’altra parte del muro. Quella notte il flusso e la curiosità dei berlinesi si mossero solo in una direzione. Avrebbero fatto meglio, invece, i cittadini di Berlino Ovest a gettare uno sguardo più attento ai quartieri sconosciuti che nel giro di pochi anni sarebbero diventati il centro della loro stessa città, destinata, del resto, a sopravvivere ancora per pochissimo tempo: perché la caduta del muro avrebbe segnato la fine di quella che era nata nel 1948 con il nome Westberlin (secondo la Repubblica Democratica) oppure Berlin (West) (secondo la Repubblica Federale). Con un’espressione piuttosto colorita la scrittrice Katja Lange Müller, emigrata lei stessa da Est a Ovest, descrisse sinteticamente il processo: ‘Ai berlinesi (Ovest) gli hanno tirato via la città da sotto il sedere’.

 

Infatti, della rinascita e della crescita di quella che doveva essere la capitale della Germania riunificata non poteva che essere protagonista la parte ‘prussiana’ della città, rimasta del resto sempre capitale, quella orientale: là c’erano il Duomo e Unter den Linden con i suoi monumentali palazzi, i grandi musei neoclassici e guglielmini, i teatri storici. Berlino Ovest era stata una scomoda appendice della Germania Federale, non solo non più capitale, ma lontana e defilata provincia extraterritoriale (non era una parte costitutiva della RFT, né i suoi cittadini potevano votarne il parlamento), i cui simboli erano un grande magazzino (il KaDeWe, che doveva fungere da vetrina dell’occidente), il rudere di una chiesa, monito contro la guerra, e, ovviamente, il muro, che l’aveva resa l’unica città fortificata dell’occidente moderno nonché il simbolo di una nazione divisa. Tutto sommato, una città da dimenticare.

 

Anche per questo, per molti anni si è parlato poco e quasi sempre male di Berlino Ovest: fino al 2014, anno in cui si è celebrato il venticinquesimo anniversario della caduta del muro ci sono stati in effetti pochi momenti celebrativi, ma forse bisognerebbe dire commemorativi, di Berlino Ovest. Da una parte proprio perché Berlino Ovest era una città supplente, quindi predestinata a eclissarsi in quanto città-stato: una città con uno statuto ‘a richiesta’, come è stata definita, sulle cui macerie non si poteva piangere troppo. E, dall’altra, perché Berlino Ovest era stata produttrice, almeno a partire dagli anni Sessanta, soprattutto di subculture ‘antagoniste’ o semplicemente ‘estranee’, in cui certo non poteva rispecchiarsi una identità nazionale. A sorpresa, invece, quando proprio sembrava che il capitolo fosse destinato a essere definitivamente archiviato come curioso incidente storico, c’è stato il ritorno su più fronti della vecchia Berlino Ovest. In primo luogo un vero e proprio ritorno fisico, con una serie di investimenti e recuperi nel centro occidentale, soprattutto attorno alla stazione di Zoo (tristemente famosa negli anni Settanta, declassata dopo l’unificazione da stazione centrale a snodo regionale), con il recupero, per esempio, di un edificio simbolo degli anni Cinquanta, il cosiddetto Bikini, trasformato in un centro commerciale di lusso, con zone verdi aperte al pubblico e ristoranti con spazi espositivi.

 

Progetto del Bikini

 

Un altro segnale di questa vera e propria controtendenza, vista la progressiva concentrazione della cultura nella parte orientale della città, è stato poi il trasferimento dell’importante centro culturale per esposizioni fotografiche C/O, che da Mitte ha spostato la sua sede nell’Amerika Haus, attentamente restaurata dopo anni di chiusura. Anche questo edificio è un emblema della Berlino divisa: era un centro culturale e di informazione istituito dagli USA negli anni Cinquanta, famoso tra l’altro perché a partire dalla fine degli anni Sessanta era stato anche uno degli obiettivi preferiti, dal movimento studentesco prima e degli squatter dopo, per manifestazioni e azioni antiamericane.

 

Amerika Haus

 

Indicativo anche il fatto che il C/O abbia inaugurato la sua nuova sede con una mostra dedicata al fotografo americano Will McBride, eccezionale cronista della storia di Berlino a partire dagli anni Cinquanta e una cui mostra, nel 1957, aveva inaugurato l’Amerika Haus.

 

ph. Will McBride

 

Negli ultimi anni è stata pubblicata una serie di libri di vario genere dedicati esplicitamente a Berlino Ovest: memoriali, autobiografie, raccolte fotografiche, ricostruzioni e narrazioni di tipo storico e, parallelamente, si è assistito a un risveglio dell’interesse per il tema sulla stampa e negli organi di informazione in generale, con recensioni, commenti e anche ‘curiosità’: recentemente il Tagesspiegel riportava a tutta pagina la notizia che il New York Times aveva inserito, in una graduatoria delle 12 strade ‘più amate’ d’Europa, la Rüdesheimer Straße di Berlino Ovest: “Tutto l’opposto di Mitte” (il quartiere Est più monumentale e animato della nuova Berlino riunificata), ha commentato con soddisfazione lo storico quotidiano di Berlino Ovest.

 

Anche la grande mostra “West: Berlin (si noti la grafia), un’isola alla ricerca della terra ferma”, allestita nell’Efraim Palast, nella zona Est della città, ha ottenuto grandissimo successo di pubblico. L’edificio stesso ha una storia significativa. Nel 1935, in seguito a un massiccio intervento di ristrutturazione urbana durante il Nazionalsocialismo, la facciata barocca dell’Efraim Palast era stata smontata pietra su pietra e immagazzinata nella parte occidentale della città e si trovava quindi, a partire dal ‘45, in territorio Ovest. Nel 1982 le pietre furono donate, nel segno di una politica di distensione, alla Repubblica Democratica dall’allora sindaco di Berlino Ovest (e in seguito presidente della Repubblica Federale) Richard von Weizäcker. In questo modo, la facciata fu ricostituita a Berlino Est con le pietre originali provenienti da Berlino Ovest. L’Efraim Palast è in un certo senso il pezzo espositivo più forte della mostra e, con la sua improbabile storia, un monumento alle lacerazioni di questa città.

 

Efraim Palast

 

Nelle venti sale i curatori hanno scelto di non ricostruire gli eventi in modo documentaristico-cronologico, optando invece per una scansione tematica che cerca di suggerire la singolarità dell’esperienza storica, politica e sociale di Berlino Ovest, intesa sia come conglomerato sociale che come ‘città di pietra’. Ne è risultato un progetto ambizioso che, anche se sfugge a una rigida lettura storico-didattica, paga un po’ il prezzo di una scommessa troppo alta, con dei percorsi dispersivi e, a tratti, confusi.

 

Tuttavia, proprio grazie alla mancanza di una visione unitaria, la mostra riesce, almeno in parte, a restituire la molteplicità e irriducibilità delle esperienze e delle forme di vita che costituiscono la caratteristica e la particolarità di Berlino Ovest: non un luogo della memoria, secondo Stefanie Eisenhuth , una delle curatrici, ma, appunto “un paesaggio di memorie”. Ricostruendo questi ‘paesaggi’ i curatori riescono a evidenziare costanti e varianti nella breve storia della città. Per esempio, i termini isola e libertà, attributi costitutivi di Berlino Ovest fin dalla sua fondazione, assumono nei percorsi tematici proposti dalla mostra un significato diverso non solo nel tempo, ma anche a seconda dei vari gruppi che si condividono, e qualche volta contendono, lo spazio urbano. Berlino Ovest era da una parte avamposto di una ‘libertà’ a cui ufficialmente rimandava e che per statuto rappresentava, dall’altro una terra franca, in cui la posizione di isola e la condizione di ‘non appartenenza’ al continente politico culturale di cui avrebbe dovuto essere il ‘faro’ e ‘la vetrina’(altre sue antonomasie), permettevano un altro tipo di cittadinanza, senza servizio militare, senza molti vincoli fiscali e con un’ampia serie di leggi speciali.

 

 

Su questa ‘terra di nessuno’ si svilupparono quelle tante e varie forme sociali che ne fecero una città “in cui niente era normale”.Non a caso, fra le tante memorie, è proprio quella dei sovversivi anni Ottanta a essere risorta con maggiore visibilità, con una serie di libri autobiografici e di narrazioni storiche in parte autobiografiche, dai titoli significativi come, entrambi del 2014, Paradiso tra due fronti (Paradies zwischen den Fronten) del giornalista Rudolf Lorenzen o La subcultura a Berlino Ovest 1979-1989 (Subkultur Westberlin 1979-1989) di Wolfgang Müller, fondatore nel 1980 di un gruppo artistico-musicale dal nome pittoresco Die Tödliche Doris, La mortifera Doris.

 

Die Tödliche Doris

 

Inoltre ben due film usciti quest’anno descrivono le subculture che caratterizzano questa Berlino immediatamente precedente la caduta del muro, quella politicamente meno rilevante ed economicamente più parassitaria, ma che costituiva a tutti gli effetti un ‘biotopo’, come l’ha definita un recente convegno: il terreno di una sperimentazione sociale impossibile e probabilmente impensabile altrove, una città che, più che imprigionata, era protetta e definita dal muro, all’ombra del quale aveva assunto una chiara identità, tanto particolare da farla definire una ‘Terza Germania’ non assimilabile alle altre due. Si tratta di due film esplicitamente autobiografici: Morte agli hippies!! Lunga vita al Punk (Tod den Hippies!! Es lebe der Punk) di Oscar Roehler e l’interessante esperimento documentaristico B-Movie (presentato in Italia al Biografilm di Bologna) che riscostruisce il clima politico e musicale della Berlino post Punk con un collage di materiale autentico super 8 raccolto da molte fonti, ma basato soprattutto su filmini girati da Mark Reeder, produttore musicale inglese trasferitosi a Berlino ancora giovanissimo alla fine degli anni Settanta. Forse proprio la sua frammentarietà riesce a restituire, meglio del pur divertente ma convenzionale film di Roehler, il senso di quel fenomeno confuso e incoerente che fu la Berlino degli anni Ottanta. E riesce soprattutto, attraverso la ‘arcaicità’ del super 8, a descriverne la definitiva lontananza e estraneità dalla città di oggi.

 

Perché, benché Berlino offra al visitatore ormai una pianta unitaria, essa contiene memorie inafferrabili e divise, e non solo, come sarebbe ovvio, a partire dalla linea del muro. Anche nei tentativi di una ricostruzione narrativa più o meno commemorativa o nostalgica di Berlino Ovest, della città esautorata non rimangono che pallide tracce. Come ha scritto l’autorevole settimanale Die Zeit commentando B-Movie, la narrazione che il film ricostruisce montando il puzzle delle fonti corrisponde forse alla verità di quelle esperienze, ma verità di chi? E, soprattutto, come si può esserne sicuri? Nessuno ne detiene la memoria, perché, se la città è fatta “di relazioni tra le misure del suo spazio e gli avvenimenti del suo passato”, come scrive Calvino nelle Città invisibili, le coordinate di quelle relazioni, nella nuova Berlino, sono state cancellate per sempre. È allora proprio questa impossibilità della città di oggi di contenere l’esperienza della città di ieri a rendere impossibile rappresentazioni unitarie o narrazioni coerenti di Berlino Ovest (e probabilmente anche di Berlino Est): come Zaira delle Città invisibili, Berlino Ovest potrebbe essere oggi, a dispetto di tanti tentativi, la più invisibile, la più inenarrabile delle città.

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