C'è bisogno di pessimismo

Le opere di Terry Eagleton, noto «leftist» inglese, si leggono in genere volentieri perché sono intelligenti, dotte, acute e ben scritte. Che poi siano pienamente originali, è un'altra storia, giacché l'autore sembra forsennatamente leggere e attingere ovunque, e delle sue prede spesso le tracce si vedono benché non citate. Lo si avverte anche nel suo saggio sulla speranza, un tema sul quale ho scritto anch'io in queste stesse pagine: il mio autore principale era Albert Camus con la sua speranza umana senza speranza divina. Gli autori di Eagleton sono molti ma i suoi autori-chiave sono Walter Benjamin con la sua speranza realista non ottimista e San Paolo, per il quale la fede sarebbe realismo e non una questione di ingenuo ottimismo.

C'è bisogno di pessimismo, afferma ripetutamente Eagleton e come dargli torto: forme di ottimismo eccessivo sono moralmente dubbie, come il pensiero teologico della teodicea, ovvero la risposta alla domanda su come Dio possa permettere il male, con l'asserzione che dal male non può che provenire il bene, anzi quello sarebbe di questo la «preziosa condizione». Persino forme più miti di ottimismo sono banali e non costruttive; serve pessimismo, ma non un pessimismo di destra, con la sua visione negativa dell'uomo, difettoso, disordinato e imprevedibile. Serve una sorta di «pessimismo di sinistra» o una «speranza senza ottimismo», come suona il titolo del libro.

 

Interrogandosi sui piani politico, teologico e filosofico, Eagleton si accanisce contro la tesi secondo la quale fiducia e speranza sono la miglior medicina per la salute personale e politica, tesi tanto zuccherina quanto idiota esaltata dai cosiddetti «ottimisti razionali», e va in cerca, al suo posto, di una lettura della speranza non progressista né trionfalista ma nemmeno disfattista. Lo fa ispirandosi paradossalmente sia al marxismo di Benjamin sia ai principi della fede cristiana, a suo avviso realisti ma non ingenuamente ottimisti.

 

La forza performativa della speranza

 

Nella parte più specificamente filosofica del lavoro, Eagleton si interroga sulla differenza tra speranza e desiderio, rivolta in genere a una condizione la prima, a un oggetto la seconda. Se si spera in qualcosa, anche di semplice e triviale – perché si dovrebbe sempre sperare alla grande, per esempio nel «bene arduo» dell'Aquinate? – si immagina che sia possibile ottenerla, mentre il desiderio può coinvolgere qualsiasi cosa. L'impossibilità cancella la speranza, non il desiderio: sperare significa invece proiettarsi immaginativamente in un futuro che si presume possibile, o persino in un passato che non si conosce ma di cui si spera che sia andato in una certa direzione.  La speranza è dotata di un'energia performativa che spinge ad agire positivamente in relazione al futuro, intervenendo così sulla sua costituzione, senza presumere, come fa l'ottimista, che tutto andrà bene. Differenziandosi dall'ottimismo, la speranza è pronta a fare i conti col proprio naufragio. Anzi, più le prospettive sono grame più è importante sperare, ché la speranza, nella definizione di Eagleton, è desiderio più aspettativa.

 

Speranza, fede, carità, conoscenza

 

Profondamente influenzato, pur nel dichiarato laicismo, dalla lettura cattolica del pensiero di San Paolo, Eagleton è affascinato dall'intreccio di speranza, fede e carità/amore della triade paolina. Poco sviluppa invece il confronto speranza-conoscenza, la quale per definizione sa con certezza quello che accadrà. L'universo dell'autore è poco deterministico, si prende gioco della certezza e lascia spazio all'imprevedibile per poi sostenere, di nuovo paradossalmente, che fede e speranza, nel suo universo permeato di influenze cristiano-cattoliche, sono forme di certezza: la proposizione «in spe salvi sumus» della Lettera ai Romani (8, 24) non è ipotetica e nemmeno ottativa, è decisamente assertiva. Come è certo per il cristiano il trionfo finale della grazia sulle potenze maligne.

 

Speranza credente e speranza atea

 

Pesante è la critica di Eagleton alla speranza alquanto giuliva di Ernst Bloch, accusato di rimpiazzare Dio con la dialettica della natura. Alla medesima critica ci sentiamo tuttavia autorizzati a sottoporre questo autore, non tanto lontano a sua volta dalla dottrina cristiana della provvidenza secondo la quale il Regno dei Cieli è destinato a venire, e persino l'adveniat dell'invocazione ART (adveniat regnum tuum) ha forma ottativa ma significato assertivo. In qualche modo Eagleton cerca di tenere insieme la speranza paolina del credente con la speranza atea, per es. di Quentin Meillassoux, dove la morte di Dio significa anche morte della necessità e nascita della contingenza, e finché c'è contingenza c'è speranza. 

 

Terry Eagleton. 

 

Alimentare la speranza

 

Questo anche nel caso si riconosca l'inevitabilità della sconfitta. Nutrire la speranza, alimentarla (che straordinaria metaforica della cura è qui all'opera...) è importante per il pensiero di sinistra nel quale Eagleton si riconosce, come è importante esaltare anche la posizione degli eroi tragici che combattono l'inevitabile e compiono gesti anche minimi di ribellione (come, commento io, il ricciolo di capelli scuri che esce dalla cuffia della Monaca di Monza).  Benché sia esagerato parlare di progresso, di progressi nella storia dell'umanità – riconosce Eagleton – ce ne sono stati (la condanna dello schiavismo e dei processi alle streghe come pure i benefici dell'anestesia sono i suoi esempi). Così anche se Eagleton ammette il fatto che la crudeltà riguardi la natura umana (riguardi, nota bene, non sia intrinseca, innata o ontologicamente inseparabile), egli riconosce pure che tale natura non è incondizionata ma modellata dalle circostanze storiche, le quali, in altre epoche e contesti, hanno prodotto gravi forme di penuria, violenza e reciproco antagonismo. Non sappiamo quanto moralmente più degni saremmo se le istituzioni cambiassero, ma almeno – conclude Eagleton con un inno alla speranza non scevra, nonostante tutto, di ottimismo – diamoci la possibilità di scoprirlo.

 

Terry Eagleton, Speranza senza ottimismo, Milano, Ponte Alle Grazie, trad. di Vincenzo Ostuni (Hope Without Optimism, © 2015 Terry Eagleton).

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