Celati, Heidegger e i Beatles

Piacenza, 30 aprile 1979

 

Freak Antoni: A me interessa il rock come vertigine, la vertigine del rock. Quanti tipi di vertigine esistono? E la vertigine dei Beatles? Potresti parlarmi di questo? Mi faresti un piacere, grazie.

Gianni Celati: Mah io non so cosa dire … senti, non potrei parlarti invece della filosofia di Heidegger? che lì sono preparato e ti dico delle cose intelligenti. Dài, fammi parlare di Heidegger …

FA: È un cantante?

GC: Era un grande filosofo! Senti potrei parlarti del rapporto tra la filosofia di Heidegger e le canzoni dei Beatles, ti va?

FA: Si conoscevano?

GC: Macché, è lì il punto interessante.

FA: Spiegami …

GC: Ascolta. Una delle cose che diceva Heidegger è che ci sono esperienze autentiche ed esperienze inautentiche. Le esperienze inautentiche sono quelle tutte mischiate con presupposizioni, cose ideologiche mettiamo, insomma che non arrivano a beccare il fatto dell’Essere …

FA: Il fatto del cosa?

GC: Lasciamo perdere. Le esperienze inautentiche: per esempio un modo di parlare inautentico è quello che lui … 

FA: Heidegger?

GC: Heidegger, si chiamava … bello però high digger; eh, magari anche lui era un digger, dig it? no, a pensarci bene non era un digger per niente …

FA: Dài non farmi star sulle spine: il rapporto tra questo High Digger e i Beatles.

GC: Dicevo che per lui, per High Digger, un modo di parlare inautentico era quello che lui chiamava la “chiacchiera” …

FA: Come la chiacchiera da bar?

GC: Sì, se vuoi; la chiacchiera in ogni caso è la banalità, la non sospensione del pensiero inautentico, il parlare con un sacco di presupposizioni che sono estranee all’esperienza autentica …

FA: Non ho capito niente …

GC: Fa lo stesso. Stai zitto, non riesco a concentrarmi. Insomma lasciamo stare quel High Digger, non ne parliamo più. Hai presente la chiacchiera, la banalità, il parlare dove senti che tutto è già scontato, già ripetuto tremila volte?

FA: Più o meno.

GC: Ecco. Se hai presente quello, adesso pensa a un’altra cosa: ci sono esperienze in cui per forza uno vive di chiacchiere, si smolla tutto nella banalità, e insomma, anche mettiamo se è un gran sapiente come me, non si preoccupa più di dire cose scontate …

FA: Senti, non potremmo parlare un po’ anche dei Beatles? Ho fatto tutto questo viaggio per venirti a fare l’intervista, avrò speso diecimila, no, di più, dodicimila lire tra telefonate, treno, panini, autobus. Mi dici qualcosa sui Beatles, per favore?

GC: Ci stavo arrivando, piano. Insomma, ci sono esperienze in cui ti concedi alla banalità, alla chiacchiera, allo scontato senza far resistenze. Per esempio quando ci si innamora: innamorarsi vuol dire accettare di dire e fare delle banalità, delle cose e delle chiacchiere che tre miliardi di persone hanno detto e fatto prima di te nello stesso modo. Capisci adesso il rapporto coi Beatles? Anzi, prova a dirmelo tu, dài, prova … fai uno sforzo!

 

FA: Sì, io questo discorso delle banalità lo capisco e anche i Beatles, lo capivano, sai. Forse i Beatles e Higg Nigger … volevano fare gli stessi discorsi, cioè, erano su posizioni simili … come si può dire: forse è un motivo parallelo … E poi io non ho capito cosa c’entri il grande filosofo. Perché non mi dici cosa ne pensi dei Beatles?!

GC: Prima di tutto c’è da dire che High Nigger non ha mai ascoltato i Beatles in vita sua, e secondo me filosoficamente gli ha nuociuto; dunque, non è vero niente che volevano fare gli stessi discorsi. No, il contrario, esatto contrario! Stai attento che adesso ti rivelo una grossa verità filosofica e politico–sociologico–storica, sei pronto?

FA: Pronto.

GC: Ecco il punto! Non capisci che finché uno non afferra questa questione: che la banalità è obbligatoria in certe esperienze cruciali di comunicazione; anzi, dirò di più: che proprio quelle esperienze di comunicazione inautentica sono le nostre vertigini quotidiane, bè, allora non ha afferrato niente dell’epoca rock?

FA: Epoca rock?

GC: Stai zitto. Non ti ho ancora detto quella grande verità; anzi, me la sono dimenticata. I Beatles, lasciamo stare High Bigger, che a me poi non interessa granché. Parliamo un po’ dei Beatles, ostia! I Beatles sono quelli che sbragano tutto, in questo campo della comunicazione: prova a chiedere a Umberto Eco, se ho ragione o no …

FA: Telefoniamogli …

GC: No. Stai zitto. Loro vengono fuori con canzoni del cazzo. Bisogna dichiararlo in pubblico, senza pudori. Non sapevano neanche suonare. John Lennon non teneva neanche dietro alla musica; George e Paul dovevano sempre rimediare, perché lui con tutto il casino che faceva non teneva le battute. E Ringo, guarda, all’epoca magari faceva effetto; ma adesso, se lo confronti con un batterista della disco–music, ti accorgi che è un po’ sporco, con quel picchiare che fa …

FA: Però ascolta: unica cosa, non metterti a parlare male dei Beatles. Accetto tutto, High Tiger e tutto, ma non che ti metti a parlar male dei Beatles, adesso …

 

GC: Non hai capito niente! Non afferri. Io dicevo una cosa enorme. Che loro, anche se non sapevano suonare granché bene, anche se avevano delle canzoni del cazzo, mettiamo fino al ’64, hanno capito, non so, intuito, beccato al volo, che più che la qualità contava l’amplificazione della cosa; che il muro del suono tra autentico e inautentico si passa in un altro modo, mica con la prudenza di non dire banalità. Ecco, non so se mi spiego. Quando son venuti fuori in Inghilterra, loro hanno anche capito che dovevano mettersi a sinistra degli Shadows, che erano dei pirla, che non si scatenavano e non forzavano la mano. È forzando la mano che … Insomma, due cose: primo forzare la mano, secondo l’amplificazione. La comunicazione va tutta in un altro senso: ridondanza e amplificazione, e non c’è più differenza tra banale e non banale. Allora arriviamo al fatto, come quando ci si innamora: per quello i Beatles fanno lo stesso effetto di quando ci si innamora. La musica diventa un’esperienza di smollarsi e non preoccuparsi più di far linee di distinzione … 

FA: Oh, bene, sono d’accordo. Però non è vero che i Beatles hanno fatto canzoni stupide fino al ’64. Ti sei dimenticato di She loves you. Dove la metti di She loves you?!

GC: Dài che ho fretta, stai zitto. Devo dire un sacco di cose. Devo dire le seguenti cose: tu sai chi era George Martin?

FA: Era l’arrangiatore dei Beatles.

GC: Bravo! Allora ascolta quest’altra verità che adesso ti dico. Sei pronto?

FA: Pronto.

 

GC: È George Martin che ha insegnato a suonare ai Beatles. Ma tu lo sai che era George Martin? Era un musicista, suonatore alla domenica nei pub, con la gente, suonava non so più cosa, uno strumento a fiato. Io da piccolo quand’ero in Inghilterra vedevo questa gente che alla domenica mattina suonava nei pub, dei gran jazzisti, gente fortissima. George Martin era uno di quelli, dove si prende il tè all’aperto. È lui che li ha messi a studiare, i Beatles, li ha fatti lavorare … Sgt Pepper è tutto fatto sulla sua ispirazione. Ora, perché ti ho detto questo?

FA: Perché?

GC: Non mi ricordo più.

FA: Ah, neanch’io …

GC: Eh, non mi aiuti niente …

FA: I Beatles!

GC: Stai calmo. Anno ’64, quando incidono Rubber Soul

FA: Rubber Soul è del ’65 …

GC: Come vuoi, ’65. Ma c’è George Martin, ed è lì il cambiamento dei Beatles. Primo: smettono di girare sempre a far concerti, e George Martin li mette sotto a studiare un po’ per imparare. Questa è una cosa da starci attenti. Solo allora i Beatles diventano i Beatles come li intendiamo adesso noi, tu mi intendi?

FA: Altroché!

 

 

GC: Ecco. Questo secondo me spiega anche che tipi sono. Sono mica tipi come, non so, i gruppi californiani, i Grateful Dead, o Jimi Hendrix, eccetera. Janis Joplin, esempio, che è tutta sull’esecuzione e sulla risposta diretta, gente che cerca quello nel gran movimento d’un concerto in tempo reale, nella grossa emozione dei pop festival; prendi Monterey Pop, isola di Wight, i Beatles non erano fatti per cose del genere, anche se sono loro che hanno innescato tutto … Ma poi con George Martin è venuta fuori la loro vocazione, la loro possibilità … non erano dei gran musicisti, bisogna dirlo: adesso che suonano da soli te ne accorgi della differenza tra un gran musicista di prepo e loro; non avevano un gran dominio degli effetti nello spazio come altri, i Doors, i Jefferson, i Grateful Dead, questo è sicuro; almeno, è una mia idea … Per quello hanno dovuto prendere un’altra strada per trovarsi … studiare, trovare effetti che si possono fare solo in studio, in laboratorio, in solitudine, come uno che scrive, per me John Lennon è più che altro uno scrittore molto bravo … Adesso ci sono arrivato a quello che volevo dire, lo ripeto, vuoi?

FA: Sì.

GC: Loro potevano farcela solo trovando effetti che si possono fare in studio, non come Jimi Hendrix che era un gran musicista, sia in studio che no. Tu devi annotarti questa idea, hai capito?

FA: Stai calmo.

GC: I Beatles hanno scelto il rock da camera, chamber music, una cosa che non si faceva più da secoli; per quello sembrano un po’elisabettiani …

FA: Sembrano che?

GC: Lascia perdere … gli effetti più magici e sottili, l’amplificazione nella distanza, non sul momento come Jimi Hendrix, Janis … Amplificazione sulla distanza vuol dire che fai un prodotto con tante sfaccettature e riflessi, tante goccioline, che dopo te lo rigiri sempre nelle mani come una cosa un po’ magica … e così a partire direi da Rubber Soul, quelle canzoni, Girl, Norwegian Wood, comincia un’altra musica … 

FA: Potresti essere più preciso, o no? Quest’intervista a me mi sembra un disastro …

GC: Ascolta: dopo il ‘64–’65, sul piano della musica di movimento, di occupazione degli spazi, di provocazione, di chiamata e fervore, i Beatles non ci sono più … Mi vengono in mente certi esempi del pop italiano: la gente che proprio non ce la fa, fa pietà, è tutta sull’ideologia, vuol buttarla sul politico per pura debolezza e cretinisia … perché non ha questa tradizione di musica e spettacolo che hanno i vecchi cantanti rock tipo Chuck Berry, che sono virtuosi, buffoni, patiti del rock, attori, tutto. Oppure gente come Jimi Hendrix che imposta un rito così denso della musica, così vibrante, con tremila amplificatori, e tutta una tradizione musicale tipo blues jazz e rock dietro … a me sembra che alla fine queste cose siano importanti: quello che hai dietro le spalle, se non la cultura musicale proprio, il terreno da dove parti, il dialetto musicale che usi … E i Beatles, che cultura musicale avevano dietro le spalle?

FA: Che cultura musicale avevano dietro le spalle?

 

GC: Nessuna, solo quella della fregola giovanile per i ballabili a 45 giri. È importante saperlo che hanno imparato da soli, che sono venuti su da soli, come tutti noi, senza nessuna trasmissione diretta d’una cultura musicale, senza nessun dialetto … Per quello è così importante George Martin, come un tramite, un maestro che ti dà la dritta … qua c’è poco da buttarla in politica; nel nostro mondo non ci sono più delle abilità che trasmetti, come quelle dei vecchi artigiani, non c’è trasmissione sociale, tieni in mente, allora uno deve impararsele da solo le cose … e certuni barano, bleffano … 

FA: Va bene, spiegami meglio il George Martin …

GC: Ma sì! Perché lui ce l’aveva un dialetto musicale, una preparazione ancora tradizionale, non campata in aria; perché era un musicista credo da conservatorio, cosa che non vuol dire niente d’accordo … ma capisci che contrasto coi Beatles? e poi aveva una vena buona nel popolare … Te l’ho detto, le orchestrine inglesi alla domenica, quand’ero piccolo, Kentish Town a Londra, suonavano jazz molto forte … non swing per niente, un buon beat da banda di paese, però con beat … mi viene in mente la banda dei cuori solitari di Sgt Pepper. Anche altri l’hanno detto questo, che l’uso della banda da paese in Sgt Pepper viene da George Martin …

FA: Ma quello è molto tempo dopo …

GC: Lascia stare, il fatto è che da Rubber Soul comincia questo uso di effetti da studio … l’influenza di George Martin porta i Beatles a trovare una musica che ti porta nell’orecchio l’eco dei dialetti … ti posso parlare dei dialetti?

FA: Parliamo dei Beatles, dài, con st’intervista! Non abbiamo mica concluso tanto …

GC: Ma cosa vuoi concludere? Non c’è niente da concludere … il dialetto va bene per tutto, poi …

FA: Allora avanti col dialetto …

 

GC: Dunque i Beatles … io ti dico una cosa semplice: se vedi dei napoletani che fanno del teatro, ti accorgi che hanno una base sicura, una serie di gesti, toni cadenze già dati dalla loro base collettiva …

FA: Ma cosa c’entra coi Beatles questo?

GC: C’entra. Se prendi uno senza una cultura dialettale, ti accorgi che i gesti, i toni di voce, ha dovuto reinventarseli attraverso, non so, le scuole, i dischi, i tramiti più campati in aria …

FA: Ebbé?

GC: Be’, succede a tutti: la faccenda del tramite, del gesto, del fiato, dell’orecchio, della voce e della musica, sono cose che ti vengono da tramiti collettivi, oppure no … 

FA: Sì, va bene, vai avanti …

GC: Noi al giorno d’oggi, quasi tutti, non abbiamo più questi tramiti diretti collettivi e ce li dobbiamo reinventare per conto nostro …

FA: L’hai già detto …

GC: Uno come Jimi Hendrix invece, appena lo senti che canta, senti il dialetto, da come appoggia la voce, le scale che fa, senti subito che lui ce l’ha dietro le spalle questo tramite collettivo … per quello è sempre così sicuro, duro che va sugli effetti d’investimento, di prepo … qualcuno che è sicuro dei suoi mezzi, nessuna debolezza … però …

FA: Però?

GC: Però anche lui ha dovuto sfondare il muro del suono … ti ricordi il muro del suono?

FA: Così così …

GC: Il muro del suono è passare da un’altra parte dove non ci sono più appoggi dalla tradizione, sei al di là del banale e del non banale, del vero e del falso, in orbita, sei un disambientato perpetuo, sei un eroinomane per forza, ti sei lasciato indietro per strada High Digger … Hendrix lo fa calcando sull’amplificazione, sfonda il muro del suono così, ormai è un mutante Hendrix, deve forzar la mano perché è quella l’anda di là del muro, ormai blues jazz rock non ti salvano più neanche te … la tua cultura è comunque fregata, capisci, ne fanno del folklore, anche le pantere nere, appena ti immagini che hai una cultura alle spalle e ti puoi appoggiare, be’ ti ritrovi a fare il servo, il pagliaccio imbecille come quelli che la mettono sulla politica … Comunque ti assassinano o mirano a rincoglionirti, comunque è sempre troppo, difficile farcela … adesso Patti Smith, anche lei una mutante, ma anche lei come i Beatles, partita da nessun dialetto musicale … nessuna forza, solo studio … Janis Joplin sfondava questo muro del suono di forza, con la voce da matta, la voce che va fuori dal musicale, travolge qualsiasi melodia, ormai è solo vibrazione di una corda sola, e anche lei è lanciata nel cosmo, di là del muro del suono, nel cosmo del canto–sesso–scopata–vita–morte, Kozmic Blues … uno come Syd Vicious era debole, debole, crollato subito …

FA: E allora?

 

GC: Allora: in questi giorni ho letto un librino di Savelli su Hendrix, Janis e Jim Morrison, e ci sono due tizi che fanno discorsi moralistici, dicono che il loro è stato un brutto viaggio, e che magari se non morivano adesso erano gente normale, non miti … vorrei dire una cosa, mi permetti?

FA: Dilla.

GC: Ecco: gente che parla così son dei bastardi imbecilli, non sanno neanche dove sta di casa il muro del suono, non cancellarmelo questo, puoi?

FA: Be’, sono tue idee …

GC: Non si può fare i furbi, prender le distanze, come se non fosse successo niente … e tirar fuori la storia dei miti; ce ne sono tanti che vogliono sempre demistificare … ma cosa demistificano?

FA: Parla dei Beatles.

GC: I Beatles scelgono un’altra strada, più o meno come adesso Patti Smith, anche Lou Reed … Lou Reed è uno che c’è già passato prima oltre il muro del suono, con i Velvet Underground, adesso è dall’altra parte, in orbita, ma ha scelto anche lui un’altra strada … Anche i Beatles hanno scelto un’altra strada, per quello che non son morti. Scelgono di mettersi a studiare; insomma qua, nel deserto, dopo che ne hai combinate un sacco a questo mondo, nel deserto ti calmi … senza dialetto, senza niente dietro le spalle, l’unica cosa è che ti metti lì e cominci ad ascoltare il mondo, le voci … E allora succede l’inverso, secondo me …

 

FA: Cioè...

GC: Cioè, è di là dal muro del suono che si ritrova un tramite collettivo, ma non come quello della tradizione … I Beatles trovano un dialetto musicale, per mezzo di George Martin. Ma sono cose che ti ritornano da lontano, che puoi usare solo per gioco, tu non sei più su nessun terreno collettivo … penso alle canzoni su Liverpool, Penny Lane … un dialetto possibile nelle loro canzoni torna fuori, ma solo dopo che ti sei perduto in mezzo a dialetti non tuoi … dopo che ti sei disambientato nei viaggi fino in fondo … I Beatles, dopo due anni di troppi concerti, in mezzo a tutti i dialetti del mondo … Poi si fermano, e senti che vengon fuori altre cose, il music–hall per esempio, il circo, i nursery rhymes, le canzoncine inglesi per bambini, Lewis Carroll ed Edward Lear, il nonsense … per il music–hall pensa a When i’m sixty–four, per il circo pensa a Mr. Kite, per le canzoncine nursery rhymes pensa a Lucy e poi I am the Walrus, che è una citazione da Carroll; per la musichetta da strada pensa a Obladì–Obladà; pensa a Nowhere Man, che è puro Edward Lear … persino la grande orchestra dell’Albert Hall diventa un dialetto sentito in lontananza, come in A Day in the life; e i film di guerra visti da piccoli, gli effetti da voci di sottomarino in Yellow submarine … e cosa dice? “and the band begins to play” … la band, hai capito adesso?

FA: Un po’, un po’ …

GC: I Beatles io li capisco, perché sono dei piccoloborghesi come me … gente senza nessun radicamento, senza nessun tramite collettivo … la cultura negra dietro Chuck Berry e persino Little Richard è un’altra cosa … noi piccoloborghesi siamo buttati allo sbaraglio senza cultura, senza dialetto, senza nessuna sapienza, l’unica lingua che impariamo è quella che ci insegnano a scuola, l’unica musica che ci arriva è quella della radio …

FA: Capisco …

 

GC: Per quello ti dicevo, a Kentish Town, Londra, verso il ‘62–63, Camden Town, Islington, era ancora una zona operaia; vedevi una vita collettiva, nei negozi la gente si conosceva, si salutava, stavano sulle porte, nei pub si conoscevano tutti … e alla domenica suonavano, jazz, era il loro dialetto musicale. Adesso Kentish Town, Camden Town, fino a Parliament Hill è una zona medioborghese, intellettuali, ex piccoloborghesi che si sono piazzati col culo da qualche parte … e senti che non hanno più dialetto … adesso capisci il salto in orbita del piccoloborghese? Staccarsi dal tuo terreno collettivo, bisogna farlo per forza, tanto il terreno collettivo è fregato, e bisogna mettersi per un’altra strada, per trovare qualcos’altro … inutile star a fare del folk–cadavere … tanto anche nel folk–cadavere senti quel senso della vita piccoloborghese, ognuno isolato nella sua casetta, e poi quando esci di casa sei lanciato nel mondo senza nessuna base collettiva dietro le spalle, solo quei quattro amici di gioventù; per quello i Beatles insegnano a tutti a fare il salto, a farlo prima, in anticipo, mettersi in orbita … e lasciarsi tutto il folk–cadavere dietro le spalle …

FA: C’è una canzone di Alan Price che parla di questo, Poor people, e anche Home town

GC: Alan Price come i Beatles l’ha sentita questa condizione del piccoloborghese lanciato in orbita nel mondo … tutta gente come Eleanor Rigby … Eleanor Rigby è un po’ come noi, ma prima di mettersi in orbita e mandare affanculo father McKenzie … e in Eleanor Rigby c’è George Martin che suona il clavicembalo …

FA: Ah!

GC: Capisci che quando ti fermi un po’, trovi il tuo laboratorio, e ti tornano nell’orecchio echi di dialetti … non c’è più niente di unitario, non è un vero dialetto, è tutto un gioco di effetti, di echi e ricordi, uno sparpagliamento in mille voci, mille musichette che hai nell’orecchio … I Beatles li capisco perché sono dei piccoloborghesi che hanno sfondato il muro del suono, e capisco perché loro ti dicono sempre “it’s getting better”, e “it all works out”, o “hey Jude don’t make it bad”; cioè ti dicono: ma sì, le cose vanno via da sole, non c’è problema, più che altro bisogna evitare le paranoie … sono piccoloborghesi che hanno sfondato il muro del suono e non li catturi più … sono anarchici sempre al fondo i piccoloborghesi, non li becchi mai, se fanno appena un salto e mandano affanculo father Mckenzie … sono ormai di là, dove il mondo non ha più un gran senso, non gliela conti più con i paroloni, successo e fallimento sono cose che capitano ma è solo un modo di stare al gioco, niente di sostanziale … questa è la razza dei piccoloborghesi mutanti, senza senso di colpa; per quello fanno una musichetta felice. In Rubber Soul c’è Norwegian Wood … George che suona col sitar … le parole, tutto quel silenzio intorno alle parole: è un effetto di normalità, ma come se la maggior magia del mondo, la cosa più buffa e tenera del mondo fosse la normalità d’un momento … loro me l’hanno insegnata questa sensazione … della normalità magica …

FA: Normalità magica, bello!

 

GC: Qua la normalità magica è data dal fatto che c’è l’accompagnamento di sitar per un raccontino così quotidiano … e il ritmo abbastanza rallentato, senti tutto come in trasparenza, è lì l’effetto …

FA: È possibile …

GC: Senti adesso chiudiamo st’intervista, ho già detto abbastanza, no?

FA: Sì sì, grazie, mi basta …

GC: E poi i Beatles ti lasciano sempre delle cose in testa, ma cose che ti puoi portar dietro tranquillamente, senza pensieri, non impegnative come quelle dei Rolling Stones, che ti dicono “You can’t always get what you want”, e ti dicono “I can’t get no satisfaction”, e loro tirano dentro anche il contrasto di classe, e ti dicono delle cose brusche e vere, pesanti … Il pregio dei Beatles è di non ingombrarti la testa, non dirti mai cose che ti fanno fare dei pensieri, ombre paranoiche … ti lasciano dicendoti: “when it rains or shines it’s just a state of mind”, e han ragione, se c’è il sole o la pioggia è solo uno stato d’animo … anche questo è lotta di classe, il piccoloborghese che si libera della colpa e manda affanculo father Mackenzie, è l’altro lato della questione, l’inverso dei Rolling Stones … dire: ohè, la vita non è un problema, sono solo delle situazioni da passarci in mezzo … e se le metti giù così dopo non ti prendono più, sei in orbita … è un po’ anche qua la rivoluzione, quello che ha detto Patti Smith: che dietro a ogni cosa ci può essere dell’anarchia … va bene, noi qua buttati nel mondo, in orbita, ma può andare, anche se da tutte le parti ti vogliono riportare alla colpa … vogliono che ti rimetti lì a pensare al tuo futuro, al futuro della nazione, vogliono scuoterti!

FA: Vogliono scuoterti, è vero!

 

 

GC: Vogliono scuoterti tutti come un pagliaccio, un sacco pieno di merda … inchiodarti alle tue “responsabilità” … se tirano le bombe, tu da che parte stai? … eccolo lì il punto chiave, che tu non puoi più rispondere a questi interrogatori cretini … non è più questione di stare da una parte, siamo da una parte appena si va in orbita e ti lasci indietro il senso di colpa … “I’m fixing a hole, where rain gets in, and stop my mind from wandering” … loro ti vogliono sempre scuotere, con i loro blitz e colpi sensational, e rivelazioni di congiure, sempre la testa in subbuglio … è lì il punto, fermare ‘sta testa che va sempre da tutte le parti, ti pare? … cosa siamo dei pagliacci sempre da farci sballottare per i fini superiori della nazione? … ce l’abbiamo anche noi un’idea, un’ideuzza su come si può campare, loro credono che qua se uno è in orbita è un povero demente che dice solo cose a cazzo …

FA: Ma lo sai cos’ha detto Giancarlo Pajetta nel ’68?

GC: Quello del Partito Communist Italian?

FA: Sì, quello …

 

GC: Cosa dice, cosa dice? dài che m’interessa, sono anch’io un Communist Italian …

FA: Pajetta nel ’68 ha detto questo dei Beatles: “Un simbolo i Beatles lo sono stati, ma di popolarità decadente. Come dive degli anni Trenta hanno avuto e hanno in tutto il mondo milioni di fans. Ma non mi si chieda di vedere nei Beatles qualche altra cosa che non quattro prodotti di successo. Un simbolo sociale per esempio. Erano quattro ragazzi di Liverpool in cerca di fortuna. L’hanno trovata e oggi sono baronetti e miliardari. Se un significato sociale c’è, è soltanto la dimostrazione di come la nostra civiltà dei consumi prediliga certi miti facilmente consumabili. Oggi non tutti sanno chi sia il premio Nobel per la medicina, ma dei quattro con la chitarra, come di tanti di loro, si conosce persino il numero dei denti falsi”.

GC: Andiamo calmi. Quel Pajetta lì parla in quel modo, perché lui di sicuro non è uno che si smolla e che ci prova a superare il muro del suono. Digli che venga a parlare con me, e gli spiego che il muro del suono sta proprio nel fatto che a un certo punto è sull’espansione del consumo che avviene la rivoluzione mondiale; senza espansione del consumo niente rivoluzione mondiale. Quelli che stanno a dire cose così sono al di dietro del muro del suono, e ogni tanto sputano di qua, tanto per prendersi una soddisfazione … 

 

FA: Dài, adesso che sei caldo, parla dei Beatles, lascia stare Pajetta …

GC: Guarda. Lui dice quattro ragazzi in cerca di fortuna: baronetti, miliardari, vede solo le frange. Ed è ancora uno di quelli che detesta le apparenze perché vuole la realtà vera, l’autenticità. È come quel High Bigger, stessa mentalità, scriviglielo. Il fatto importante è quando con un amplificatore ottieni diecimila volte più effetti che suonando come Beethoven; il sistema dell’amplificazione non è solo che amplifichi gli effetti d’un testo, d’un arrangiamento. È anche che tutto circola istantaneamente in un reticolo, e una scintilla qua è subito contemporanea in tremila punti. Chiediglielo a McLuhan …

FA: Chi sarebbe?

GC: Lasciamo perdere … Stavo dicendo: quando i Beatles vanno in America, che è mi sembra nel ’64, ’63…

FA: Nel ’64 …

GC: Lo dicevo io che era il ’64: be’, quando vanno in America, che ci vanno due volte, nel ’64, sono loro che spandono tanto gas da far nascere i gruppi rock americani della rivoluzione, dai Jefferson, ai Doors, a Fugs, ai …

FA: Sei sicuro?

GC: No, non di preciso, ma l’ho letto in un libro. Però è vero che da quel momento scoppia una grande cosa, gli fanno sentire agli americani cosa può essere il rock, e insomma, sono sicuro che è la loro tournée americana che scatena un sacco di cose …

FA: C’è scritto nel libro?

GC: Sì, ce l’ho di là, un bel libro, di Alan Dister. Ma io dico prima di tutto: cosa scatenano?

FA: Cosa scatenano?

GC: Scatenano la comunicazione! Ecco la verità che ti dovevo dire prima, me l’ero dimenticata. Telefonagli a Paglietta … dài. No, ascolta: la comunicazione. Se c’è movimento, una controcultura, una cultura rock, eccetera, è perché a un certo momento s’è scatenata la comunicazione. E non la comunicazione, capisci, dei giornali, la comunicazione che informa, no! la comunicazione che ti becca sugli effetti, che ti porta via, che ti fa sfondare il muro del suono. Adesso capisci la filosofia bestiale, che supera di un bel po’ quel barbone di High Digger? Il fatto è che se la comunicazione arriva (dico: se arriva, e se arriva te ne accorgi), non è mai né autentica né inautentica, è un’altra cosa, è effetto. Allora, vai a pensare tu che da una scintilla così venga fuori un tal patatrac! Lenin non ci pensava neanche, figuriamoci! Invece il patatrac è venuto fuori, perché tutti i movimenti di sommovimento, non so se mi spiego, tutte le rivolte, i casini, gli sfondamenti della barriera del suono, (MANCA TESTO) in poi non sono avvenuti per avere lo stipendio più alto (MANCA TESTO) i soldi per la benzina, sono avvenuti per riattivare la comunicazione. E così i Beatles, che hanno fatto questo po’ po’ di lavoro, di apertura di strada, altroché simboli sociali, come dice quel Paglietta … adesso dì qualcosa tu perché io sono stanco di dir cose intelligenti.

 

FA: Voglio farti una domanda stupida: secondo te i Beatles erano coscienti della loro carica, delle novità che tiravano fuori, del tipo di rivoluzione che stavano portando avanti? Cioè: capivano tutto e se la ridevano oppure erano come capitati per sbaglio in mezzo a un movimento? Cioè erano furbi o idioti? John e Paul sembravano furbi, Ringo sembrava scemo …

GC: Ma chi se ne frega di queste distinzioni? successo, fallimento, esser scemi, esser furbi, è ancora tutto un modo di pensare al di qua del muro del suono … siamo tutti uguali, se fai tanto di spingere un po’, di forzar la mano in un’esperienza, alla fine ci arrivi a capire che siamo tutti uguali, facciamo le stesse cose, il furbo è uno scemo, lo scemo è il grande genio, e non perché il sistema … insomma, siamo tutti anonimi e collettivi, e il resto è il gran spettacolo del mondo … il resto è il gioco degli effetti, e con gli effetti ci si deve giocare, è quello andare in orbita, mettersi a giocare con gli effetti, mica voler la verità: qua, per esempio, Moro doveva dire la verità, secondo quelli delle BR, ma che cazzo di verità doveva dire? Il problema non è mica di arrivare ad afferrare la cosa giusta e vera, è di imparare a muoversi tra gli effetti.

FA: Spiegati un po’ meglio …

GC: La comunicazione! La comunicazione non è altro che effetti; noi siamo per la comunicazione; la rivoluzione sta nella comunicazione che arriva, cioè negli effetti che fanno effetto, senza devastarti la comunicazione, come invece nel caso di chi vuol per forza portarti a una verità … quelli sono paranoici, e devastano la comunicazione …

FA: Potresti farmi degli esempi?

GC: Giusto! gli esempi. Prendiamo le canzoni di Magical Mystery Tour, che mi piacciono molto. Qui c’è una gran messa in scena di tipo affettivo: Venite, venite venite al giro magico misterioso! e le parole: “il Giro Magico Misterioso muore dalla voglia di portarvi via”, ripetute un’infinità di volte (si chiama ridondanza). Tutta la messa in scena affettiva è un modo di cattura: moriamo dalla voglia di farvi perdere la testa, di portarvi via con noi. Bene. Oggettivamente a (MANCA TESTO) come effetto d’avvolgimento, d’intontimento, ecco di qualcosa che non so. Ma non è solo il fatto che me lo dicono, l’effetto è anche una voglia che mi arriva, l’effetto è sempre il riflesso d’una voglia. E la voglia che passa è, io dico, quella della comunicazione. Momento: ma potrebbe beccarmi e potrebbe non beccarmi; ci vuole l’adeguata messa in scena: ci vuole la voce strascicata di Paul, ci vuole la tonalità da ba annda di paese o da circo con cui fanno i ritorni ritmici, gli intervalli, ci vogliono le trombe da circo, ci vuole la voce gridata da banditore, di John che grida: “The Magical Mystery Tour is waiting to take you away”. Insomma ci vogliono tutti questi ingredienti, un collage di echi ed effetti, che nel complesso non mi lascia zone di pensiero, cioè mi segue in tutte le analogie musicali che mi possono venir in testa: le trombe da circo, la voce da banditore, l’effetto invitante di Paul, le parole che dicono proprio quella cosa, eccetera. Ecco: la loro bravura nella comunicazione è nel far questo collage di possibili movimenti itineranti della testa.

FA: E le altre canzoni? Spiegami le altre canzoni, che effetto ti fanno …

 

GC: Dopo viene The Fool on the Hill. Magical Mystery Tour ti avvolge, ma l’effetto è collettivo, invito a un happening, una socialità dove si viaggia, in tutti i sensi; tant’è che è cantata da tutti. Invece The Fool on the Hill è cantata solo da John, e qui l’effetto che mi viene è di un tu per tu su qualcosa, un argomento, un tema non solo musicale, molto delicato: delicato non nel senso di fine, nel senso che bisogna trattare con tatto: quello del matto, il matto su una collina. Intanto: era l’epoca dell’antipsichiatria, e i Beatles captano anche questo, raccolgono anche rimbalzi di Cooper e Laing …

FA: Filosofi?

GC: No, sono quelli dell’antipsichiatria, gente che la mette un po’ come in questa canzone; il pazzo sulla collina dà molto il senso della loro tendenza: lasciare che la follia venga fuori, che si distenda e faccia il suo corso; vengono fuori altre cose, altri modi di sentire … be’ i Beatles prendono dunque anche questo rimbalzo di momento, e John ti canta la canzone come una specie di tu per tu con molto tatto, come parlare di qualcosa di importante ma che ci vuole delicatezza, e va su con la voce quando dice: “But the fool/on the hill sees the sun going down / and the eyes in his head see the world spinning round”. Io non riesco a non esser preso dal fatto che mi dice che gli occhi del pazzo sulla collina vedono il mondo che gira; perché è proprio uno sguardo che mi arriva, un modo di guardare attraverso un modo di usare la voce e la musica; a me viene in mente l’esperimento con Mary Barnes e con altra gente a Kingsley Hall, il fatto che se il matto fa il suo corso attraverso paranoia, metanoia, eccetera, alla fine risalta fuori come dall’altra parte del mondo e vede delle cose semplicissime, che sono la realtà: vede un albero, e un albero è solo un albero, vede il mondo che gira … ecco, quella canzone mi porta in questi pensieri; ma non solo le parole, è John con la sua voce che lo fa …

FA: Senti, devo dirti una cosa: credo che era Paul che cantava The Fool on the Hill, non John …

GC: Fa lo stesso …

FA: Scusa, vai avanti, vai così che vai bene …

 

GC: Capisci che se col mio effetto ti assecondo nelle tue partenze di testa, e tu ti trovi seguito e nello stesso tempo lasciato libero nelle tangenti che prendi, ecco che la testa resta vuota e si muove libera di qua e di là … non costretta al confronto con una verità paranoica … eccolo il trucco dei Beatles … tutto lì, non ingombrarti la testa con direzioni fisse della testa … con cose obbligate, dove devi rispondere sì o no … è quello che i politici ti vogliono sempre far rispondere: sì o no, sono di qua o sono di là … 

FA: Andiamo avanti …

GC: Andiamo pure avanti … adesso prendi Blue Jay Way, sempre in Magical Mystery Tour … scusa se insisto … 

FA: Insisti insisti …

GC: In Blue Jay Way intanto è la situazione che mi fa effetto, mi sembra una gran trovata: c’è una gran nebbia su Los Angeles, un amico s’è perso, qualcuno lo sta aspettando, gli dice di non star via tanto altrimenti lui si addormenta … questo è un modo di sollecitare la comunicazione, il contatto; tutta la canzone non dice altro che “please don’t be long”, c’è la nebbia, io ti aspetto; è una voglia di colmare un vuoto, una lontananza da colmare, voglia di comunicare. Gli effetti speciali fanno in modo che la voce sembra riverberata, sembra che venga dalla nebbia …

FA: Forse dei filtri …

GC: Ecco: la comunicazione è un venir fuori dalla nebbia; è una delle cose centrali dei Beatles; come ci si metta in comunicazione, come ci si trova, ci si aspetta … ho letto in quel libro che dicevo, di Alan Dister, che lo schema fondamentale delle canzoni dei Beatles sarebbe questo: Io (noi Beatles) ti (voi pubblico) amo, non siate crudeli con me, farò qualunque cosa, eccetera, perché ho bisogno d’aiuto (help!). Adesso ti dico anch’io una cosa fondamentale: questo schema è sbagliato. Perché quel Dinster, Dister, non afferra che il modello della richiesta amorosa che i Beatles usano è anche quello della comunicazione interpersonale, della richiesta di comunicazione; e se magari fino al ’64, a Rubber Soul … 

FA: Rubber Soul è del ’65 …

 

GC: Vabbé, fino al ‘64–65 è abbastanza vero che questo schema amoroso è una richiesta di attenzione al pubblico: amplificazione del tu per tu da concerto, un modo per dire: per favore, siate con noi, noi faremo di tutto per farvi godere, vi diamo rock & roll … ma poi è un discorso fesso … No: volevo dire solo che a un certo punto non hanno neanche più bisogno di fare queste richieste d’attenzione al pubblico, quando si mettono sul terreno della comunicazione a largo raggio … allora lì salta fuori una fantasia dei nostri tempi che ne trovi difficilmente altrove; ecco, sempre in Magical Tour, I am the Walrus … vaglielo a dire a quel Paglietti, che parlava di “popolarità decadente”, decadente il mio culo. Lui ci arriva, secondo te a capirla una cosa come I am the Walrus? E Amendola, per esempio, il padre della patria?

FA: A me piace quell’effetto di respiro, tipo soffio ritmato che si sente nella musica e poi le parole mi danno gusto a ripeterle, come “Expert texpert choking smokers …” oppure “Semolina pilchard climbing up the Eiffel Tower” credo che John abbia giocato anche su questo quando l’ha composta … 

GC: E l’intercambiabilità?

FA: Che intercambiabilità?

GC: Be’, dice “I am he as you are me and we all all together”, io son lui e tu sei me e noi siam tutti insieme … “I am the eggman, they are the eggmen, I am the walrus”, io son l’uomo delle uova, voi siete gli uomini delle uova, io son il tricheco … Per me un’altra cosa infinitamente eccitante è questa intercambiabilità che succede nella comunicazione dei Beatles; è un po’ come i fratelli Marx quando certe volte cominciano a far casino, e Harpo si traveste da Groucho e Chico pure; oppure quando confondono tanto il discorso che non si capisce più chi è che sta parlando, chi ha cominciato il discorso, chi è che vuol qualcosa. Questo casino, in cui tutte le apparenze possono scambiarsi, io la chiamo l’intercambiabilità; e per me è come il segno d’un culmine di comunicazione, lo stato fusionale, dove io son lui e tu sei me e noi siamo tutti insieme, mi segui? dormi?

FA: No, ma ho un po’ di sonno, sai, parli tanto …

 

GC: Io stavo dicendo questa grande idea: che in certi momenti di scatenamento massimo con la fantasia, i Beatles ti danno questo suggerimento di uno stato fusionale, che sarebbe il culmine della comunicazione, dove io sono te, io sono tutti, ognuno è tutti, e dunque ci si può parlare per ammicchi, per pezzi di frase, per giochi di parole interni a un gruppo. E I am the Walrus è così, è non solo una canzone, sono tante possibili canzoni, se ci badi: “see how they run” per esempio, che tirano fuori, è un pezzo d’una canzoncina per bambini, poi c’è “see how they fly like Lucy in the Sky”, poi tutti quei giochi di parole come “corporation teashirt”, “crabalocker fishwife”, “expert texpert”, “semolina pilchard” etc. etc. In questa canzone è come se tutto col linguaggio e con la comunicazione fosse possibile; e poi stai attento come ti sorprendono con la ripresa, quasi da canzone normale: “sitting in an English garden, waiting for the sun”; insomma anche qua ti vengono dietro nelle partenze di testa. Ma è un universo ormai sbriciolato, dove tutto è intercambiabile, dove ci sono queste mille sfaccettature delle cose, tutto circola a piccole immagini e a riflessi, e tu sei proprio abbagliato, non puoi fissarti su niente, puoi solo star lì basito, sorpreso. Anche questo come i fratelli Marx, che ti danno tremila gag al minuto, e tu non puoi mica seguirne uno, star attento a una cosa precisa, sei tutto succhiato sul fuori … La comunicazione arriva e fa l’effetto massimo quando ti succhia fuori, e dunque tu non sei più tu, io sono te, noi siamo quegli altri, non c’è più partizione, capito Freak Antoni?

FA: Sì, ma la filosofia? Io speravo che mi parlavi un po’ di filosofia … io ci avrei bisogno di metterci un intervento un po’ filosofico sui Beatles, nel mio libro … potresti dirmi qualche pensata filosofica?

GC: La filosofia non c’è più, c’è la comunicazione! Prendi un’altra canzone di Magical Mystery Tour, basta che la leggi, capisci da solo la rivoluzione filosofica dei Beatles … 

FA: Quale?

 

GC: Strawberry Fields … prima di tutto, mi hanno detto (ma non so) che Strawberry Fields era un posto a Liverpool dove c’era il manicomio. La canzone è questo invito, appello: “let me take you down”, lascia che ti porti con me. Attento alla base filosofica metafisica pragmatica! Io la metto sempre sulla comunicazione, perché la comunicazione è la filosofia dei Beatles. Quando uno ti dice così: “let me take you down”, un po’ con l’aria di portarti a fare un giretto amoroso, è già il modo di mettersi in contatto; ossia: vieni un po’ con me che ti spiego, che mi spiego, che ci spieghiamo, che andiamo via, che facciamo un giro, un viaggio assieme, non in un altro mondo, ma in questa dimensione buona della comunicazione e dello stare assieme dove “nothing is real and there’s nothing to get hung about”. Io dico ancora che la comunicazione è come sfondare una barriera del suono, della separatezza, isolamento e tutto, e diventare così collettivi che puoi tirar fuori persino il pensiero (per me giustissimo) che “niente è reale” e che “non c’è niente per cui farsi venir la nevrosi”. Sono stato chiaro?

FA: Così così …

GC: Be’, allora adesso sarò ancora meno chiaro, perché caro mio, John Lennon ha capito tutto, ed è lui che in questa canzone (Strawberry Fields) ti dice che se andiamo un po’ in là nello stato di intrecciamento delle teste e delle mani, non c’è più la chiarezza della madonna, detta anche il dogma dell’immacolata percezione. Son stato chiaro?

FA: Pochissimo …

GC: Sempre meglio. E adesso ti leggo anche le parole ultrafilosofiche che il Lennon ci ha scritto per non chiarire quello che non c’è bisogno di chiarire, essendo che, quando vai per di lì, per gli Strawberry Fields, è tutto un altro discorso … Ecco le parole, che, stai attento, ti traduco all’impronta su due piedi: “Niente è reale e non c’è niente per cui farsi venir la nevrosi” … scusa, faccio una traduzione un po’ libera se permetti …

 

FA: Vada per la traduzione libera, ne hai ancora per molto?

GC: Ho quasi finito.

FA: Perché a me mi è venuto un gran sonno, non tengo più gli occhi aperti.

GC: Dormi pure, io parlo da solo, tanto ormai, io son te e tu sei me …

FA: Tutto quello che vuoi, ho sonno, tanto sonno …

GC: Dormi, pensa magari a quella canzone che dice: “I don’t know why you say goodbye I say hello”, e perché a un certo punto le parole, le comunicazioni si confondono, uno dice una cosa, uno un’altra, ma tutti si dice la stessa cosa, in certi momenti, solo in certi momenti, anche stando zitti … E infine pensa a queste parole di saggezza, che qui voglio mandargliele a chi dico io, sempre Strawberry Fields, Strawberry Fields per sempre, anche se è dalle parti del manicomio, anche se è il manicomio, queste parole di saggezza possibile, chissà: “Vivere è facile con gli occhi chiusi, confondendo tutto quello che vedi. Sempre più difficile essere qualcuno, ma alla fine le cose si risolvono, e a me non importa poi granché”. Qui c’è tutto, non dico altro. Dormi?

 

Questa sera alle 18.30, sempre all'Apollo 11, Festa Romana: chi ha avuto il piacere di leggere qualcosa di Gianni Celati che gli è rimasto nel cuore, lo condivide leggendolo. Tra il lettori molti estimatori e alcuni dei suoi amici più cari: Ermanno Cavazzoni, Daniele Benati, Ugo Cornia, Marco Bepoliti, Jean Talon, Andrea Cortellessa e molti altri.

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