Celati. Il Lunario e lo smarrimento del Paradiso

Lunario del paradiso ha per me diversi significati. Avevo 23 anni quando è uscito, facevo l'università a Bologna (Filosofia, ma in realtà facevo soprattutto altro) e conoscevo Celati, insegnante di miei amici, amici nel senso che li vedevo ogni giorno. Soprattutto in via Begatto, molto frequentata anche da Gianni. Scrivendo queste note mi è tornato in mente un libretto che volevamo fare con Celati e Palandri. Avevo trovato un buffo titolo che piaceva a Gianni ma che pare avesse un significato diverso da quello che ricordavo. Il libro collettivo ("Il vestito policarpico", sic!) finì nel nulla. Il Lunario invece fu letto da tutti con grande piacere e fu accolto nel suo ambiente naturale, che era quello del movimento bolognese. Alcuni di noi, di questo gruppo di ragazzi che si vedevano spesso, studiavano da scrittori e naturalmente per tutti Gianni rappresentava la vera letteratura. Quella che anche noi speravamo di scrivere. E infatti si scriveva non poco, in varie case. Se dovessi dire un nome che rappresentasse il punto di riferimento più alto farei senza esitare il nome di Salinger (anche se in quel periodo io leggevo Proust). Chi ha la mia età non sarà affatto stupito, anzi lo troverà banale. Per la musica farei il nome di Keith Jarrett. La letteratura italiana contemporanea quasi non appariva nelle conversazioni. Celati parlava molto del suo amico Calvino, col quale faceva lunghe misteriose conversazioni telefoniche, anche da casa mia. È difficile descrivere gli anni in cui è stato scritto il Lunario, ma non è possibile prescinderne. Perché ha il respiro di quegli anni e li racconta come uno storico non potrebbe fare. Prima di tutto perché la voce del Lunario è plurale, collettiva, anche se il personaggio è ormai oltre l'esperienza collettiva di cui si crede ancora espressione. Il movimento bolognese non aveva un'anima ideologica, era un raggruppamento estetico e a volte addirittura estetizzante. Le sue mitologie non erano tanto le botte e le armi, ma un pianista che suonava tra le barricate in fiamme.

 

 

Le scritte sui muri erano citazioni di Shakespeare o di Dylan Thomas, “Non andartene docile”… Nessuno di noi si stava battendo per il comunismo o per il socialismo, a ben vedere non chiedevamo niente a nessuno. Non credo che Celati abbia partecipato a tumulti di piazza, ma molte sere le passava con noi che invece li facevamo. Noi ragazzi ci si sentiva un po' una sorta di aristocrazia dei pezzenti. Palandri parlava di un popolo degli alti nel suo Boccalone. Io descrivevo il mio sottotetto come una palafitta. Pensiamo al giovane protagonista del Lunario. Cosa ci dice di sé: "Cammino molto leggero cioè, io cammino così." Cammina molto GioFanni, in questo libro, e quello, se dovessi dirne uno, è il suo contenuto. Anche l'autore del libro, si sa, è grande camminatore. Forse qualcuno di noi già conosceva Robert Walser – certamente Gianni lo conosceva. Si va, in letteratura e in poesia, si va, si parte, si dice addio, si mette la propria musica sotto braccio (Chopin) e si va verso "l'inconnu pour trouver du nouveau". Che poi questo "qualcosa di nuovo", questa smania, questo disambientamento si sarebbe detto allora, si traduce per forza in viaggio. E il viaggio è la porta di Alice, non si sa dove si entra.

 

Magari ti trovi davanti a un signore normale che in questo contesto aristocratico-pezzente ci appare come un pazzo. Uno che dà in escandescenze per delle lampadine. Il padre della principessa che però semplicemente non sa nulla del popolo degli alti. Non sa da quale altezza giunge questa proposta. Non sa che l'unico parere che conti per GioFanni è quello della sua tribù originaria, che non solo gli autorizza la spedizione. La motivazione del viaggio è quasi una scusa: "voglio rivedere questa Antje per la sua faccia", ma il gruppo la finanzia in cambio del racconto dell'avventura. GioFanni quindi non va per restare, va per raccontare, quindi è implicito il ritorno. A vent'anni c'è almeno una cosa difficile da capire: che ogni "altrove" ha una sua normalità – e da lì considereranno "altrove" il tuo luogo di provenienza. Semplicemente passi da una normalità a un'altra. L'esclamazione della maturità è in genere "tutto qui?", perché in fondo "l'altrove" non esiste. Anche entrando con passo leggero i tedeschi gli chiedono che vuole, ragazza compresa, a dire il vero assai poco interessata a lui. Lui dà una risposta collettiva, proveniente dalla tribù d'appartenenza: non voglio niente. Lo smarrimento, il vero scopo di un viaggio in quei tempi, ti mette davanti alla tua inadeguatezza. L'altrove gli rimanda la sua immagine reale, assai poco competitiva: lo specchio gli dice "non sei bello". Gli psichiatri conoscono bene questo tipo di viaggio, che negli psicotici latenti si trasforma in nomadismo e in patologia.

 

Gli schizofrenici si manifestano spesso così, la prima volta, con una fuga, con un trovarsi continuamente davanti a questo specchio che mostra soltanto meglio la loro inadeguatezza. Lo smarrimento è eccitante, e in sé non ha niente di patologico. Diciamo che è una prova sotto sforzo. Chi non è malato avverte le stesse sensazioni – belle e brutte, libertà ma anche regole e usanze diverse. L'altro ci attira e ci respinge. Diventiamo fragili, ci mettiamo a disposizione del caso, non possiamo scegliere chi incontriamo. Magari un matto che ci colpisce in testa con la pompa di una bicicletta. La fanciulla sconosciuta, incontrata in una spiaggia, resta appunto sconosciuta. La sua famiglia, per quei tempi, è in fondo accogliente. Un ragazzo italiano che si presenta così… Lo accoglie un mondo non ostile, ma non lo capisce. La reazione è violenta. "Scappo via in tutti i momenti, per di qua per di là, a chiudermi nel cesso. Oppure solitario per prati, cercandola come una bestia; con lei solo lei nel cervello [sembra una canzone beat, ndr] che i prati non li vedo neanche, dunque non li descrivo." La violenza esplode, ma con una certa ironia. Perché, quando il motivo apparente del viaggio sembra svanire, il nostro protagonista non torna a casa? La sua vita nella casa diventa difficile, così cammina, cerca altre sistemazioni, lo ospiteranno addirittura due bambine incredibilmente sole in casa. Progetta viaggi verso paesi del Nord. Nessuno di questi incontri sarà determinante, neanche quello con una ragazza più disponibile. Dopo lo smarrimento, il "che ci faccio qui", gli viene naturale raccontare. E questo mi sembra un altro motivo per andare lontano. Essendo il nuovo arrivato, devi raccontare di te. "Ah che sogno questo di diventare un gran raccontatore di storie, meglio di Dante Alighieri, Italo Calvino, Fantomas, Balzac, madame Bovary e Sherazade." 

 

Come si sa non è facile catalogare i libri di Celati di quegli anni. Ma il Lunario è romanzo di formazione a pieno titolo. Quasi senza volere. Qualcuno potrebbe dire: formazione verso che cosa? Giovanni non si farà norvegese ma è diventato scrittore. E il suo esserlo diventato non è neppure uno svelamento, visto che la narrazione si svolge su due piani temporali. C'è addirittura una topografia della scrittura (i luoghi, le case) e i nomi veri delle persone che circondano Giovanni-Gianni durante la composizione. Appare anche la lettera 32 che sforna fogli su fogli. Non ci sono infingimenti. In questo libro “le Grand Meaulnes” non scompare avvolto nel mistero, anzi l'eroe non c'è proprio. C'è un ragazzo di vent'anni, smarrito, come eravamo davvero in quegli anni, che ha il coraggio di seguire i suoi sogni.

 

Testo dell'intervento pronunciato in occasione del convegno per i quarant'anni della pubblicazione di "Lunario del paradiso" (Università di Bergamo, 4 maggio 2018).

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