Che cos'è il metodo democratico

Note in margine alle elezioni italiane

Nel XX secolo le condizioni di successo del metodo democratico erano state riassunte da Schumpeter in quattro punti, tuttora validi. Il primo riguardava il materiale umano delle macchine politiche: il personale di governo deve essere di qualità sufficientemente elevata. La cerchia e i metodi di selezione che costituiscono la classe dirigente devono assicurarne un elevato rendimento. Il personale politico deve essere abbastanza aperto e insieme non troppo aperto all’outsider, deve avere tradizioni e codici professionali, e un fondo comune di idee. Un quadro molto vicino alla lezione weberiana sulla politica come professione. Ma è proprio questo professionismo politico ad essere entrato in crisi in tutte le società Occidentali. La selezione è spesso aperta agli outsiders, la diretta influenza delle lobbies economiche è crescente, il rendimento delle istituzioni appare dovunque in declino. 

 

La seconda condizione di successo della democrazia è la limitazione dell’effettivo raggio di azione della decisione politica. Non tutto deve essere soggetto alla decisione politica, e ampio spazio va lasciato alla sfera tecnica. Soprattutto non deve essere oggetto di decisione ciò che il popolo può capire, secondo una visione classica della democrazia. Ora proprio questa necessaria limitazione dell’attività politica a favore di organi tecnici è andata avanti a un punto tale che, specie nel campo dell’economia, la sfera della decisione politica si è ristretta molto più di quanto Schumpeter avesse auspicato. La sovranità di innumerevoli corpi indipendenti, che aveva fatto grande la democrazia Americana in passato, si è trasformata in una diffusa sindrome del “governo debole”, come il concetto di governance – entrato nel lessico politico a partire dagli anni ’90 del XX secolo – indica sia in campo statale che nelle relazioni tra stati. Paradossalmente ricevono un vantaggio comparato quei sistemi autocratici (si pensi alla Russia e alla Cina) ove la supremazia della politica sugli organi tecnici non è in discussione.

 

La terza condizione di successo della democrazia è l’esistenza di una burocrazia efficiente e insieme forte, una forza che si basa su fondamenta sicure, quindi garantita rispetto alla sfera politica intrusiva e alla stessa opinione pubblica fluttuante. La burocrazia deve perfino guidare e istruire la politica, secondo questa visione. Basta riflettere sui modi in cui i capi politici possono licenziare i burocrati nei sistemi democratici dello spoil system per capire che la terza condizione non è affatto rispettata. Schumpeter riteneva che le burocrazie europee, frutto di una lunga formazione storica risalente al Medioevo, avessero la solidità necessaria. Certo la burocrazia non si può creare dal nulla o affittare per denaro.

Infine la quarta condizione del successo è quella dell’autocontrollo democratico, che significa un ordinato rispetto e perfino una subordinazione volontaria dei rappresentanti politici rispetto alle esigenze nazionali. Non si può tentare di rovesciare il governo ogni volta che se ne abbia la possibilità, né imporre le proprie decisioni senza tener conto di quelle degli altri o della situazione più ampia. Anche in questo caso il prevalere di lobbies, il bombardamento dei gruppi di interesse inverte il principio dell’autocontrollo trasformandolo in pressione permanente. 

 

Una sfida ulteriore alla democrazia viene oggi dalla sovrapposizione di una rete tecnica globale in grado di influenzare e manipolare le opinioni e perfino le decisioni pubbliche. Questo nuovo inquietante ospite, ovviamente non previsto nel XX secolo, rappresenta la nuova gabbia d’acciaio e persino la nuova religione cui affidare le incerte fondamenta dei sistemi sociali contemporanei? In questa direzione vanno molte teorie della postdemocrazia, della democrazia dei networks, della maggiore inclusione degli individui in più estesi circoli deliberativi resi possibili dai media comunicativi interattivi. Lo stesso successo di movimenti come il Movimento 5 stelle va in questa direzione.

 


 

Una dimensione protettiva della democrazia è quanto sfugge sia alle teorie della democrazia di impianto economico, sia alle teorie della postdemocrazia elettronica. In entrambe le visioni, quel fondamento protettivo di un corpo di diritti che ci pone alla pari, e che non sono alienabili né omologabili ad altri – seppur legittimi – interessi nelle democrazie pluraliste e competitive, non è stato colto. La protezione invece è a fondamento della democrazia: questa realizza un contratto sociale che garantisce a tutti parità di diritti entro un sistema di premi e sanzioni. Certo Tocqueville vedeva come un ingrediente essenziale per la democrazia in America la mobilitazione individualistica per fare il proprio interesse e grazie ad esso fare l’interesse generale dell’Unione: il ruolo della politica era di mantenere aperta la competizione di tutti contro tutti. Se però la gara competitiva in cui il capitalismo si realizza dimentica la cornice protettiva dei diritti, si trasforma in guerra di tutti contro tutti. In essa infatti si ritorna allo stato di natura di Hobbes: fino a quando ogni uomo mantiene il diritto di fare tutto ciò che gli piace, tutti gli uomini sono nella condizione di guerra.

 

Proteggere e per questo obbligare, secondo la classica formulazione hobbesiana, non significa più che lo stato protegge, ma che non è più in grado di offrire protezione nelle condizioni create dal capitalismo globale: mobilità spaziale, trasferimento di diritti, espulsioni ed esclusioni, intrusione nella vita, vigilanza remota delle persone sono tutti concetti creati dal capitalismo contemporaneo su cui gli Stati non sono in grado di esprimere protezione. La domanda di protezione rivolta a Stati sovrani è oggi patetica. In questo senso la vittoria della Lega in Italia appare priva di solido retroterra e frutto di un uso senza pregiudizi della paura. Ma non è neppure vero che sono oggi i mercati, o le imprese, a proteggere (secondo una visione come quella di Forza Italia, ma non estranea alla sinistra moderata che ne ha subito un forte contraccolpo elettorale): infatti la loro logica esclude la conoscenza stessa della categoria di protezione. Essa è essenzialmente, insieme alla sicurezza, una categoria del Politico.

 

La democrazia infatti si è formata da mille fonti diverse, e in forme anche molto diverse, ma ha in comune una cosa essenziale: il potere dello Stato sui singoli non può mai cancellare i confini tra Stato e società. Questa distanza, sempre fluida, si è oggi allargata nella fase attuale post-nazionale. Che gli Stati nazionali restino a presidiare le categorie del Politico “amico-nemico”, è solo un’illusione ottica cui ci costringe l’attuale assetto dei poteri. È certo utile a poteri transnazionali poter giocare con Stati nazionali privi di risorse per governare i fenomeni globali; ma questo affretta la crisi di legittimazione cui da alcuni decenni gli Stati sono sottoposti, la crisi della democrazia analizzata dalla Commissione Trilaterale già nel 1975.

Certo la democrazia può essere ‘abbandonata’ dal capitalismo, come sembra evidente nella fase attuale, mentre i cittadini-consumatori non possono ‘abbandonare’ il capitalismo mediante una scelta di exit. Ma essi possono esercitare in molti modi la loro pressione e influenza. Esistono moltissimo modi per farlo, come Hirschman ha spiegato. Essi possono ad esempio esercitare la voce nei confronti dei loro governi in modo sgradito ai capitalisti. Possono boicottare, usando quindi un’uscita temporanea, il sistema (ad es. disertando il voto nei sistemi democratici).

 

Possono cercare l’accesso a risorse politiche inutilizzate nella loro comunità, come ci ha spiegato Dahl. O possono rivolgere la propria lealtà verso altri circuiti alternativi (economia solidale, economia circolare). O più decisamente possono ridurre la propria lealtà nei confronti del sistema politico-economico, semplicemente non credendo più in esso. Questo avviene quando i beni “pubblici” o “collettivi” che il sistema offre, che tutti consumiamo senza scapito per il consumo degli altri, si traducono secondo noi in “mali pubblici”: dall’ambiente alla sicurezza, dall’istruzione alla giustizia. 

Si noterà ancora una volta come paradossalmente sono i sistemi totalitari a partito unico, come la Cina, che esercitano una supremazia nei confronti dei sistemi democratici in fatto di uscita e di voce: né l’una né l’altra sono infatti ammesse (ma quando si sommano, come avvenne nel 1989, quei regimi crollano). 

Questo ci introduce a quell’altro aspetto protettivo della democrazia che sembra oggi mancante, cioè riguardo ai beni che sono di tutti, i beni comuni cui la vita stessa del Pianeta è affidata.

 

La crisi presente, e ancor più quella che si prepara, hanno stavolta anche un evidente aspetto di dilemma ecologico. Questo aspetto è stato del tutto assente nel dibattito politico ed elettorale, anche per l’assenza di movimenti ecologisti in campo. Se la crescita dovesse proseguire agli attuali ritmi squilibrati senza inversioni nei cicli di consumo di materie prime ed energie non rinnovabili, il collasso planetario annunciato sarebbe inevitabile. Ma l’arbitraggio tra chi debba rinunciare ai consumi attuali insostenibili, se i paesi ricchi come gli Stati Uniti o i paesi emergenti come la Cina, non è materia trattabile né dalla democrazia nelle forme attuali né tantomeno dal capitalismo nelle forme attuali. È una questione di giustizia globale che presuppone altre istituzioni. Nell’attesa che esse siano forgiate (ma da chi?) l’opinione pubblica mondiale si consola proiettando la crisi planetaria al 2100, un orizzonte impensabile. Nel frattempo le attuali élites mondiali non sembrano in grado di trovare soluzioni condivise, e la tragedia del bene comune Terra sembra consegnata al free-riding dei principali paesi industrializzati del mondo mentre l’esplosione demografica è destinata a continuare nei paesi emergenti. 

La prossima crisi sistemica, qualunque sia la sua localizzazione spaziale e temporale, esprimerà certamente lo squilibrio tra economia ed ecologia, tra capitalismo e Natura.

 

I tempi ora stringono, le crisi si succedono con frequenza maggiore, l’orizzonte non si placa e soprattutto si fatica a immaginare il futuro. A meno che non si intenda per visione del futuro l’orologio gigantesco che Jeff Bezos, a capo di Google, ha installato in una montagna texana, destinato a segnare le ore per i prossimi 10.000 anni. Ma con questo siamo nella pura e semplice illusione magica. Mentre avremmo bisogno di profezia: che significa dire la verità sul futuro in una fase di crisi, quando nessuno sa cosa dire.

C’è chi sostiene che la società sta ‘correndo’. In realtà la società non fa più in tempo a ristrutturarsi tra una crisi e l’altra, e in assenza di un tessuto protettivo ampie fasce sociali scivolano verso il basso come sull’orlo di un gigantesco Titanic. Lo stesso involucro democratico si lacera in più punti con il rischio di innescare una reazione a catena fuori controllo. Occorrerebbe quindi riformare il capitalismo. Ma il Politico non sembra neppure in grado di pensarlo.

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