Angela Zucconi

“Arrivata all’ultimo tornante della spirale, la sola certezza che ho: siamo nati per crescere dalle nostre radici e dobbiamo fare di tutto per continuare a crescere fino alla fine.”

Con queste penetranti parole si conclude l’autobiografia di Angela Zucconi, donna eclettica e combattiva, straordinaria e carismatica, protagonista discreta del nostro Novecento.

 

Ci sono momenti della storia in cui la coscienza collettiva si coagula intorno a temi “centripeti” sui quali si affannano intelligenze e passioni, come falene nel buio su una fonte luminosa. Uno di questi momenti è stato il dopoguerra italiano, quando i pensieri della resistenza affioravano in superficie come un fiume carsico; quando la libertà dall’oppressione sprigionava energie di cambiamento, la voglia di imprese nuove e nuovi orizzonti.

 

Questa spinta pionieristica, è vero, è rimasta appannaggio di pochi. Non ha trovato il terreno in cui attecchire e fare presa. Al contrario, ha dovuto scontrarsi con una sordità istituzionale e un’ottusità politica in un certo senso inaspettate, e senza dubbio frustranti. Ciò non toglie, tuttavia, che l’ostinazione dei pionieri abbia sparso semi, e dato i suoi frutti.

È proprio questo capitolo della nostra storia che mi è tornato in mente leggendo la frase finale del libro di Angela Zucconi. Le sue parole hanno un tono dolce di saggezza senile, ma anche una nota imperativa. È come se interpellassero le nuove generazioni e chiedessero di non dimenticare il lascito dei padri; o forse lanciassero la sfida, come in una caccia al tesoro, di andare alla ricerca delle idee migliori del passato, in questo nuovo millennio alla ricerca di alternative possibili all’ordine sociale del capitalismo neoliberista.

 

L’idea, in questo caso, è un filo rosso che ha origini lontane nel tempo, e che riemerge, rivisitato e adattato alle nuove circostanze, a più riprese nelle pagine della storia. È quello che oggi chiameremmo, probabilmente e molto genericamente, democrazia partecipata. È la convinzione, di matrice necessariamente radicale, che lo status quo, con il suo iniquo sistema di potere, vada sfidato e messo in discussione. È la fame di cambiamento verso una società più giusta perché più eguale; più “bella”, come direbbe E.F. Shumacher  (1973), perché a misura d’uomo e di comunità.

 

Se questo preambolo sembra troppo generico, o troppo retorico, raccontare della prassi di Angela Zucconi e del suo Progetto Pilota per l’Abruzzo servirà a situarlo nel tempo e nello spazio, e a dargli la credibilità di un anelito legittimo e declinabile in pratica.

 

Siamo nel 1945 e Angela è una giovane, talentuosa e promettente intellettuale di origini umbre. Ha studiato letteratura italiana all’Università di Roma, e lavora per la casa editrice Einaudi con l’amica e coinquilina Natalia Ginzburg. Durante la guerra ha maturato una progressiva presa di coscienza politica in senso decisamente antifascista, democratico e socialista, situandosi in un’orbita ideologica che l’avvicinerà inesorabilmente, di lì a pochi anni, al comunitarismo olivettiano. Per questo motivo accetta con entusiasmo quando le viene proposto di aderire al Movimento di Collaborazione Civica (MCC), fondato a Roma nel 1945 con lo scopo statutario di promuovere una maggiore partecipazione attiva dei cittadini alla vita democratica del Paese. Così come non esita a lasciare – seppur momentaneamente –da parte le sue ambizioni letterarie, non appena Guido Calogero e Maria Calogero Comandini le offrono la direzione ad interim del Cepas, il Centro di Educazione per Assistenti Sociali, prima scuola laica di Servizio Sociale in Italia.

 

A visitare oggi il convento che ospitava la scuola, sul colle Aventino di Roma, vicino al meraviglioso giardino degli aranci, sembra di sentire ancora risuonare per le aule piene di libri e lungo gli stretti corridoi le voci della prima generazione di studenti del 1947. Si trattava per lo più di reduci di guerra ed ex-resistenti, tutti uomini e donne politicamente maturi, convinti che tramite i metodi e le tecniche del Servizio Sociale, disciplina che si affacciava solo allora sulla scena “accademica”, si potesse contribuire in maniera determinante alla costruzione della nuova Italia democratica. I Calogero ed Angela chiamano a insegnarvi un composito corpo docenti, nomi illustri come Adriano Ossicini, Federico Chabod, Bruno Zevi, Cesare Musatti, perché gli imperativi del Cepas sono professionalità, approccio multidimensionale e prassi, nel senso di pratica riflessiva.

 

Angela è la prima a credere, senza riserve, alle potenzialità del Servizio Sociale come disciplina capace di coniugare teoria e pratica, e dell’assistente sociale come agente di cambiamento. Sotto la sua direzione, dal 1949 al 1963, il Cepas si consolida come punto di snodo di una complessa rete di esperienze e azioni sociali d’avanguardia, internazionale e polivalente, e si orienta con decisione verso percorsi inediti e non ancora battuti, rispondendo a una sempre più accentuata vocazione comunitaria. Sono gli anni dell’implementazione dei primi Centri Comunitari di quartiere, concepiti, per usare le parole di Angela, come “centro di gravitazione o ombelico della vita democratica”, dove gli studenti fanno le loro prime esperienze di tirocinio formativo. Sono anche gli anni della fortunata collaborazione con Adriano Olivetti, grande amico di Angela e tenace sostenitore del Cepas, per i progetti pilota di sviluppo comunitario nel Mezzogiorno: ai Sassi di Matera prima, nel 1953, e in Abruzzo poi, nel 1956.

 

Il Progetto Pilota per l’Abruzzo rappresenta una delle più interessanti – e ancora poco analizzate – esperienze della nostra breve stagione “comunitaria”. In esso Angela riproduce, adattandola alle circostanze nostrane, la metodologia della Divisione dell’Educazione della Comunità (DivEdCo) di Portorico, appresa in occasione di un viaggio di studio finanziato dall’UNESCO. Ai suoi occhi l’ambizioso programma governativo di democratizzazione dell’isola, avviato nel 1949 dal neoeletto Munoz Marin subito dopo l’indipendenza dalla Spagna, rappresenta un’epifania.

 

“Fin dal primo incontro con [i direttori della DivEdCo] Fred Wale e Carmen Isales capii che il lavoro che dirigevano era un vero pane per la mia inappetenza”, scriverà più tardi nella sua autobiografia. Nelle settimane trascorse a Portorico Angela incontra e segue nei loro spostamenti gli “organizzatori di gruppo” assegnati ai barrios, i villaggi rurali dell’isola. Li osserva mentre visitano i residenti e li invitano a partecipare ai periodici gruppi di lettura e alle proiezioni cinematografiche. Ne ammira gli strumenti di lavoro, gli opuscoli colorati e i pluri-premiati medio metraggi, prodotti su misura della realtà portoricana dall’Unità Produttiva della DivEdCo. Ne analizza le tecniche mentre animano i “circoli democratici”, i gruppi di discussione che diventano palestra di partecipazione democratica e occasione di empowerment.

 

A colpirla, della pionieristica metodologia della DivEdCo, è la premessa di fondo che non c’è sviluppo sociale ed economico sostenibile e duraturo senza educazione democratica, e senza la disponibilità istituzionale a delegare responsabilità e potere. Ne intuisce l’applicabilità nel Mezzogiorno interno d’Italia, che tante somiglianze aveva con la realtà rurale portoricana, soprattutto in termini di mancanza di costume democratico, abitudine alla partecipazione e spirito comunitario.

Nei primi mesi del 1956 Angela fa ritorno in Italia, carica di suggestioni e materiali della DivEdCo, risoluta nel suo proposito di trasferire quanto ha appreso in un progetto analogo.

Il progetto Abruzzo nasce come pilota dell’UNRRA-Casas, il Comitato per il Soccorso ai Senzatetto della United Nations Rehabilitation and Relief Administration. Riguarda quattordici comuni montani in provincia di Chieti e dell’Aquila, di cui alcuni ancora semidistrutti dal passaggio del fronte. I paesi del comprensorio sono stretti nella morsa di una povertà endemica, drenati dall’emigrazione, basati su un’economia di pura sussistenza in una delle zone più depresse del Mezzogiorno, piagati da una classe dirigente gelosa dei propri privilegi di casta, quella “piccola borghesia” di cui parlava Carlo Levi, priva di proprietà terriera e per questo aggrappata a una gestione clientelare della pubblica amministrazione come strumento di dominio e potere.

 

Concepito per avere una funzione prettamente educativa, il progetto dura quattro anni (1958-1962) e coinvolge un team di studenti e diplomati del Cepas, accademici, esperti. Angela ne è l’infaticabile direttrice, e l’amica Florita Botts dell’UNESCO la responsabile in loco.

 

Come a Portorico, gli assistenti sociali sono assegnati ciascuno a uno o più villaggi, e ricoprono il ruolo di animatori comunitari. Il loro compito consiste nell’organizzare gruppi di discussione per adulti e bambini, spazi di democrazia, condivisione e dibattito. L’espediente, anche qui, è il mezzo artistico, il libro o il film scelto con cura e perizia per la sua capacità di evocare temi di vita vissuta, e ispirare l’azione comunitaria. Si leggono ad alta voceContadini del Sud di Scotellaro, brani delle Lettere di condannati a morte della Resistenza, L’abbiccì della democrazia di Calogero, i racconti di Tolstoj; si proiettano Roma città aperta di Rossellini, La terra trema di Visconti, Il cammino della speranza di Germi. Lo scopo è scardinare il tradizionale costume autoritario dei paesi del comprensorio, contribuire alla maturazione democratica dei cittadini, stimolare e accompagnare l’azione sociale comunitaria.

 

In breve tempo, e tra lo sconcerto delle autorità locali, scosse nel loro torpore secolare, i gruppi di discussione si trasformano in centri di mobilitazione intorno a piccoli e grandi progetti, concepiti e implementati “bottom up”, in modo cooperativo e partecipato.

È la prima volta che dalle istituzioni italiane parte un’iniziativa esplicita di “educazione alla democrazia”; ma agli occhi dei più si tratta di una serpe in seno. Una rivoluzione silenziosa di questo tipo, infatti, non può non allarmare l’establishment: per il potere costituito si tratta, evidentemente, di un pericoloso risveglio democratico da stroncare sul nascere. Il Progetto Abruzzo non può che essere inerme di fronte all’aperta ostilità e all’ostruzionismo della Democrazia Cristiana, dei ministri di Roma e della cultura maggioritaria di interventismo statalista incarnato dalla Cassa per il Mezzogiorno. Infatti viene, di fatto, smantellato nel 1962, poco dopo la morte di Adriano Olivetti, che di questo pionieristico esperimento di “partecipazione democratica allo sviluppo” si era fatto il protettore istituzionale, in qualità di presidente dell’UNRRA-Casas.

 

Con gli anni Sessanta si chiude la breve stagione italiana di sviluppo comunitario; ma sono anche gli anni di fermento sociale che portano allo Statuto dei Lavoratori e al decentralismo amministrativo, alla deistituzionalizzazione della malattia mentale e alla nascita delle Unità Socio-Sanitarie Locali. Sono anni, insomma, in cui l’idea di comunità non va sprecata, ma si declina sotto altre forme. Non tutto è andato perduto. A perdersi, come i decenni successivi dimostreranno, è il concetto di comunità come spazio di democrazia partecipata, o meglio come luogo di elezione per l’educazione e la pratica democratica.

 

Questi, dunque, i frutti del lavoro di Angela, e di quanti come lei hanno abbracciato una filosofia umanista e comunitaria, che metta al centro l’uomo e il suo potenziale creativo e critico. Queste le nostre radici. Radici da cui crescere; radici a cui tornare ogni qualvolta ci si senta mancare d’animo di fronte alla sordità istituzionale, al fallimento dei modelli politico-economici esistenti e all’apparente assenza di alternative possibili. Questi i semi che ci hanno lasciato, pronti a rinascere a nuova vita se annaffiati.



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