La condivisione all’epoca della crisi

All’inizio di ottobre, stando al “Wall Street Journal”, Facebook ha superato il miliardo di utenti. Quante volte viene cliccato il pulsante “condividi” da questo numero esorbitante di persone? Non ci è dato saperlo. Ma è certo che, anche grazie al social network di Zuckerberg, l’idea della condivisione è entrata in modo prepotente nella vita di una persona su sette su questo pianeta, che quotidianamente usa quel pulsante per mettere in circolazione un numero incalcolabile di link, immagini, testi e video. Nel giro di pochissimi anni, “condivisione” è divenuta una della parole-chiave della contemporaneità.

 

Il successo del pulsante di Facebook è solo la consacrazione presso il grandissimo pubblico di una pratica di condivisione dell’informazione che è la colonna portante delle culture digitali fin dalla loro nascita. È proprio la condivisione attraverso Internet che ha decretato la fine delle industrie culturali novecentesche così come le conoscevamo, tramite le piattaforme di “file sharing”. Queste strutture distribuite (Gnutella, Bittorrent e eDonkey sono i nomi più conosciuti) permettono agli utenti di condividere immagini, testi, musica e filmati in modo reticolare, senza ricorrere a sistemi di archiviazione centralizzati su un singolo computer. Diventa così difficile, se non impossibile, bloccare la circolazione di contenuti protetti dal diritto d’autore, nel momento in cui il computer di ogni utente diviene un singolo nodo di transito di informazioni in una rete più vasta basata sul principio del rapporto tra entità di pari importanza (peer-to-peer, o P2P).

 

Negli ultimi anni il ruolo dei sistemi di file sharing è passato da quello di semplici infrastrutture per la condivisione di dati a quello di risorsa – sia metaforica che pratica – per la costruzione di interi nuovi paradigmi di azione sociale e politica. È ispirandosi al file sharing, infatti, che il saggista belga Michel Bauwens ha scritto testi come L’economia politica della produzione peer-to-peer (CTheory, 2005). Nella società contemporanea, sostiene Bauwens, accanto ai tradizionali modi di produzione privato e statale si stanno sviluppando modelli “tra pari”, che andranno ad affiancarsi ai due precedenti. Ed ecco allora che pratiche e organizzazioni molto diverse tra loro possono essere viste all’intero dello stesso paradigma emergente: dall’enciclopedia collaborativa Wikipedia – nella quale i volontari si autodisciplinano per produrre voci su ogni aspetto dello scibile umano – ai sistemi di car-sharing e bike-sharing, ormai sempre più diffusi anche nelle città italiane e visti da molti come una delle risposte più razionali ai problemi della mobilità urbana.

 

Bauwens è solo uno dei molti pensatori che negli ultimi anni hanno riscoperto l’importanza della condivisione. Il giurista israelo-statunitense Yochai Benkler, ad esempio, nel suo La ricchezza della Rete (Yale University Press, 2006, ma disponibile anche gratuitamente in italiano sulla rete) ha passato in rassegna le forme di produzione collaborativa basate sulla condivisione, sostenendo che l’economia dell’informazione in Rete è in grado di produrre beni comuni digitali che impattano in modo sostanziale sulla società nel suo complesso.

 

La proliferazione di studi autorevoli su questi temi è iniziata con la diffusione massiccia di Internet, che per sua stessa natura favorisce la nascita di sistemi decentrati di produzione, ed ha subito un’accelerazione improvvisa con la crisi finanziaria del 2008. Quest’ultima sembra infatti aver stimolato l’insorgere di numerose pratiche di condivisione e collaborazione, che non hanno necessariamente a che fare con le motivazioni ideologiche, politiche e religiose del passato, e che trovano invece le proprie basi in un forte pragmatismo. Al ridursi delle risorse disponibili nelle società occidentali, gli esseri umani trovano nuovi modi e motivi per cooperare, semplicemente perché in molti casi si tratta di un modo per massimizzare i vantaggi personali, oltre che quelli collettivi.

 

Che fine ha fatto allora, con la crisi finanziaria, l’homo homini lupus di Hobbes? In Quando il lupo vivrà con l’agnello (Eleuthera), l’epistemologa Vinciane Despret si chiede in cosa risieda la differenza tra l’estrema competitività osservata da Darwin nei suoi viaggi intorno al mondo a bordo della Beagle, negli anni ‘30 dell’Ottocento, e la tendenza alla collaborazione tra diverse specie osservata invece da Kropotkin nel suo lavoro come naturalista in Siberia, trent’anni più tardi. Il nobile russo descrisse pratiche fortemente cooperative tra gli animali solo perché era quello che voleva vedere, in nome del suo ideale anarchico? La risposta di Despret è articolata, ma si basa soprattutto su una considerazione: l’autore de L’origine delle specie viaggiò prevalentemente in climi tropicali, nei quali l’abbondanza di risorse spinge ogni forma di vita verso una lotta senza quartiere per aggiudicarsele. Kropotkin, al contrario, trascorse i suoi anni sul campo in un ambiente profondamente inospitale, nel quale in alcuni casi la cooperazione è la sola strada possibile per la sopravvivenza. La crisi finanziaria che sta affliggendo i paesi occidentali in questi anni, riducendo costantemente le risorse a disposizione, ci spingerà a comportarci come gli animali siberiani?

 

Twitter @bertramniessen



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Commenti: 2

Anonymous Mer, 07/11/2012 - 14:35

Mi piace! :))

Nicola Santambrogio Mer, 07/11/2012 - 18:31

Non condivido l'applicazione delle due metafore del mondo animale (Tropici e Siberia) alla condizione umana, molto più complessa, per ovvi motivi.
Secondo me è esattamente il contrario. Quando ci sono molte risorse, l’homo homini lupus di Hobbes si manifesta in modo circoscritto ai gruppi dominanti che stanno a capo del sistema produttivo, mentre la stragrande maggioranza della popolazione riesce a contenere l’homo homini lupus perché in possesso di ciò che le serve per vivere e anche qualcosa in più.
La carenza di risorse, invece, scatena l’homo homini lupus presente in ciascuno di noi generando quella guerra tra poveri che è sotto i nostri occhi. Pensare che un'improbabile cooperazione possa impedire questa situazione è pura utopia, esattamente come il comunismo o il cristianesimo. Non esiste alcuna motivazione pragmatica che potrebbe mai spingere le persone a cooperare, perché le risorse sono sempre troppo poche e la coperta sempre troppo corta.
Per non parlare della struttura economica che ci governa, che è totalmente incompatibile con qualsiasi tipo di cooperazione.
Un altro capitalismo non è possibile e l'egoismo governa ogni azione dell'uomo.

Questa ovviamente è solo la mia opinione, esposta con lo stessa amarezza che accompagnava il Machiavelli nelle sue considerazioni.

© 2014 doppiozeroISSN 2239-6004Creative Commons - Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate