La sottile linea rossa tra cultura e innovazione

In principio era il mercato; libero, razionale, votato alla massima utilità. Questo spazio prima fisico poi virtuale ha ridisegnato l’assetto sociale ed economico europeo a partire dalla nascita dell’impresa, alla fine del Settecento. Quanto è accaduto è storia nota, ma la crisi, non solo finanziaria ma anche etica e sociale, che ha travolto il sistema produttivo mondiale e le grandi democrazie occidentali, ha rimesso in discussione il ruolo giocato dalla cultura nelle politiche di sviluppo di organismi complessi come i governi nazionali e sovra-nazionali.

 

La novità non è più rappresentata dalla forza economica del settore culturale, essendo ormai ampiamente conosciuti i dati che mostrano la vitalità di questo comparto e l’enorme potenziale competitivo insito nelle attività ad elevato contenuto culturale e creativo. Non ci sorprende più apprendere che uno studio preparato per la Comunità Europea e apparso nel 2010 con il titolo The entrepreneurial dimension of the culture and creative industries, metta in luce come nel 2008 le industrie culturali abbiano generato il 4.5% del Prodotto Interno Lordo europeo, con punte del 6.2% del PIL nel Regno Unito, del 4.9% in Francia, del 4.2% in Germania e del 3.8% in Italia. Allo stesso modo non ci stupiscono le informazioni raccolte dall’Eurostat nel corso del 2011, che evidenziano come nel 2009 nei ventisette stati appartenenti all’UE, 3.6 milioni di lavoratori, pari all’1.7% del totale della popolazione attiva, fossero impiegati nei principali settori connessi alle attività artistiche e culturali; e ci appare ovvio che questi trend trovino conferma nelle valutazioni espresse dall’European Cluster Observatory Report on the Creative and Cultural Industries e dall’European Competitiveness Report.

 

Le caratteristiche che portano oggi a considerare la cultura come uno degli asset fondamentali del nuovo paradigma economico sono racchiuse piuttosto nelle dinamiche relazionali che questo settore è in grado di innescare sia con il mondo delle imprese sia con la collettività. Se un tempo era il binomio economia-cultura a suscitare interesse, adesso è il legame che tiene insieme cultura e innovazione a richiamare l’attenzione della comunità internazionale sulle opportunità offerte da un suo sapiente utilizzo per il rilancio dell’economia e la ripresa del welfare pubblico.

 

Tradizionalmente intesa come un miglioramento rispetto a un prodotto, un servizio, una modalità di funzionamento preesistente, che ne affina le prestazioni, ne potenzia l’utilità e ne facilita l’utilizzo, l’innovazione acquisisce nel contesto contemporaneo una nuova sfumatura di significato, dovuta alla sua capacità di incidere anche sulla sfera sociale.

 

Volendo approfondire questo aspetto non si può fare a meno di mettere in evidenza che, come non esiste una definizione univoca di settore culturale - limite da cui deriva l’ambiguità dei dati economici riguardanti questo comparto produttivo -, allo stesso modo vi sono differenti interpretazioni di ciò che si intende per “innovazione sociale”. Da una rapida disamina dei principali studi che hanno affrontato l’argomento emergono tre modalità di approccio ricorrenti: quella sostenuta dalla Stanford Social Innovation Review; quella adottata dal National Endowment for Science, Technology and the Arts (NESTA); e quella elaborata dalla Organisation for Economic Co-operation and Development (OECD).

 

Differenze a parte, è possibile estrapolare quale denominatore comune, la capacità dell’innovazione sociale di generare nuove idee per cercare di sopperire alle carenze della società; una caratteristica questa che tende a coincidere con la vision e la mission di numerose organizzazioni culturali, le quali mostrano una maggiore propensione - rispetto ad altre forme più tradizionali di impresa - verso il raggiungimento di obiettivi che abbiano anche un fine sociale oltre che economico, grazie a un dialogo critico e costante con la realtà. Ciò deriva dal fatto che le organizzazioni culturali sviluppano una relazione intima con il territorio su cui operano e che il sistema di valori a cui fanno riferimento risulta essere strettamente connesso con i cambiamenti sociali in atto.

 

Sebbene gli esperti denuncino la mancanza di strumenti condivisi per la valutazione del valore sociale e del ritorno economico prodotti dall’innovazione sociale, è innegabile che vi sia un interesse generale nei confronti di questa materia grazie alla sua capacità di suggerire un miglior uso delle risorse disponibili, soprattutto in tempi di crisi come quelli attuali. Ne sono un esempio la decisione del presidente Barak Obama di stanziare 50 milioni di dollari a favore del Social Innovation Fund, al fine di identificare i più promettenti programmi non profit results-oriented e di diffondere il loro utilizzo in tutto il paese; la creazione dell’Australian Centre for Social Innovation da parte del governo australiano, a cui è stato assegnato un fondo triennale pari a 6 milioni di dollari australiani; l’esperienza decennale del programma The Enterprise Challenge (TEC), grazie al quale il governo di Singapore ha finanziato per decine di milioni di dollari numerose proposte innovative per il miglioramento dei servizi di pubblica utilità; e i gruppi di discussione - tra i quali rientrano il Social Innovation Europe, il Social Innovator e il Global Agenda Council on Social Entrepreneurship, nati in tutto il mondo per stimolare il dibattito sulle opportunità offerte dall’innovazione sociale.

 

In ambito europeo oltre alle ingenti somme di denaro elargite dall’UE a favore dell’innovazione sociale - attraverso numerose iniziative, quali l’Open Method of Coordination (OMC), la Cohesion Policy e i fondi strutturali (ERDF e ESF), il Lifelong Learning Programme e altri programmi rivolti ai giovani e alla cultura, l’European Investment Group, il Framework Programmes for Research and Technological Development, e il Competitiveness and Innovation Framework Programme - è al momento al vaglio della Commissione uno strumento per sostenere l’occupazione e le politiche sociali denominato Programme for Social Change and Innovation (PSCI). Tale programma prevede per il periodo compreso tra il 1° gennaio 2014 e il 31 dicembre 2020 un fondo pari a 958.19 milioni di euro, di cui 87 milioni serviranno per agevolare all’accesso alla micro-finanza; 95.5 milioni saranno elargiti per incoraggiare lo sviluppo delle imprese sociali; 574 milioni rappresenteranno la dotazione del Programma Progress; e ulteriori 97 milioni saranno allocati per finanziare progetti sperimentali.

 

L’urgenza del presente e l’evidente fallimento nel conseguire gli obiettivi previsti dalla Strategia di Lisbona, affidano il futuro dell’Europa alla sua capacità di fare dell’innovazione sociale il principale driver dello sviluppo, puntando su un uso inedito della cultura e della creatività, quali direttrici principali dell’innovazione dei prossimi anni. Per l’Europa è giunto il momento di abbandonare la sua staticità e di divenire un soggetto attivo del cambiamento, stimolando l’investimento in idee, prototipi, progetti-pilota ed elaborando nuove forme di finanziamento che prevedano un maggior coinvolgimento delle banche e del settore privato. Se non saprà cogliere questa occasione, l’Europa rimarrà un luogo in cui si potrà fruire la cultura del passato ma non si potrà produrre la cultura del domani.

 

 

Questo articolo è il prodotto del lavoro attorno a cheFare, premio per la cultura da 100,000 euro prodotto da doppiozero.

 

Vittoria Azzarita e Stefano Monti sono, rispettivamente, redattrice e direttore editoriale di Tafter.it, partner di cheFare.



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